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Articoli filtrati per data: Tuesday, 03 Settembre 2019

Il mio nome è Bager Nûjiyan, prima ancora era Xelîl Viyan. Il mio nome di famiglia è Michael Panser. Sono nato il 1 settembre 1988 nella città di Potsdam, in Germania dell‘est.


La mia famiglia è fatta di persone che amano la terra e la società e che all‘epoca erano legate al paradigma del socialismo reale. Sono solidali e hanno un legame emotivo. Con il crollo del socialismo reale naturalmente si visse una crisi, ma lo sostengono e restano legati a valori e etica socialisti. Io credo che anche questo sia una base per la mia ricerca della verità della rivoluzione.
Alla giovane età di circa 14 anni ho assunto un ruolo attivo nella sinistra e ho iniziato la mia ricerca. Che più tardi abbia conosciuto il PKK e la filosofia di Abdullah Öcalan, ha certamente le sue ragioni anche in questa fase. Ho partecipato a lavori antifascisti e di sinistra in Germania. Ho raccolto molte esperienze, ma diventava chiaro che queste esperienze nella mia ricerca non bastavano. Il contesto di una vita liberista, prigioniera nelle costrizioni del sistema capitalista, è molto lontano dalla realtà della rivoluzione. Così ci fu l‘evasione da qui e una ricerca più ampia.

Nel 2011/2012 ho conosciuto i primi Heval, in particolare attraverso i giovani e il movimento delle donne. La conoscenza inizialmente non era riferita alla pratica, la società o la realtà in Kurdistan, ma come prima cosa ho conosciuto la filosofia di Abdullah Öcalan. E la mia ricerca consisteva in questo: quali sono le debolezze nella ricerca rivoluzionaria che ci siamo proposti? Con la nostra ricerca teorica e filosofica volevamo trovare e sviluppare un‘ideologia di liberazione. Nell‘ambiente della società europea, questo naturalmente era legato a grandi difficoltà. In questa ricerca, la via verso il Kurdistan si è aperta come un fatto naturale. Noi abbiamo conosciuto la filosofia di Abdullah Öcalan, abbiamo letto e studiato i libri tradotti. In questo periodo abbiamo capito alcune cose: quello che in Europa cerchiamo, è ciò che oltre la civiltà occidentale e la modernità capitalista è nascosto qui in Medio Oriente, e la cui storia è andata perduta. Qui ora si sviluppano nuovamente queste conquiste rivoluzionarie e offrono nuove risposte. Nello stesso periodo in cui da noi crollava il socialismo reale, in Kurdistan veniva aperta la strada per una nuova realtà rivoluzionaria. Nella nostra ricerca abbiamo acquisito coscienza di questo. Abbiamo allacciato contatti e trovato la nostra strada verso il Kurdistan.

Così, lentamente abbiamo capito una cosa: il problema europeo è legato alla soluzione della modernità capitalista, al modo di vivere capitalista. Nell‘imposizione del sistema di sfruttamento capitalista, la Germania assume un ruolo guida, di questo dobbiamo essere consapevoli. Abbiamo anche riconosciuto che senza una prospettiva internazionalista che superi i confini chiusi, non è possibile una soluzione a questo problema.

In questo modo lentamente abbiamo imparato di più, conosciuto la rivoluzione in Kurdistan e in effetti in quel periodo ho iniziato a unirmi seriamente alla rivoluzione. Dal 2012 abbiamo approfondito ulteriormente i nostri ragionamenti, ci siamo istruiti e impegnati nella costruzione di un movimento secondo i valori del paradigma che costituiva il contenuto delle nostre discussioni. Le esperienze e debolezze che si sono mostrate in queste fase, ci hanno fatto riconoscere una cosa: che non funziona partecipare solo tiepidamente alla rivoluzione. In quel periodo ho preso la mia decisione. Essere un* ver* rivoluzionari* deve significare pensare in modo complessivo. Un* rivoluzionari* deve essere adeguat* ai tempi e staccarsi dal modo di pensare limitato dell‘eurocentrismo e dalle prospettive che offre la cosiddetta modernità. Altrimenti è impossibile avere successo.

Questa consapevolezza l‘ho raggiunta attraverso l‘approfondimento ideologico e ha significato che l‘ingresso nel Partito dei Lavoratori Kurdistan rendeva possibile ciò che ritengo necessario: la costruzione della forza rivoluzionaria. Ho riconosciuto questo. Mi è anche diventato chiaro che una rivoluzione attuale non può conoscere confini. Questo sarebbe impossibile, una rivoluzione non può funzionare così.

La rivoluzione in Europa inizia con la rivoluzione in Kurdistan. Questo collegamento effettivamente esiste. In effetti il paradigma che mantiene il suo dominio in Europa, a maglie strette e con grettezza, impone alla società un modo di vivere liberista e rende lo sfruttamento la base assoluta del suo ordine sociale e è appunto il paradigma che oggi esegue pesanti attacchi al Kurdistan. Allora abbiamo compreso che in primo luogo dobbiamo raccogliere esperienze della pratica rivoluzionaria. Così mi sono dedicato completamente alla rivoluzione.

Inizialmente ho preso parte alla pratica internazionalista, non solo per diffondere il pensiero e il nuovo paradigma di di Abdullah Öcalan in Europa, ma in particolare per imparare a capire meglio la modernità capitalista che si impone alla società come ultima forma della mentalità maschile-dominante. Su questo abbiamo indagato e anche sviluppato una certa pratica. Poi sono arrivato in Kurdistan.

Al centro della rivoluzione c‘è la trasformazione rivoluzionaria della coscienza. Questo è il compito fondamentale nell‘ambito di lavoro delle accademie. Ciò, che in precedenza nella società non riuscivi a pensare, perché in particolare nel centro capitalista dell‘Europa il pensiero è molto diviso e decontestualizzato, e così non permette la nascita di una nuova coscienza. Così non si arriva a una ricerca nel senso ampio di un nuovo paradigma. Non può nascere una nuova filosofia che prende come base la vita stessa e vuole attuare un vero socialismo. Noi parliamo della difesa della socialità, dell‘amore per la società. Certamente l‘amore per la società, in una società che sfrutta non è possibile.

Mi è diventato chiaro che coloro che sono impegnati in una ricerca rivoluzionaria, nella loro ricerca devono andare molto lontano. Devono avanzare in modo coerente fino alla sostanza. Se vogliamo creare una nuova realizzazione della vita socialista, dobbiamo andare dove la libertà è maggiormente attuata. Le montagne del Kurdistan sono un luogo straordinario. Offrono la possibilità di percepire se stessi nella pratica. Ti fanno riconoscere cosa significa mostrare impegno e sforzarsi; e ti fanno capire in modo nuovo il significato di questa fatica. Quanto sono profonde le tracce che il sistema lascia nel nostro pensiero? Nella vita comunitaria come viene vissuta in montagna, tutti i problemi e le carenze creati dal modo di pensare padronale, diventano chiari nella nostra coscienza. Una comunità di vita collettiva, un ambiente rivoluzionario che si basa sulla volontà comune di promuovere l‘umanità e di liberare le singole personalità dalle costrizioni degli schemi comportamentali padronali. Questa possibilità qui è stata creata realmente. Il sistema padronale non può attaccare tanto facilmente questa base che qui è stata creata. Naturalmente si verificano attacchi militari, ma nella lotta contro le conseguenze ideali e psicologiche del pensiero padronale, qui attraverso un impegno e un lavoro seri, possiamo creare una nuova coscienza.

Questa è stata la ragione per la quale su mia proposta sono arrivato qui all’accademia. Per quanto nella pratica abbia potuto raggiungere anche uno sviluppo nel pensare, c‘è stata la necessità di recarmi in questo luogo particolare. Perché l‘accademia crea un ambiente dove si lavora intensamente e concretamente alla creazione di consapevolezza rispetto al proprio pensiero padronale, e allo stesso tempo anche alle sue alternative.Questo viene messo in pratica in un ambiente caratterizzato dalla convivenza comunitaria, dal lavoro collettivo, dallo scambio reciproco, c’è tutto – i valori condivisi, il sostegno reciproco.

La vera amicizia viene vissuta nel modo più chiaro nelle accademie. Noi analizziamo reciprocamente in modo molto preciso quali resti di un sistema di sfruttamento si mostrano nel comportamento di un* amic*. Non è che qui dividiamo l‘individuo dalla comunità, o che un individuo si deve adattare alle caratteristiche del gruppo. Dal mio periodo nella sinistra, posso dire che non riuscivamo affatto a risolvere questa contraddizione. Trovare il giusto equilibrio tra la singola persona che conduce una lotta interiore e il suo ambiente, perché si rafforzino e si costruiscano reciprocamente. Riconoscere un* amic* nella forma così com‘è, e volerla riconoscere e proteggere, non può essere tutto – perché a ognun* che proviene da questa società sono state fatte apprendere modalità di comportamento padronali. Cosa significa la vera amicizia che qui vogliamo vivere e creare? Non prendiamo un* amic* come ciò che è diventat* e come mi sta di fronte, ma secondo i suoi obiettivi e la sua potenzialità. È il nostro approccio sviluppare ogni amic* secondo le sue forze. In questo senso ci critichiamo reciprocamente e ci impegniamo per metodi di sviluppo della personalità. Per questo sono entrato nell‘accademia e questa è una lotta interiore molto intensa. Attraverso questo sforzo creiamo la base per questa vita. Perché siamo consapevoli del fatto che il socialismo che vogliamo creare – cioè la nuova vita, una vita che aspira alla libertà, una vita con pari diritti, che intende l‘essere umano in sé come valore, che riconosce il valore delle conquiste sociali e prende come base la potenzialità della società stessa e le saggezze e le lotte che vengono condotte. Se vogliamo costruire i nostri sogni e le nostre utopie, dove dobbiamo iniziare? Nella nostra personalità. Abdullah Öcalan sottolinea in particolare gli effetti del patriarcato. La sua analisi si può trasferire all‘intera civiltà egemonica quando dice: se non viene superata la mascolinità patriarcale interiore, il socialismo resterà sempre incompiuto. Un socialismo che non entra nella sostanza, ossia che non inizia nella persona stessa, non crea una nuova personalità, personalità libere, non può portare nuove conquiste. Il socialismo passato, i tentativi storici che ci ha consegnato e le sue inadeguatezze, lo valutiamo in questo modo. C‘è stata una società combattiva e si è anche sviluppato un ruolo di avanguardia, ma venne compresa la radice del problema: cos‘è un essere umano libero? Questa è la domanda fondamentale. Quali sono gli effetti del dominio nell‘essere umano stesso? Questo è il problema fondamentale. Dato che queste domande non sono state affrontate, il sistema ha ripetuto se stesso. Non ha trovato un distacco dal pensiero padronale. Anche se così tant* hanno dato la vita in questa lotta, sono stati fatti grandi sforzi e è scorso così tanto sangue e sudore, questi tentativi forse non sono falliti del tutto, ma certamente non hanno raggiunto gli obiettivi desiderati. Dobbiamo constatare questo.

La vita nell‘accademia è sforzo di liberarsi. La rivoluzione non è una cosa che si verifica di colpo. Non è una singola insurrezione né una vittoria militare. Questo non è possibile. La rivoluzione è una condizione permanente che inizia con un passo, con una decisione: la decisione di partecipare alla rivoluzione e di staccarsi dal sistema dominante; la costatazione che la vita alla quale siamo costrett* in questo sistema è sbagliata e che è necessario costruire qualcosa di nuovo. Forse la rivoluzione in ogni persona inizia con un‘insurrezione, ma in sé è una condizione permanente. Se non diventa un processo che si orienta secondo le condizioni attuali e future, allora non è una rivoluzione. Questa è un‘insurrezione o una rivolta, ma non una rivoluzione. Spesso questo è stato compreso storicamente nel modo sbagliato ed è diventato un ostacolo.

Costruiamo la nostra base su questa nozione. Da questo dipende anche la nostra futura partecipazione e non si può prevedere. Il percorso della rivoluzione non si può impostare e attuare secondo un piano. Che questo è impossibile, lo ha dimostrato la storia. Per questo i preparativi che compiamo qui, consistono nella costruzione di una personalità militante. Cosa significa essere una personalità militante? Dobbiamo essere preparat* a tutto, come la fase attuale ce lo richiede. Così creiamo un pensiero complessivo, di comprendere il metodo, in cosa consiste la situazione attuale, il significato storico della situazione attuale, i pericoli della situazione attuale in cui ci troviamo e allo stesso modo le sue potenzialità.

Se viviamo in questo modo e abbiamo questa consapevolezza, allora non è comunque tanto importante dove andiamo - in quale Paese agiamo, in quale parte del Kurdistan, o se andiamo in un altro continente. Nella pratica naturalmente ci sono differenze, ma è l‘interezza a essere decisiva. Comprendere nel modo giusto le nostre idee, sviluppare la nostra organizzazione, il linguaggio giusto, la forma giusta della comunicazione e della critica – e organizzare in questo senso la nostra vita nel modo giusto. Se mettiamo in pratica bene queste cose e ci sforziamo per una buona pratica, siamo in grado di apprezzare le nostre fatiche e comprendiamo nel modo giusto anche gli sforzi de* nostr* amic*, possiamo comportarci in modo corrispondente. In particolare anche il significato della fatica e dell‘impegno de* cadut* che hanno dato la loro vita in questa lotta – se comprendiamo tutti questi punti nel modo giusto, allora attraverso l‘unità del pensare – sentire – agire, possiamo creare militanti che possono mettere in pratica tutto ciò che sarà necessario. Questo è stato effettivamente dimostrato nello sviluppo di questa rivoluzione, non è vero?

Una persona che è chiara nella sua volontà, e nei suoi sentimenti e nelle sue nostalgie si collega veramente con la ricerca della libertà, con la lotta giusta per la rivelazione della verità, può ottenere tutto! Ci sono esempi nel nostro movimento e anche in altre rivoluzioni prima di noi ci sono decine di migliaia di esempi di rivoluzionari*, di come agiscono, in quali sforzi si impegnano e come partecipano. È sia il nostro obiettivo sia il nostro dovere sostenere esattamente questo e fare il necessario. Questo è quanto posso dire in proposito. Auguro a tutt* voi buona fortuna!

 Da Internationalist Commune of Rojava

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Sono passati 30 anni da quando ,nel Settembre 1989, dopo due anni (e ben sei occupazioni) l'allora Collettivo Spazi Metropolitani diede vita a un centro sociale sulle rive del Po.
E' bene ricordare cosa fosse la Torino dell'epoca, radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi: la Fiat stava velocemente dismettendo gli impianti produttivi e "liquidando" gli operai, Piazza Vittorio era un parcheggio e i quartieri che la circondavano erano semplicemente un dormitorio. Non c'erano spazi di alcun tipo dove poter cercare un minimo di socialità , se non qualche birreria o discoteca.
San Salvario non era il quartiere che conosciamo oggi e Vanchiglia, il "Quadrilatero" , tutti quei posti che vengono definiti il "cuore" della movida la sera erano completamente diversi, e con il problema dell'eroina a fare da sfondo alla vita della motorcity.
Fu in quel contesto, in una città ancora pesantemente segnata dalla repressione che colpì i movimenti sociali che si svilupparono nei decenni precedenti, che nasce il CSA Murazzi. A dimostrazione del nuovo fiorire delle lotte sociali dentro e contro la metropoli torinese. Migliaia di giovani e giovanissimi si mobilitarono per conquistare spazi di socialità e contro la precarietà, nelle strade, nelle scuole superiori e nelle università.
Fu in quel contesto che nacque la necessità di spazi liberi, luoghi in cui, oltre alla socialità, ci fosse la possibilità di poter mettere insieme le proprie idee, poter praticare nuove forme di aggregazione che non fossero mediate dal business delle sostanze, contrastare, attraverso una pratica politica diretta basata sulla partecipazione e la presenza nelle strade, tutti quei problemi presenti in un città che era ancora il "dormitorio" della Fiat.

In questi 30 anni sono stati molti gli artisti che hanno calcato il palco del CSA Murazzi, ma altrettanto numerose sono state le iniziative che sono nate e partite da questo posto: dai cortei a sostegno dell' Intifada Palestinese del 1989 alle iniziative del movimento studentesco della "Pantera" passando per la grossa manifestazione antifascista del 1995, oppure quella che ci fu l'anno successivo quando si fece capire chiaramente ai fascio-leghisti che non erano i benvenuti nella nostra città.

Nel 2013 il tentativo di sgomberare il CSA vide la risposta di miglia di persone che riconquistarono i murazzi ridicolizzando polizia e magistratura.
A distanza di 30 anni questo impegno continua con la presenza nelle lotte sociali che animano la città e il territorio.

Negli ultimi anni il CSA è stato fra i pochi a battersi contro la desertificazione dei "muri" e lo spaccio, lottando contro le politiche ipocrite di chi ha governato e governa la città, i quali vedono i giovani come fonte di profitto e manodopera a basso costo.
Vedere oggi, nello stesso luogo ragazzi e ragazze che hanno la metà dei nostri anni è il regalo più bello di questo "compleanno".

30 anni di Autonomia e Autogestione
30 anni di Politica Dal Basso
30 anni di Socialità Alternativa
30 anni di Musica Indipendente
30 anni di CSA MURAZZI!

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in CULTURE

Pubblichiamo la seconda di due interviste che abbiamo avuto l'occasione di condurre grazie a dei compagni italiani che vivono e militano in Euskal Herria sull'attualità nei Paesi Baschi e della lotta per l'indipendenza e il socialismo. In questa intervista abbiamo posto alcune domande a Jon Iurrebaso Atutxa, ex prigioniero politico basco ed ex militante di E.T.A. sul cosidetto Processo di Pace e sulle sue conseguenze. Per leggere la prima intervista a Sendoa Jurado sul Movimento Per l’Amnistia e Contro la Repressione clicca qui.

1.- Ci spieghi brevemente il tuo percorso di militanza nella sinistra basca?

Il Movimento di Liberazione Nazionale Basco, voglio dire che il mio è lo stesso percorso militante che hanno realizzato molti miei compagni nel Movimento di Liberazione Nazionale Basco. Per quanto mi riguarda, sia dal punto di vista dell’impegno che da quello del numero di anni di militanza, ho militato nell’E.T.A., nell’Organizzazione di Liberazione Nazionale Socialista Rivoluzionaria Basca (Nazio Askapenerako Euskal Erakunde Sozialista Iraultzailea), in Euskadi Ta Askatasuna. Ed è per questo che sono stato arrestato, giudicato e incarcerato tre volte, sia nello stato spagnolo che in quello francese. Per due volte sono stato latitante e sono stato membro anche di altre organizzazioni dell’E.N.A.M., esattamente come molti altri militanti rivoluzionari baschi, come accennato in precedenza.

2.- Come è nato il cosiddetto processo di pace e come è stato percepito dal movimento basco?

È una domanda ampia e complessa per potervici rispondere in quattro righe. Ciò nonostante, proverò a chiarire alcuni punti, sempre secondo il mio punto di vista ed in relazione alla mia esperienza militante, perchè non intendo parlare di questo se non in mio nome. Ne parlerò a livello personale, come militante rivoluzionario, in nome di nessuna organizzazione.

Per prima cosa mi occuperò del “Processo di Pace” (P.d.P.). Per analizzare un po’ questo termine è sufficiente chiarire quello che nasconde al suo interno, in Euskal Herria come in Irlanda, nel Nord Africa, in Salvador, in Guatemala e in qualsiasi angolo del mondo… In questi paesi non è stata utilizzata sistematicamente la stessa formula magica, l’imperialismo ha utilizzato qualche altro travestimento, ma tutti questi processi, secondo me, hanno il medesimo marchio di fabbrica, anche se si sono sviluppati in un tempo, ad una distanza ed in un contesto politico diversi. Insomma, cosa racchiude il Processo di Pace? In poche parole, l’accettazione della sconfitta da parte delle forze rivoluzionarie. Se in un processo di pace una forza rivoluzionaria lascia nelle mani del nemico i mezzi di produzione economici ed integro il sistema oppressivo, se tutto continua a dipendere dal capitale, se si accetta la “Pace”, parola vuota, nuda, lontana dalla lotta di classe, come un fatto astratto…è finita. In primo luogo sono stati vinti ideologicamente, perché hanno consegnato le armi teoriche prima di quelle materiali. Si sono infilati in una sconfitta strategica, a volte senza rendendersene conto. È duro dire questo, ma è la verità. I rivoluzionari di tutto il mondo devono saperlo, soprattutto adesso, perché in Colombia, ancora una volta, si è dimostrato in cosa consistano realmente i “Processi di Pace” promossi dall’imperialismo.

Voglio dire che non è vero che in un determinato momento storico un processo rivoluzionario e liberatore debba in ogni caso (sì o sì) cedere davanti al capitale, prendendo come pretesto la forza rivoluzionaria e le supposte condizioni generali, non capisco in quale situazione catastrofica stiano vivendo. Questa resa può mascherarsi in molti modi:“Visto e considerato che Il tempo delle armi è trascorso, con dei semplici strumenti politici possiamo ottenere quello che con le armi non abbiamo potuto…”, “La lotta armata non è etica”, “Possiamo intraprendere il percorso attraverso le istituzioni”, “Dobbiamo costruire alleanze per nascondere alcune crepe”, “Senza un accordo con la borghesia non ci sarà un avanzamento”. La filosofia del “possibile”, quella che arriva con gli obbiettivi del capitalismo o con quelli dei paesi oppressori. Il possibilismo, quindi. O accantonando l’etica e l’estetica rivoluzionarie, mentre si diffondono a poco a poco i valori ed i concetti filosofici della borghesia…e un lungo eccetera.

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In ogni caso, il monopolio della violenza rimane nelle mani del capitale, mentre le nazioni oppresse devono distruggere o consegnare i propri strumenti di difesa al capitale. Che la struttura e la forma di stato (precisamente la forma di stato del capitale) non cambino è cosa dimostrata nelle nazioni citate precedentemente ed in tutti i processi di pace. D’altra parte, è dimostrato che la borghesia, l’oligarchia, i monopoli del capitale internazionale o qualunque sia l’entità/la situazione escono rinforzati dal processo di pace. In poche parole, il “Processo di Pace” è una formula del capitale, una vittoria della maggioranza, per evitare la rivoluzione dei lavoratori del paese. Questi presunti “Processi di pace” putrefatti sono stati strumenti di guerra dell’imperialismo. Senza eccezioni.

Se il capitale non ottiene il suo obiettivo attraverso il “Processo di Pace”, può sempre fare quello che fece con le tigri del Tamil e con la maggior parte della sua popolazione o quello che sta facendo con la Palestina. Per la classe lavoratrice e per il paese oppresso il capitalismo è barbarie. Per il capitale e per la borghesia, invece, la brutalità consiste nell’appropriazione del proprio futuro da parte della classe lavoratrice e degli oppressi. Non è affatto complicato. Non concederanno facilmente i loro privilegi. Si difenderanno con tutte le armi che posseggono. Personalmente credo che dovremmo fare la stessa cosa. E dovremmo avere chiaro che la legge in vigore è la legge del capitale e degli occupanti, che è la legge degli imperialisti. Siamo proprio noi quelli totalmente legittimati a lottare e a difendersi.

Detto questo, perchè siamo arrivati a differenti processi di pace in Euskal Herria? Ci sono diversi processi di questo tipo: quello realizzato in Algeria (chiamato “I colloqui di Algeri”, del 1989), quello che chiamano “Lizarra Garazi” (dal 1998 al 1999) e l’ultimo, quello avvenuto dal 2005 al 2007. Il Processo di Pace giunge dalla Strategia di Negoziazione (S.d.N.). Negli ultimi 60 anni, precisamente da quando naque E.T.A., all’interno del processo di liberazione basco ci sono stati dibattiti e divisioni sia in merito alla posizione politica, sia ideologica che tattica, che in merito alla strategia, come d’altronde è successo anche in altri paesi. Sarebbe un po’ lungo parlare di tutto questo adesso. Tuttavia, almeno, darò la mia opinione in merito alla Strategia di Negoziazione. La S.d.N. e il P.d.P. sono fratello e sorella ed entrambi sono figli del capitale, per così dire, ma non solo del capitale. Perché? Perché la socialdemocrazia, il riformismo, l’opportunismo e diversi settori della borghesia promuovono, aiutano ed applaudono. Migliaia di persone della sinistra nazionalista basca (Ezker Abertzalea) hanno pensato sinceramente che avremmo lottato (inclusa la lotta armata) contro la Francia, contro la Spagna e contro il capitale fino ad ottenere l’indipendenza ed il socialismo. La verità è stata più crudele, e lo è tuttora. C’è stato un tentativo di indebolire e liquidare tutte le lotte rivoluzionarie, e quasi quasi hanno raggiunto il loro obbiettivo, distruggendo il Movimento di Liberazione Nazionale Basco (E.N.A.M.-Euskal Nazio Askapenerako Mugimendua). Ma molti hanno detto “NO” a questo tradimento e a questa resa vergognosa. E continuiamo a lottare per gli obbiettivi di sempre: l’indipendenza, il socialismo, il recupero/la riappropriazione della lingua basca (l’euskara) e la riunificazione nazionale.

La Strategia di Negoziazione non ha mai potuto essere uno strumento tattico in grado di ottenere risultati sufficienti, perché il capitale ed i suoi alleati avevano/hanno completamente sotto controllo lo stesso Processo di Pace. E tanto meno quando la S.d.N. e il P.d.P. si sono strasformati in un obbiettivo. Quindi ebbe fine la posizione rivoluzionaria di E.N.A.M.. Lo stesso E.N.A.M., nella sua totalità, doveva sapere che il capitale ed i suoi alleati avevano inventato la Strategia di Negoziazione, e che il P.d.P. non era altro che un uno slogan velenoso. Alcuni dell’ E.N.A.M. sì lo sapevano, e abbastanza bene tra l’altro. La direzione riformista, opportunista, possibilista e liquidazionista sapeva tutto questo esattamente. Noi, settori rivoluzionarie di E.N.A.M., non avevamo le sufficienti capacità teoriche e strategiche per renderci conto di tutto questo, questo fu il nostro terribile errore. Abbiamo fatto autocritica, approfonditamente, per questo continuiamo a lottare, per correggere con tutta la libertà di azione gli errori fatti nelle tappe precedenti. Abbiamo appreso sbagliando, e adesso sappiamo che dobbiamo studiare approfonditamente la teoria rivoluzionaria, dobbiamo portare avanti la lotta teorico-ideologica senza pietà. Dobbiamo combattere sempre l’egemonia della piccola borghesia, con le unghie e con i denti, per garantire la guida da parte della classe lavoratrice basca durante il processo rivoluzionario di liberazione, precisamente il proletariato basco.

Quindi, come l’ha presa l’E.N.A.M.? Dico che la S.d.N. era in marcia dal 1988, quindi quelli che l’hanno portata avanti sapevano che non avrebbe portato vantaggi al Paese Basco, ma i riformisti dell’Ezker Abertzalea, i socialdemocratici e la piccola borghesia avevano già fatto la loro scelta. Parlando chiaramente e schiettamente, una qualsiasi struttura rivoluzionaria deve sapere che il principale obiettivo del Processo di Pace è la consegna delle armi, perchè proprio questo è lo strumento più importante che il capitale, gli stati ed il sistema da esso organizzati non possono accettare. E non stiamo parlando di lotta armata come di un totem, ma come di uno strumento, di una forma di lotta, che deve quindi essere intesa come una strategia rivoluzionaria globale ed integrale al servizio del socialismo e dell’indipendenza.

 

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Come accennato, alcuni avevano scelto da tempo di abbandonare la lotta armata ed i movimenti popolari (e altro) per entrare nel sistema francese e spagnolo. Tutto questo gli altri neanche se lo immaginavano. Credevano sinceramente, innocentemente diremmo ora, che la Strategia di Negoziazione ci avrebbe portati alla vittoria. Dopo aver visto alcune delle cose fatte in questi ultimi anni (o non fatte, a seconda dei casi), tutto questo ci ha fatto pensare che l’E.N.A.M. è finito come doveva finire. Perché? A causa di una terribile mancanza di formazione, perché la lotta politico-militare non aveva stabilito/apportato sufficienti dibattiti, perché i sistemi francese e spagnolo hanno attaccato il Paese Basco culturalmente, economicamente e con la repressione, mentre la borghesia e la piccola borghesia facevano/fanno il loro lavoro. E anche perché, a suo tempo, non abbiamo preparato e armato adeguatamente la resistenza con la teoria rivoluzionaria, come tra l’altro è successo in molti altri paesi. Ovvero, se i nostri obiettivi sono l'indipendenza e il socialismo, perché non creare una struttura comunista rivoluzionaria, a maggior ragione quando crearla non entrava in conflitto con la lotta armata politico-militare?

È ovvio che la lotta che dobbiamo portare avanti deve essere una lotta integrale, che passa obbligatoriamente, inevitabilmente e necessariamente attraverso la costruzione dello Stato Socialista Basco. E ancora una volta si è appurato chiaramente che gli interessi della borghesia basca e quelli della classe lavoratrice basca sono antagonisti, anche se dicono che sono tutti baschi.

3.- Quali erano gli obbiettivi del cambio di strategia e quali, secondo te, le contraddizioni sottovalutate che ne hanno portato al fallimento?

Per quanto riguarda la prima parte della domanda, le ragioni del cambiamento di strategia sono ben note secondo i portavoce dei socialdemocratici (Sortu/EHBildu). Da una parte, dopo gli attentati jihadisti, non si poteva continuare con la lotta armata. D'altra parte il problema era la stessa lotta armata, perché impediva che si estendesse, diffondesse e propagasse il messaggio dell’E.N.A.M. Il popolo basco era maturo... E poiché il nostro nemico si rifiutava di negoziare con l'E.T.A. (le conseguenze del conflitto e non la causa), la Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale avanzò alcuni passi unilateralmente: la consegna delle armi, la consegna della teoria rivoluzionaria, l’accettazione della legge e della legislazione del nemico, e un lungo eccetera. Nel frattempo dicevano che avrebbero intrapreso il cammino della disobbedienza, ma ciò che è successo è evidente. Non si è sviluppata nessuna resistenza civile, da nessuna parte. La Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale ha eliminato tutte le organizzazioni dell’E.N.A.M. (inclusa E.T.A.) e si è integrata nel sistema del nostro nemico. La Sinistra Nazionalista Riformista Ufficiale (Sortu / EHBildu) ha ora accettato una riforma franchista, che a suo tempo aveva negato e respinto, ampliata e sviluppata nel 1978, alla morte di Franco. Fino a che punto? Fino al punto di presentarsi come candidati alle elezioni del capo di governo del Regno di Spagna.

L’Ezker Abertzalea ha sempre affermato che nel ’78 la dittatura, attraverso una riforma simbolica, si trasformò in un sistema parlamentare monarchico borghese (perché è sempre una dittatura della borghesia, ovviamente) e che si ignoravano i diritti nazionali e sociali del Paese Basco. All’oggi EHBildu considera il P.S.O.E.-G.A.L. (Partido Socialista Obrero Español-Grupos Antiterroristas de Liberación) come una forza di sinistra. Le cose sono così, così crude. Se questo fosse poco, ci troviamo di fronte ad una terribile crisi economica e politica. Alcuni la equiparano a quella del ventinove del secolo scorso, quella del 1929, e a gran voce affermano che quest’ultima grande crisi portò alla seconda guerra mondiale, perché il capitale voleva rimettere le cose al loro posto. In questo senso è logico pensare che, in un modo o nell’altro, questa crisi debba passare in Euskal Herria. Ormai non ha più senso fare il figlio smarrito del P.N.V.: “Abbiamo sbagliato, scusate…”. Tutti noi dovremo scegliere. Con chi stiamo? Con la classe lavoratrice?, “Con tutti”?, “Con Euskal Herria”? Quello che diciamo è semplice: non c’è liberazione, se non c’è liberazione integrale. Non ci rimane altro da fare che costruire uno Stato Socialista Basco. E per ottenere l’indipendenza ed il socialismo è indispensabile la rivoluzione. L’unica via. Non c’è altra via.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, se ho capito bene, mi chiedete perchè siamo arrivati a questa situazione. In altre parole: l’E.N.A.M. non avrebbe potuto superare le contraddizioni che aveva in sé, per non giungere a questa situazione?

Precedentemente ho dato alcune chiavi di lettura. Sempre secondo la mia opinione. Prima degli anni 80 nell’ E.N.A.M. ci fu la possibilità non solamente di lavorare a favore dell’Indipendenza, ma anche di approfondire il tema del socialismo in ogni ambito del movimento. Questa avrebbe dovuto essere soprattutto una responsabilità di E.T.A.. Perché? Perché era chiaro che, all’interno di E.N.A.M., E.T.A. era la guida politica del processo. Non fu così, il riformismo e la piccola borghesia iniziarono ad acquistare peso politico e ci condussero nel posto dove siamo al giorno d’oggi o dove siamo giunti. È vero che, e bisogna dirlo senza complessi, la sensibilità comunista (le differenti correnti di sinistra, ma in ogni caso rivoluzionarie) non sapeva o non volle creare una struttura comunista. Secondo me ci sono alcune ragioni principali. Una è che viviamo in un centro capitalista del mondo. Abbiamo vissuto periodi di guerra, ma molti baschi hanno accumulato ricchezze di generazione in generazione, e la filosofia che tutto ciò comporta è molto borghese… D’altra parte, di fronte alle contraddizioni emergeva un un sentimento diffuso: “Dobbiamo mandare avanti tutta la baracca”. È un modo di dire. Ossia una massima e un’ideologia dell’interclassismo. “Dobbiamo conquistare la libertà di di tutti”. Tutti insieme, nell’unione nazionale…

Certo, quale liberazione? Nazionale? Sociale? Nel XXI secolo la borghesia di una nazione non ha altra scelta (e nemmeno la vuole) che combattere con alcuni dei suoi nemici di classe. Quindi stringere alleanze con la borghesia è una grande trappola. La classe lavoratrice di una nazione oppressa deve mantenere alti i simboli del socialismo e dell’indipendenza, in piedi e a testa alta. Dovrebbe anche essere detto chiaramente che questi oppressi non prenderanno mai parte a piccole o a grandi guerre imperialiste, al contrario, vi prenderanno parte con la classe lavoratrice mondiale. Non è vero che dobbiamo dare priorità al “nostro mondo”. Cos’è dunque “il mondo degli altri”? In questo nostro pianeta non ci sarà pace finché ci sarà oppressione. Dobbiamo porre fine ad ogni oppressione. Non c'è futuro senza il controllo da parte degli oppressi in tutti gli ambiti e contesti. Se non siamo in grado di prendere, mantenere e sviluppare il potere degli oppressi, siamo perduti. O voi o noi. Non c'è una via di mezzo.

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4.- Quanto le soggettività che hanno guidato il processo ne hanno determinato la linea e quanto invece il disarmo rispondeva a una richiesta diffusa nella società basca?

Qui, in questa lotta, ci sono stati e ci sono approcci di classe o di sotto-classe, sia da parte di Francia e Spagna che da parte di Euskal Herria. Lo sviluppo della lotta di classe in Euskal Herria, dopo tutto. Così stanno le cose. L’alta borghesia e soprattutto la filosofia della piccola borghesia sono state presenti permanentemente da quando nacque E.T.A.. Nell’organizzazione (in E.T.A.), soprattutto nei suoi primi 15-20 anni, ci sono stati moltissimi dibattiti in merito alla situazione che soffre il Paese Basco. Euskal Herria è una nazione? Se lo è, quale Euskal Herria vogliamo? Vogliamo una democrazia come quella che ci sta opprimendo? Alla fine sono stati definiti i soggetti e gli obbiettivi. Per lunghi anni l’obbiettivo è stato quello di fare la rivoluzione socialista in Euskal Herria. Il soggetto la classe lavoratrice basca e in generale il lavoratore basco. E per gli anni a venire…quello che abbiamo appena detto. Il Capitale imperante. La borghesia vincitrice. Al momento.

La società basca chiedeva ad E.T.A. di lasciare le armi? Secondo me non è affatto etico porre la questione in questo modo. Abbiamo raccontato la storia in questo modo? E.T.A. ha consegnato il suo armamento e la sua teoria rivoluzionaria perché lo voleva, o meglio perché i militanti dell’epoca decisero di farlo, a causa delle minacce (perché avevano optato per alcuni cambiamenti strategici) o per loro stessa volontà.

In ogni caso, la società basca voleva molte cose, oltre al fatto che non ci fossero alcuni tiri. Non voleva la disoccupazione, voleva una sanità pubblica di qualità, uno stipendio dignitoso, che l’euskara fosse la lingua ufficiale in tutto il Paese Basco, che tutti potessimo avere una condizione abitativa dignitosa…continuo? Posso continuare per molte altre righe. Se conti sullo stato, sul partito politico e sulla chiesa per diffondere massicciamente e mediaticamente un desiderio, (ad esempio questo desiderio della società basca), questo si trasformerà in un mandato imprescindibile in un tempo determinato. Da utilizzare, inoltre, quando vuoi e con l’intensità che desideri.

Chi dice che la società basca rivendicava il disarmo di E.T.A. e la scomparsa delle dinamiche del percorso verso l’indipendenza ed il socialismo? Se la società basca non rivendicava questo, perché coloro che fecero un vero colpo di stato per il cambiamento strategico hanno proclamato la disobbedienza e da allora non hanno fatto nemmeno un passo? È ovvio. Perché gli stati francese e spagnolo erano e sono d’accordo nel non superare i confini invalicabili in Euskal Herria. Oggi quell’E.N.A.M. che era in prima linea contro il capitale europeo e contro l’imperialismo non c’è più. Quello che abbiamo oggi è semplice: sono i sistemi democratici che ci occupano e che considerano di sinistra il partito P.S.O.E.-G.A.L. (Partido Socialista Obrero Español - Grupos Antiterroristas de Liberación). È schizofrenico affermare che saremo liberati da questi stessi sistemi, rispettando la loro legislazione e facendo docilmente e bonariamente parte delle loro strutture che mantengono l’oppressione nazionale e sociale che subiamo. Qui la lotta di classe ha avuto luogo e questa lotta è appena iniziata.

5.- Da lontano si ha l'impressione che il processo di pace coincida con quasi un divorzio tra i due pilastri storici del movimento basco: il socialismo e l'indipendenza. Secondo te è vero? E se si perchè?

Francia e Spagna portano avanti ogni tipo di occupazione nei confronti di Euskal Herria, devono essere individuati altri parametri, vale a dire che il nocciolo della questione risiede nell’occupazione e nell’oppressione che portano avanti Spagna e Francia contro la classe lavoratrice basca, e in nient’altro. Da una parte ci sono i socialdemocratici, i burocrati, la piccola e l’alta borghesia baschi, dall’altra i suoi corrispettivi in Francia e in Spagna, ma non sono nemici tra loro, perlomeno non per portare avanti una guerra di classe. A parte questo, sono pochi quelli che in Francia e Spagna sono pronti a guardare con rispetto la rivoluzione basca. Pertanto per far avanzare la rivoluzione basca ci sono la classe lavoratrice basca, il proletariato basco e i settori cittadini. Tutti questi soggetti costituiscono il popolo lavoratore basco. Questo è il panorama.

Continuando sulla stessa linea, EHBildu si è integrato nel sistema che ci opprime e ci occupa. Ha accettato la loro democrazia e le loro costituzioni e non è pronto a superare i limiti posti da questi due stati. Ma allo stesso tempo dicono che una volta raggiunta l’indipendenza di Euskal Herria si libereranno di tutte le altre oppressioni. Una domanda semplice: ma come è possibile farlo dall’interno del sistema dei nostri nemici? La borghesia basca è abile nel muoversi in queste acque putrefatte, e questi socialdemocratici arrivano tardi con questo discorso, perché qui tutti ci conosciamo molto bene. Quello che è successo qui è quello che successe 40 anni fa in Spagna: anche in Euskal Herria si è installata e stabilizzata la riforma con il permesso della Sinistra Nazionalista Ufficiale Riformista (Ezker Abertzale Ofizial Erreformista) e con la sua partecipazione pubblica e attiva. Noi, invece, lo diciamo chiaro: andiamo a fare la rivoluzione e questo passa sia dall’indipendenza nazionale che da quella sociale, e passeremo aldilà di ogni limite invalicabile, sì o sì. Lotteremo senza tregua fino ad ottenere la vittoria completa del popolo lavoratore basco. Non c’è via di mezzo. Come dicevamo sempre nell’E.T.A.: “Libertà o morte! Rivoluzione o morte!”.

6.- Cosa ne pensi del processo in corso in Catalunya e delle sue caratteristiche interclassiste?

Quando il dittatore Francisco Franco decise di ristabilire la monarchia, accettarono la costituzione del 1978. Di conseguenza la Catalogna si inserì completamente nel sistema neofranchista: da una parte la borghesia catalana fece un patto con l’oligarchia spagnola, per poter godere di una più ampia autonomia, e dall’altra parte i partiti riformisti della classe lavoratrice catalana , il P.S.C. socialista e il P.S.C.U. eurocomunista, si tuffarono a capofitto nella “democrazia”. Quelli che rimasero fuori da questo consenso furono ridimensionati. Per molti anni l’indipendentismo fu minoritario.

Questo accordo istituzionale fu rotto nel 2011 dal Partito Popolare, il Partido Popular di José María Asnar e di Mariano Rajoy. Di conseguenza la maggior parte della borghesia catalana ha deciso di giocare la carta della sovranità, vedendo che una larga maggioranza di lavoratori catalani si stava unendo alla lotta per l’indipendenza. La borghesia catalana pensava di poter controllare e indirizzare il movimento indipendentista a seconda dei suoi interessi. Per ottenere un’autonomia più ampia all’interno dello stato Spagnolo, uno status confederale. Ma la Spagna non può accettarlo in nessun modo, poiché le cose si sono intesite in quella partita di Mus, dove alla fine la borghesia catalana ha scommesso tutto in una mossa azzardata: nel referendum per l’autodeterminazione del 1 ottobre del 2017.

Adesso sappiamo che quel giorno la borghesia catalana si è intimorita, da un lato vedendo la determinazione del popolo lavoratore catalano, la passione, il coraggio nella lotta e la sua forza, e dall’altra davanti alla violenta repressione terrorista del Regno di Spagna. Tutto lo stato, guidato dal re Filippo VI, era pronto ad andare fino in fondo senza contare i morti. E con questo erano d’accordo tutti i partiti nazionalisti spagnoli, inclusi il P.S.O.E. e Podemos.

Quindi la borghesia catalana ha fatto retromarcia, ed è rimasta senza una strategia indipendentista. Poiché, alla fine, la supposta sinistra indipendentista, ovvero la C.U.P., non è stata altro che un satellite della borghesia catalana.

Di conseguenza, al momento, il processo di liberazione nazionale e sociale della Catalogna è bloccato, ma io non ho dubbi sul fatto che presto o tardi il popolo lavoratore catalano troverà la sua strada, quella dell’indipendenza e del socialismo, rivendicando e costruendo la Repubblica Socialista Catalana. Questo si svilupperà cambiando dall’interno la stessa C.U.P. ed il resto della sinistra indipendentista o creando una nuova forza rivoluzionaria? La pratica risponderà a questa domanda.

Noi, tutto sommato, abbiamo espresso una totale solidarietà al popolo lavoratore catalano, e guardiamo con ammirazione il grande ed ampio movimento di massa che hanno creato. Gli diciamo una sola cosa: considerando che è finito il tempo del lideraggio borghese per ottenere l’indipendenza, la borghesia catalana non lotterà per l’indipendenza e ancora meno per il socialismo, perché va contro gli interessi della sua classe. Solo la classe lavoratrice può portare la nazione catalana all’indipendenza, realizzando la rivoluzione socialista.

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7.- Ci spieghi quali sono attualmente le condizioni dei prigionieri politici baschi? 

La situazione dei prigionieri politici baschi è molto crudele. Quell’avanguardia politica che ha lavorato negli ultimi 60 anni ha lasciato proprio lì i suoi militanti, in carcere (sostenendo che il governo spagnolo non voleva negoziare con loro), e la repressione che subiscono insieme ad altri prigionieri politici baschi è come quella del passato o ancora più violenta. La E.A.O.E. Ezker Abertzale Ofiziala Erreformista (ricordiamo che sono integrati in EHBildu) ha ordinato loro di accettare la legge politico penitenziaria del nemico, ed un certo numero di prigionieri politici sta lavorando in questo. Sappiamo che alcuni non hanno imboccato questa strada e sappiamo che sono capaci di mantenere saldi la dignità politica e personale, la solidarietà umana e politica ed i loro obbiettivi politici. Sappiamo anche che 6 prigionieri politici baschi non sono già più nell’E.P.P.K. (Euskal Preso Politikoen Kolektiboa), perché non sono d’accordo con la linea politica scelta dall’E.P.P.K., quello che è l’E.P.P.K. storico , dalla stessa E.T.A. ed in generale dalla socialdemocrazia basca.

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in NOTES

Raffaele Sciortino

Se vogliamo andare oltre gli aspetti psicopatologici della situazione politica italica, è utile fare due considerazioni generali.

Primo. Già in occasione del varo del governo gialloverde pesante era stata l’ipoteca richiesta da Mattarella sia in tema di dicastero dell’economia sia più in generale a garanzia dell’affidabilità italiana nei confronti dei mercati e della UE. In questo annetto si è poi visto che anche il premier, un oscuro paglietta dallo sguardo sornione, era della cerchia del pdr, se non da subito sicuramente lo è diventato, nello stile trasformista tipico del suo ceto (e da sincero adepto di Padre Pio). L’obiettivo era chiarissimo: controllare, ostacolare, imbalsamare, svuotare i due partiti populisti per distruggere quanto di pericolosamente sociale e anti-establishment c’era nel consenso elettorale raccolto, per poi al momento giusto…

Se è così, nello show agostano - dietro i movimenti confusi delle comparse messi in risalto dalle cronache bulimiche dei media buone solo a rim(bambin)ire la gente - il protagonista principale è stato il partito di Mattarella: lo Stato profondo con le sue tecnocrazie ministeriali, Bankitalia, la magistratura, i corpi armati, gli incroci trasversali con la Chiesa, i media e il partito del Pil, probabilmente anche con una parte delle reti di potere meridionali spaventate dal progetto di regionalismo spinto della Lega. Tutti uniti a evitare un secondo round di scontro con la Ue sulla prossima legge di bilancio, uno scontro cui preferiscono uno sconto in cambio degli scalpi politici da offrire a Bruxelles.

Secondo. La crisi italica va provincializzata, collocandola sull’orizzonte europeo. Qui assistiamo ad una vera e propria crisi di governabilità dei sistemi politici di stati cruciali: dal Brexit - con il tragicomico mix di colpi di mano dei conservatori, immobilismo dei laboristi, spinte secessioniste scozzesi - alla Spagna priva da un pezzo di governi centrali stabili e a rischio secessionismo dei ricchi catalano, alla Francia scossa dal più importante scontro sociale di classe, in Occidente, dallo scoppio della crisi globale. Neppure la stabile Germania è esente da smottamenti, tra la crisi irreversibile della sinistra socialdemocratica, la strana ascesa dei Verdi pro-debito - per l’economia green, chiaro, non per le spese sociali - e l’appannamento strategico della Merkel.

Se è così, solo apparentemente il voto europeo ha stoppato la rincorsa delle forze populiste, palesando in realtà tutte le fragilità e le linee di faglia intra- e inter-statuali. La questione di fondo è la crisi dei blocchi sociali e politici interni in uno con lo smottamento della collocazione geoeconomica e geopolitica dell’Europa, sballottata tra fedeltà transatlantica e scontro Stati Uniti/Cina (e Russia) che chiama dazio. Su tutto, la recessione economica in arrivo. Disinnescare per quanto possibile la mina vagante italiana, a rischio contagio innanzitutto in Francia, è diventata allora questione fondamentale per la UE e la sua nuova Commissione.

L’obiettivo, al momento, sembra raggiunto con la formazione del governo di un Conte neo-umanista born again basato sull’inedito asse 5S-Pd uscito fuori - su pressioni fortissime dei poteri europei e nostrani, segretario Montalbano dixit - da quello che sembra a prima vista un rocambolesco autogol di Salvini. Che, per il suo crescente consenso effettivo a fronte di un M5S sempre più slavato e disorientato, è diventato il pollo da spennare oggi per venir cucinato a fuoco più o meno lento domani (appigli ce ne sono o verranno creati: Russiagate, indagini sui comportamenti anti-umanitari e, se necessario, tanto altro ancora, magari anche guai giudiziari, ora che il pollo è stato mollato dai trumpisti…). Distruggere il suo progetto di Lega, dopo che già i 5S sono cappottati, ecco l’obiettivo delle forze europeiste, interne e esterne.

Ora, non è chiaro e forse neanche importante se Salvini abbia commesso un clamoroso errore politico oppure valutato di chiamarsi fuori - in attesa di un ritorno sull’onda dell’impopolarità del nuovo governo (ma, appunto, è tutto da vedere se ciò sarà possibile) - temendo uno scontro aperto sulle autonomie regionali, che avrebbe minato la sua idea di partito sovranista nazionale alienandogli il Meridione. Ufficialmente non avrebbe potuto prendere le distanze dai maggiorenti della Lega, e dalla sua stessa base popolare padanista, e uno scontro aperto sulla questione lo avrebbe di sicuro esposto al rischio di diventare o succube o nemico della trimurti Zaia-Maroni-Fontana. Va tenuto presente che la Lega attuale contiene due partiti in uno, quello borghese padano già filo-berlusconiano e quello nazionalista salviniano: il primo ha bisogno di Salvini per ampliare consenso elettorale e potere ma non vuole certo rinunciare alla propria rete di interessi legata principalmente alla filiera produttiva tedesca, e quindi alla UE, ed è allineato al partito del Pil contro reddito di cittadinanza e quota cento; il secondo si presenta popolare e anche operaio con un orizzonte (pseudo)sovranista filo-Usa ma è, al momento, assai debole al sud. La difficile situazione attuale del leader va dunque commisurata a questa contraddizione di fondo tra il suo progetto e l’autonomismo padano europeista (stile bavarese: v. http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=915http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=915); oltreché, in politica estera, alla non completa coincidenza con i progetti di Trump per la Russia: mentre Salvini pensa agli affari e a controbilanciare il potere di Bruxelles trovando sponde a Mosca e Washington, Trump vorrebbe una Russia alleata in quanto sottomessa, cui eventualmente togliere le sanzioni in cambio della rinuncia di Mosca ai legami con Pechino e alla proiezione in Medio Oriente. Insomma, in cambio del suo ruolo di guastatore interno all’Europa, al leader leghista Trump non sembra disposto a concedere nulla ma, come a Washington si è abituati a fare con gli utili idioti, si pretende a gratis.

Quanto ai 5S, c’è poco da dire che non sia sotto gli occhi di tutti. Bersaglio da subito del partito del Pil e strapazzati dalla Lega (troppo, si sarà ricreduto Salvini), si sono lasciati prendere a schiaffi da chiunque. Sempre più democristiani nei comportamenti interni e nelle scelte politiche - fino al voto a favore della neo-commissaria europea! - si sono ridotti a un contenitore moribondo di voti in uscita libera, che l’esperienza di governo prossima potrà solo rimandare ma non bloccare e tanto meno invertire. La fine ultraveloce dell’esperienza grillina non rimanda, però, tanto o solo alla pochezza del personale, quanto all’impossibilità di tenere insieme istanze inconciliabili: cittadini frastornati dalla crisi e imprese sempre più voraci e parassitarie, Nord e Sud, giovani e meno giovani, meritocrazia pretesa e risposte raffazzonate a domande sociali reali. Il tutto in assenza di una qualche consistente spinta dal basso, mentre l’unico movimento reale, quello NoTav, è stato sacrificato sull’altare della governabilità (con la benedizione di un Grillo sempre più rin-gretinito che crede di vedere nell’Italietta allo sbando un laboratorio economico-sociale del Green New Deal da far calare su di un popolo non rivelatosi all’altezza degli… elevati. Ma non è certo l’unico a non voler vedere che un capitalismo verde sarebbe per l’essenziale un mix di tasse ecologiche sui ceti bassi più debito pubblico pro-imprese, il tutto condito da tagli al welfare e misure neocolonialiste contro i paesi extra-occidentali produttori di materie prime). Insomma, l’istanza cittadinista si è rivelata inconsistente a fronte dell’assenza, al di là di qualche accenno, di un’effettiva politica sovranista ma, soprattutto, a causa del sistematico evitamento dello scontro coi poteri forti. Come possibile sottoprodotto di tutto ciò avremo forse, ma anche questo è tutt’altro che garantito, una mutazione di fatto dei 5S in Lega Sud dai connotati plebei in cerca di addentellati e mediazioni nelle reti di potere territoriali, nazionali, europee.

Il Pd da parte sua è un partito evanescente e frantumato - Calenda già in uscita, Renzi in attesa della prima occasione per spaccare e crearsi un partito macronista, il pezzo emiliano-romagnolo oramai regionalista spinto - che cercherà di usare i 5S come ciambella di salvataggio per continuare a esistere ancora un po’ (tipo modello Chiamppendino in via di sdoganamento, una volta archiviato il fastidio NoTav, in una Torino moribonda ma smart, tutta turismo e… nuova Salerno-Lione). In politica estera si colloca decisamente, e non da ora, dal lato filo-Usa, ma sul versante dei Democratici e dello stato profondo, la fazione che spera che Trump tolga il disturbo e si possa ritornare al precedente ordine mondiale lasciando all’Europa qualche margine ma pur sempre in funzione anti-cinese.

L’operazione mattarelliana Pd-5S è dunque pienamente di palazzo, in puro stile gesuitico. Nulla la possibilità di varare un blocco sociale con una sia pur minima stabilità e possibilità di indicare una prospettiva di lungo corso. Serve a prendere tempo e, non ultimo, a evitare che il prossimo presidente della repubblica sia espressione diretta di una destra ipotecata dalla fazione sovranista. Comunque vada, più zombie non fanno un vivente. A scorno della sceneggiata del fronte unito anti-salviniano Grillo-Renzi-antirazzisti-antifascisti-meridionalisti-preti-centrosocialisti (con qualche meritoria eccezione), per la salvezza nazionale e la rinascita della sinistra progressista grazie all’evitamento… del voto (simpatico questo risvolto anti-elettoralistico, esplicitamente rivendicato p.es. nelle pagine de Il Manifesto, da parte di chi ha fatto fin qui del voto garantito dalla Costituzione un feticcio intoccabile per le classi dominate: che la democrazia formale non serva più a contenerle? Anche a sinistra si è alla ricerca di un governo di illuminati?).

L’aspetto di fondo di questa commedia psicopolitica degna del miglior situazionismo è che essa mostra il livello cui è giunta la destrutturazione del sistema politico. Che se non è equivalente con il sistema dei poteri effettivi, ne è però stato fin qui, tra alti e bassi, elemento inaggirabile di mediazione dello stato e del capitale con le istanze e le classi sociali. Dei grillini - oramai esaurite le proficue ambivalenze di cui sono stati espressione - resta appunto il merito, peraltro del tutto involontario, di aver rivelato la crisi profonda di un sistema che nulla potrà riportare indietro alle caselle precedenti. Quello che si evidenzia è un generale incasinamento (pur con una temperatura delle tensioni sociali ancora bassa). L’Italia ne è solo il riflesso più abbagliante in un’Europa percorsa da profondissime e molteplici linee di faglia. La soluzione mattarelliana non è in grado di risolvere alcuno dei problemi del declino italiano e può solo sperare in un soccorso tedesco almeno di medio periodo, ciò che Berlino al momento farebbe volentieri, se non fosse per l’ammuina creata da Trump con la guerra dei dazi e la recessione alle porte. Che metteranno a dura prova la tenuta della UE costringendo a scelte decisive nei rapporti commerciali e nelle alleanze politico-militari. La pantomima italica - con seri rischi di frammentazione dello stesso tessuto nazionale - si svolge in questo quadro da cui non è possibile prescindere.

Su questo sfondo un attenuamento delle politiche restrittive di bilancio da parte della UE potrebbe dunque essere transitoriamente indispensabile per evitare un ulteriore indebolimento con la perdita di pezzi in direzione degli Stati Uniti e per cercare di prevenire forti scontri sociali, cui in questo momento ci sarebbero ben poche carote da offrire. Ma, appunto, si tratterà di vedere quali saranno le condizioni degli eventuali sconti, sui quali conta il nuovo governo. E, al di là di eventuali aspettative passive che dovessero riattivarsi tra la gente, è escluso a priori che ce ne sia per tutti e che il corso generale verso il baratro risulti invertito. L’Italietta, con una massa notevole di risparmi e quel che resta dell’apparato produttivo, è un boccone che la finanza internazionale deve ancora trovare il modo di ingurgitare a dovere. Delle ragioni di fondo che cosiddetti populismo e sovranismo hanno fin qui (mal)interpretato sentiremo ancora parlare: si spera, alla prossima tornata, un po’ più in salsa francese tipo conflitto di classe à la Gilets Jaunes…

31 agosto ‘19

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