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Articoli filtrati per data: Friday, 27 Settembre 2019

Segnaliamo questa raccolta di interviste audio che Radio Onda D'UrtoRadio Onda D'Urto ha effettuato in occasione del terzo sciopero globale per il clima durante la manifestazione a Brescia.

Troviamo che le risposte degli studenti siano molto interessanti innanzitutto perchè evidenziano quanto sia diffusa la consapevolezza e la volontà di informarsi tra chi partecipa alle mobilitazioni, se pure ancora affidandosi a figure terze come scienziati ed esperti. In secondo luogo emergono tra le parole degli intervistati molti dei nodi aperti di questa lotta, tra i rischi di un greenwashing o di un recupero, fino alla, per quanto confusa ancora, individuazione del problema della crisi climatica su un livello sistematico. Chiara è la sfiducia, o almeno la fiducia condizionata nei partiti politici e nella politica in generale, e in retroscena emergono le questioni sociali e generazionali proprie dei giovani. Colpisce anche la lettura che alcuni intervistati danno alla figura di Greta, assumendone il carattere simbolico e necessario per catalizzare l'attenzione, ma senza innalzarla in alcun modo a figura scevra di contraddizioni. A uno sguardo attento si notano gli embrioni delle possibili direzioni e divaricazioni che questo movimento, nel bene o nel male, dovrà affrontare, ma intanto l'aspetto importante è che i giovani stanno ritrovando una propria voce, dei propri codici, una propria indisponibilità e hanno molte cose da dire.

Buon ascolto!

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Ripubblichiamo questa buona riflessione di Malanova.infoMalanova.info sullo sciopero di F4F, che inquadra le mobilitazioni da un'ottica generazionale con un'attenzione alla questione del reddito e delle migrazioni dei giovani del sud.

 

Al di là dei facili criticismi sterili, sul senso complessivo di questo tipo di mobilitazioni, esse hanno il merito di aver indicato un nervo scoperto, una contraddizione insanabile della nostra contemporaneità, il fato che il sistema Terra è un sistema chiuso e che lo sviluppo industriale, più votato alla crescita economica che al progresso sociale, ha prodotto disastri socio-ambientali oramai in ogni angolo del pianeta. Ma non si sono limitate a ciò, stanno man mano indicando una serie di responsabilità collettive e soprattutto, che i disastri ambientali non sono materia per i soli ecologisti o terreno per i soli ambientalisti, su questi problemi si misura il livello di educazione delle collettività al rispetto per sé stessi, è un termometro che rileva il grosso problema dell’individualismo spinto di questa sciagurata contemporaneità.

Al di là della centralità del tema ambientale, quel che pare trasparire da molte piazze sia una certa rivalsa generazionale, uno scatto d’orgoglio di una generazione spesso etichettata come dormiente, incerta, distratta e insensibile. Cadere nelle facili catalogazioni è sempre un rischio, soprattutto quando su tali catalogazioni ci si costruiscono improbabili impalcature pseudo sociologiche.

Gli slogan scanditi in strada e gli interventi dai vari palchi, depurati da alcuni contrappunti stonati del solito ceto politico in cerca di rifarsi un’immagine, riportano il rifiuto di un’etichetta imposta da quella stessa generazione che ha creato il disastro ambientale che stiamo vivendo o che nella migliore delle ipotesi non ha potuto fare molto per frenarlo.

Quindi molta animosità ed entusiasmo, molta voglia di protagonismo e di rivalsa, per scrollarsi di dosso alcuni cliché, tanta voglia di fare che, si spera, riesca ad andare oltre la data, oltre il momento topico dell’appuntamento di piazza, in questo aspetto le piazze da Roma in giù non possono essere paragonabili a quelle del resto del Paese. In un territorio, quello meridionale, nel quale ormai non è più possibile parlare di migrazione dovuta ad uno specifico fenomeno, ma come di un meccanismo di riproduzione di forza lavoro (cognitiva, bracciantile e operaia) da esportare in altri luoghi; in questa latitudine diviene assai più arduo sperare che questi giovani possano perpetuare l’impegno preso in queste piazze.

È in questo elemento di crisi che si rafforza quel conflitto generazionale, enunciato in maniera genuinamente epidermica negli interventi dalle piazze. È in questa criticità devastante, in questa contraddizione esplosiva che bisogna affondare il conflitto. Uno scontro tra una generazione che ha deciso e ancora decide le strategie per il futuro, che ipoteca l’esistenza e precarizza la vita, e una generazione che non solo la subisce ma che viene stigmatizzata per il suo tentativo di fuga da una realtà che non riconosce.

Cosa si può pretendere da un soggetto che non conosce il suo passato dal momento che gli è stato suggerito che il passato è barbarie, è arretratezza e colpa, che il presente è incerto e che il futuro, qualunque sia, non è qui ma sarà in un altrove, in un’altra città o in un’altra nazione. Come si può pretendere un’assunzione di responsabilità per “salvare” una terra che non f altro che dargli una patente di conformità per l’estero. Sono questi i punti di crisi da analizzare, la visione di un futuro compatibile con la vita e l’esistenza, il benessere come equilibrio tra le esigenze sociali e quelle ambientali, rifiutare la schiavitù derivata dal ricatto del reddito, lo strumento preferito da un sistema economico che precarizza finanche l’equilibrio climatico.

 

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Nella notte tra il 25 e il 26 settembre un enorme incendio è divampato nella fabbrica chimica Lubrizol di Rouen, cittadina della Normandia, spigionando un'enorme nube tossica che si è riversata sui campi e sull'abitato. La fabbrica appartiene a Warren Buffett, avete presente? Quello di "La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta." Non è ancora chiaro cosa ha provocato "l'incidente", né la sua reale portata inquinante, ma diverse testimonianze parlano di effetti immediati sulla natura e sull'uomo: uccelli morti, persone che si sono sentite male e campi e abitazioni coperti dalla polvere sprigionata dalla nube. I giornali italiani hanno trattato brevemente la notizia e se ne sono disinteressati come d'altronde accade spesso in questi casi, ma crediamo sia importante provare a capire meglio cosa è successo. La vicenda di Rouen (come quelle precedenti di Seveso, Bhopal, Chernobyl e Fukushima) ci interroga ancora una volta su cosa questo sistema di sviluppo produce, su come lo produce e su quali sono gli effetti su chi lavora alle produzioni e su chi vive nelle vicinanze. Non si può più ignorare, in queste giornate in cui la questione della crisi climatica è sulla bocca di tutti, la caratteristica mortifera e distruttiva della legge del profitto capitalista e della conseguente mercificazione dell'esistente. Per capire meglio cosa sta succedendo a Rouen pubblichiamo la traduzione di un testo di Ruen dans la Rue che inizia ad analizzare i punti opachi della vicenda.

 

Lubrizol: le domande che infastidiscono

Se l'incendio della fabbrica Lubrizol è stato ampiamente coperto dai mezzi di comunicazione, molte domande restano senza risposta. E le domande più importanti sono ignorate. Eppure questo tipo di dramma ci permette di vedere una certa verità sul mondo in cui viviamo. Comprendiamo allora che il disastro non inizia nel momento in cui le fabbriche e le centrali nucleari esplodono. E' il mondo stesso che è il disastro.

Cos'è la fabbrica Lubrizol? Cosa sta facendo? A chi appartiene?

Lubrizol produce additivi per lubrificanti, oli, carburanti e vernici. La fabbrica di Rouen, creata nel 1954, conta 400 dipendenti. L' azienda appartiene al conglomerato berkshire Hathaway, diretto dal miliardario americano Warren Buffett (terzo uomo più ricco del mondo secondo la classifica Forbes, con una fortuna stimata a 82,5 miliardi di dollari).

Nel 2013, un incidente industriale aveva già avuto luogo sul sito, causando una fuga di mercaptano, un gas nauseabondo. Lo stesso incidente si era già verificato nel 1975 e 1989. Un principio di incendio ha avuto luogo anche il 3 settembre scorso, era a Havre. La fabbrica non è quindi al suo primo incidente, sembra anzi una cosa piuttosto consueta.

L'incidente alla fabbrica Lubrizol è classificata Seveso "soglia alta". si trova in un centro città (sul comune di Rouen stesso), è circondata da abitazioni, nel cuore di una metropoli di diverse centinaia di migliaia di abitanti che si trovano sotto i venti prevalenti.

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Cos'è un sito di Seveso?

Nel 1976 si verifica un'esplosione in una fabbrica chimica situata sul comune di Seveso, nel nord-Ovest Dell'Italia. Una nuvola di diossina scappa dalla fabbrica e contamina i pavimenti, la vegetazione, il bestiame e la popolazione dintorni. A seguito di questa grave catastrofe industriale, una direttiva europea è stata emessa nel 1982 (è stata completata e rinnovata in molte occasioni) per consentire di identificare i siti industriali che presentano rischi di incidenti importanti.

I siti Seveso sono classificati in base al tipo di prodotto e ai rischi che presentano. 110 siti sono classificati Seveso in Normandia (25 nella metropoli Rouen Normandia), di cui 58 in "soglia alta".

La Dreal (direzione regionale dell'ambiente, dell'allestimento e dell'alloggio) è incaricata di controllare i siti seveso e deve regolarmente effettuare ispezioni. Che ne è stato nella fabbrica Lubrizol di Rouen? Quali sono le regole per la prevenzione dell'incendio? Sono state rispettate? Nel momento in cui il governo decide di ridurre alcuni bilanci dedicati alla protezione dell'ambiente, i mezzi assegnati alla Dreal erano sufficienti?

Quali sono le sostanze sprigionate nell'atmosfera? Quali sono i rischi per la salute a breve e a lungo termine?

Al di là delle immagini impressionanti dell'incendio, si pone la questione delle conseguenze di un tale incidente per la salute degli abitanti e per l'ambiente in generale. Un grave inquinamento della Senna, a causa dei trabocchi dei bacini di ritenzione, è già previsto. La fabbrica che sta ancora bruciando contiene importanti quantità di idrocarburi e altri prodotti chimici. 2500 tonnellate di idrocarburi sono stoccati sulla zona che circonda direttamente la fabbrica.

Le combustioni incomplete di idrocarburi possono generare idrocarburi policiclici aromatici (Hpa), altamente cancerogeni. Si trovano ad esempio nel fumo del tabacco. Uno sguardo alla scheda tossicologica del benzo[a]pirene, rappresentante tipo della famiglia dei Hpa, dà una buona idea della pericolosità di questo tipo di sostanza. (fonte: Inrs).

Di fronte a incidenti di questo tipo, come nel caso del nucleare, ci sentiamo impotenti perché non disponiamo di altre informazioni che quelle che le autorità vogliono comunicare. L'inquinamento dell'aria, dell'acqua, della terra, del cibo ci appare come un problema complesso, tecnico, per cui siamo rapidamente costretti a delegare l'assunzione di responsabilità per questo problema agli esperti autorizzati. Ma la verità arriva spesso troppo tardi, quando le conseguenze sulla salute sono già irreversibili. In un mondo in cui tali eventi sono ahinoi chiamati ad accadere sempre più frequentemente, la riappropriazione collettiva del sapere, dei mezzi di misura, della conoscenza dei veleni prodotti dall'industria appare come una necessità.

 

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C'è un problema nella comunicazione del governo?

Come al solito in questo tipo di casi, la comunicazione del governo (Prefettura, ministri, servizi dello stato) è rassicurante, arriva a sfiorare la negazione o la contraddizione. La Palma dell'eufemismo-tutto-salvo-che-rassicurante torna senza dubbio al ministro dell'interno Christophe Castaner che, venuto a farsi fotografare con i vigili del fuoco, ha dichiarato questa mattina: " come ogni pennacchio di fumo comporta un certo numero di prodotti pericolosi ma secondo le analisi realizzate questa mattina non vi è nessuna pericolosità particolare, anche se bisogna evitare di inalare questi fumi ". in breve: nessun pericolo, ma evita comunque di inalare perché è comunque forse ben pericoloso.

I soliti elementi di linguaggio sono schierati: non bisogna "cedere al panico", l'incendio è "stato domato" (anche se si impara che ci vorranno giorni per spegnerlo, a causa di un fuoco" complesso tecnicamente" ), ci promette la "trasparenza", di "le informazioni in diretta alla popolazione", istituiremo "cellule psicologiche". il pennacchio di fumo può essere "ansiogeno", i risultati delle prime analisi Sono "rassicuranti" (secondo Pierre-André Durand, prefetto di Normandia).

Che si tratti di inquinamento ambientale o violenza della polizia, i governi sono abituati a mentire, disinformazione e minimizzazione. Le informazioni fornite dalle autorità dovrebbero pertanto essere prese in considerazione con la massima cautela.

Che ci dice l'incendio di Rouen del mondo in cui viviamo?

In tali circostanze, il fatto più grave è che in nessun momento i diversi attori a cui viene data la parola - rappresentanti dello stato, politici, esperti, media - pongono le domande che infastidiscono: perché ci sono tali fabbriche nelle nostre città? E perché ci sono ancora tali fabbriche? Qual è la loro ragione di essere? In nome di cosa la nostra salute, quelli dei nostri cari, dei nostri bambini è costantemente messa a rischio? C'è una connessione tra la fortuna del signor Buffett e la pioggia nera che è caduta sulla nostra testa da questa mattina?

Le devastazioni dell'industria sono troppo spesso viste attraverso il semplice prisma dell'incidente, quando l'orrenda verità che si nasconde dietro le mura delle fabbriche che gestiamo quotidianamente viene allo scoperto. Ma il termine incidente potrebbe non essere appropriato, poiché questi siti industriali - e la logica del profitto che giustifica la loro esistenza - contengono nella loro normale operatività la potenziale esposizione di coloro che vi lavorano e di coloro che vivono nel paese vicino alla malattia e alla morte.

Quanti Seveso, Bhopal, Chernobyl, Fukushima o Lubrizol ci vorranno per capire che non si tratta di spiacevoli incidenti sul lavoro? Quante piogge tossiche, avvelenamenti massicci, epidemie di cancro arrivano alla conclusione logica che tutte queste industrie mortali di idrocarburi, chimica, nucleare non devono controllare, regolare o assicurare ma abolire?

Ruenfeu

Nel seguente video un gilet giallo mostra le melma che si è depositata e esclama: "e poi la mia macchina non supera la revisione perchè inquina"!

 

 

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Il 17 Settembre Israele richiama parte della popolazione alle elezioni anticipate.
I palestinesi rimangono delegittimati e strangolati tra politiche razziste e sioniste.

 

Il 17 Settembre Israele richiama parte della popolazione alle elezioni anticipate. Una parte perché, all’interno di un regime di apartheid, votare è un diritto riservato a pochi. È importante fin dal principio sottolineare che 5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, e le cui vite sono direttamente controllate da Israele, non possono votare, mentre 600.000 coloni israeliani che risiedono illegalmente in Cisgiordania hanno il diritto di voto. In Palestina si crea quindi una situazione paradossale, in cui i palestinesi vivono attorniati da colonie illegali israeliane, i cui abitanti sono gli unici a poter decidere delle loro sorti. Nessuna autodeterminazione, nessuna libertà, nessuna risoluzione. Israele controlla l’economia, i confini, i movimenti, i servizi e le vite della popolazione palestinese. Non è un caso che in contemporanea allo svolgimento del teatrino elettorale e delle “consultazioni democratiche” le forze di occupazione Israeliana in pochi giorni abbiano: arrestato il ministro dell’Autorità Palestineseil ministro dell’Autorità Palestinese delegato agli affari per Gerusalemme; arrestato più di 100 palestinesi tra TulkaremTulkarem, Ramallah, NablusRamallah, Nablus, Issawiya e SilwanIssawiya e Silwan; ucciso una donna a sangue freddo al checkpoint di Qalandia.

All’intero del quadro elettorale è importante sottolineare che solamente la minoranza palestinese residente nei territori del ‘48 (Israele) ha avuto la possibilità di votare. Le opzioni della minoranza palestinese del ‘48 erano principalmente due: il boicottaggio delle elezioni e votare per la lista araba unita. Durante la campagna elettorale vi è stato un acceso dibattito tra chi esortava al boicottaggio delle elezioni e tra chi temeva che non votando si sarebbe aggravata la condizione dei palestinesi.
Esaminando i programmi dei leader sionisti, le loro campagne e le loro promesse non sembrano esserci differenze sostanziali sulle sorti della popolazione palestinese. Vi è chi inneggia all’annessione della Valle del Giordano, chi promette un’invasione della Striscia di Gaza e chi promette la costruzione di colonie.
I risultati delle elezioni erano prevedibili. Nessun partito ha ottenuto la maggioranza. La coalizione Blu-Bianco del generale Benny Gantz e il partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu non riescono, con le loro coalizioni ad ottenere la maggioranza dei seggi. I due partiti ottengono rispettivamente 33 e 32 seggi in parlamento con percentuali praticamente fotocopia 25.9% e 25.1%. Il terzo partito dallo spoglio dei voti risulta essere “La Lista Araba Unita”, guidata da Ayman Odeh, una coalizione che riunisce i partiti palestinesi in Israele. La formazione araba ottiene 13 seggi con un 10%. Gli altri partiti che siederanno in parlamento sono 6 e sono tutti sionisti seppur con varie sfumature green, liberal e rosé. Ottengono percentuali ad una sola cifra e si dividono i restanti 42 seggi. La formazione del governo per il momento sembra una chimera, già le elezioni dello scorso aprile avevano consegnato allo stato coloniale di Israele un parlamento frammentato incapace di esprimere un governo. Queste elezioni sono la diretta conseguenza della spaccatura nella coalizione di destra. Avidgor Lieberman, leader del partito ultranazionalista Yisrael Beiteinu (Israele casa nostra) ha rotto la storica alleanza con la Likud di Benjamin Netanyahu. La posta in palio erano i rapporti di forza all’interno della coalizione di destra che governava Israele, i dissidi tra i partiti ultraortodossi e gli ultranazionalisti, guidati appunto da Lieberman.

La grande novità di questa tornata elettorale è la perdita della maggioranza relativa da parte della Likud, il partito dell’attuale e più longevo presidente di sempre in Israele, Benjamin Netanyahu. L’attuale presidente, probabilmente logorato da tanti anni al potere è finito sotto la lente della magistratura per diversi scandali tra cui un caso di corruzione. Il suo principale sfidante sull’onda dell’indignazione istituzionale ha sfruttato questo per legittimarsi in uno spazio politico centrista per il rispetto delle istituzioni, ma chi è Benny Gantz, il leader del partito bianco-blu?

Se Benjamin Netanyahu è assai noto alle cronache per le sue posizioni di aperta pulizia etnica dei palestinesi e per le sfrenate politiche neoliberiste che in questi anni hanno devastato la Palestina tutta, poco è noto del suo sfidante. Benny Gantz è un ex generale ed ex capo di stato maggiore dell’esercito di occupazione sionista. Benny Gantz è stato dipinto dai giornali nostrani come salvatore della democrazia Israeliana, rappresentante di una lista di centro-sinistra. Ma come spesso accade per i politici sionisti, progressisti e non, è un criminale di guerra che negli anni è stato al comando delle peggiori operazioni militari condotte contro il popolo palestinese. Nel 2006 ha partecipato all’operazione “Summer Rain” a Gaza e alla seconda guerra del Libano, tra il 2008 ed il 2009 ha condotto il massacro “Piombo fuso” a Gaza, nel 2012 ancora è al comando dell’operazione “Colonna protettiva” ed nel 2014 “Margine protettivo”. Un bel curriculum per un “medio-progressista” è notizia di questi giorni che l’ex generale e politico Israeliano stato citato alla corte dell’AIA per crimini di guerra legati all’operazione margine protettivo.

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È impotante capire anche chi è l’altro attore protagonista di questa tornata elettorale. Avidgor Liberman, il leader di Yisrael Beiteinu, viene generalmente indicato dai giornali nostrani come il leader degli Israeliani russofoni. In realtà Lieberman è un colono che vive illegalmente in Cisgiordania e strenuo difensore degli Israeliani residenti in West Bank e delle politiche più oltranziste per l’espansione delle colonie e l’annessione dei territori palestinesi occupati con conseguente espulsione della popolazione palestinese. Lieberman disse in relazione alla marcia del ritorno dei palestinesi che si avvicinavano disarmati al confine tra Gaza e le terre del ‘48 che per un soldato sparare ad un manifestante disarmato era un modo per “alleviare lo stress”.  Lieberman rappresenta in pieno il paradosso di Israele: un colono scappato dall’allora Unione Sovietica che rappresenta le comunità russofone Israeliane. Una comunità di coloni che si stabilisce in una terra lontana e pretende, con la violenza delle armi, di deportare o uccidere la popolazione indigena per rubarne la terra. Una perfetta rappresentazione della storia di Israele metonimia di uno stato coloniale. Questa formazione ultranazionalista che rappresenta coloni e russofoni ha preso poco meno del 7% e con 8 seggi si prepara a diventare l’ago della bilancia del prossimo parlamento. 

In questo panorama sembrerebbe chiaro che la “Lista Araba Unita” di Ayman Odeh non ha nessuno spazio di manovra anche perché le principali richieste della lista sono la fine delle demolizioni di case palestinesi e l’abolizione della legge che designa ufficialmente Israele come stato ebraico. Eppure l’alleanza che era già nell’aria in campagna elettorale si è concretizzata, a parole, nella prima tornata di consultazioni. Infatti la Odeh si è detto disponibile ad un governo con a capo Benny Gantz. Una mossa incomprensibile se non fosse che Netanyahu ha alzato il tiro non di poco in campagna elettorale paventando annessioni, nuove colonie e l’invasione di Gaza, spingendo gli arabi a qualsiasi manovra pur di far cadere Netanyahu. Una strategia che nonostante tutto non sembra aver sortito alcun effetto, infatti per ora il premier incaricato di formare il governo è proprio Netanyahu. Ayman Odeh ha mostrato esclusivamente come in un sistema di apartheid e controllo demografico il voto a quei pochi palestinesi che ancora possono formalmente accedere a questo diritto non può essere considerato uno strumento di lotta. La formazione del governo resta in mano a Likud e Blu-Bianco. Due partiti senza i quali non è possibile formare un governo, due partiti che si sono scontrati sulla base della leadership e della lealtà alle istituzioni senza mai mettere in discussione le pratiche di genocidio ed apartheid coloniale. Il generale Gantz, che potrebbe mettere fine all’era di Netanyahu ha tutte le carte in regola per divenire il protettore della patria. Sarà in grado, magari con proposta di pace basata sulla soluzione a due stati, perpetuare politiche di genocidio alternando alte intensità di violenza a politiche di soft-power. La popolazione palestinese resta, sin dalla fondazione dello stato di Israele, strangolata e delegittimata all’interno dello scacchiere burocratico-elettorale. Queste elezioni dimostrano più che mai, con buona pace dei commentatori liberal internazionali, che l’unica soluzione in Palestina è la lotta. L’unica pratica che, storicamente, ha permesso ai popoli oppressi di liberarsi dal giogo coloniale.

 

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Sul terzo Sciopero Globale per il Clima lanciato da Friday for Future in tutta Italia

Duecentomila in piazza a Roma. Lo stesso a Milano. 100,000 a Torino, sulla stessa linea Napoli. Almeno 50mila a Firenze. Più di 20mila a Bologna, almeno 15mila a Catania. Diecimila a Genova e Cagliari, ma anche a Bari e Parma. E via proseguendo con cortei che in più di 180 città del paese hanno segnato la giornata di oggi, la terza dopo quelle degli scorsi 15 marzo e 27 maggio. Il terzo sciopero globale per il clima ha portato in piazza più di un milione di persone in tutta Italia.

Soprattutto giovani e giovanissimi, capaci di portare nelle piazze, in maniera variegata per pratiche e discorsi, una netta ostilità ai processi di cambiamento climatico. Piazze che sempre di più stanno ponendo il tema delle responsabilità, che non possono essere condivise. Nonostante rimanga forte la presenza di retoriche anestetizzanti che guardano il dito al posto della luna, che puntano sui comportamenti del singolo e sulla necessità del dialogo con le istituzioni (ascoltiamola davvero Greta su!), sia oggi in piazza che negli scorsi giorni sono stati presi di mira a livello simbolico gli attori responsabili della catastrofe climatica.

Che siano le catene di fast fashion come H&M o le aziende energetiche come Eni, si inizia a delineare una insofferenza verso la retorica dei potenti per la quale alle parole non seguono mai i fatti. Per cui bisogna attivarsi contro un modello di produzione sempre più spietato e violento, che non guarda in faccia nessuno pur di estrarre risorse e accumulare profitto, distruggendo i territori e la salute di chi li abita.

Al fianco di tanti cartelli divertenti, che testimoniano la vasta attivazione giovanile sul tema, ne appaiono tanti in cui si ricorda come "L'ambientalismo senza la lotta di classe è giardinaggio". Una frase bellissima, tagliente, di Chico Mendes, fatta propria dai tanti che oggi hanno invaso le strade del paese. Lotta di classe significa, in ultima istanza, individuazione dei nemici. Significa creare un noi e un loro. Significa smentire la responsabilità collettiva di processi che sono invece derivanti da precise azioni e precisi soggetti. Significa affermare che non c'è interesse generale da difendere, che non c'è nessuna "stessa barca".

La sfida che ha davanti l'antagonismo di fronte alla lotta sul tema delll'ecologia politica è tutta qui. Viaggiare sul doppio binario che da un lato costruisce momenti di piazza importanti come quelli di oggi, e dall'altra costruisce, scavando lentamente, una lettura e una pratica di classe ai processi in atto. Stare dentro, per orientare contro. E' un mondo pieno di finti amici, là fuori. Non solo gli ormai impresentabili negazionisti. Non solo i Cacciari e le loro stravaganti teorie. Ai tempi del governo del greenwashing siamo di fronte alla necessità di contrastare in tutti i modi un approccio collaborazionista a livello istituzionale, puntando a disvelare quale sia la reale natura di questo esecutivo, quale sia in generale l'obiettivo della classe capitalista nella contesa in corso. A individuare le controparti, per uscire dalla secca del movimento d'opinione.

Non mancano infatti le contraddizioni nei cortei, ed è giusto sollevarle per poterle affrontare. Ci sono stati cortei dove sindacati appartenenti a confederazioni apertamente SI Tav come la Fiom hanno partecipato, a sprezzo del ridicolo. Stiamo notando pletore di sindaci e assessori che si affollano a rivendicare a turno la patente del più green di tutti, sancendo nelle loro stanze dichiarazioni di emergenza climatica che cozzano con la realtà degli atti politici che prendono qualche secondo dopo, appena i riflettori si sono spenti. Stiamo leggendo le parole di un governo si precipita subito a dirsi al fianco delle piazze, al fianco dei giovani.

Ma come si può sostenere grandi opere come TAV e TAP ed essere credibili con queste dichiarazioni? Come si può continuare ad imporre un destino assassino sulla popolazione di Taranto e dirsi vicini alle ragioni dei manifestanti? Come si può esaltare il ruolo di aziende come Eni e dirsi pronti alla rivoluzione verde? Nemici che sfilano in testa al corteo, come da brechtiana poesia, non li vogliamo. E questa minaccia che lotte per il futuro, che gli scioperi sull'emergenza climatica dovranno affrontare per darsi durata e incisività.

E' necessario allo stesso ribadire, ancora una volta, che esiste ormai come dato acquisito un nuovo protagonismo giovanile. Inaudito, ancora maggiore in queste piazze rispetto agli ultimi anni di mobilitazione sul tema delle riforme scolastiche del periodo 2008-2011. Dalla necessità di dare corpo a questa attivazione, di renderla continua e non orientata unicamente all'evento, dobbiamo ripartire.

Si apre un autunno in cui la battaglia sull'ecologia politica può potenzialmente tradursi in una mobilitazione sociale, di massa e non estemporanea. Capace di nutrirsi della spinta di una fase di movimentazione globale che non si vedeva dal 2003, dai movimenti contro la guerra in Iraq, come abbiamo visto la scorsa settimana con piazze di centinaia di migliaia di giovani che si sono mosse in tutto il mondo. Sembra sempre più chiaro che questo movimento è qui per durare, stretto tra l'impossibilità da parte capitalistica di trovare reali soluzioni alla crisi e la determinazione gioiosa e speriamo sempre più incazzata di tanti giovani. Alla lotta!

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Uno psicologo di Hannover è stato arrestato a Milano. Il retroscena sarebbe un mandato di ricerca della Turchia. L’uomo che era in vacanza in Italia è curdo e nel 1996 aveva chiesto asilo in Germania.

Di nuovo un cittadino tedesco è stato fermato all’estero, di nuovo la ragione è un mandato di cattura turco: Adnan Ö., che lavora come psicoterapeuta a Hannover, era in vacanza in Italia con la sua compagna, secondo quanto noto a WELT, il 21 settembre le forze di sicurezza lo hanno arrestato a Milano.

Il retroscena sarebbe un’indagine in Turchia, il Paese si è rivolto all’organizzazione internazionale di polizia Interpol chiedendone l’intervento. Di cosa di preciso sia accusato, ancora non si sa. Non è il primo caso di questo genere: critici lamentano che su queste liste di ricerca vanno continuamente a finire oppositori politici e persone innocenti. La Turchia, così l’accusa, starebbe usando l’istituzione di polizia per procedere contro persone sgradite. Adnan Ö. è curdo e nel 1996 ha chiesto asilo politico in Germania, che ha poi ottenuto. Ormai ha anche un passaporto tedesco. Ora Ö. È agli arresti in Italia.

Su domanda di WELT al Ministero degli Esteri, il caso è noto alle autorità. Il consolato generale di Milano sarebbe in contatto con l’interessato e avrebbe attivato assistenza consolare. Altre informazioni non sono state date per motivi di protezione della persona.

Mahmut Canbay, intendente del Mut!Theater di Amburgo è amico di Ö., al telefono racconta a WELT dell’arresto: „Sabato poliziotti sono arrivati nel suo albergo e lo hanno prelevato. È successo dal nulla.“ La sua compagna si troverebbe ancora in Italia e starebbe cercando di ottenere informazioni. Canbay stesso nell’agosto di quest’anno era stato arrestato al suo ingresso in Turchia. È stato interrogato per otto ore e poi gli è stato imposto un divieto di ingresso. Canbay era in viaggio con un gruppo di giovani per recarsi a un festival di teatro nella metropoli Izmir in Turchia occidentale.

Ö. ha studiato psicologia in Germania e poi ha lavorato a Amburgo e Hannover. L’uomo, originario di Malatya, ha nazionalità tedesca, ma ha ancora anche quella turca. Se questo fosse desiderio esplicito di Ö. non è chiaro. Ci sono molti racconti di persone di origine turca, in particolare critici del regime, che sono stati maltrattati nei consolati e che lo Stato turco considera ancora cittadini, che abbiano o meno un passaporto [turco].

Anche nel caso di Ö. il fermo è avvenuto con l’aiuto di Interpol. L’autorità di polizia pubblica liste di ricerca su richiesta dei Paesi membri. Se un Paese membro vuole avviare la ricerca di un sospettato, informa Interpol con una „red notice“ („notizia rossa“ o „notizia di urgenza“) e dirige la collaborazione transnazionale.

di Philipp Woldin

Fonte: Welt

Traduzione di Rete Kurdistan

 

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