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Articoli filtrati per data: Tuesday, 24 Settembre 2019

Pubblichiamo questo articolo che propone un buon quadro delle tensioni geopolitiche avvenute negli ultimi giorni in Medio Oriente. Il conflitto tra la coalizione composta da Arabia Saudita - Israele – USA, schierata contro l'Iran ed i suoi alleati, ha attualmente raggiunto un apice con il recente attacco alla Saudi Aramco. La produzione petrolifera saudita è stata messa in ginocchio nel giro di un giorno. I due alleati dell'impero a stelle e strisce vivono oggi una fase di discreta instabilità politica interna. Diretta conseguenza di ciò è il tentativo, da parte della fazione imperialista, di trascinare sul campo il conflitto per adesso fatto di sanzioni e provocazioni ai danni potenza sciita, che a sua volta trova al suo interno un'ala più dura e una più "dialogante". Gli U.S.A. per il momento temporeggiano: Trump è evidentemente spaventato dalla prospettiva d’apertura di un nuovo conflitto, i cui esiti sono tutt'altro che scontati. La strategia americana del "caos controllato" mostra oggi tutta la sua fallacia. Similmente il tentativo di contenimento operato nei confronti della Russia in Medio Oriente, dopo la tenuta di Assad in Siria, sembra non aver funzionato. L’amministrazione statunitense dovrà fornire risposte celeri ai suoi alleati strategici nell'area, pena la perdita totale d'influenza. Le opzioni sono sostanziate in un possibile nuovo accordo sul nucleare, in cui l’Iran potrebbe chiedere condizioni favorevoli alla sua causa, per via della posizione strategica del paese sullo stretto di Hormuz, oppure un conflitto aperto, a cui gli Stati Uniti ed i suoi alleati non sono pronti. Con le elezioni israeliane che non hanno consegnato un vincitore certo e quelle statunitensi a breve distanza è difficile prevedere la risoluzione della questione, ma la certezza è che i grattacapi per gli USA sono appena cominciati e una brezza di guerra si muove ben oltre il conflitto regionale dello Yemen.

Di Andrea Caiulo

Martedì 17 settembre missili da crociera e droni-bomba hanno colpito le strutture della compagnia petrolifera Aramco, in Arabia Saudita. L’azione è inserita all’interno del contesto della guerra civile yemenita, scoppiata nel 2015, e vede coinvolti attori regionali ed internazionali. Sul piano strettamente locale, la fazione Houthi (guerriglieri sciiti) ha il possesso della capitale, Sana’a, ed è affiancata alle forze fedeli all’ex presidente Alì Abdullah Saleh. In opposizione vi è il governo del presidente Hadi, che occupa la zona di Aden e tutta la parte est del paese. Il conflitto si è articolato in fasi alterne a partire dal 2004, sino ad arrivare nel 2015 ad una forte acutizzazione, quando gli Houthi, insoddisfatti per la ripartizione territoriale yemenita e per la deriva autocratica assunta dalla presidenza Hadi, hanno conquistato gli edifici presidenziali nella capitale ed hanno forzato le dimissioni dell’intero governo. Nel marzo dello stesso anno l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto ed ha sostenuto i fedeli del presidente Hadi, temendo l’avanzata delle forze Houthi e pro-Saleh su Aden. Lo Yemen si è quindi configurato negli ultimi quattro anni come terreno di scontro fra Arabia Saudita ed Iran.

Il conflitto non è ancora giunto ad una effettiva risoluzione. I bombardamenti sauditi continuano. Dopo quattro tregue a cui sono seguite nuove acute fasi di scontro, nel giungo 2019, si è assistito ad un nuovo ipotetico zenit d’attrito.

La repubblica islamica iraniana è attualmente coinvolta nel sostegno del gruppo armato sciita degli Houthi. L’apporto iraniano alla causa degli Houthi è cresciuto negli ultimi due anni. Ufficiali iraniani appartenenti al Sepāh-e Qods (un’unità speciale del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica) hanno espresso l’idea di aumentare il processo di potenziamento dell’apparato bellico Houthi, inviando via nave armi e risorse alla fazione sciita, impegnata da anni nella lotta per il riconoscimento delle proprie istanze politiche. L’Arabia Saudita ha continuato a sostenere le forze del presidente Hadi tramite interventi militari e raid aerei nell’ovest del paese, al fine di limitare quella che Riyad ha definito come “l’esportazione dello sciismo” al di fuori dei confini iraniani.

Gli attacchi coordinati alle strutture saudite della Aramco hanno messo temporaneamente in ginocchio la metà della produzione petrolifera del paese, più di cinque milioni di barili in fiamme. All’indomani dall’attacco le previsioni sul prezzo del petrolio hanno registrato valori record: 62,90 dollari al barile, un tale aumento dei prezzi di mercato non veniva registrato sin dal 2009. Trump ha replicato ignorando le rivendicazioni effettuate dagli Houthi, ha accusato Teheran di aver fornito le armi al gruppo sciita operante in Yemen ed ha minacciato pesanti ritorsioni nei confronti della repubblica islamica. Il senatore Lindsey Graham ha affermato, in linea con la posizione espressa dal presidente Trump, che “gli Stati Uniti dovrebbero considerare l’opzione di un possibile attacco alle raffinerie di petrolio iraniano”, nonostante l’incertezza mostrata dal governo statunitense nel definire il responsabile dell’azione.

Al fine di approfondire le indagini sugli attacchi, il governo saudita ha permesso ad esperti internazionali di analizzare il sito dell’attacco. Dalle indagini condotte e dai comunicati stampa emessi da Riyad si evince che l’attacco è stato condotto con missili e droni che hanno sorvolato l’Iraq del sud e lo spazio aereo del Kuwait prima di arrivare sul bersaglio. Il governo saudita ha fatto sapere che, nonostante l’entità delle perdite petrolifere, nelle prossime settimane intensificherà la produzione di petrolio allo scopo di non compromettere il mercato internazionale.

Dall’Europa, la posizione del governo tedesco è favorevole alla distensione. La Cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha affermato di preferire un processo diplomatico, che si dice pronta a portare avanti nel tentativo di preservare lo status quo.

Javad Zarif, ministro degli esteri iraniano, ha condannato il coinvolgimento statunitense nel sostegno alla coalizione guidata da Riyad, e tramite un tweet ha affermato: “Agli Stati Uniti non importa quando i suoi alleati bombardano senza alcun riguardo i bambini in Yemen per oltre quattro anni, con le sue armi e la sua assistenza militare. Ma il governo Trump interviene improvvisamente quando vengono colpiti gli impianti petroliferi sauditi”.

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Riceviamo e diffondiamo la notizia di un nuovo attacco armato subito dal CODEDI, organizzazione indigena dello stato di Oaxaca, presso Santiago Xanica luogo natale dell’organizzazione.

L’attacco, come confessato da uno degli assalitori catturato, è stato eseguito materialmente da alcuni rappresentanti municipali del gruppo del PRI al potere nel municipio. Un ennesimo esempio messicano della collusione tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata volti a favorire la propagazione di conflitti all’interno delle zone autonome a danno di chi quotidianamente si organizza per difendere la propria vita ed propri territori dagli attacchi estrattivi portati avanti dalle grandi multinazionali. Rispetto l’accaduto apprendiamo dalle pagine del CODEDI che: “di fronte a tanta lordura chiediamo in maniera contundente, al governo statale e federale ed ai gruppi del crimine organizzato che sono al servizio dello Stato, il rispetto del territorio delle comunità indigene. E allo stesso modo facciamo una appello ed esigiamo la presenza di un autorità Federale per consegnare il “detenuto” perché non confidiamo nel governo statale poiché continua ad ignorare la risoluzione del conflitto latente nella regione. Inoltre annunciamo che il CODEDI oggi più che mai siamo uniti e pronti a difendere i nostri territori e per questo ci siamo costituiti come polizia comunitaria; e difenderemo le nostre terre, le nostre risorse naturali e il diritto alla vita. Non ci fermeremo. Hasta la Victoria siempre! ”

Di seguito il comunicato sui fatti del 23 settembre 2019.

ALLE ORGANIZZAZIONI SOCIALI E AI COLLETTIVI.
AGLI ORGANISMI NAZIONALI E INTERNAZIONALI PER I DIRITTI UMANI.
AI MEDIA LIBERI E A COMMERCIALI
AI POPOLI DEL MESSICO E DEL MONDO.

Domenica 22 settembre, la casa del signor César Reynaldo Luis Díaz è stata attaccata con armi di grosso calibro. Già nel 2017, la famiglia del compagno era stata attaccata dalla scorta del signor Ricardo Luria Alcázar.
Oltre a queste due aggressioni, il 12 febbraio 2018, tre compagni dell'organizzazione CODEDI sono stati assassinati all'altezza della collina di Miahuatlán de Porfirio Díaz. Il 17 luglio, il compagno Abraham Hernandez è stato assassinato e il 27 settembre dello stesso anno è stato assassinato Noel Castillo, di Barra de La Cruz, comune di Santiago Astata.
Oggi, a quasi due anni da questi eventi, i responsabili materiali e politici di questi crimini continuano in piena libertà ed anche oggi continuano gli attacchi ai compagn* del CODEDI.
Il procuratore dello Stato Rubén Vasconcelos ha dimostrato la sua incapacità e la poca importanza data alla risoluzione di questi caso, pertanto chiediamo le sue immediate dimissioni perché non si è dimostrato all'altezza di poter risolvere il problema della violenza di Stato.
Giorno dopo giorno la criminalità organizzata avanza verso le comunità indigene, arrivano notizie quotidiane di donne uccise. Il governo dello stato parla di pace, ma sono loro che hanno permesso a questi gruppi criminali di entrare nei nostri territori e sono spesso loro che li manovrano per usarli contro coloro che si organizzano e poi se ne lavano le mani.
Chiediamo al governo federale di intervenire per arrivare ad una rapida soluzione di questo conflitto. Non vogliamo avere niente a che fare con il Procuratore di Stato. Vogliamo soltanto sue le dimissioni e non ci fermeremo finché non lo farà.
Chiediamo alle organizzazioni sociali e ai collettivi la loro solidarietà, di essere attenti a queste azioni di violenza e di unirsi alla richiesta di dimissioni del Procuratore di Stato.

Basta con la violenza contro le popolazioni indigene!
Dimissioni immediate del Procuratore di Stato!
Rispetto per l'autodeterminazione dei popoli!
Giustizia per i compagni assassinati!

Comitato per la difesa dei diritti degli indigeni (CODEDI)
Centro di formazione Ex Finca Alemania

Santa Maria Huatulco, 23 settembre 2019

Traduzione a cura de “la PIRATA” , Plataforma Internazionalista per la Resistenza e l’Autogestione Tessendo Autonomie

 

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Nell’equinozio di autunno cade l’ultimo diaframma. Tra cruda realtà e illusione criminale.

Al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite, a nome di un’intera generazione, Greta Thunberg urla “Come osate?” (“how dare you?”) ai capi del mondo. “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica?”.

Parole di fuoco che riecheggiano ormai ovunque.

Persino nelle viscere della terra. Proprio in una caverna sotto le Alpi dove, poche ore prima, un gruppo di ottusi pensionati si era ritrovato a celebrare lo stentato avanzare dell’opera più inutile d’Europa: il tunnel del TAV Torino Lione.

Un tempismo perfetto, quello degli umarell d’alto bordo, che offre la plastica rappresentazione della pervicace e anacronistica assurdità dei loro lugubri festeggiamenti.

Un’opera che determinerebbe colossali emissioni di CO2 per la sua realizzazione, mai più recuperate nel suo incerto utilizzo.
Una follia sviluppista, figlia di delirii vecchi di trent’anni. Che vorrebbero giustificarne la realizzazione vaneggiando incrementi delle merci da trasportare fino a 5-10 volte i flussi attuali. Non solo ipotesi già sconfessate dalla storia ma ormai iconizzate come sciagure da evitare: una crescita di questa entità sarebbe completamente antitetica con la limitazione dei consumi e delle emissioni pianificata, sempre più fortemente, dall’Unione Europea. La stessa Unione che continua a millantare sostegno economico a questa illusione criminale.

Macron e Conte, anche a New York, si affannano a plaudire alla ribellione crescente dei giovani. E intanto continuano ad avallare quest’opera devastante che sta rubando il futuro degli europei, distogliendo immani risorse economiche alle azioni urgenti di lotta al cambiamento climatico e alla crisi ambientale globale.
Ed è in questo clima di schizofrenia istituzionale, gli attempati cavernicoli SiTav si accapigliano a venerare la loro talpa d’oro.

“Il mondo si sta svegliando e il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no.” dice Greta.

Il Movimento NoTav è sveglio da oltre trent’anni, per difendere il futuro di tutti.

E voi, idolatri dell’estinzione, restatevene nelle vostre caverne, su questo pianeta non c’è più spazio per voi. Come osate scavare quel tunnel?

da notav.infonotav.info

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