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Articoli filtrati per data: Tuesday, 10 Settembre 2019

Il terrorista neofascista Stefano “Er Caccola” Delle Chiaie, 82 anni, accusato di concorso in strage nell’attentato di Bologna e coinvolto anche nelle inchieste sulla strage di piazza Fontana a Milano, fondatore di Avanguardia Nazionale, è morto all’ospedale Vannini di Roma.

Delle Chiaie è uno dei personaggi chiave dell’intreccio tra neofascisti, pezzi dello Stato, industriali e altri centri di potere, nazionali ma non solo, che furono responsabili dei decenni delle bombe di Stato, tra fine anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, oltre che uno dei bracci armati del tentato golpe Borghese del 1970: la notte del 7 dicembre 1970, sarebbe stato proprio Delle Chiaie a comandare l’unità composta da neofascisti di Avanguardia Nazionale penetrata nel Ministero dell’Interno.

Fuoriuscito dall’Italia a fine 1970, Delle Chiaie andò prima in Spagna e poi in SudAmerica. In Bolivia partecipò nel 1980 al cosiddetto “Golpe della cocaina”, portando al potere il dittatore Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie, il “boia di Lione”) e di vari gruppi paramilitari, più o meno narcotrafficanti.

In SudAmerica Delle Chiaie per 17 anni ha vissuto – piuttosto comodamente – da latitante, fino al 1987, quando si consegnò alla polizia italiana a Caracas, dove viveva con il suo nome e grazie – furono le sue parole – “a un sussidio in qualità di informatore dei Servizi Segreti”.

Scagionato dai processi italiani in base alla formula…dell’insufficienza di prove, a partire da inizio anni Novanta Delle Chiaie è tornato sulla scena della destra neofascista, tra agenzie di stampa – Publicondor – e altre iniziative para-comunicative e para-culturali, tutte più o meno collegate al tentativo di resuscitare la disciolta Avanguardia Nazionale: cosa poi avvenuta negli ultimi anni, con tanto di blog, manifestazioni pubbliche (poche, in verità, come quella di Roma del 25 aprile 2019 fuori dal Tribunale di piazzale Clodio, assieme a Forza Nuova), incontri e “cene comunitarie”, anche a BresciaBrescia.

Da Radio Onda d'UrtoRadio Onda d'Urto

L’intervista a Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre.

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Sulla chiusura dei profili social di Casapound e FN

Diciamolo subito. A noi non dispiace che i profili social di Casapound e Forza Nuova siano stati oscurati. Quando diciamo "nessuno spazio al fascismo!" stiamo esplicitamente rivendicando che ai peggiori servi del capitalismo, ai peggiori assassini razzisti e sessisti, non venga concesso in alcun modo di esporre le proprie bestialità. Ci riferiamo ovviamente alla nostra azione politica quotidiana, ma senza dubbio non ci intristiamo se i camerati subiscono dei colpi a prescindere da noi.

Piuttosto, li valutiamo per quello che sono. Esito di manovre tra poteri differenti, che non agiscono sulla totalità dei rapporti di forza. In particolare, non agiscono sul campo di scontro che a noi davvero interessa, quello dei tentativi si riproduzione fisica di gruppi e gruppuscoli nei nostri territori.

Prendiamo allora per quello che è un colpo come questo, che di fatto azzera la militanza del 90% dei coglioni tricolori che affollano il web (e fuori spariscono come neve al sole). La vicenda della cancellazione dei profili ci porta però ad altre considerazioni. In primis, il precedente che si crea, e che di fatto segna una svolta importante per quanto riguarda il colosso di Zuckerberg.

Per accreditarsi verso le nuove circolari dei ministeri dell'interno sulle conseguenze politiche di un social "aperto" ad ogni contenuto (Russiagate e Cambridge Analytica), e in un contesto in cui sta cambiando la sua mission verso altri obiettivi (ad esempio Libra), Facebook recinta ulteriormente il tipo di contenuti al suo interno. È un grosso passo verso lo svuotamento di quel luogo come territorio di campagna politica, processo in corso già da anni in particolare proibendo particolari parole chiave.

Il passaggio di milioni di utenti, soprattutto dei più giovani, verso Instagram, e la contemporanea riduzione di Twitter a luogo più da elite che di massa in termini di partecipazione sembrano far preludere un disimpegno di Zuckerberg da alcune fonti di profitto come quella del dibattito in rete. In secundis, è da segnalare il fatto che le motivazioni per cui la cancellazione social è avvenuta è l'istigazione all'odio, che non si accorda con le policies dei social network. Una motivazione che implica la possibilità di cancellazione di tanti altri account; e non solo quelli che si rifanno più o meno velatamente alle idee (neo)fasciste.

Ad esempio poco tempo fa ad essere oscurati sono stati profili e post dei sostenitori della causa curda (dei cui aguzzini Facebook è ben pronto a translare in rete i provvedimenti repressivi - come nella democratica e liberale Germania dove ne sono state addirittura oscurate determinate bandiere); e non è detto che non accada ancora in futuro. E cosa farebbe il social di Zuckerberg se l'amministrazione Trump equiparasse a terrorismo internazionale l'adesione ai valori antifascisti (al di là della problematicità di una simile misura)? Facebook non è uno spazio di libera discussione delle idee, non lo è mai stato anche se qualcuno assurdamente continua ancora a crederci.

Il problema è non interpretare la forma e la sostanza. Un po' come quando ritorna a girare l'ipotesi dello sgombero di Casapound, e in maniera un po' superficiale ci si lancia in inni alla gioia senza capire che se il problema è l'illegalità e non le politiche prodotte allora c'è poco da esultare.

Dovrebbe farci riflettere il modo in cui reagiscono altri. Fa sorridere, a dire poco, che Repubblica in un editoriale oggi applauda Facebook per averci ricordato che "il fascismo non è un'opinione ma un crimine". Definendo Zuckerberg un campione di antifascismo e Facebook finalmente abile nel suo ruolo di corpo intermedio (!!!!), addirittura "un cuscinetto tra i predicatori del disprezzo e gli antifascisti" (!!!!!).

Da chi ha condotto una campagna durissima contro la piattaforma Rousseau affermando che aziende private non dovrebbero gestire processi pubblici, ci si aspetterebbe un po' più di coerenza. Ma è la politica dei dietrofront: finita la stagione delle manganellate di Minniti agli antifascisti, ora si può esultare perché il compagno Zuckerberg ci ha liberato del pericolo nero. E vai così!

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Nuova inchiesta aperta dalla procura di Lecce per violazione dei vincoli paesaggistici, abusi edilizi, inquinamento di falda, violazione della V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) riferita al TAP (Trans Adriatic Pipeline) del tratto terminale del gasdotto nel territorio di Melendugno.

Tra le 19 persone indagate, una società e i rappresentati legali di ditte appaltatrici ed i vertici di Tap: rispettivamente di country manager, project manager, Icop, Saipem, Geoambiente, Nuova montaggi, R.A. costruzioni e direttore dei lavori; a loro viene contestato di aver "realizzato le opere del tratto italiano del gasdotto marino e terrestre" anche "su aree sottoposte a vincolo paesaggistico e idrogeologico, dichiarate zone agricole di notevole interesse pubblico".

Non è certo la prima volta che emerge quanto il sistema delle grandi opere, devastatore dei territori è marcio fino alle radici. I No Tav manifestano da anni l’icompatibilità e pericolosità ambientale del treno ad alta velocità, l’infiltrazione di mafie locali e nazionali all’amministrazione degli appalti e dei cantieri…alla politica però non basta, non interessa, anzi è mandante e legittima tale sistema, ne è parte intrinseca. I governi cadono sulle grandi opere, fanno accordi nevralgici di programma perché su queste si regge il moderno affarismo. Non esistono garanti e garanzie possibili, non esistono governi amici ed è per questo che i movimenti popolari rivendicano il NO intransigente e determinato di chi quelle terre le abita e le vuole difendere, sono lotte ambientali, ma soprattutto di autodeterminazione per una vita degna e sana. Avanti NO TAP!

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