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Articoli filtrati per data: Saturday, 03 Agosto 2019

Pubblichiamo questo articolo perchè chiarisce (a discapito di molte letture troppo multipolariste o che considerano l'imperialismo americano alla stregua di quello russo e cinese) la strategia di contenimento militare a Russia e Cina messa in moto dagli USA, che passa per il riarmo anche nucleare, e la disparità di forze in campo.

Corsa al riarmo. Il Pentagono annuncia il ritiro definitivo degli Stati uniti dall'intesa del 1987 con la Russia. Washington si prepara al braccio di ferro nucleare anche con la Cina e la Ue dà luce verde

Di Manlio Dinucci per il Manifesto

 

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato ieri, dopo sei mesi di sospensione, il definitivo ritiro degli Stati uniti dal Trattato sulle Forze nucleari intermedie (Inf), accusando la Russia di averlo «deliberatamente violato, mettendo a rischio i supremi interessi Usa».

Alla notizia è stato dato in Italia scarsissimo rilievo politico e mediatico (l’Ansa le ha dedicato poche righe). Eppure siamo di fronte a una decisione che ha drammatiche implicazioni per l’Italia, con altri paesi europei a fare da prima linea in un nuovo confronto nucleare Usa-Russia non meno pericoloso di quello della guerra fredda.

Il Trattato Inf, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, eliminò tutti i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5.500 km) con base a terra, anzitutto i missili balistici Pershing 2, schierati dagli Stati uniti in Germania occidentale, e quelli da crociera lanciati da terra, schierati dagli Stati uniti in Gran Bretagna, Italia, Germania occidentale, Belgio e Olanda, e allo stesso tempo i missili balistici SS-20 schierati dall’Unione sovietica sul proprio territorio.

Nel 2014 l’amministrazione Obama accusava la Russia, senza portare alcuna prova, di aver sperimentato un missile da crociera (sigla 9M729) della categoria proibita dal Trattato e, nel 2015, annunciava che «di fronte alla violazione del Trattato Inf da parte della Russia, gli Stati uniti stanno considerando lo spiegamento in Europa di missili con base a terra».

Il piano è stato confermato dall’amministrazione Trump: nel 2018 il Congresso ha autorizzato il finanziamento di «un programma di ricerca e sviluppo di un missile da crociera lanciato da terra da piattaforma mobile su strada».

Da parte sua, Mosca negava che il suo missile da crociera violasse il Trattato e a sua volta accusava Washington di aver installato in Polonia e Romania rampe di lancio di missili intercettori (quelli dello «scudo»), che possono essere usate per lanciare missili da crociera a testata nucleare.

In tale quadro va tenuto presente il fattore geografico: mentre un missile nucleare Usa a raggio intermedio schierato in Europa può colpire Mosca, un analogo missile schierato dalla Russia sul proprio territorio può colpire le capitali europee, ma non Washington. Rovesciando lo scenario, è come se la Russia schierasse missili nucleari a raggio intermedio in Messico.

«Gli Stati uniti – sottolinea Pompeo nella dichiarazione – apprezzano grandemente la costante cooperazione e risolutezza degli alleati Nato nel rispondere alla violazione russa del Trattato». Apprezzamento meritato: gli alleati, Italia compresa, hanno dichiarato la Russia colpevole di aver violato il Trattato, accettando a scatola chiusa l’accusa fatta dagli Usa senza alcuna prova reale.

La cancellazione del Trattato Inf, sospeso anche dalla Russia il 3 luglio, si inserisce in una nuova corsa agli armamenti ormai basata non tanto sulla quantità ma sulla qualità delle armi nucleari e dei loro vettori e sulla loro dislocazione.

Fonti militari informano che gli Stati uniti stanno mettendo a punto nuovi missili nucleari a raggio intermedio con base a terra, sia da crociera che balistici (questi capaci di colpire gli obiettivi in 6-11 minuti dal lancio). La Russia ha avvertito che, se verranno schierati in Europa, punterà i suoi missili nucleari sui territori in cui saranno installati.

L’affossamento del Trattato Inf ha un ulteriore scopo strategico. Lo ha rivelato lo stesso Pompeo, accusando la Cina di schierare (sul proprio territorio) missili nucleari a raggio intermedio con base a terra con i quali «minaccia gli Stati uniti e i loro alleati in Asia».

Il segretario di Stato avverte quindi: «Non c’è ragione che gli Stati uniti continuino a concedere questo cruciale vantaggio militare a potenze come la Cina». Gli Usa dunque si preparano a schierare nuovi missili nucleari a raggio intermedio non solo contro la Russia ma anche contro la Cina. Ambedue in grado di rispondere schierando nuove armi nucleari.

Significativa la posizione della Commissione europea, che ieri ha dichiarato: «Incoraggiamo a preservare i risultati del Trattato Inf, dobbiamo stare attenti a non imboccare la strada di una nuova corsa agli armamenti che ridurrebbe i risultati significativi raggiunti dopo la fine della Guerra fredda».

Ci vuole una bella faccia tosta per dichiarare questo, dopo che la stessa Ue ha contribuito all’affossamento del Trattato Inf: all’Assemblea generale Onu (21 dicembre 2018), l’Unione europea compatta ha bocciato la risoluzione con cui la Russia proponeva di preservare il Trattato stabilendo meccanismi di verifica e negoziati. L’Ue ha dato così di fatto luce verde alla installazione di nuovi missili nucleari Usa in Europa, Italia compresa.

 

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La corte d'appello della Grecia centrale ha ribaltato la condanna di primo grado all’agente di polizia che il 6 dicembre 2008 ha ucciso un quindicenne sparandogli, dalla condanna a vita si è scesi a soli 13 anni e l'agente di polizia è stato rilasciato dopo aver scontato un terzo della pena e il collega condannato a 10 anni viene assolto.

 

Questa decisione ha dato vita a una manifestazione che una volta arrivata nel luogo dell’omicidio di Alexis ha sfogato la propria rabbia su chi tutti i giorni reprime la popolazione e non paga mai per gli abusi commessi.Ci sono stati lanci di Molotov, pietre, tavoli e sedie da bar nelle vicinanze in una squadra antisommossa di stanza fuori dall'ufficio PASOK di Harilaou Trikoupi. Sono due i manifestanti fermati dalla polizia per gli scontri, a loro va tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

 

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L’anno scolastico 2019/2020 inizierà con un record di supplenze, alla faccia delle promesse fatte dal governo giallo-verde.

Le cattedre che non andranno assegnate saranno circa 28mila a cui si aggiungono le cattedre che si sono svuotate in seguito ai pensionamenti per quota cento e non ancora comunicati (sarebbero circa 20 mila). A tutto ciò si sommino le migliaia di supplenze affidate ogni anno agli insegnanti precari. Le cattedre saranno dunque occupate da supplenti, penalizzando lavoratori e lavoratrici, oltre agli studenti che si vedranno negato, come ormai ogni anno, il diritto alla continuità didattica. Continua la propaganda mediatica sui social del ministro Bussetti che pare dare chissà quali possibilità bandendo concorsi che riservano ai ruoli pochissimi posti rispetto alle necessità reali. L’ultimo annuncio su facebook: 60mila assunzioni di insegnanti a partire da settembre. «Ho appena firmato la richiesta al Mef di autorizzazione. Il nostro obiettivo è avere tutti gli insegnanti in classe dal primo giorno di scuola». Sappiamo già che ciò non si potrà realizzare. Come dovrebbe avvenire tutto ciò infatti non è dato sapersi. Il MEF da pochi giorni ha dato il via libera alle immissioni in ruolo dei docenti (53.627) ma con una riduzione di più di 5 mila posti, taglio giustificato dalla riduzione delle iscrizioni degli alunni. Dunque i posti liberati dai pensionamenti di quota 100 non sono stati messi a disposizione per la mobilità e nemmeno per le immissioni in ruolo. Comunque non è una novità che 200mila precari rimarranno tali nonostante i posti vacanti. La giustificazione della diminuzione degli alunni iscritti poi non può reggere perché comunque gli insegnanti precari ci saranno comunque. (se questi posti sono necessari perché non stabilizzare?) così come le classi pollaio dovute alla riforma Gelmini… Insomma, propaganda già sentita dai governi precedenti. Negli ultimi anni il fenomeno della precarietà nella scuola continua ad aumentare: decine di migliaia di cattedre sono rimaste scoperte ogni volta, mai occupate da docenti di ruolo, ma solo da precari e supplenti: 50mila cattedre si sono perse in tre anni, nonostante livello di disoccupazione in Italia, e di precarietà nella scuola, dove tra l’altro le abilitazioni sono state acquisite dopo corsi post-laurea “a pagamento” (così come lo sono i corsi universitari) con grandi sacrifici economici e di tempo.

Gli insegnanti italiani sono sempre più fonte di guadagno per lo stato, per il quale è economicamente più vantaggioso impiegare precari, inserendoli, piuttosto che nell’organico di diritto, nell’organico di fatto (il personale effettivo derivante dalle variazioni numeriche di studenti ecc… nel corso dell’anno) evitando così di dover assumere a tempo indeterminato. Ad oggi, oltre 100 mila persone abilitate nella secondaria di primo e secondo grado e oltre 50 mila diplomati magistrali abilitati non sono ancora riusciti a inserirsi nelle graduatorie ad esaurimento. E che appunto non parlino di titoli non adatti o mancanza di abilitazioni, perché piuttosto che assumere o inserire gli abilitati, e le persone con anni di precariato alle spalle (esperienza che vale più di qualsiasi corso abilitante) quest’anno saranno migliaia le domande di messa a disposizione accolte dai dirigenti. La domanda di messa a disposizione è un’istanza presentata alle scuole, tramite la quale si “avverte” della propria disponibilità per eventuali incarichi di supplenza da parte di persone che non hanno titoli adatti all’insegnamento e che non hanno mai messo piede a scuola e che vengono lasciate a se stesse senza un minimo di formazione. Dunque si tratta di una vera e propria volontà politica. Il problema sarebbe risolvibile senza grandi problemi. Basterebbe assumere, punto. Invece, come se non bastasse, l’ultima manovra ha tagliato alla scuola ben 4 miliardi, pari al 10% della spesa in istruzione, in tre anni. L’Italia in Europa è agli ultimi posti per impiego del Pil nel sistema educativo. Pochi giorni fa, il 25 luglio, persino la Commissione Ue ha aperto una procedura d'infrazione contro l'Italia per abuso di ricorso ai contratti termine nella pubblica amministrazione in Italia anche con riferimento alla retribuzione di anzianità. Lega e Movimento 5 Stelle hanno basato gran parte della loro campagna elettorale proprio sul problema della precarietà nella scuola, disattendendo, come volevasi dimostrare, le speranze di insegnanti, famiglie e studenti, penalizzati sempre più dall’impossiblità di attuare la continuità didattica che invece dovrebbe essere garantita.

Già dalla scuola primaria i bambini e le bambine sempre più spesso vengono smistati in altre classi quando mancano gli insegnanti, vedendosi negato il diritto di fare lezione; pur di risparmiare ormai le scuole-aziende, fanno sì che queste assomiglino sempre più a dei “parcheggi”. È evidente la volontà di qualsiasi governo di volere cancellare il diritto dei precari all'assunzione a tempo indeterminato e di conseguenza il diritto allo studio. Insomma Lega e M5S continuano l’opera di distruzione della scuola portata avanti da Renzi, non dimentichiamo le promesse pre-elettorali della cancellazione della legge 107. In tutto questo ovviamente abbiamo la complicità dei sindacati confederali. Pensiamo al contratto nazionale 2018 che conferma le differenze salariali e di diritti tra lavoratori e lavoratrici. I sindacati di base dal canto loro non hanno saputo gestire la volontà di lottare di molte/i insegnanti. Lo abbiamo visto con la mobilitazione delle maestre, licenziate in massa e pronte a scendere in piazza tutti i giorni, e invitate a mollare la presa dai sindacati di base stessi, che non hanno voluto supportare le mobilitazioni di piazza fino in fondo, fidandosi delle promesse del movimento 5 stelle, che prima delle elezioni ha promesso la risoluzione del problema e che appena salito al governo ha confermato le intenzioni dei governi precedenti. Vedremo anche cosa succederà con la questione della regionalizzazione della scuola. Intanto infatti, sotto la spinta del governo, le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno chiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione. L’obiettivo è quello di regionalizzare la scuola e l’intero sistema formativo tramite una vera e propria “secessione” delle Regioni più ricche, che porterà a un sistema scolastico che funzionerà meglio o peggio in base alla ricchezza del territorio. Si avranno dunque inquadramenti contrattuali del personale su base regionale: salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione diversi tra loro; livelli differenziati di welfare studentesco e percorsi educativi diversificati. Non parliamo poi dell’attacco alla libertà d’insegnamento. Non dimentichiamo i licenziamenti di Torino, che hanno colpito la maestra Lavinia Cassaro e il tecnico dell'Università Pier Paolo Pittavino, così come la sospensione della professoressa Dell’Aria a Palermo. Insomma, le prospettive non sono rosee per le lavoratrici e per lavoratori della scuola, così come per studenti e studentesse. Non ci sono governi amici neanche in questo caso.

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Durante il Festival Alta Felicità, come redazione di InfoAut, abbiamo avuto l'occasione di incontrare ed intervistare molti e molte esponenti di lotte territoriali in giro per l'Europa, ricercatori che si occupano da diversi punti di vista di grandi opere e devastazione ambientale, semplici militanti e attivisti e avventori del festival. Durante questo mese di agosto proveremo a restituire il lavoro fatto in diverse forme, dal reportage alla trascrizione delle interviste. Per incominciare vi proponiamo il dialogo che abbiamo avuto con la delegazione No Tav dei paesi baschi.

Come sta andando la lotta contro il TAV nei Paesi Baschi?

La lotta contro il TAV in Euskal Herria dura da trent'anni, più o meno dallo stesso tempo da cui va avanti qui in Val Susa. Ci sono stati molti alti e bassi, ma all'inizio c'è stata moltissima risposta sociale ai progetti di alta velocità, soprattutto in quella che viene chiamata la comunità autonoma basca e in quella che viene denominata la Y basca. La Y basca è la forma della ferrovia ad alta velocità che unisce le tre capitali delle province della comunità autonoma, ma restava senza un collegamento con la capitale della Navarra. La lotta contro il TAV è stata segnata, credo come qui, dalla repressione, tanto economica quanto giudiziaria e poliziesca. All'inizio la lotta contro il TAV è stata più partecipata dai movimenti libertari. Quella che viene nominata come la sinistra abertzale (n.d.r. sinistra nazionalista basca) ha anch'essa partecipato al movimento, ma è vero che la loro presenza è stata utilizzata dai media e dai politici per mettere la lotta contro il TAV nel saccone del terrorismo. Questa strategia della controparte è andata in crescendo quando ETA ha ucciso un imprenditore di una ditta appaltatrice di una certa sezione di TAV. Questo fatto, combinato con la grossa risposta repressiva che la polizia ha messo in campo durante una manifestazione ad Urbina è stato un punto di inflessione della forza del movimento contro il TAV. Ci sono state altre manifestazioni dopo di questi fatti, una molto importante nella parte nord dei Paesi Baschi (quella all'interno dello stato francese), però nelle province della parte spagnola, la lotta è andata declinando. Attualmente sono già stati costruiti diversi tracciati di questa Y basca che unisce le tre capitali, mancano praticamente solo gli ultimi tratti di entrata nelle tre città e quello con Pamplona. Un anno e mezzo fa sono stati annunciati nuovi progetti di alta velocità che sono quelli che mancano per unire il tratto basco con quello spagnolo. Sia la tratta che unisce Pamplona, sia quella che porterebbe da Burgos a Gasteiz. Questi due progetti hanno fatto sì che i movimenti in Navarra e Alava hanno ricominciato ad attivare la lotta. L'attuale congiuntura politica è diversa da quella che c'era anni fa: la situazione economica sta mettendo in difficoltà lo sviluppo degli ultimi pezzi del TAV nella Y basca e sta mettendo in discussione la credibilità dello stato. I progetti non sono molto sostenuti dalla popolazione, ma stanno andando avanti comunque. Il movimento No Tav in Navarra e Alava è molto forte adesso, e le manifestazioni che si stanno facendo in questo momento sono abbastanza grosse. In Navarra ci sono altri progetti di alta velocità che dovrebbero unire il sud a Pamplona, quello che rimane un'incognita è dove avverrà l'unione con la Y basca. Questa unione si farà attraverso una vallata e una pianura o attraverso questa stessa vallata, ma con un tunnel di 27 km molto simile a quello che vogliono fare qui. Questa è attualmente la situazione.

Qual è la composizione del movimento No Tav in Euskal Herria e quali le similitudini e le differenze che avete rilevato con quello valsusino?

Il movimento No Tav da noi è formato da piattaforme aperte dove ci sono persone che fondamentalmente fanno una militanza a livello individuale. Comunque siamo anche appoggiati da certi settori politici amministrativi, fondamentalmente partiti di sinistra e di quella che viene chiamata sinistra abertzale. Adesso stiamo cercando di coinvolgere nella lotta i movimenti giovanili e settori di agricoltori e allevatori. Ci sono anche alcuni sindacati che appoggiano le nostre rivendicazioni, ma non fanno parte come tali del movimento. Le similitudini con la lotta in Val Susa sono molte: i motivi che portano la gente a prendere parte alla lotta, l'azione repressiva del governo è molto simile, e anche le condizioni di contesto. Quello che è diverso fondamentalmente è la composizione del movimento, perché storicamente da noi hanno cercato di far apparire la lotta contro il TAV come un'azione terroristica e questo ha impedito che altri settori si avvicinassero al movimento. Noi adesso stiamo lavorando nel nuovo contesto politico per ampliare la partecipazione.

In valle e nelle altre lotte contro le grandi opere in Italia si sta iniziando a discutere della relazione tra queste e il cambiamento climatico. Da voi è un discorso presente nel movimento?

Sì, si parla di queste questioni, ma per il momento in maniera molto grossolana. Il messaggio principale è riguardo all'impatto ambientale e sul territorio, allo spopolamento che genera questo tipo di treno nelle vallate di montagna e alle motivazioni economiche. Esistono anche rivendicazioni contro i governi locali, statali e regionali e contro le ditte che vogliono solo farci su dei soldi e sono corrotti e mafiosi. Però il cambiamento climatico come tale non è un motivo che usiamo per convincere la popolazione a partecipare alle mobilitazioni.

In questa nuova fase, aperta dal cosiddetto processo di pace, la società basca si sta mobilitando o sta accettando la pacificazione? Quali possibilità e quali criticità presenta questa fase per il movimento No Tav in Euskal Herria?

La nuova situazione politica al movimento No Tav e a molte altre lotte ha permesso che settori che usavano come scusa le azioni violente per non partecipare al movimento e alle piattaforme contrarie ai progetti si stanno finalmente attivando. Dall'altro lato questo fa sì che, e questa è una delle differenze tra Val Susa e il nostro contesto, qualsiasi azione anche pacifista, ma caricata di un po' di tensione, di uso della forza diciamo, sia molto penalizzata tanto dai media quanto dalla società. Abbiamo sofferto molto la criminalizzazione delle azioni. La gente preferisce vivere prima in delle situazioni di lotta più tranquille assumendosi certe conseguenze e portare avanti una lotta più leggera. Questa mattina ci ha stupito che il settore cattolico del movimento qui in valle accettasse come lotta pacifica il sabotaggio laddove non ci siano danni alla persona. Questo in Euskal Herria è impensabile, oramai nella società basca qualsiasi pratica conflittuale è considerata negativa. Qualsiasi sabotaggio, anche che provochi danni solo agli oggetti e non alle persone, può portare a molti anni di carcere.

Quali sono le prospettive della lotta in Euskal Herria? Pensiamo che queste lotte si moltiplicheranno sempre di più a livello internazionale e sarebbe importante riuscire a costruire un discorso comune di opposizione alle grandi opere. Cosa ne pensate?

Questo è uno dei motivi per cui noi oggi siamo qui ed è parte del messaggio che vogliamo condividere in questi giorni. Al di là delle frontiere siamo gli stessi che lottano contro le stesse cose. Il popolo contro il potere economico e i governi corrotti e mafiosi. Questo è identico dappertutto, con le particolarità territoriali, ma i motivi della lotta sono gli stessi. Le nostre prospettive nei paesi baschi passano dal fermare le linee di TAV già esistenti e fondamentalmente il nostro discorso è cambiato rispetto al passato perché alla nostra opposizione al TAV si aggiunge l'esistenza di alternative. Perciò crediamo che lo stop allo sviluppo senza senso del sistema dell'alta velocità passerà attraverso la proposta di migliorare le linee di treni normali esistenti. Crediamo che questo può essere un punto di forza che potrebbe portare alla fine dei progetti alta velocità. Per essere realistici comunque ci sono dei pezzi di Tav che sono già iniziati e quasi finiti che sarà molto difficile fermare per le posizioni di alcuni partiti politici che hanno interessi in ballo e non si possono permettere di non finire quello che hanno iniziato anni fa.

Ringraziamo il movimento No Tav che ci ha accolto e sosteniamo la gente della valle perché crediamo veramente che fermarlo è possibile!

Alleghiamo anche questa intervista di Fanpage a Itziar Ituño Martínez, tra i protagonisti della serie tv la Casa di Carta, in cui ritorna sui motivi che l'hanno portata a sostenere la lotta NO TAV nei paesi baschi e a solidarizzare con il popolo della Val Susa!

 

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