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Articoli filtrati per data: Monday, 12 Agosto 2019

L’Estate italiana tour non procede nel migliore dei modi per Matteo Salvini: la Sicilia orientale ha ieri riservato un’accoglienza tutt’altro che festosa all’attuale ministro dell’Interno.

Letojanni, Taormina, Catania, Siracusa: una giornata campale che ovunque ha riservato alla Lega nient’altro che fischi, insulti e contestazioni. A Catania centinaia di persone, radunatesi spontaneamente, hanno costretto il ministro dapprima ad entrare frettolosamente in Comune da un ingresso secondario e poi ad annullare frettolosamente la prevista passeggiata in centro con tanto di selfie e granita. La precipitosa fuga in auto del capitano era stata preceduta da quella dell’esigua claque che avrebbe dovuto accoglierlo trionfalmente: la rabbia di tutte e tutti ha sfidato al grido di “Fuori i leghisti da Catania” i cordoni della polizia, costringendoli più volte ad arretrare. Circondati da tutti i lati e letteralmente braccati da una piazza coraggiosa e determinata, i pochi razzisti presenti sono stati cacciati da piazza Duomo, rifugiandosi in una via poco distante. Dalla piazza di ieri emergono alcune considerazioni a nostro avviso fondamentali.

Al di là del lessico stantio della sinistra, ieri non abbiamo assistito ad una giornata di resistenza, anzi. La piazza ha assunto con naturalezza un assetto offensivo, ha rifuggito la passività mettendo a più riprese in crisi il dispositivo fisico di controllo: un’attivazione spontanea che ha messo in campo per ore una pratica continua e ostinata dell’attacco. È questo forse il dato più interessante: il protagonismo dirompente di un soggetto politico trasversale e delle sue condotte conflittuali, la cui emersione non sempre è scontata, ma la cui esistenza è più di una convinzione dai risvolti quasi metafisici. Dopo il venticinque agosto scorso, quando una piazza determinata aveva affrontato le cariche della polizia all’ombra della Diciotti, Catania si riconferma terra ostica per il capitano, lanciando uno strale che ha colpito nel segno. Il silenzio rumoroso del solitamente strombazzante apparato social di Salvini ne è la miglior conferma.

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Una considerazione cruciale che emerge dalla piazza di ieri riguarda la sua composizione: da un lato una ventina di leghisti spauriti, tra i quali si potevano notare senza sforzo le facce di qualche noto fascista e dei fuoriclasse del trasformismo appartenenti al peggior ceto politico cittadino, dall’altro centinaia di persone compatte e determinate, particolarmente eterogenee per età, genere, classe sociale. Una composizione trasversale e spuria, dunque, che non solo neutralizza sul nascere le ormai trite frecciate su centri a-sociali et similia, ma mette radicalmente in crisi la narrazione del consenso universale e compatto di cui Salvini godrebbe nei quartieri popolari e tra le fasce meno abbienti e ne rivela la vera natura, quella, appunto, di mera narrazione semplificatrice. Come testimoniano gli insulti che ieri serpeggiavano fra le vie attorno piazza Duomo, i famigerati figli di papà tanto invocati dalla compagine leghista ieri erano quelli ben nascosti dietro i cordoni della celere. Il Moloch semi-onnipotente del salvinismo è granitico solo se guardato con superficialità e letto attraverso le lenti deformate della sua stessa propaganda o di un certa mise sconfittista: sottovalutarne le radici profonde è errato tanto quanto ignorarne la fragilità. L’incessante campagna elettorale del capitano spara sempre più spesso a salve, tra fughe precipitose e scivoloni quali il neanche troppo velato riferimento di ieri al ponte sullo Stretto: anche la definitiva rottura del governo del cambiamento potrebbe non rivelarsi la mossa più azzeccata, soprattutto al Sud. L’impressione che emerge da ieri è che il grido “traditori” non si riferisse soltanto ai decenni di razzismo anti-meridionale, ma anche, e soprattutto, ai più recenti avvenimenti politici.

Se ieri si è affrontato (e sconfitto) un dispositivo fisico di controllo, dev’essere ora nel mirino il dispositivo ideologico e propagandistico dello schieramento sovranista. Crepe che si aprono, si allargano scricchiolando, si fanno voragine: senza trincerarsi nel purismo ideologico ed evitando come la peste le armi spuntate del gauchisme, è tempo di tornare ad osare, con il coraggio che questo tempo ci richiede e con tutta l'intelligenza strategica che possiamo mettere in campo. Sarebbe un errore fatale continuare a fissare l’oceano dalla spiaggia, scambiando l’assenza apparente di moto della superficie per assoluta immobilità. Le correnti si muovono instancabili, vorticosamente si intensificano e si rimestano, qui sobbollendo sotterranee, qui emergendo dagli abissi: a noi sta leggerne le traiettorie ed approfondirle. Ieri le acque si sono increspate: chissà che un uragano non sia di là da venire.

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Il sultano e l'Isis. La Turchia si accorda per una safe zone in Siria con Washington, poi si accorda con Mosca per ritirare i jihadisti da Idlib in cambio di mano libera contro i curdi. Gli unici a pagare i giochi internazionali.

Di Alberto Negri per il manifesto

Erdogan e Putin si sono messi d’accordo. Tu fai un favore a me lasciandomi mano libera sui curdi e io mi porto via i jihadisti da Idlib e li uso contro le brigate curde Sdf-Ypg, inchiodando gli americani al dilemma siriano: proteggere gli alleati di Washington contro il «califfato» o cedere alle pretese territoriali di Ankara per eliminare la resistenza curda ritenuta vicina al Pkk.

Gli Usa stanno in mezzo ai contendenti con il loro contingente siriano, sotto pressione da mesi tra Manbij e Ain Issa. Erdogan oggi ha tre fronti aperti: la Nato e gli Usa per la fornitura dei missili russi S-400, la Siria e i curdi, l’Egeo per la partita strategica del gas, un great game di cui si parla meno ma che è questione incandescente per Grecia, Cipro, Israele e tutto il Mediterraneo orientale, compresi Libano, Palestina ed Egitto.

Tra l’altro ci coinvolge direttamente per la realizzazione del gasdotto East-Med Pipe, progetto firmato dall’Italia con Grecia e Israele nel 2017. Una pipeline che, sfruttando anche il giacimento egiziano di Zohr, piace molto agli americani per limitare la dipendenza europea dal gas russo e come carta diplomatica per dare consistenza al piano di «Nato araba» a guida israeliana.

Piace meno a Erdogan, per l’alleanza tra Grecia e Israele e che rivendica i diritti suoi e di Cipro turca. Pronto a sfidare le sanzioni della Ue che intende proteggere la «zona esclusiva» di sfruttamento delle risorse sottomarine greco-cipriote.

Il presidente turco ha deciso quindi di tornare alla carica contro i curdi siriani minacciando un’offensiva militare a est dell’Eufrate mentre ad Ankara gli americani trattano sulla richiesta dei turchi di una safe zone in Siria profonda 30 km e lunga 150: una sorta di provincia siriana nelle mani di Erdogan.

L’ennesima zona di sicurezza mediorientale che in questo caso serve a mangiare altro territorio ai curdi, già privati del cantone di Afrin. In poche parole la Turchia sta testando gli americani che si sono appoggiati ai curdi nelle battaglie contro l’Isis.

È il copione preferito da Russia, Iran e Siria di Assad che hanno raggiunto nei giorni scorsi un accordo con la Turchia per una tregua a Idlib, il vero nervo sensibile della vicenda siriana perché qui, nella provincia del nord confinante con la Turchia, ci sono ancora migliaia di jihadisti e le milizie fedeli ad Ankara.

Secondo questa intesa tra Russia e Turchia, stilata con la mediazione del Kazakhstan, Erdogan si è impegnato con Putin a rimuovere da Idlib i gruppi jihadisti e le sue milizie. Non solo, l’accordo di Nursultan (Astana) prevede un compromesso con Damasco per l’insediamento di un comitato costituzionale sul futuro della Siria.

I turchi sono soddisfatti dell’intesa con Mosca, al punto che sono appena ricominciati i viaggi tra i due Paesi senza necessità di un visto.

Con la tregua di Idlib la Turchia riapre, in funzione anti-curda, l’«autostrada del Jihad» inaugurata per abbattere il regime di Assad con l’afflusso di combattenti da ogni parte del mondo musulmano. Non solo Ankara sta ammassando migliaia di soldati al confine a ridosso di Kobane, la roccaforte curda protagonista della resistenza all’Isis.

Ma si prepara a usare le milizie jihadiste del nord-est siriano che compongono una parte del Free Syrian Army (35mila combattenti). Una di queste, la Sultan Murad Brigade, ha partecipato alla campagna turca «Ramoscello d’Ulivo» che ha portato all’occupazione di Afrin e l’uccisione di 4-500 civili.

Risorgono così i fantasmi di un recentissimo passato. L’«ambasciatore» del califfato, Abu Mansour al Maghrabi, un ingegnere marocchino, trattava direttamente con l’esercito e i servizi turchi embedded nelle milizie Isis. Lo ha raccontato con un’intervista in un carcere iracheno a Homeland Security Today, testata diretta da Michael Chertoff, ex segretario della sicurezza nazionale americana.

«La Turchia proteggeva la nostra retrovia per 300 km. Avevamo una strada sempre aperta per far curare i feriti e ottenere rifornimenti di ogni tipo, mentre Ankara puntava a controllare la frontiera con Siria e Iraq, da Kessab a Mosul: lo Stato islamico era funzionale ai piani anti-curdi di Erdogan e alla sua ambizione di inglobare Aleppo».

E ora i jihadisti sconfitti a Raqqa o a Duma tornano ancora utili al presidente turco. Una ricomparsa dell’Isis in Siria sarebbe un grave colpo anche per Trump ma una nuova carta da giocare per Mosca, Assad e l’Iran. Ecco perché la guerra mondiale a pezzi della Siria non finisce mai.

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Gerusalemme occupata-PIC e Quds Press. Le forze di polizia israeliane hanno attaccato selvaggiamente i fedeli palestinesi nella moschea di al-Aqsa, domenica mattina, ferendone almeno 61, secondo una fonte ufficiale palestinese.

“Diversi palestinesi sono rimasti feriti durante scontri con le forze israeliane all’interno del complesso della moschea di al-Aqsa”, ha dichiarato un portavoce dell’autorità islamica dei Beni religiosi, Awqaf, di Gerusalemme.

“I palestinesi sono rimasti feriti mentre impedivano ai coloni ebrei di assaltare la Sacra Moschea”, ha aggiunto.

La Mezzaluna rossa palestinese, nel frattempo, ha affermato che almeno 61 palestinesi, tra cui noti funzionari degli Awqaf islamici, sono rimasti feriti dopo che le forze israeliane hanno attaccato i fedeli con proiettili di acciaio rivestiti di gomma, lacrimogeni e bastoni, aggiungendo che 15 cittadini feriti sono stati evacuati negli ospedali vicini.

da infopal.itinfopal.it

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