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Articoli filtrati per data: Tuesday, 09 Luglio 2019

Un uomo di origine bengalese, Faisal Hossai, di 32 anni, è deceduto ieri presso il CPR di Torino. Arrestato perché senza documenti, violentato nel centro, lasciato morire in isolamento dai secondini nonostante la denuncia degli altri detenuti.

Nella giornata era emersa l'ipotesi che il ragazzo fosse stato violentato alla fine di giugno da altri due ospiti della struttura, anche se la polizia si era affrettata a smentire. Pare confermato da più fonti che l’uomo fosse stato posto in isolamento per 22 giorni, che soffriva di disturbi e che non fosse seguito adeguatamente. E’ evidente che si trattava di un soggetto che non avrebbe dovuto trovarsi all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio, così come nessun altro dovrebbe essere sottoposto a tutto ciò .

Si tratta invece dell’ennesima e assurda vittima (a inizio giugno si è tolto la vita un giovane nigeriano al CPR di Brindisi) di un sistema di detenzione dove vengono reclusi i cittadini non comunitari che hanno commesso il “reato” di non essere in possesso del permesso di soggiorno. Per questa sola ragione, i migranti vengono “trattenuti” in un luogo infernale, una macchina repressiva e di controllo che macina milioni di euro per la sua gestione e in cui la violazione dei diritti umani più elementari è la norma, con la complicità di chi li gestisce e degli organi di polizia. Un sistema che con il decreto legge Minniti-Orlando e con il decreto Salvini ha posto le basi normative per estendersi in tutte le regioni italiane e che ha visto aumentare il periodo di "trattenimento" fino a 180 giorni. 

Appena dentro il CPR torinese si è sparsa la voce del decesso, gli altri detenuti hanno fatto esplodere la protesta. «Tensioni» dicono le grandi testate, sminuendo il fatto. Peccato che le stesse testate giornalistiche avrebbero dovuto essere al corrente di un caso riconducibile alla persona di Faisal, un uomo che prima di essere spostato in isolamento aveva raccontato la storia dello stupro subito a un altro detenuto che era riuscito ad inviare una mail alla Procura, nonché a vari giornali, in cui denunciava la preoccupazioni per le condizioni dell’amico. La mail rimarcava inoltre la situazione di trattamento disumana all’interno della struttura di Corso Brunelleschi, nonché le perenni vessazioni a cui il personale sottopone i reclusi. Non si fa fatica a credere alla veridicità del contenuto di questa mail; la stessa fonte ha in seguito descritto, in un’intervista per Fanpage, una situazione bestiale, in cui anche la richiesta di beni essenziali, atti a preservare la salute fisica e mentale degli individui, rischia di vedersi sotterrare da una spirale di violenza punitiva. Una testimonianza perfettamente coerente con quella che, pochi mesi prima, Tomi, altro detenuto del CPR torinese, aveva espresso attraverso le frequenze di Radio Black Out, scegliendo di portare avanti uno sciopero della fame che aveva fatto talmente arrabbiare medici, polizia e istituzioni, da farlo trasferire al CPR di Bari.

Poche settimane prima dell’accaduto, l’assemblea Ah Squeerto, insieme ad altre realtà solidali di Torino, aveva organizzato un presidio sotto il CPR di Torino mettendo in rilievo il ruolo di queste strutture nella marginalizzazione delle identità e dei corpi, ai quali viene impedito, tramite la reclusione coatta, di autodeterminarsi. Questo è ciò che pertiene alla folle logica dei centri di internamento. Poi vi è una dimensione tale per cui l’individuo forzatamente passivizzato non è nemmeno tutelato nella sua conservazione: questa violenza incarnata da figure di servizio e servizi d’ordine paragonabili a kapò si porta dietro l’ombra sinistra dello Stato e delle politiche internazionali che concertano il controllo dell’immigrazione, lavandosene poi le mani col sangue. Alle testate di regime spetta poi il compito di etichettare come «morti naturali» ciò che in quelle condizioni detentive è realisticamente omicidio. «Mi stupisce che mezzo mondo si mobiliti per Carola Rackete e nessuno dica una parola o decida di compiere un gesto riguardo alla morte di un uomo che avviene a due passi dalle nostre case» dice una solidale che si trovava al presidio di solidarietà ai migranti, avvenuto ieri nei pressi del CPR. La presenza del presidio è stata avvertita dai migranti dentro il centro, da dove si è iniziato a sentire rumore di oggetti spaccati e si sono viste alzarsi colonne di fumo. L’istante successivo la polizia, presente in antisommossa fin dal mattino, sparava lacrimogeni e idranti dentro la struttura. Fuori, il presidio stanziato in via Monginevro ha subito numerose cariche da parte della polizia, di cui una particolarmente violenta che ha colpito due ragazze in testa e un ragazzo al braccio. Un giornalista ha successivamente pubblicato un video in cui i poliziotti manganellano gente al muro con le braccia alzate e, non appena si accorgono di essere ripresi, minacciano e picchiano anche il fotoreporter, intimandogli di sparire. Faisal deve morire due volte, stavolta attraverso un violento insabbiamento.

Ma la storia appunto non è nuova, come dimenticare in uno dei primi Cie italiani, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1999, a Trapani, sei ragazzi tunisini che rimasero uccisi in un incendio. Alcune persone detenute nel centro avevano tentato di fuggire e le forze dell’ordine avevano rinchiuso dodici ragazzi in una piccola cella. Uno di loro aveva dato fuoco a un materasso causando un incendio. Tre di quei ragazzi morirono nella notte, altri tre pochi giorni dopo in ospedale a causa delle ustioni riportate. Si chiamavano Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim. Da allora sono state registrate numerose violenze, rivolte, atti di autolesionismo, suicidi e morti all’interno dei Cie italiani. L’inchiesta Morti di Cie ha denunciato più di venti casi di persone che hanno perso la vita nei centri. Cosa sono i Cpr Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano, i Centri di Permanenza Temporanea, poi denominati CIE (Centri di identificazione ed espulsione) dalla legge Bossi Fini, e infine rinominati C.P.R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri) dalla legge Minniti-Orlando, sono strutture detentive dove vengono reclusi i cittadini stranieri che appunto sono sprovvisti di regolare permesso di soggiorno. Le persone si trovano all’interno dei CPR con lo status di trattenuti o ospiti ma la loro permanenza è una vera e propria detenzione, in quanto sono privati della libertà personale e sono sottoposti ad un regime di coercizione che, tra le altre cose, impedisce loro di ricevere visite e di far valere il fondamentale diritto alla difesa legale. E’ veramente difficile entrare in un Cpr, in particolare nei Cie di Torino e di Ponte Galeria. Tutto ciò pare assurdo ma la verità è che tenere aperti questi centri è un’attività redditizia la gestione dei centri viene affidata ad aziende private. Negli ultimi trent’anni i paesi europei hanno speso importanti somme di denaro per impedire ai migranti di entrare nel territorio dell’Unione europea: dopo l’abolizione delle frontiere interne (Schengen) negli anni novanta, si è investito sul rafforzamento di quelle esterne dell’Unione europea e sulla loro militarizzazione. Tra il 2003 e il 2013 l’Unione europea e l’Agenzia spaziale europea hanno finanziato 39 progetti di ricerca e sviluppo sulla messa in sicurezza delle frontiere per un totale di 225 milioni di euro.

A beneficiare di questi finanziamenti sono state in particolare tre aziende: Thales group, Finmeccanica e Airbus. Uno studio del Transnational institute, pubblicato nel luglio del 2016, stima che entro il 2022 la militarizzazione delle frontiere potrebbe creare un giro d’affari di 29 miliardi di euro all’anno. In diversi stati dell’Unione europea la detenzione nei centri per immigrati irregolari è diffusa e può durare fino a 18 mesi. E a marzo 2017 la Commissione europea ha raccomandato agli stati dell’Unione di applicare più severamente la direttiva rimpatri per i migranti irregolari e di estendere la detenzione anche ai minorenni!

In Italia i centri dipendono dal ministero dell’interno, la loro gestione è affidata a cooperative sociali e, da qualche anno, anche ad aziende private. Gli appalti sono assegnati in base a bandi di gara il cui principale criterio di selezione è il risparmio. Tra il 2005 e il 2011 il sistema di detenzione degli stranieri è costato un miliardo di euro, spesi in buona parte per la gestione dei Cie. Nel dicembre del 2012, il gruppo Gepsa-Acuarinto ha ottenuto la gestione del Cie di Roma per una cifra di 28,8 euro al giorno per persona. Nel 2014 lo stesso gruppo si è inserito anche nella gestione del Cie di Torino proponendo tariffe del 20–30 per cento inferiori a quelle offerte dalla Croce rossa anch’essa complice di questa assurda storia. La Gepsa appartiene alla multinazionale dell’energia Gdf Suez e in Francia gestisce 16 carceri e dieci centri di detenzione in tutto il paese. In Germania sono diverse le aziende private coinvolte nella gestione dei centri. Le principali sono: l’European homecare, la Boss security, la Kötter e la Service Gmbh. L’European homecare è presente anche in una cinquantina di centri di accoglienza e le è stata ritirata la gestione di Siegerland Buchbach nel 2014, quando è emerso che alcuni sorveglianti dell’azienda avevano commesso abusi e torture sui richiedenti asilo.

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Era stato detto, è stato fatto. Nella serata di ieri, durante l’esibizione di Vinicio Capossela in Piazza dei Cavalieri all’interno della rassegna musicale “Numeri Primi”, una settantina di giovani e giovanissimi ha deciso di entrare senza biglietto, forzando le transenne disposte a chiusura della piazza e permettendo a circa duecento persone di poter godere dello spettacolo e della piazza.

Molte erano state le voci critiche nei confronti della modalità di organizzazione di questo evento, patrocinato e finanziato dal Comune, sotto l’egida dell’assessore leghista alla cultura Buscemi. La scelta della location, innanzi tutto: recintare e privatizzare Piazza dei Cavalieri, renderla inaccessibile la sera se non al costo di esosi biglietti d’ingresso, è parsa a molti dei frequentatori abituali della piazza un deliberato tentativo di espulsione da uno spazio pubblico, perfettamente in linea e in continuità con la politica delle idropulitrici, i mezzi che innaffiano ogni sera del fine settimana le scalinate della piazza per igienizzarla e sterilizzarla. In tutti i sensi, a partire dai suoi abituali frequentatori: studenti o giovani.

Per il concerto di Capossela, musicista irriverente, solito condire le sue canzoni con versi di critica al neoliberismo a alla società dei consumi, il biglietto d’ingresso costava dai 40 ai 70 euro. Il tutto secondo una logica squisitamente elitaria, poiché i posti a disposizione erano drasticamente inferiori a quelli che una piazza del genere avrebbe permesso in tutta sicurezza. In sintesi, invece che far esibire Capossela di fronte a un pubblico numeroso a prezzi sostenibili, si è voluto chiudere una piazza, destinandola a una minoranza costretta a pagare prezzi esosi. Una strategia “smart”, come si dice oggi, per bonificare il luogo e travasare i suoi abituali frequentatori verso altre piazze di consumo o regolamentare a nuove condizioni quelli esistenti. Una politica di occupazione, recinzione e privatizzazione di spazi comuni evidentemente provocatoria.

Per questo più di cento persone, per la maggior parte giovani studenti e lavoratori, si sono radunate in Largo Ciro Menotti contestando questa politica di organizzazione eventi; dopo oltre un’ora di presidio, il gruppo si è mosso in corteo fino a raggiungere Piazza dei Cavalieri, da uno dei tanti ingressi transennati. Senza perdere tempo i manifestanti hanno divelto le transenne, e sono entrati al concerto, dopo brevi momenti di tensione con le forze dell’ordine, che si son dovute presto arrendere di fronte ai numeri e alla determinazione dei contestatori.

I ragazzi si sono poi avvicinati al palco dove si esibiva Capossela, chiedendo al musicista una breve interruzione per spiegare il loro gesto. Buona parte del pubblico non ha gradito, fischiando e protestando per quanto accadeva. Ma molti altri, invece, hanno voluto approfondire, interloquendo con il gruppo di contestatori, chi infine solidarizzando con il gesto, chi suggerendo in futuro altre modalità.

Il concerto è ripreso dopo due brevi interventi dal palco, e l’esibizione si è poi conclusa senza incidenti o ulteriori tensioni; i fatti di ieri sera stanno scatenando feroci dibattiti sui social network, ma perlomeno questo si può assumere come primo risultato: da un lato il tentativo di scardinare il tentativo di tramutare l’arte in mera merce da assumere passivamente e riportarla al suo ruolo di rottura, di vettore di discussione, di stimolo per il pensiero. Dall’altro lato la volontà di sfidare collettivamente e senza vittimismi una politica di regole e mercato che continua a erodere spazi di libertà. Una linea di continuità che unisce la precedente amministrazione del Partito Democratico a quella attuale leghista. “Cos’è successo ieri in piazza dei Cavalieri? Si è accettato di non accettare… e ci si è goduti un bel concerto – si legge in una nota del Collettivo Universitario Autonomo - perché in fondo paghiamo già per tante cose, per tutto; tasse, affitti, divertimento e quindi un dubbio va sollevato: non siamo solo merce, non tutto va pagato e non tutto va pagato così tanto. Ma soprattutto non va pagato ciò che prima era liberamente di tutti: una piazza”.

 

 

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Sfogliando i quotidiani di questi giorni, abbiamo trovato molto interessante questo commento del sole 24 ore ai dati ISTAT sul tempo libero a disposizione delle persone in alcuni dei principali paesi europei.

Il senso di questa ricerca è delineare una fotografia del tempo libero a disposizione delle persone in base al paese d’origine, al sesso e all’età. Per tempo libero “s’intendono attività come partecipazione sociale e religiosa, vita sociale, divertimenti e attività culturali, riposo e tempo vuoto, sport, attività all’aperto, arti e passatempi, informatica e comunicazione, giochi e fruizione di mass media.”

Quel che è chiaro da subito, a vedere le tabelle, è che in generale di tempo libero, dalla Finlandia alla Grecia, ce ne sia veramente poco. Ora più, ora meno. Per quanto riguarda l’Italia ci assestiamo su un inquietante 4 ore e 54 minuti. Poco meno di 5 ore, che comunque vengono impegnate in attività che attraverso il meccanismo della mercificazione totale della vita, vengono in tutti i modi spremute dal sistema per trarne profitto.

Interessante è vedere come le restanti 19 ore siano impegnate in grossa parte in lavoro/studio, lavoro gratuito, cura personale (lavoro di cura!), spostamenti (per lavorare!). Ovviamente se si approfondisce, si vede subito l’asimmetria di genere e generazionale della questione.

Le donne, infatti, subiscono una contrazione del tempo libero di un’ora in termini generali, e se fra i 25 e 45 anni con figli, arrivano ad avere poco più di 2 ore e mezzo di tempo libero al giorno! Non che ci fosse bisogno dello studio dell’ISTAT per rendersene conto, ma la sproporzione della distribuzione del lavoro in generale e del lavoro di cura, fotografa un sistema profondamente patriarcale.

Per quanto riguarda i giovani, a spulciare le percentuali di tempo libero per i ragazzi in età scolare, siamo ad un misero 22%, per poi scendere al 16 dopo i 24 anni. Altro che fannulloni e bamboccioni, i dati parlano chiaro: donne e giovani sono le persone a cui il sistema ruba più tempo in assoluto! E ancora non gli basta. La flessibilità non è altro che un modo per rendere più efficiente la rapina di tempo da parte del padrone collettivo.

Il tempo è, più che mai in questa fase storica, lavoro e valore, e prenderne coscienza la necessità delle nostre vite.

Per chi volesse approfondire il tema, consigliamo qui una riflessione di Franco Piperno su Lavoro e tempo di lavoro in MarxLavoro e tempo di lavoro in Marx.

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Riceviamo e pubblichiamo questa testimonianza di un compagno, ospite temporaneo degli istituti di pena cinesi. Non si tratta di gridare alla "mancanza di democrazia" di cui sarebbero soli responsabili i secondini cinesi o invocare presunte "garanzie occidentali" (il livello di violenza delle nostre carceri è ben noto, per non parlare di quelle USA), quanto di constatare come, sotto diversi cieli, la fisionomia dei carcerieri sia banalmente simile.

Mercoledì 11 luglio, a causa di un diverbio nel quale è stata coinvolta la polizia, sono stato accusato di lesioni e portato nella locale stazione di pubblica sicurezza, nel quartiere LongHua in Shenzhen. In Cina, la polizia inizialmente cerca una mediazione tra le parti coinvolte, ma la richiesta di 100000 rmb (1500€ circa) come risarcimento è stata da me rifiutata. Sono, quindi, stato trattenuto inizialmente una notte durante lo svolgimento delle indagini che qui si svolgono entro 24 ore. Il mattino successivo, giovedì 12 luglio, sono stato interrogato e condannato a 5 giorni in un centro detentivo, più una multa di 500 rmb (circa 60€). I 5 giorni si sono trasformati in 10, in seguito alla mia reazione, più 200 rmb (25€ circa) di multa. La sera del 12 luglio sono stato portato all'ospedale per i consueti controlli a cui i detenuti sono sottoposti in questo paese e, una volta terminati, sono stato trasportato nel centro di detenzione; ma, a causa di un problema/errore con le analisi del sangue, non sono stato lì ammesso e ho dovuto spendere la seconda notte nelle cellette della polizia. Il mattino di venerdì 13, una volta rifatti i controlli, mi portano nel centro detentivo e vengo sistemato in una cella con altri 20/25 detenuti stranieri: 2 nigeriani, 3 mongoli e il resto diviso tra Myanmar e Vietnam. Al mio arrivo vedo uno dei due nigeriani legato alla sedia di costrizione: la notte prima stava dormendo in boxer e deve essere stato, per questo, ripreso tramite interfono (nei centri di detenzione cinesi la sorveglianza è continua e totale) ma, non sapendo il cinese, non ha capito il problema; è stato, quindi, trascinato fuori, legato alla sedia di costrizione e picchiato da 5/6 agenti, per poi essere trasportato con la sedia nuovamente nella cella dove è rimasto in quelle condizioni per 16/17 ore.


La routine quotidiana si svolge così: la sveglia è alle 7, la prima conta è alle 7:20 circa, la colazione è alle 8, il pranzo alle 11, dalle 12 alle 14 c'è il riposo, alle 16:30 servono la cena, verso le 18 accendono la televisione (canale unico e solo in cinese) e bisogna essere a "letto" alle 21:30. Le condizioni igieniche non sono buone: la cella è infestata da blatte e insetti, sono stati avvistati topi fuori dalle sbarre; i pasti che servono sono a base di uova e tofu o maiale e cavolo, più riso e qualche volta pane (secco e sovente ammuffito) con semi di cumino, il cibo è sempre lo stesso 6 giorni su 7 e fa schifo. Non è permesso uscire dalla cella, c'è un balconcino che viene aperto un paio d'ore al giorno, offrendo uno svago minimo. I letti sono in realtà tavoli di metallo, non ci sono cuscini nè materassi, vengono fornite lenzuola e divise dall'odore di muffa e il sapone che passano, spesso, provoca infezioni cutanee. La doccia è situata a fianco della turca ma in realtà è un rubinetto, ad altezza un metro circa, dal quale si riempe un secchio con acqua non tanto pulita ma unicamente fredda e ci si lava tramite una sorta di bacinella.


Tutti i detenuti son obbligati alla pulizia e sorveglianza delle celle: una squadra pulisce la stanza a fondo al mattino e un'altra dopo cena; a turno durante il periodo di riposo, per un'ora e a coppie, i prigionieri devono stare svegli e controllare che tutto vada bene, questo rende ancora più arduo il dormire: è difficile, infatti, continuare il sonno dopo averlo spezzato per la sorveglianza e anche perchè le luci non vengono mai spente.[Continuo con la mia esperienza dicendo che ho scelto di protestare tramite sciopero della fame fino a che non mi avessero permesso di telefonare a mia moglie. Il lunedì 16, al mattino, quello che credo sia il funzionario più alto in grado (distintivo n. 051544) mi ha garantito che avrei potuto chiamarla, ma così non è stato e quindi, per ottenere i diritti che loro garantiscono, ho dovuto portare la protesta su un altro livello. Mi vengono, quindi, a prendere e mi avvertono che, continuando così, mi avrebbero punito. Ritorno in cella e continuo lo sciopero della fame fino al giorno dopo, martedì 17, quando son riuscito a contattare telefonicamente mia moglie, dicendole di venire il giorno dopo, mercoledì 18, quando le visite famigliari sono consentite. Mercoledì 18 luglio, mia moglie è venuta ma non è stata fatta passare al cancello, quindi, per protesta, ho gettato la cena dallo spioncino. Come da aspettative, mi son venuti nuovamente a prendere, mi hanno dato un ulteriore avvertimento che non ho ascoltato, sono stato, conseguentemente, spostato nella cella di soli cinesi e legato alla sedia di costrizione, dove rimango per un paio d'ore.


Il mattino successivo, giovedì 18, il funzionario (distintivo n. 051544), parlando all'interfono, ha stravolto ciò che era successo il giorno prima, dicendo che era la mia fidanzata (e non mia moglie), che è venuta, io avrei rifiutato di vederla ma poi ho cambiato idea; non ho accettato quella versione falsa della realtà e, per la mia reazione, son stato portato fuori ma stavolta c'era anche un agente di infimo livello (distintivo 012697) che, dopo essere stato legato alla stessa sedia e per mezzo di guanti elettrici, mi ha dato 4/5 scosse. Son rimasto nella sedia 5 ore circa, fino a quando il funzionario (distintivo n. 051544) ha dato l'ordine di rilasciarmi e ha contattato mia moglie, organizzando un incontro straordinario per il giorno seguente. Venerdì 19, al mattino, il funzionario (distintivo n. 051544), tramite interfono, ha dato finalmente la reale versione dei fatti, dicendo che un detenuto italiano, al quale mancava tanto la moglie, ha protestato e loro hanno dovuto usare la sedia di costrizione. Soddisfatto di aver ascoltato finalmente la verità e per aver incontrato mia moglie, fino al mio rilascio, il lunedì 23, non ci sono stati ulteriori problemi e ho passato il tempo tra flessioni, carte e televisione, come hanno fatto e, tuttora staranno facendo tutti, gli altri detenuti.]Voglio chiarire che il posto dove ho passato 10 giorni non è una prigione ma un centro detentivo per chi commette piccoli reati e per coloro che hanno avuto problemi legati al passaporto o visto, quindi la maggior parte dei detenuti è rinchiuso lì in attesa di essere deportato. Dei due nigeriani, uno ha il passaporto e visto scaduti da 7 anni, l'altro è arrivato in Cina come richiedente asilo, poi ha cambiato idea ed è stato detenuto in attesa di essere deportato. I 3 mongoli son stati arrestati tutti per piccoli furti: di vino, di vestiti e di soldi incustoditi. Il resto dei detenuti non parlava inglese, nè un buon cinese e non ho capito bene i motivi del loro arresto, se non che fosse relativo al visto. I due nigeriani sono dentro da oltre 6 e 7 mesi, mentre i tre mongoli da oltre 8, 6, 5 mesi. Il martedì 17, ci hanno fatto vedere un film in un salone, insieme a tutti gli altri detenuti, ho conosciuto, quindi, un nero del Ruanda che era stato 5 mesi in Italia e uno del Senegal, entrambi detenuti per motivi di visto. In quella grande sala, ero l'unico caucasico, oltre me ci saranno stati una decina di neri, alcuni indiani o nepalesi (riconosciuti per via dello speciale accento inglese), la maggioranza dei prigionieri stranieri arrivano dal sud-est asiatico, ma, tutti i reclusi stranieri provengono da paesi più poveri rispetto alla Cina e/o da nazioni democraticamente instabili. Tutti, tranne me... Le ambasciate dei loro paesi se ne fregano delle loro sorti e, in qualche caso, non si sono nemmeno messi in contatto con le famiglie dei detenuti, le quali non sanno che è successo ai loro famigliari, mentre la divisione immigrazione della polizia cinese posticipa di continuo la deportazione dei detenuti: a molti è stato detto che avrebbero scontato un tot di tempo che si è esteso, ogni giorno, sempre di più, a discrezione delle autorità locali.


Questo si spiega con il fatto che la Cina è un paese razzista e xenofobo, in particolar modo a sfavore dei neri (ad esempio lo show andato in onda per il capodanno cinese, dove han equiparato i neri alle scimmie) che spaventano spesso i locali i quali possono arrivare a cambiare strada; per i cinesi, grazie a Hollywood, nero=criminale. La recente ondata xenofoba che è sorta nella terra di mezzo, però, coinvolge gli stranieri come categoria e colpisce quelli che provengono da paesi più poveri rispetto all'impero celeste o coloro la cui pelle ha una tonalità più scura del bianco.
Un paio di mesi prima della mia detenzione, mi è stato detto che c'era un detenuto algerino di 50 anni circa al quale è stata, continuamente posticipata la deportazione, al punto che la sua mente non ha retto e, dopo aver incastrato la testa nello spazio di passaggio del cibo, ha tentato di pugnalarsi al collo con una penna attraverso le sbarre. È stato bloccato da uno dei due nigeriani che ho conosciuto, è stato trascinato via dagli agenti mentre ancora sanguinante, in quanto lo spazio è più piccolo della testa di un uomo adulto ed è stato picchiato al punto che una parte della tibia gli è rimasta esposta. Gli è stato negato un medico ed è stato deportato due giorni dopo il fatto. Questo è il trattamento riservato a chi ha la "colpa" di avere una tonalità di pelle non accettata dalle autorità cinesi, da caucasico son stato fortunato, eppure, pensando ai poveracci cinesi e stranieri ancora rinchiusi, non riesco a gustare la gioia di essere nuovamente un uomo libero. Vi prego, quindi, di far circolare la mia storia e ciò che ho visto, con il fine che, un giorno, posti e agenti carcerari cinesi del genere, siano solo un ricordo nelle pagine di storia più cupa. E spero che quel momento possa arrivare presto.

 

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Segnaliamo questa recensione del libro "Popolo chi?" apparsa su Carmilla che ci sembra colga alcuni elementi dell'analisi della composizione di classe dell'oggi. Ci sembrano importanti in particolare le considerazioni sulla fine (momentanea?) di un'autonomia di classe, di un riconoscersi tra sfruttati, ma la permanenza di notevoli ambivalenze incorporate nei singoli soggetti, come il rapporto con gli industriali, i manager e i banchieri, considerati coloro che veramente comandano eppure non assunti come controparte, o il rapporto con gli stranieri, o ancora la sussistenza di una delega politica contemporaneamente a una sostanziale sfiducia nei politici. Da notare, sotto traccia, anche la constatazione del fallimento del populismo di sinistra nelle sue esperienze europee. Interessante anche l'ultima considerazione sull'inchiesta "a caldo" che ci porta a una domanda centrale: se scoppierà, come scoppierà il conflitto di questi soggetti nello sviluppo delle ambivalenze sopra accennate?

Buona lettura!

Di Fabio Ciabatti per Carmilla

Niccolò Bertuzzi, Carlotta Caciagli e Loris Caruso (a cura di), Popolo chi?, Ediesse, Roma 2019, pp. 214, € 13,39

Dagli anni ’80 del secolo scorso le classi popolari sono scomparse dal discorso pubblico mainstream come soggetto autonomo, capace di parlare con una propria voce. Eppure, come ogni rimosso, il popolo riemerge come fantasma cui attribuire tutti i mali del presente: l’elezione di Trump, la vittoria della Brexit, l’affermazione elettorale di Lega, la crescita del razzismo e chi più ne ha più ne metta. “Popolo sei ‘na monnezza!” verrebbe da dire insieme all’ingenuo fraticello interpretato da Alberto Sordi nel film Nell’anno del Signore.
Ma è proprio così? Gli autori del libro Popolo chi? sostengono che si tratta di una rappresentazione decisamente unilaterale. E lo fanno dopo aver ascoltato la voce di quelle classi popolari in nome delle quali molti si sentono autorizzati a sproloquiare. Il testo, curato da Niccolò Bertuzzi, Carlotta Caciagli e Loris Caruso, rappresenta il risultato di una ricerca basata su 60 interviste in profondità realizzate in quartieri e aree popolari di Milano, Firenze, Roma e Cosenza. Secondo gli autori non esiste un popolo pronto a consegnarsi nelle mani del populismo di destra. Piuttosto, il quadro che emerge viene riassunto con una parola: “contraddizione”. Vediamo brevemente perché.

L’inchiesta rimarca l’importanza della sfera lavorativa nella vita delle persone. “Sfruttato, precarizzato o intermittente, il lavoro (e la sua mancanza) costituisce una parte centrale nella realtà quotidiana di tutti gli intervistati, rappresentando … la fonte principale della loro sofferenza”.1 Di fronte a questa situazione, però, prevale la rassegnazione e la paura. Non si pensa che un’azione collettiva possa cambiarla. La maggioranza delle persone, infatti, non vive questi problemi come immediatamente sociali o, in senso lato, politici. Le sofferenze esperite nel luogo di lavoro sono considerate come mali privati sconnessi dal vissuto e dalle sofferenze delle altre persone che condividono le stesse condizioni. In breve il lavoro è centrale, ma non produce identità sociale e mobilitazione.
Ma dovendo pensare ad un conflitto chi dovrebbe essere la vera controparte? Chi comanda davvero, secondo gli intervistati, non sono i politici, ma i grandi imprenditori, i banchieri e i finanzieri. Eppure nei loro confronti non vengono pronunciate parole di disapprovazione. La condanna, se non un vero e proprio disgusto, viene riservato alla classe politica anche se essa viene considerata alla dipendenze del vero potere, l’élite economico-finanziaria.
L’ostilità nei confronti dei politici si accompagna però a un atteggiamento di delega nei confronti dei partiti. In altri termini non si pensa a un impegno diretto nella politica, ma si vorrebbe che le organizzazioni politiche (e anche quelle sindacali) tornassero ad avere un profilo alto, adeguato alla propria funzione pubblica. Come interpretare questo nuovo profilo? Anche qui abbiamo risposte contraddittorie, alle volte anche dalla stessa persona. Da una parte, si vorrebbero proposte forti che identifichino e differenzino tra loro le forze politiche attraverso una polarizzazione netta e chiara, dall’altra si chiede ai partiti di superare litigi e contrasti inutili, di lavorare insieme in nome del bene comune.
In materia economica, la ricerca riscontra spesso un atteggiamento favorevole alla competizione (contro le cricche, i favoritismi, le raccomandazioni, le posizioni di privilegio acquisito, ecc.), al mercato, alla possibilità di scelta del consumatore, al fare impresa e soprattutto alla meritocrazia, vissuta come un principio che può dare le giuste opportunità a chi non parte da posizioni di privilegio. Nello stesso tempo, però, c’è una voglia sotterranea di liberarsi dalla centralità del denaro che costringe a una vita piena di stress e priva di tempo per gli affetti. In considerazione di questa contraddizione non compare un discorso con elementi di anticapitalismo, ma emerge con molta forza una richiesta di maggiore presenza dello Stato. Praticamente nessuno crede al fatto che la privatizzazione dei servizi pubblici abbia un effetto benefico. Su questi temi gli autori parlano di un “senso comune progressista”.

E veniamo al tema forse più caldo, il razzismo. Inutile nascondersi che l’immigrazione viene considerata come uno dei maggiori problemi. Ma la cosa che balza agli occhi dei ricercatori è che l’esperienza diretta degli intervistati, i rapporti effettivi che intercorrono con gli immigrati sono generalmente descritti con toni positivi. I giudizi negativi, che nondimeno emergono, non sembrano sgorgare da fatti vissuti in prima persona, ma sembrano riecheggiare discorsi altrui, assorbiti attraverso i media tradizionali e i social media.
Ma attenzione, questi discorsi non possono essere considerati come mero frutto di un preconcetto ideologico. L’ostilità nei confronti dei migranti nasce da preoccupazioni strettamente utilitaristiche, materiali: la paura della loro concorrenza nel mercato del lavoro e nell’accesso ai servizi pubblici. Non c’è un pregiudizio etnico-culturale. L’identità nazionale degli intervistati, non a caso, è alquanto debole. Le caratteristiche negative attribuite ai migranti sono praticamente le stesse che sono imputate agli italiani. La diffidenza prevale anche nei confronti dei propri connazionali. Ciò non toglie che proprio la mancanza di un senso comune d’identità, di un sentimento condiviso di appartenenza possa rappresentare il brodo di cultura per l’emersione di pulsioni compensatorie di stampo autoritario e xenofobo.

Se questo è il quadro generale che emerge dalla ricerca, sottolineano gli autori, l’analisi sociale non si può fermare a rilevare la contraddizione. Deve saper dire quale dei due poli che la costituiscono risulti dominante, quale sia maggiormente in grado di orientare l’agire sociale. Oggi senz’altro prevale il lato regressivo. Se prendiamo la questione dell’immigrazione, la destra nelle sue diverse sfaccettature, ha costruito un discorso semplice e apparentemente razionale che fa appello a timori di natura strettamente materiale. Il suo presupposto, rafforzato dalla lunga crisi, è l’inevitabile scarsità delle risorse a disposizione, l’intangibilità dell’attuale distribuzione della ricchezza che penalizza le classi popolari. Il discorso della destra, si potrebbe dire, ha un carattere performativo, non nel senso di inventare una realtà prima inesistente con il solo atto di nominarla, ma nel senso di offuscare, nella percezione comune, un lato della contraddizione a tutto favore dell’altro che in questo modo viene rafforzato.
La sinistra moderata, non volendo intaccare il presupposto di questo discorso perché legata a doppio filo con gli interessi del capitale, è destinata a rimanere incapace di incidere sul senso comune. Non a caso, rileva la ricerca, “tutta la sinistra è sostanzialmente assente dalla vita e dalla coscienza degli intervistati. … I termini usati in riferimento a quest’area politica sono: scomparsa, sbiadita, introvabile, compromessa, subalterna”.2 E, attenzione, tutta la sinistra è sostanzialmente identificata con il Partito Democratico, perché ciò che esiste alla sua sinistra non risulta pervenuto alla percezione comune o è considerato corresponsabile di tutte le recenti scelte di governo del principale partito di centro-sinistra.

Rilevare delle contraddizioni significa tratteggiare un quadro che non è statico ed è, almeno potenzialmente, suscettibile di cambiamenti positivi, di rotture fruttuose. Ma in quale senso occorre lavorare politicamente? In alcuni passaggi del libro emergono indicazioni che vanno nella direzione della ricostruzione, da sinistra, di organizzazioni di massa e di una rappresentanza politico-istituzionale, certamente da adeguare ai tempi correnti. I lati positivi delle contraddizioni rilevate nella ricerca sembrano indicare che uno spazio in questo senso esiste. Viene però da chiedersi perché mai chi ha provato a lavorare in questa direzione in Italia abbia miseramente fallito. Possibile che si tratti solo di pochezza del personale politico? Se poi allarghiamo lo sguardo all’Europa vediamo che quei soggetti che sembravano aver intrapreso questa strada con successo o hanno subito un fragoroso tracollo (Syriza in Grecia) o si sono impantanati (Podemos in Spagna).
Per venire a capo di queste questioni occorrerebbe partire da quella che un tempo si chiamava analisi di fase. Se pensiamo che la crisi attuale non abbia caratteri meramente congiunturali, ma che le si possa attribuire un connotato in qualche modo “epocale” (anche senza pensare a un crollo del capitalismo più o meno prossimo), gli scenari politici che si aprono necessitano di maggiore radicalità. Più che fare leva su uno dei due poli delle contraddizioni più volte richiamate occorrerebbe allora puntare a rimuovere l’elemento che, a mio parere, rende possibile l’oscillazione tra gli opposti: la passività delle classi popolari, il loro atteggiamento delegante. Per innescare questa attivazione, hanno ragione gli autori, “è necessario che specifici attori e organizzazioni la promuovano in modo finalizzato, contribuendo a definire un problema o una condizione come rilevanti e a costituire un’«area di uguaglianza» in cui possano svilupparsi rapporti di solidarietà tra pari”.3 In assenza di ciò forte è il rischio che la rabbia per la propria condizione orienti verso la “competizione orizzontale ciò che potrebbe essere conflitto verticale, [verso la] lamentazione rancorosa ciò che potrebbe essere polarizzazione di classe”.4
I prerequisiti di un’azione politica efficace nella fase attuale non finiscono qua. Gli autori sostengono che le classi popolari, disorientate e impaurite di fronte alla “sensazione che «tutto stia cambiando» o stia per cambiare”, non sono “ostili a discorsi politici che provino nuovamente a interpretare il mondo”.5 Per questo bisogna avere un disegno di società, a patto che si sappia mettere insieme “pragmatismo e capacità di agire sul simbolico”.6 E, in particolare, bisogna “reinventare una lingua (politica) per parlare di ciò che le persone vivono e sono nei luoghi di lavoro e nel processo lavorativo. Su questo, nessuna riscoperta di lingue morte sarà efficace”.7
Certo, tutto ciò non esclude a priori forme di rappresentanza politica, anche istituzionale, ammesso che si riesca a limitare la sua inerziale tendenza a costituirsi come corpo separato, dotato di suoi autonomi interessi. Ma il punto vero rimane la scelta delle priorità della fase. Rilevata una frattura fra popolo e élite economico politica bisogna puntare a colmare questo gap riproponendo una qualche forma di compromesso sociale o occorre piuttosto favorire il rafforzamento di un senso di autonomia e di alterità delle classi popolari nei confronti dello stato e delle istituzioni, recuperando una delle caratteristiche fondamentali del movimento operaio delle origini?

Quale che sia la risposta, ricominciare a fare inchiesta è fondamentale soprattutto quando essa ci aiuta, come nel caso del libro qui presentato, a ribaltare luoghi comuni ideologicamente fuorvianti e politicamente paralizzanti. Senza però dimenticare che, in questo caso, stiamo pur sempre parlando di un’inchiesta, per così dire, a freddo. Molti anni fa Raniero Panzieri ci ricordava l’importanza di quella che chiamava l’inchiesta “a caldo”, fatta cioè in situazione di forte conflitto. In questi momenti, sosteneva il padre dell’operaismo, è possibile studiare “in che maniera cambia il sistema di valori che l’operaio esprime in periodi normali, quali valori si sostituiscono con consapevolezza di alternativa, quali scompaiono in quei momenti, perché ci sono dei valori che l’operaio possiede in periodi normali e che non possiede più in periodi di conflitto di classe e viceversa”.8 In questi momenti caldi ciò che sembrava poco prima impossibile e fantasioso può apparire come qualcosa di semplice e naturale.

 

 

 

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Pubblichiamo alcune considerazioni sulle elezioni greche di un compagno che ha vissuto ad Atene tra il 2014 e il 2015 durante l'ascesa del fenomeno Syriza.

Il 7 luglio 2019 Syriza, la Coalizione della Sinistra Radicale Greca, ha perso le elezioni, ottenendo il 31% dei voti. Si chiude una fase importante nella storia del paese. Tanto per cominciare, finisce l’era Tsipras. La palla passa allo storico partito della destra, Nuova Democrazia, guidata dal buffone noto ai più come Mitsotakis. Prima di cominciare (e finire il più in fretta possibile) con i dati che possono trovarsi facilmente su ogni testata giornalistica, va innanzitutto sottolineato il dato, sempre difficile da reperire, dell’astensione: 44%, una cifra che per quanto elevata non segna un reale mutamento rispetto alle elezioni che portarono al precedente governo . I risultati finali, con il 98% dei voti contati, sono: Nea Dimokratia al 39,8, Syriza al 31,5, Kinal, ovvero l’ennesima testa dell’immortale idra nota come Pasok, all’8,1. Segue il Partito Comunista Greco, ovvero i Marxisti Leninisti (ad essere gentili) del KKE, fissi, come da vent’anni buoni, al 5,3%. Penultima la neonata formazione neonazista di Scelta Greca (Elliniki Lysis) al 3,7, e infine Mera25, il partito nato dall’iniziativa di Varoufakis, al 3,45. Rimangono fuori gli squadristi di Alba Dorata con il 2,94. Fine dell’analisi dei dati. Perché questi dati non stupiscono proprio nessuno. Il 7 Luglio 2019 sono quattro anni ed un giorno dal 6 Luglio del 2015, il giorno in cui venne celebrato ufficialmente il trionfo dell’όχι, del No, scelto dal 61% dei votanti al referendum voluto da Tsipras. Tra questo 6 e questo 7 sono passati 4 anni. Quattro anni di merda, non solo per il movimento.

Tanto per cominciare, 4 anni in cui troppi compagni hanno scelto di emigrare, con alterne sfortune. Il reflusso al tempo dei programmi Erasmus. Volevo scrivere qualcosa di breve e conciso rispetto all’esito di queste ultime elezioni. Scelgo di dire qualcosa di diverso. Scelgo invece di provare a dire in poche parole perché la sconfitta di Syriza fosse storia da molto prima di questo 7 luglio. Comincerò con quanto accaduto pochi giorni dopo il 6 luglio, quando Tsipras ha accettato al ribasso le condizioni contro cui si era appena votato. Lì si è consumata la definitiva rottura nel movimento e la morte del movimento di massa contro l’austerità, immediatamente dopo la più ampia convergenza politica e mobilitazione degli anni precedenti. È storia nota: durante la primavera del 2015 Syriza prova a mettere in pratica la propria strategia, rinegoziando le misure di austerità con l'Europa e rinegoziare con i creditori il debito greco, considerato da molti economisti semplicemente impossibile da sostenere per un'economia già depressa. Mentre le banche chiudono le serrande, le file di persone si incolonnano davanti ai distributori automatici e la liquidità del sistema finanziario greco è agli sgoccioli. É in questo contesto che avviene l'ultima straordinaria mobilitazione, in supporto al No al referendum convocato da Tsipras sul pacchetto di riforme proposte durante l'ultima convocazione dell'Eurogruppo. La risposta popolare è enorme ed inaspettata. Centinaia di migliaia, forse un milione, forse di più, scendono in piazza la notte precedente al voto, confluendo in una piazza Syntagma straripante dove è stato allestito il palco dove dovrà parlare Tsipras. Nei giorni precedenti tutte le organizzazioni del movimento contro l'austerità, dalle strutture di solidarietà e mutualismo ai collettivi anarchici, hanno mobilitato a fondo le proprie risorse in uno sforzo propagandistico massiccio. Nemmeno una settimana dopo la grande vittoria, l'uomo della provvidenza, lo stesso Tsipras che veniva accolto dalla piazza da un boato di centinaia di migliaia di voci e braccia alzate, si arrende, ed accetta le misure imposte pur di non portare il sistema finanziario al collasso definitivo. Giorni, in quel luglio di 4 anni fa, in cui a migliaia ancora si mobilitano in nuove manifestazioni senza più una prospettiva comune, e spesso senza una prospettiva e basta. Per molti è un trauma impossibile da processare. Piazza Syntagma si riempie di persone, venute lì a manifestare, senza però sapere bene per cosa, contro chi, come.. C'è in piazza anche la giovanile di Syriza con un proprio striscione contro l’accordo appena siglato da Syriza, mentre a qualche metro qualcuno brucia una bandiera del partito.

Durante l'estate la mobilitazione scema e la divisione si approfondisce, vedendo la scissione di Syriza e la formazione di Laiki Enotita (Unità Popolare), incapace però di accogliere tutti i fuoriusciti del partito. La coalizione di governo perde quindi la maggioranza, e vengono annunciate nuove elezioni per il 20 settembre. La figura pubblica di Tsipras viene ammantata ora di una nuova aura: quella dell'uomo responsabile, deciso a fare la cosa giusta e pronto a scontrarsi con tutti pur di fare ciò di cui il paese ha bisogno. Una prima prova saranno le elezioni, che vedranno Syriza vincere nuovamente con una percentuale del 35%, consentendole di andare di nuovo al governo in coalizione con i Greci Indipendenti, confinando Laiki Enotita al 2,86%, incapace di superare lo sbarramento al 3%. Ancora una volta è il dato dell'astensione il più pesante, con l'affluenza al 56%, contro il 64% delle elezioni del 25 gennaio, che l’avevano portata al governo. Syriza vince, e assume l’incarico di portare avanti tutte le riforme volute dall’odiata Troika, ovvero una nuova e lunga serie di misure di austerità. Syriza vince, e passa dalla pace armata con la maggior parte delle forze movimentiste e rivoluzionarie all’aperta conflittualità. Syriza vince, ma i suoi legami con la propria base sociale, in pochi mesi, sono quasi scomparsi. La già ristretta base militante del partito si dimezza, la giovanile del partito praticamente scompare: a buttare la tessera sono soprattutto i molti attivisti e solidali attivi nei diversi quartieri delle grandi città, e persino nelle zone rurali, nelle centinaia di esperienze di mutualismo. A loro volta molte di queste reti di attivisti e solidali presto pagano il prezzo del proprio legame con Syriza, e, prive di una prospettiva almeno vagamente rivoluzionaria, collassano, si sfaldano o nella migliore delle ipotesi, ed in una minoranza di casi, trovano una nuova collocazione politica. Syriza vince, e si trascina dietro, nella propria rovinosa caduta, le speranze e la forza del movimento contro l’austerità.

Syriza vince, e per molti rimane il nemico che era sempre stato. Syriza vince, ma ha già perso. Ma avrebbe mai potuto vincere? No. Syriza aveva perso molto prima del 7, ed anche prima del 6 luglio. Ammesso che, dato un determinato contesto, la forma di partito movimentista, di organizzazione funzionale alla rappresentanza delle istanze del movimento stesso, di coordinamento tra le diverse lotte e tra le diverse esperienze di autogestione e diverse realtà della società civile, di strumento al servizio di un movimento reale, sia valida, essa non può accordarsi con la scelta di governare. Non nei parlamenti svuotati di senso del mondo globalizzato, non nell’era della completa interdipendenza economica. Per inciso, nel valutare le strategie di opposizione nell’era della globalizzazione, non andrebbe nemmeno dimenticata la triste e breve parabola della scissione anti-europea e sovranista di Syriza, Unità Popolare, nonostante l’adesione di una percentuale notevole di ex quadri e militanti di base al progetto. La sconfitta di Syriza, e del movimento, mostra molto chiaramente quale sia l’agibilità politica nei parlamenti nazionali e nelle istituzioni europee, e quali siano i limiti strutturali che tali istituzioni pongono alla trasformazione dello stato di cose presenti. Allo stesso tempo, essa mostra limpidamente come questi limiti d'azione si ripercuotano poi inevitabilmente anche sui movimenti che si lasciano egemonizzare da tali prospettive. Investendo un governo costretto ad implementare politiche opposte a quelle contenute nel proprio programma, il movimento di opposizione alle politiche di austerità ha eletto il proprio boia.

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