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Articoli filtrati per data: Monday, 08 Luglio 2019

Un risultato per molti versi scontato, sicuramente atteso, dopo la debacle di Syriza alle europee di maggio, che alle elezioni anticipate, porta a vincere l’antico partito di establishment della destra ellenica Nea Dimokratia, con l’exploit del rampollo Mitsotakis.

Nea Dimokratia sbanca con preferenze poco sotto il 40%, Syriza scende alla soglia del 30% guadagnando 5 punti dalle europee ma mancando clamorosamente l’obbiettivo di tenuta, il Pasok (Kinali, duro a morire) rimane intorno al 7, il KKE conferma le sue solite percentuali intorno al 5. Importante lo sgonfiamento di Alba Dorata che scende sotto la soglia del 3 (quindi non entra nel parlamento), in un repentino travaso di voti verso Nea Dimokratia in funzione anti-Tzipras e verso il progetto filo russo di estrema destra Elleniki lisi che si attesta al 3. Il progetto di Varufakis infine raggiunge di poco la soglia.

Stupisce l’affluenza che sale sopra il 60%, probabile effetto della dinamica elettorale anti-Tsipras, che seguendo l’umore popolare di far pagare il tradimento di Syriza nel difendere la Grecia dai diktat europei, ha tirato la volata di Mitsotakis.

Nonostante tutto bisogna considerare che il tracollo di Syriza per quanto significativo non è stato devastante. Probabilmente gli interessi di alcuni settori di classe maggiormente integrati nelle proposte politiche di Tsipras e la paura che una nuova ascesa della destra portasse a cicli di privatizzazioni e finanziarizzazione più duri ha frenato la caduta. Ma senza dubbio bisogna cogliere le nuove forme della polarizzazione nello scenario greco.

Le cause di questo passaggio elettorale, apparente ritorno al passato, si configurano come effetti dei processi sociali, politici ed economici incominciati nel 2008, culminati in una diffusa avversione popolare alle politiche di Tsipras degli ultimi anni. La tassazione sempre più alta, la continua privatizzazione, il crollo degli asset ellenici, e il continuo abbassamento dei salari e del costo complessivo della forza lavoro greca, la questione macedone e la questione migratoria, hanno affossato il governo dell’OXI.

In sostanza, quello che è stato il meccanismo predatorio per far tornare il PIL greco sul segno positivo, ha alimentato la macelleria sociale che il governo di Syriza avrebbe in teoria dovuto arginare. Ulteriore insegnamento che ci ricorda cosa si nasconda in realtà dietro la parola crescita e pil, una lezione che sembra indigesta sulla nostra sponda di mediterraneo.

Dalla crisi dei debiti sovrani europei, spinta dalla Federal Reserve per scaricare il costo delle bolle finanziarie esplose a Wall Street sull’Europa, la Grecia si è trovata a pagare il prezzo più alto, sia in termini sociali che di disgregazione e disarticolazione della sua fragile economia statale.

L’esplosione di fortissime lotte sociali e la determinazione di milioni di greci, che si frapposero ai diktat del FMI e della BCE, portarono insieme ad altre dinamiche di quel ciclo, qui ovviamente impossibili da analizzare e semplificate per esigenze di brevità, alla possibilità vittoria del governo di Syriza con l’incarico di rinegoziare i diktat della Troika. Seguì poi il referendum e la vittoria dell’Oxi. Emerse infine la totale incapacità ed impossibilità per Tsipras di essere conseguente nelle sue intenzioni, e nella sua sostanziale sconfitta diventò l’esecutore materiale delle politiche di rigore e punitive tedesche, portando la situazione al punto in cui è ora.

La retrocessione delle lotte sia sindacali che autorganizzate, è stata determinata in grossa parte dall’incapacità di offrire un alternativa sia alle politiche di rigore tedesche, che del continuare a rimanere agganciati all’euro e all’Ue come garanzia ultima di salvataggio da un collasso generalizzato dell’economia e dei risparmi. Anche se, è bene dirlo, in anni di mobilitazione sono state praticate forme di organizzazione sociale dal basso potentissime, in grado di contendere realmente sia la governabilità metropolitana di Atene che lo sfruttamento delle zone rurali da parte del capitalismo predatorio ellenico e straniero. Forme ed esperienze di lotta che rimangono come esempio di dignità e di forza capaci di contrapporsi realmente, fuori dalla delega elettorale, al modello di vita della finanziarizzazione capitalista.

La vittoria delle politiche di rigore, anche se non ha spento la lotta di classe in Grecia, come gli scioperi del marzo 2018 ci impongono di constatare, ha determinato un sostanziale impoverimento delle fasce proletarie, sia metropolitane che rurali, abbassandone il prezzo della forza lavoro e aumentando i costi della riproduzione sociale complessiva. Il ceto medio-basso è stato in grossa parte così proletarizzato ed è aumentata la scomposizione sociale.

Un’altra questione che ha investito questo quadro in via di disgregazione, è stata la quella della Macedonia del nord, affrontata dal governo Tsipras, che ha mostrato ad una lettura oltre le apparenze, come lo scontento popolare e verso i diktat europei, possa prendere forme inedite e ambigue di segno nazionalista, ma nelle quali la matrice di classe rimane essenziale. (Per un nostro approfondimento consigliamo questo contributo).

Nei fattori di disgregamento del consenso al governo Syriza va inserita anche la questione migratoria, sfruttata dall’estrema destra in particolare da Alba Dorata, per costruire consenso prevalentemente elettorale. È interessante vedere la sua parabola di questi ultimi anni, e di come in questa tornata elettorale sia stata sostanzialmente fagocitata dalla proposta anti-Tsipras Nea Dimokratia, altro dato che spinge a riflettere come rimangano fondanti le matrici economiche del nuovo affresco elettorale ellenico, e che le dinamiche nazionaliste e xenofobe ne siano delle tangenti ancora molto subordinate. In questo senso l’avanzata del partito di estrema destra filo-russo e ortodosso, incarna una pragmaticità di proposta di cambio geopolitico per la Grecia, che la destra inizia ad annusare, approfondendo la capacità di queste formazioni politiche di incarnare proposte “credibili” di nazionalismo anti-tedesco. Ma oltre il voto di protesta anti governativo e la vendetta per il tradimento di Syriza cosa rimane? Il progetto di Mitsotakis si può riassumere in privatizzazioni, tagli alle tasse per il ceto medio (ormai alto), e di una proposta di ricontrattazione con l’Ue (la Germania) di “crescita” in cambio di minor tassi sul debito. La “crescita” in questione si sostanzierebbe in un esasperazione delle politiche già applicate dalla sinistra di Tsipras, ma con in più la promessa di smantellare il comparto dell’amministrazione pubblica, ultimo welfare ellenico rimasto in piedi. Una ricetta in sostanza neo liberista, ma con un immaginario sovranista (nazionalista per quanto possa essere concesso ai greci), che combina elementi che potrebbero far entrare la Grecia in una fase neo-populista, in cui non c’è più spazio per il già tragicamente sperimentato sovranismo di sinistra. Ancora una volta vediamo celarsi dietro lo smottamento di grosse masse elettorali, ragioni profonde. Rimane irrisolto il quesito se dietro questo “ritorno al passato” si nasconda o meno la pulsione popolare di voler giocare un'altra partita (più cattiva?), contro la Germania e l’Europa, o se, la disgregazione sociale, apatia e rancore impediranno qualsiasi verticalizzazione contro lo status quo che strangola letteralmente le popolazioni greche.

 

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Abbiamo già discusso di quanto l’alternanza scuola lavoro fosse poco consona all’istruzione degli studenti e delle studentesse, ore sottratte allo studio ed impiegate per lavori che non centrano nulla con le materie di studio. Inizialmente avevamo le grandi multinazionali come il mcdonald a sfruttare studenti e studentesse, ora anche questure e commissariati sfruttano i/le giovani per lavori che con le materie di studio non centrano nulla.

Gli studenti dell’Istituto Leardi di Casale Monferrato e dell’Istituto Vinci-Migliara di Alessandria, hanno svolto attività lavorativa negli uffici della Polizia di Stato rispettivamente al Commissariato di Casale Monferrato e presso la Questura di Alessandria.

Lo sfruttamento di studenti e studentesse ora si allarga anche a organi dello stato quali la polizia.

Preparare ed istruire i giovani alla repressione, mostrare quanto il lavoro della forze di repressione sia “importante” ed “utile” per la nostra società.

 

Non è la prima volta che questi tipi di progetti vengono messi in atto, già nel 2018 a Cremona un gruppo di studenti e studentesse partecipò all’alternanza scuola lavoro con la polizia di stato, si cerca di attirare i giovani mostrando loro una faccia della medaglia, nascondendo il lato oscuro del lavoro repressivo che uomini e donne in divisa compiono ogni giorno in nome di una “legalità” che sempre più spesso vie imposta a suon di manganellate ed abusi.

Togliere ore di studio o ore di svago a studenti e studentesse è insopportabile, se poi bisogna passare le ore di libertà all’interno di una questura ancora peggio.

 

 

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in SAPERI

Frenesia, rabbia e passione stanno riempiendo gli ultimi mesi a Roma. L’addio della bandiere e le fantasiose costruzioni giornalistiche intorno agli ambienti calcistici della Roma hanno infiammato l’opinione pubblica di una parte della città. L’attenzione si è riaccesa anche intorno allo Stadio della Roma. Cosa è cambiato negli ultimi mesi? Proviamo a mettere in fila alcuni aspetti importanti su questa enorme opera speculativa nel quadrante sud di Roma.

Lo stadio della Roma nasce da un accordo tra i proprietari della Roma e il noto costruttore romano Parnasi. La zona prescelta è quella di Tor di Valle dove Parnasi ha acquistato dei terreni, ad oggi non edificabili. L’alternativa sul tavolo più accreditata erano i terreni in zona Tor Vergata di proprietà di Caltagirone. Alla fine la scelta è ricaduta su Parnasi. In ogni caso a Roma se si vuole costruire qualcosa di importante si deve passare dai palazzinari.

Il progetto sullo stadio è passato da una prima contrattazione politica con il Partito Democratico arrivando a un accordo che prevedeva di regalare un enorme cubatura edificabile in cambio di diverse infrastrutture logistiche (ponti, strade, rafforzamento della linea ferroviaria Roma-Lido). Il modello applicato è quello del “Project Financing”, sostenuto da diversi urbanisti e politici. Roma è una città preda dei grandi costruttori. In passato grandi acquisti di terreni in zone non ancora edificate annunciavano la direzione lungo cui la città si sarebbe sviluppata ed espansa negli anni a venire. L’utilizzo del “Project Financing” rappresenterebbe, secondo chi lo sostiene, uno strumento di indirizzo in mano al pubblico. Il privato si siede al tavolo con le amministrazioni pubbliche e insieme si decide dove e in cambio di quali compensazioni approvare un determinato progetto. La realtà si dimostra diversa e lo Stadio della Roma è rappresentativo dell’insufficienza regolativa di questo strumento.

Nel 2016 la Raggi viene eletta sindaca di Roma dopo una campagna contrassegnata dal no alle Olimpiadi e allo Stadio della Roma. Sullo stadio si è aperta quindi una nuova interlocuzione che portava ad un nuovo compromesso: da una parte una contenuta diminuzione di edifici, dall’altra una più importante riduzione delle infrastrutture previste.

L’opera ha subito un intenso iter burocratico scoperchiato dall’inchiesta giudiziaria di metà giugno del 2018. Quello che allora emergeva era un quadro di forte corruzione e complicità tra costruttori, politica e amministrazione. Tutti i livelli territoriali, dai ministeri al comune passando per la regione Lazio ne sono usciti coinvolti. Tangenti per tutti i partiti. Senza soffermarci troppo, sulla vecchia inchiesta abbiamo già scritto qui. Negli ultimi mesi si sono aggiunti degli elementi sui finanziamenti diretti alla Lega Nord. Circa 250.000 euro che Parnasi avrebbe versato alla Mc Srl e a Radio Padania passando per l’associazione “Più Voci”.
Parnasi finisce in galera, insieme a lui tutti i suoi collaboratori e diversi politici. L’imbarazzo è palpabile al Campidoglio e nelle sedi di tutti i partiti. Tutto viene delegato al lavoro della magistratura, tutti sperano che l’attenzione cali il più in fretta possibile. Il processo ad oggi sta subendo diversi ritardi.

Nelle conferenze pubbliche la Roma e il comune dichiarano come vada tutto bene. La Roma acquista i terreni da Parnasi e il progetto può andare avanti.

Come può essere considerato “pulito” un progetto uscito da una mediazione scandita tra favori e mezzette? Come si può non rimettere in discussione tutto?

A scandalizzare sullo Stadio della Roma non dovrebbe essere tanto (o solo) l’iter burocratico infinito per approvare la realizzazione di un’opera, ma che per fare questo stadio si debba costruire intorno un intero quartiere tra abitazioni, centri commerciali e infrastrutture. In una città, piena di scheletri di cemento abbandonati, cantieri lasciati in stand by in attesa di congiunture di mercato più favorevoli, è assurdo. La lunga crisi immobiliare e del ramo delle costruzioni degli ultimi anni non ha insegnato niente? La realtà è che in parte ne è stata anche la causa. Tra gli interessi dietro la realizzazione dello Stadio ci sono anche le banche che detengono crediti, ormai inesigibili di Parnasi. La nube del segreto bancario che avvolge questi fantomatici debitori insolventi (chi saranno mai?), solo nei momenti in cui vengono approvati i salvataggi per le banche fa emergere qualche elemento pubblicamente. Nel passato recente molte società di costruzioni sono crollate per la caduta di domanda nel mercato immobiliare (senza considerare l’uso strumentale di alcune società fallite per scopi speculativi). Per le banche questa opera rappresenta quindi l’occasione per migliorare i propri attivi nei confronti di alcuni soggetti con i quali hanno rapporti di clientela su cui investono da molti anni.

Che la retorica intorno alla costruzione dello Stadio della Roma si confondesse profondamente con la fede calcistica è un qualcosa di evidente e voluto. Presidente e dirigenti della Roma lo dichiarano in ogni occasione come un mantra: “Senza lo stadio la Roma non può essere competitiva”. Non entriamo troppo nel merito di questa questione. Ci limitiamo a far notare che di fronte ad un’operazione speculativa che offre incrementi patrimoniali di diverse decine di milioni senza aver messo neanche la prima pietra (dovuto al cambio di destinazione d’uso dei terreni), aspettative di profitti futuri di centinaia di milioni di euro, è ridicolo affermare che l’interesse sia quello di espandere la competitività di un club di calcio, il quale vale meno di questa operazione. Inoltre la proprietà del futuro stadio della Roma non sarebbe nemmeno del club ma di una società collegata al Presidente Pallotta.

Nelle ultime settimane sono cambiate gli equilibri in città. La Roma caccia le bandiere e Repubblica costruisce un’inchiesta sulle trame dirigenziali giallorosse. La città esplode. Il velo dietro alle bugie della società cadono tutte assieme. I gruppi della curva sud convocano una manifestazione con circa duemila persone all’Eur. “No allo stadio” è lo slogan di molti striscioni e dei tanti cori scanditi durante il presidio. Che ci fosse un silenzioso malcontento tra gli ultras sullo stadio si sapeva. Ma mai come in questa occasione era stato espresso con cosi tanta chiarezza. Se da una parte è evidente che lo stadio diventa il pretesto per cacciare Pallotta dalla Roma, è altrettanto chiaro che la tifoseria ha capito che c’è una profonda distanza tra la fede calcistica e gli interessi di questi “purciari”.

Lo sconcerto nella narrazione dei quotidiani e delle radio sportive cittadine è lampante. Da prime sostenitrici dello stadio ora si ritrovano in difficoltà di fronte al proprio pubblico (c’è da escludere il solo Messaggero di proprietà di Caltagirone, ovviamente, da sempre contraria all’opera). “Ma come i tifosi non sono i primi a volere lo stadio? Ma non abbiamo capito niente?”. Si è rotta la semplice equazione: lo stadio uguale successo sportivo.
Lo stadio della roma è invece ininfluente, non legato al bene della società di calcio.

Anche il quadro politico muta rapidamente. Il consiglio municipale del IX Municipio (quello su cui dovrebbe sorgere lo stadio), targato Cinque Stelle, ha approvato una delibera contro lo stadio. Gli equilibri anche, nella ben più importante, assemblea capitolina cominciano a scricchiolare. Le manifestazioni contro Pallotta e contro lo stadio hanno incrinato anche la fiducia della Raggi rispetto al consenso della città sullo stadio. Già l’ultima conferenza pubblica, tenuta al campidoglio a inizio febbraio, insieme ai tecnici del Politecnico di Torino era stata a dir poco paradossale. Se da una parte la Raggi annunciava l’avvio dei cantieri entro la fine dell’anno, dall’altra gli studi del Politecnico parlavano di un quadro catastrofico sulla viabilità.

#Famostostadio. Fino a due mesi fa sembravano tutti d’accordo. Oggi la partita è quantomeno più aperta. Sembra incredibile che gli scandali calcistici possano avere un effetto sulla costruzione di un’opera così rilevante, ma cosi è. Questa è la fotografia di una città allo sbando, vittima degli interessi predatori dei privati e della politica.

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Una nuova tragedia sfiorata nella laguna di Venezia. Dopo l'incidente del 2 giugno scorso in cui la nave da crociera Msc Opera è andata in collisione con un battello nel canale della Giudecca schiacciandolo contro la banchina, ieri, in condizioni meteo molto avverse la nave Costa Delizia ha sfiorato la riva. L'impatto è stato evitato per pochissimi metri grazie ai rimorchiatori.

I mostri del mare continuano a sbarcare nella città lagunare, nonostante che, dopo l'incidente del 2 giugno e l'indignazione di tutta Italia, i politici di ogni schieramento abbiano fatto promesse a riguardo.

Ci sarebbe da chiedersi come mai una nave da crociera di quelle dimensioni, nonostante il meteo avverso sia entrata nei canali della laguna? Niente ferma l'industria del turismo, anche a rischio di produrre ingentissimi danni alla città, agli abitanti e ai turisti stessi.

Il comitato No Grandi Navi ha subito commentato: "È passato a malapena un mese e di nuovo si sfiora l'incidente, ora basta! Già è una follia consentire il passaggio delle grandi navi in condizioni normali, permetterlo con questo tempo è da criminali! La Costa Deliziosa si è avvicinata pericolosamente alla riva dei Giardini prima di riuscire bruscamente a virare. La terza volta non ci sarà una banchina in cemento armato, né una correzione di rotta all'ultimo secondo: questi mostri devono stare fuori dalla laguna, subito!"

 

 

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