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Articoli filtrati per data: Sunday, 07 Luglio 2019

Un'altra dimostrazione della strategia persecutoria e politica della magistratura e della questura di Torino. Come chiamare altrimenti l'assoluzione di cinque dei sei attivisti antifascisti denunciati e arrestati in seguito al corteo contro il comizio di Casapound del 22 febbraio 2018?

Ricordiamo brevemente i fatti: in quell'occasione i fascisti avevano convocato un comizio pre-elettorale con la presenza del loro leader nazionale Di Stefano. Centinaia di giovani e meno giovani antifascisti si erano organizzati per impedire la propaganda di odio e razzismo che l'organizzazione di estrema destra propugna e con una manifestazione determinata avevano assediato l'hotel in cui si stava svolgendo il comizio.

Ad appena un mese di distanza la questura dell'allora sceriffo Messina aveva proceduto con l'arresto di quattro giovani antifascisti, misure cautelari per altri tre, e con la perquisizione di diverse abitazioni.

Dopo qualche giorno le misure avrebbero raggiunto anche Nicolò, tradotto in carcere alle Vallette, dove è rimasto per tre mesi in attesa del braccialetto elettronico.

I fatti che venivano contestati alla maggior parte di questi giovani rasentavano l'assurdo, alcuni erano stati perseguiti per aver fatto degli interventi al microfono, ad altri veniva imputato il concorso morale per essersi trovati semplicemente nella vicinanza dei luoghi dove sono avvenuti gli incidenti. L'intento della procura era evidentemente intimidatorio e punitivo, non per aver commesso materialmente dei reati, ma piuttosto per aver scelto di partecipare con consapevolezza a una giornata antifascista.

Adesso l'inconsistenza dell'operazione è dimostrata dalle stesse assoluzioni dei tribunali, ma chi restituirà i mesi di vita in carcere a Nicolò o i giorni di domiciliari e di firme per gli altri?

Le motivazioni dell'assoluzione recitano chiaramente: la «mera presenza» in piazza non può essere sinonimo di «contributo causale alla commissione del reato»: fosse così, «si costruirebbe uno schematismo per cui “tutti concorrono in tutto”».

La storia si ripete esattamente nello stesso modo oggi, ma con livelli di assurdo se si può ancora più profondi, per quanto riguarda gli arresti riguardanti la mobilitazione contro il G7 di Venaria del 2017. Diciassette persone con misure cautelari a cui vengono affibbiati pseudo reati senza nessuna prova neanche passabile, con la consapevolezza, probabilmente, per la magistratura che le misure presto cadranno. Le misure cautelari, in teoria strumento di garanzia contro l'inquinamento delle prove o la fuga, vengono qui usate come vendetta e per allontanare gli attivisti dal loro impegno politico quotidiano. Lo sa bene anche il senatore trombato Stefano Esposito del PD, sempre in prima linea contro i No Tav e i movimenti sociali che ieri in un alacre tweet celebrava l'operazione con un retrogusto amaro: "Questa mattina su ordine della Procura di Torino sono stati arrestati per gli scontri del G7 di 2 anni fa molti esponenti di askatasuna. Come al solito resteranno agli arresti pochi giorni ma non posso che esprimere soddisfazione per questa azione di legalità" afferma Espochì.

Triste però è la soddisfazione di chi come Esposito dopo anni di cazzate è dovuto tornare a lavorare e dei PM che pur di fare un briciolo di carriera, miseri come sono, passano il loro tempo a tentare di incarcerare giovani attivisti con teorie fantasiose che si vedono prontamente smontate. Grande dev'essere la frustrazione, ma questo non impedirà a chi lotta con dignità di portare avanti le proprie battaglie.

da centro sociale Askatasuna

 

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Continua lo stato di agitazione nel settore tessile pratese. Stavolta è stato il turno della Superlativa, una delle più grandi fabbriche di tintura e stampa dei capi di abbigliamento della provincia.

Un altro tassello importante della filiera è stato investito dagli scioperi organizzati dal si Cobas. Iniziato martedì scorso, lo sciopero continua ad oltranza per richiedere la regolarizzazione dei lavoratori a nero, le 40 ore settimanali (contro le 82 attuali), ferie, malattie e riposi. È su questi termini qua che da marzo va avanti lo scontro tra operaie e aziende nel distretto.Giovedì la Questura ha provato a sabotare lo sciopero intervenendo con i reparti antisommossa. Ripetute cariche e manganellate che per 3 ore si sono scontrate con un eccezionale resistenza operaia. Gli scontri hanno raggiunto la tangenziale, invasa dai lavoratori dopo le prime cariche. Poi la ritirata dei reparti, e a riconquista dei cancelli della fabbrica da parte degli operai. Il blocco totale delle merci è continuato quindi fino alle 6:00 del mattino. Una vittoria sul campo contro una Questura che da mesi mostra e usa i muscoli contro gli scioperi. Una vittoria resa possibile dalla solidarietà materiale che decine di lavoratori hanno portato in strada: dopo i primi scontri, il presidio arriva a triplicarsi con il passare del tempo. Anche i facchini dei magazzini logistici lo raggiungono durante le ore di pausa. Dopo la ritirata dei celerini ai cancelli si festeggia.Il blocco delle merci è ripreso ieri notte, osservato discretamente dalla polizia che la sera prima ha fatto i conti con l'ingovernabilità, ma anche la crescita numerica, del movimento. Questura e padroni sognano un ritorno al passato della pace sociale, ma ogni vertenza aperta dal si Cobas è una doccia fredda. Di settimana in settimana, il conflitto si estende ed approfondisce.

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Lo slogan "fin du monde fin du mois meme combat" (fine del mondo, fine del mese stessa lotta) scandito durante i blocchi, i cortei, le azioni di sciopero che si sono susseguiti in questi mesi nella Francia dei gilet jaunes esprime la reale consapevolezza che la questione ecologica, nei termini di sfruttamento delle risorse volto a fare mero profitto, e la questione della precarietà di chi non arriva a fine del mese sono strettamente legate.

Per questo la multinazionale dello sfruttamento umano e ambientale per eccellenza quale Amazon ha rappresentato un obiettivo colpito più volte dai gilet gialli, sin dall'inizio del movimento. Qualche giorno fa centinaia di gilet gialli e attivisti di associazioni ecologiste francesi hanno organizzato una nuova azione di blocco ai siti Amazon di Clichy, Tolosa e Lille. Il blocco, durato una giornata, si è tradotto in un sit in determinato e pacifico all'esterno del magazzino mentre alcuni attivisti si sono introdotti nel sito per bloccare il portone d'accesso. I manifestanti accusano la multinazionale di evasione fiscale, sollevano la questione delle disastrose condizioni lavorative per i dipendenti e svelano la falsa promessa di creazione di nuovi posti di lavoro a fronte del bilancio negativo dell'occupazione. In particolare, la multinazionale ha in programma di aprire tre nuovi siti in Francia in autunno ed è questa una delle ragioni più urgenti per mobilitarsi in modo tale che chi sta al governo prenda posizione in merito. Ai gilet gialli è chiaro che Amazon non si fermerà così come ha già dimostrato a seguito della richiesta di 7900 dipendenti di rinforzare il piano climatico esistente che l'azienda usa da greenwash. Gli azionisti di Amazon hanno risposto investendo in un sistema di riconoscimento facciale. Per questo viene chiamato in causa Macron perché si prenda le sue responsabilità.

Ai blocchi degli scorsi giorni la multinazionale ha prontamente risposto autoglorificando il proprio piano sul clima rispetto agli investimenti sull'energia alternativa e alla riduzione degli imballaggi, quando in realtà si rifiuta di dare comunicazioni chiare sulle emissioni di gas serra prodotti dalla sua attività. L'obiettivo di questa e delle precedenti azioni contro Amazon, così come tutte quelle contro altri snodi della logistica e del commercio portate avanti dai gilet gialli in convergenza con associazioni ecologiste, è mettere all'ordine del giorno la crisi del proprio stile di vita, delle proprie condizioni di lavoro, la questione della limitazione dei consumi e al contempo della sovrapproduzione, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse.

La decisione di Amazon di aprire nuovi hangar dipende dalla volontà di rendere possibile la pronta consegna in qualunque parte del mondo in un solo giorno. Per poter raggiungere questo obiettivo occorre raddoppiare i siti logistici sul territorio il che ha come diretta conseguenza l'aumento di costruzioni, l'aumento dei flussi su gomma dei trasporti, inquinamento, cementificazione e messa in concorrenza di territori che si trovano già in situazioni di difficoltà economica e sociale. Secondo un'inchiesta sul funzionamento della multinazionale, si evince che la società utilizza altre società per velocizzare la compravendita dei siti, per ottenere con facilità i permessi per costruire e per infine fabbricare i magazzini. Il tutto facendo leva su quei territori abbandonati, dove le grandi industrie hanno chiuso e hanno lasciato migliaia di disoccupati, dove Amazon può negoziare per avere sgravi fiscali e promettere nuovi impieghi. In questo senso quindi, le azioni di blocco e gli appelli al boicottaggio sono la risposta al colosso di fama mondiale che si dipinge di verde alla faccia di chi paga sulla propria salute, sulla vivibilità dei territori e sull'accesso alle risorse la sua sete di profitto. Il 15 e il 16 luglio ci sarà il Prime Day, giornate di promozioni per gli abbonati Amazon Prime.. Ai piani alti ci si chiede se tutto si potrà svolgere regolarmente.

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