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Articoli filtrati per data: Wednesday, 31 Luglio 2019

Sono giorni di unanime e ipocrita cordoglio dopo la morte del presidente tunisino Beji Caid Essebsi, avvenuta il 25 luglio all'età di 92 anni. Lo statista Essebsi, l'uomo della transizione democratica per l'occidente compiacente e neocoloniale, il complice dei padroni di sempre per il popolo tunisino. Riceviamo e pubblichiamo di seguito alcune riflessioni di una giovane attivista tunisina.

E' infine morto, nell'ondata di caldo mondiale, il giorno della "festa della Repubblica". Ah, questa repubblica che è servita, se non a loro. Nessuno dovrebbe gioire della morte di un uomo, mia madre me lo ha sempre detto. Mi ha anche detto che quando un uomo muore non ne resta che la memoria... ma questa memoria è lontana dai discorsi zelanti sulla bandiera dei sostenitori del romanzetto nazionale falsificato dal potere. E' morto ed ora sappiamo che in Tunisia si può morire a 93 anni senza aver pagato per i crimini commessi. Sappiamo che si può addirittura diventare presidente e stringere al meglio la morsa grazie ad un'élite che ha distrutto il paese lentamente.
Béji Caïd Essebsi è il prodotto sognato da qualsiasi dittatura post-coloniale. E' stato all'interno della macchina dello stato, che ha schiacciato milioni di persone, fin dal giorno in cui i francesi sono parzialmente andati via dal paese. C'è chi dirà che non rappresenta di certo il peggio, ma la sua persona rimane comunque il simbolo di tutti i fallimenti di questo paese. Rappresentante di una borghesia dominante, pronta a tutto pur di restare al potere e allo stesso tempo mantenere il controllo economico a danno del popolo e delle sue fatiche.
La stessa "élite république" che non ha di certo rappresentato la punta di diamante per l'indipendenza contro il potere coloniale, con il quale collabora ancora oggi, allattandoci con una storia collettiva falsificata che ha fatto di un uomo il solo eroe della nostra lotta. Questa falsificazione Béji Caïd Essebsi l'ha sempre negata, rifiutando ogni forma di dibattito veritiero sulle clausole segrete degli accordi per l'indipendenza. L'Istanza Verità e Dignità ha pubblicato dei documenti riguardo contratti di concessione ad alcune società per lo sfruttamento e la prospezione mineraria e petrolifera, inclusi diritti e privilegi, per periodi fino a 99 anni. A quanto pare le autorità coloniali francesi hanno cercato di preservare i loro profitti dopo l'indipendenza, mantenendo gli articoli 33 e 34 della Convenzione sull'autonomia del 30 giugno 1955 nel protocollo della piena indipendenza del 20 marzo 1956.
Secondo i documenti diffusi dall'IVD (Istanza Verità e Dignità), questi articoli imposti dai francesi durante i negoziati per l'Indipendenza, mettono in questione il controllo da parte dello Stato tunisino sulle risorse naturali e finanziarie. Secondo il verbale dell'incontro tra il Primo Ministro tunisino e l'ambasciatore francese i giacimenti petroliferi locali produssero, nel 1971, 4 milioni di tonnellate, l'equivalente di 30,4 milioni di barili. Tuttavia, le entrate petrolifere dello stato tunisino non superarono, durante lo stesso periodo, i 300 milioni di franchi francesi, con una media di un barile venduto al prezzo unitario di 0,2 dollari (USD). Nota: il prezzo di un barile di petrolio nel 1971 era intorno ai 3,6 dollari .
Ossessionato dalla pratica della tortura su larga scala, è stato uno dei padri fondatori di questo Stato di polizia, inizialmente in qualità di Direttore della Sicurezza Nazionale dall'8 Gennaio 1963 fino al 4 luglio 1965 e poi come Ministro degli Interni a partire dal 4 luglio 1965 fino all'8 settembre 1969. Questo lungo periodo comprende tutti gli atti di tortura commessi sotto l'autorità di Béji Caïd Essebsi nei confronti dei prigionieri in Tunisia durante il regime di Bourguiba. E' stato anche il direttore della prigione di Nadhour a Bizerte, costruita dall'esercito francese durante il protettorato, dove migliaia di prigionieri politici o colpevoli di reati comuni sono stati torturati e condannati a pene lunghissime.
Infine, tra le altre cose, è stato il volto principale della controrivoluzione in atto in Tunisia, boicottando ogni forma di giustizia penale verso i colpevoli di crimini e corruzione durante il vecchio regime. Lo ha fatto persino prima di essere eletto, alla vigilia delle elezioni per l'assemblea costituente nel 2011. Con il decreto-legge N° 2011-106 del 22 ottobre 2011 relativo agli atti di tortura vengono abrogati i vecchi testi tunisini relativi alla tortura, compreso il nuovo articolo 5 del codice di procedura penale, prevedendo una prescrizione di 15 anni per i crimini di tortura in Tunisia. In virtù del decreto legislativo n. 2011-106 riguardante le tortura in Tunisia, tali reati possono essere puniti solo quando vengono commessi entro un periodo non superiore ai 15 anni dalla data ufficiale della denuncia.
Una controrivoluzione che avanza con la vergognosa legge di riconciliazione amministrativa che ha concesso l'amnistia ai colpevoli (http://www.tunisiainred.org/tir/?p=7366), condannando la Tunisia ad affondare, sempre di più, in uno stato di ingiustizia.
E' dunque morto. Beh addio, non ti diremo certamente grazie. Morto nella confusione generale in vista delle prossime elezioni.
E' dunque legittimo chiederci: Ed ora cosa faremo?

[Nella foto "Still manish msamah - Ancora non perdono" - su un muro di Tunisi]

 

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Steve Maia Caniço era disperso dal 21 giugno, quando durante una festa della musica a Nantes la polizia aveva gasato, caricato e colpito con proiettili di gomma indistintamente i centinaia di partecipanti al party.

14 persone erano finite nel fiume Loira e tra questi Steve che non era mai più risalito. Lunedì 29 luglio il corpo di Steve è stato ritrovato nella Loira dopo più di un mese di ricerche e di campagna contro le violenze poliziesche che ormai in Francia sono quotidiane. Steve infatti è la terza persona che viene uccisa dalla polizia, solo a Nantes nel giro di 2 anni. Era una persona molto amata dai suoi amici e familiari e faceva l'animatore di lavoro. Dopo la sua scomparsa in tutta la Francia è stata lanciata la campagna "Ou est Steve?" per trovare il ragazzo scomparso e fare chiarezza sulla dinamica del fatto.

Il 28 giugno è stata organizzata una manifestazione a sostegno della famiglia di Steve e delle persone colpite dalla violenza della polizia, il giorno dopo un'altra marcia manifestò sotto la prefettura di Nantes. L'hashtag "Ou est Steve?" si diffonde come un incendio tra i moltissimi che negli ultimi mesi hanno partecipato alle iniziative dei Gilet Gialli e alle altre contestazioni al governo Macron. Molti contestano l'operato della polizia nella ricerca del ragazzo ventiquattrenne.

Il 6 luglio una nuova manifestazione vede unirsi gilet gialli e giovani contro la violenza della polizia e scoppiano tafferugli al grido di "assassini, assassini". Molti non capiscono perché la ricerca vada così a rilento.

Al centro, in Place Royale, i manifesti con l'insistente interrogativo sulla scomparsa di Steve arrivavano a coprire le false statue antiche installate lì dall'evento culturale Le Voyage à Nantes. La prima volta vengono rimossi, ma tornano, con l'approvazione dell'artista e degli organizzatori: "Stéphane Vigny fu contattato e sentì che il suo lavoro era lì per provocare, non vide alcun problema, sono messaggi di supporto ".

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Per alcuni parenti, la durata delle ricerche diventa difficile da sopportare. "Le autorità non hanno chiaramente preso le misure necessarie e l'attesa è indecente e non lascia indifferente nessuno", affermano alcuni, che annunciano su una pagina Facebook l'organizzazione delle ricerche dei cittadini per trovare il corpo. Sono infine cancellati su richiesta della famiglia.

Il corpo viene infine ritrovato e Eduard Philippe, primo ministro francese, riesce ad affermare di fronte alla evidenza dei fatti che non è possibile trovare alcuna correlazione tra la morte di Steve e l'intervento della polizia, provando ad affibbiare la responsabilità agli organizzatori della serata. La polizia di Macron è ormai completamente fuori controllo e il livello di violenza che mette in campo per difendere un presidente ormai delegittimato dai conflitti sociali dispiegati in Francia è assolutamente impunito. Ma ormai gran parte dei francesi ha compreso il ruolo politico delle forze dell'ordine e nonostante la dura repressione continuano le mobilitazioni.

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