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Articoli filtrati per data: Wednesday, 03 Luglio 2019

A “scandali”, abusi e corruzione che coinvolgono pezzi più o meno centrali della magistratura italiana, siamo ormai abituati. E ogni volta che deflagrano inchieste interne, spesso a orologeria per guerre intestine alla magistratura o fra poteri dello Stato, non fanno che riconfermare un ritratto del potere giudiziario italiano come intimamente corrotto e arbitrario.


Però le inchieste degli ultimi mesi, con i loro colpi di scena, stanno superando l’ordinarietà di queste dinamiche, arrivando a coinvolgere e le massime cariche della magistratura e e turbando anche gli stomaci più forti.
L’inchiesta sulle nomine del CSM, con al centro Palamara, arrivano a coinvolgere in maniera pesante nel sistema di mercimonio delle cariche da procuratore di Roma e di altre grandi città, il procuratore generale della cassazione Fuzio, che intercettato, viene pizzicato ad avvertire l’ex presidente del Csm riguardo l’indagine della Procura di Perugia. Al di là della cronaca giudiziaria ,che in questi giorni vari giornali e inchieste giornalistiche stanno raccontando, quello che in pochi dicono, se non appellandosi a far fuori le mele marce e ristabilire l’immagine istituzionale della magistratura, è come esca chiaramente fuori l’immagine di una casta,quelli di giudici e pm,che si sente tale e che ad essere marcio forse è proprio tutto il cesto.


Ad essere coinvolta è un buona parte della propaggine del giglio magico Renziano dentro la magistratura e le procure, da Lotti a Ermini, a finire nel mezzo è l’ormai defunto Pd di Renzie e il suo sistema di potere. A venire alla luce è il collegamento tra varie inchieste di corruzione, il caso Consip, i genitori dell’ex premier e i tentativi di depistaggio delle inchieste di corruzione su Eni e Descalzi,che incastonandosi nell’inchiesta sulle nomine arrivano a tirare in ballo anche il Presidente Mattarella.
Quello che emerge in maniera chiara è il tentativo portato avanti da un parte della magistratura di saldare i conti con il sistema renziano oramai giudicato “irrecuperabile” con un monito per tutti: senza padrini e coperture si fa poca strada. Avventurandosi nel campo delle ipotesi e guardando al peso delle personalità e degli apparati coinvolti, viene da chiedersi se nello stato profondo, dall’inizio del governo giallo verde, si inizino ad avere dei cambi di orientamento.

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Nelle caserme dei carabinieri troviamo sovente immagini, fotografie, bandiere, riguardanti l’epoca fascista o nazista. Il caso che creò più scalpore mediatico fu quello di Firenze, la bandiera del Reich si intravedeva da una finestra della caserma.

Poi fu la volta della caserma di Susa, dove un carabiniere teneva esposta la fotografia di Benito Mussolini, a fare uscire il caso fu un NO TAV condotto in caserma per notificargli una denuncia, caso vuole che i fatti per cui arrivarono arresti e denunce vedevano coinvolto un carabiniere che disse: “Se ci fosse ancora lui! Voi Notav vi avremmo gia spazzati via tutti”. Poco ci stupisce la frase del carabiniere, così come le immagini e i simboli che i carabinieri sono soliti avere nei loro uffici.

Da sempre nei paesi dove vi sono situate caserme dei reparti mobili dei carabinieri notiamo maggior voti per partiti neofascisti quali Forza Nuova e Casapound.

In un articolo della stampa si parla di una Notav denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale in quanto avrebbe dato del fascista ad un carabiniere, non aveva certo tutti i torti. Al carabiniere di Susa è stato dato un giorno di consegna dai suoi superiori e i giudici hanno trovato la misura punitiva giusta in quanto hanno confermato il solo giorno di consegna in questione (mentre per l’appuntato di Firenze non è stata data nessuna sanzione).

Troviamo tutto ciò ridicolo e oltraggioso per chi ha sacrificato la propria vita in nome della libertà dal fascismo e dal nazismo, non possiamo accettare questa decisione e ribadiamo a gran voce che l’antifascismo lo si pratica giorno dopo giorno nella vita quotidiana di tutti e tutte noi.

 

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Le rivolte nelle carceri di tutta Italia delle ultime settimane, da Poggioreale a Voghera, da Palermo a Rieti, da Agrigento a L’Aquila a Velletri, rappresentano la cartina di tornasole di un sistema malato che è giunto a un punto di non ritorno. Quasi 61.000 persone ammassate in meno di 50.000 posti regolamentari e la chiusura di qualsiasi prospettiva alternativa al carcere, sono dati allarmanti e destinati a crescere.

In realtà questi dati non rispecchiano un aumento dei reati, nettamente in calo negli ulti mi 10 anni, ma scelte politiche precise da un lato mentre, dall’altro, denunciano la farraginosità della macchina giudiziaria e il carattere classista dell’istituzione carceraria. Le leggi varate negli ultimi 30 anni in materia di stupefacenti, contraffazione di marchi e immigrazione, hanno determinato la criminalizzazione di marginalità sociali che, scientemente, sono stati oggetto alternativamente di campagne mediatiche mostrificatorie, determinando paura e allarme nella società.

I 3/4 della popolazione attualmente detenuta è costituita da assuntori e “spacciatori” di sostanze stupefacenti, autoctoni e migranti, provenienti prevalentemente dai quartieri periferici delle città e dai ceti sociali medio bassi, ladruncoli e scippatori, parcheggiatori e ambulanti “abusivi”, malati psichici, prostitute. Un’operazione chirurgica che ha selezionato i destinatari, tenendo le sirene allarmistiche, e di conseguenza anche la criminalizzazione e la repressione, ben lontane dai trasgressori appartenenti alle classi più agiate.

Per intenderci: il cocainomane col suv viene percepito differentemente dall’assuntore con l’utilitaria, così come l’espediente di sopravvivenza è reato, mentre la finanza criminale è “creativa”. A differente condizione economica corrisponde una differente percezione sociale ed anche la pretesa punitiva nei confronti dei soggetti più agiati viene mitigata a partire dalla tutela della privacy. Difficilmente troveremo su Mario Rossi i titoloni di giornale riservati a Ciro Esposito, e difficilmente troveremo Mario Rossi tra i 61.000 destinatari delle patrie galere.

Ci chiediamo anche cosa succederà con il regionalismo differenziato se verrà approvato. Se già oggi non si può negare l’esistenza di una correlazione tra questione meridionale e politiche penitenziarie (basti pensare “all’area 416bis” e alle percentuali di meridionali tra la composizione della popolazione detenuta pari ad oltre il 70% dei detenuti italiani, mente è il 100% delle sezioni di Alta sicurezza), con il regionalismo differenziato la gestione del Sud sarà demandata verosimilmente alla sola amministrazione penitenziaria.

L’estensione continua del concetto di “condotta penalmente rilevante” mira (da sempre) a criminalizzare e reprimere un corpo sociale ben determinato che , in parte, non riesce ad avere i mezzi per soddisfare i bisogni primari per cui è costretto a ricorrere ad espedienti per sopravvivere mentre, un’altra parte, “approfitta” delle abitudini di quella larga, e trasversale, parte di società che fa regolarmente uso di sostanze stupefacenti.

Un corpo sociale vittima, prima ancora che reo, della condizione di marginalità cui l’attuale sistema politico ed economico lo ha relegato, delegando al carcere il contenimento di questa “eccedenza” che mal si incastra nell ’Italia bellissima favoleggiata dagli abili mercanti, di ieri e di oggi, improvvisatisi statisti, che hanno trasformato lo Stato in azienda prima e bancarella poi. Uno Stato ridotto a vetrina, ormai decadente, di un corpo politico e di una società che il s enso dello stato, dell’equità, dell’umanità e della giustizia sociale ha smarrito.

E nelle galere stanno esplodendo tutte le contraddizioni socio politiche che all’interno della società fanno fatica a trovare il minimo comune multiplo. Esplodono su restri zioni e privazioni che narrano tutta l’ipocrisia dei Rossi “clienti, compari e complici” degli Esposito.

In altri tempi si sarebbe scritto a fiumi su questa “soggettività di classe” in rivolta nelle carceri, si sarebbe analizzata la composizione variegata e meticcia rivendicante la propria alterità rispetto al potere costituito. Eppure le parole d’ordine non sono cambiate: Sante Notarnicola ci ricorda che se oggi nelle carceri c’è il fornellino nelle celle, e ci fu la riforma Gozzini, il merito va riconosci uto alle lotte che tra gli anni 70 e 80 attraversarono le carceri di tutta Italia. In quegli anni la composizione era variegata più che meticcia e l’incontro in carcere tra i prigionieri comuni e quelli politici determinò una presa di coscienza della condi zione soggettiva anche tra i detenuti comuni, ed innescò una serie di rivendicazioni che, dal momento che non si riusciva a abbattere il carcere, individuato quale pilastro fondamentale del sistema capitalista, migliorassero le condizioni di vivibilità all’interno dello stesso.

Negli ultimi venti anni c’è stata una torsione autoritaria, dentro e fuori le carceri, inversamente proporzionale allo smantellamento del welfare. Gli esempi richiamati in apertura rappresentano gli obbrobri giuridici macroscopici di un legiferare ossessivo-compulsivo teso a mantenere in attivo la fabbrica penale. Punire e incarcerare coloro i quali sono stati resi poveri, esclusi, emarginati assolve a molteplici funzioni: tenere in piedi il sistema penale e carcerario, offrire alla società capri espiatori utili a sedare le insicurezze sociali e nascondere dalla vista dei moderni signorotti i pezzenti, i reietti.

E, infine, il capolavoro: offrire manodopera a costo basso o nullo alle imprese e alle multinazionali. Le ultime riforme in materia di lavoro penitenziario e ammortizzatori sociali hanno cancellato buona parte dei diritti del detenuto/lavoratore. Nel 2018 sono state adeguate le c.d. “mercedi”, ferme dal 1994 ma, se da un lato hanno adeguato i salari, dall’altro hanno innalzato le spese di mantenimento e ridotto le ore contrattualizzate retribuite. Prendiamo ad esempio i c.d. “piantoni” (ma questo, in diversa misura, vale anche per le altre mansioni di lavoro intramurario), cioè i detenuti che prestano assistenza ai detenuti disabili, hanno un contratto di 1 ora al giorno ma assistono il disabile/concellino, altre 23 h su 24 a titolo di umanità gratuita.

Per quanto concerne gli accordi dell’amministrazione penitenziaria con società ed imprese esterne, l’ultimo esempio, in ordine temporale, è dato dal “Programma 2121”, su cui l’azienda Plus Value, partner del Progetto Mind – Milano Innovation District per la riqualificazione dell’area dell’Expo 2015 assieme al Ministero di Giustizia a alla multinazionale di sviluppo immobiliare Lendlease, che ha avviato la valutazione dell’impatto socio-economico e delle ricadute che il programma avrà.

Il progetto prevede l’impiego di manodopera detenuta e i detenuti avranno sì un contratto, ma la retribuzione andrà all’amministrazione penitenziaria ad “estinzione del debito” che il detenuto ha nei confronti dello Stato. Attraverso l’inserimento del meccanismo premiale in vece della retribuzione nel rapporto di lavoro si (re)introduce la pratica del lavoro forzato. Si è gradualmente tornati quindi, alla funzione che le carceri ebbero nel periodo pre e post rivoluzione industriale: contenere, disciplinare e sfruttare le marginalità che lo sviluppo della società capitalistica aveva prodotto.

Ieri erano i contadini che in massa abbandonavano le campagne col miraggio della fabbrica che, esattamente come le bestie da soma, venivano selezionati mentre i più deboli venivano scartati. E gli scarti vennero marginalizzati prima e criminalizzati poi. Esattamente come è avvenuto con i meridionali dall’Unità d’Italia in poi e come avviene oggi con i migranti. I detenuti che oggi si stanno ribellando contro l’istituzione carceraria sono quelle stesse eccedenze al sistema e alla società capitalistiche che rivendicano prepotentemente spazi vitali e diritti: salute, acqua, vitto congruo, affetti. E accanto alle rivendicazioni ci chiedono il senso di questo carcere, a cosa serve? A chi? Certamente non a loro che, nella migliore delle ipotesi, usciranno come sono entrati o, nella peggiore e più probabile, saranno incattiviti da anni di segregazione fine a se stessa ma molto utile all’industria penale.

Associazione Yairaiha Onlus

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Cento anni fa, il calcio femminile ha vissuto una prima età dell’oro, interrotta da uomini preoccupati di vedere queste donne mettere in discussione le basi della dominazione maschile.

Il 17 marzo, 60.739 persone hanno partecipato alla partita di calcio femminile tra l’Atletico Madrid e l’FC Barcelona. Un record assoluto per una partita di calcio femminile. Il culmine di un lento ma inesorabile aumento nell’afflusso del calcio femminile sin dalla sua creazione? Per niente! Il precedente record di presenze risale al... 1920, quando le “Dick Kerr Ladies” affrontavano le St. Helen’s Ladies a Liverpool. Lo stadio del Goodison Park ha ospitato circa 53.000 persone!
Questo è forse sorprendente oggi, ma il calcio femminile è stato un enorme successo nei vent’anni trascorsi dopo la codificazione del calcio moderno (1860). Una parentesi incantata alla quale gli uomini hanno messo fine, affinché il calcio rimanesse la loro riserva, sullo sfondo di lotte per l’uguaglianza dei diritti, come ha brillantemente raccontato al giornalista Michael Correia nel suo libro Una storia popolare del calcio.


Reazioni violente

La prima partita internazionale di calcio femminile si tenne il 9 maggio 1881 a Edimburgo tra Scozia e Inghilterra. Le cronache del Glasgow Herald danno una buona idea dell’immagine che molti uomini hanno di queste donne che hanno il coraggio di calciare la palla: «Dal punto di vista del calciatore, la partita è stata un fiasco, anche se alcune [giocatrici] sembravano capire il gioco».
La violenza verbale contro le donne calciatrici si stava rapidamente trasformando in violenza fisica. Pochi giorni dopo la partita del 9 maggio 1881, un nuovo incontro a Glasgow tra Scozia e Inghilterra venne interrotto a causa dell’invasione del terreno di gioco da parte degli spettatori di sesso maschile. Le calciatrici si rifugiano in un omnibus,  verso il quale gli spettatori lanciano i pali della porta appena strappati dalle porte. Il 20 giugno, si provò a ripetere il match a Manchester, ma si verificarono nuovi eccessi. Il Manchester Guardian denunciò queste donne «acconciate in modo sgradevole». L’organizzatrice di queste partite, l’attivista suffragetta scozzese Helen Matthews (che si definisce Mrs Graham per proteggere la sua vera identità) e le sue compagne di squadra gettarono la spugna.
Tale virulenza virile può essere spiegata dal contesto del tempo. Nel 1880, il femminismo britannico era in pieno sviluppo. Gli uomini iniziarono a preoccuparsi delle prime messe in discussione della dominazione maschile, che riduce il corpo delle donne a un semplice strumento di riproduzione. Da questo punto di vista, la pratica del calcio femminile poneva due problemi. Giudicato indecente (le donne in pantaloncini, immaginate!), è anche percepito come pericoloso «per gli organi riproduttivi e per il petto a causa dei colpi brutali, torsioni innaturali e colpi di gioco», come scritto dal British Medical Journal nel dicembre 1884. La rivista non esitò a raccomandare che le donne fossero bandite da questo sport. E dopotutto, le donne avevano davvero bisogno di giocare a calcio? Per Robert Miles, un giocatore di cricket noto a Oxford, «la maternità è anche uno sport, il vero sport delle donne».
Un altro problema per questi signori: le prime donne che giocavano svilupparono un discorso egualitario che andava ben oltre la palla. Nettie Honeyball (vero nome Mary Hutson), ideatrice della prima squadra di calcio femminile della storia nel 1894 (il British Ladies Football Club) dichiarò: «Ho fondato l’associazione l’anno scorso con il chiaro intento di dimostrare al mondo che le donne non sono le creature “ornamentali” e “inutili” che gli uomini immaginano. [...] Attendo con ansia il momento in cui le donne saranno presenti in Parlamento per far sentire la loro voce nelle questioni che le riguardano».
La calciatrice dovrà aspettare fino al 1919 e l’elezione alla Camera dei Comuni di Nancy Astor perché la sua speranza diventi realtà. Il calcio femminile, nel frattempo, ha una seconda fase di successo molto più veloce. A partire dal 23 marzo 1895, quando una partita tra una squadra del nord dell’Inghilterra e un’altra del sud riunisce 10.000 spettatori. Ma nel 1902 la Federazione calcistica inglese proibì a tutti i giocatori di affrontare le donne ... L’anno dopo, il British Ladies Football Club chiuse i battenti: è la fine della seconda avventura delle pioniere.

Seconda ondata

Come in altri ambiti si è dovuto aspettare fino allo scoppio della Prima guerra mondiale vedere le donne tornare alla ribalta della scena calcistica. Nel cuore della guerra, 700.000 donne lavoravano nelle fabbriche inglesi per fabbricare munizioni. Queste munizioni, controllate da padroni di fabbrica paternalistici, crearono 150 squadre di calcio tra il 1915 e il 1918. Il calcio femminile era diventato un mezzo per «rafforzare l’immagine sociale delle lavoratrici impegnate in uno sport nazionale sano e rinvigorente», scrive Michael Correia. Il Primo ministro britannico, David Lloyd George, parlò anche di «eroine coraggiose». Soprattutto perché le partite che giocavano erano spesso l’occasione per raccogliere donazioni per finanziare gli ospedali di guerra. Nel 1918, 750.000 lavoratrici inglesi avevano una licenza di calciatrici!
Nel 1919, 35.000 persone hanno partecipato alla partita tra la Dick di Kerr contro le Newcastle Girls. Tra questi, il Dick Kerr’s Ladies, una squadra con sede a Preston, a nord di Manchester, diventerà presto nota. Capace di giocare in modo veloce, tecnico e offensivo, le squadre femminili attiravano folle: nella primavera del 1919, 35.000 persone parteciparono a una delle loro partite contro le ragazze del Newcastle. E questo non fece eccezione: in quel momento, Dick Kerr Ladies attirava in media 13.000 persone nelle loro partite. L’equivalente del secondo più grande afflusso della Ligue 2 francese oggi!
Un anno dopo, hanno ospitato per la prima volta una delegazione francese, guidata da Alice Milliat, una giovane donna di origini modeste che divenne rapidamente una delle fondatrici dello sport femminile francese e internazionale. Il successo fu immenso: le calciatrici francesi e inglesi riunirono un pubblico importante e conquistarono la prima pagina de L’Auto (antenato de L’Equipe). Lungo il tragitto per lo stadio, «a ogni stazione principale, abbiamo dovuto scendere sulla banchina o metterci alla porta dei carri per farci riprendere nelle foto», dice Alice Milliat.

Uno sport sovversivo

Anche qui, dietro il successo dello sport e dei media, c’è un background molto politico. In un articolo che le dedica, la storica Florence Carpentier spiega che Alice Milliat, come le pioniere del calcio britannico, resero lo sviluppo dello sport femminile una lotta femminista più ampia. Con la sua notorietà e l’idea, diffusa in Francia nei primi anni Venti, che lo sport può partecipare alla rigenerazione della nazione dopo la guerra, Alice Milliat riuscì a farsi strada nello spazio mediatico del tempo. In L’Auto, denuncia «il vecchio spirito di dominio [degli uomini], il desiderio di mantenere le donne in custodia, la paura di vederle diventare qualcosa di diverso dagli oggetti utili o piacevoli all’uomo». E assicurava che «la donna ha ancora molto da combattere per farsi apprezzare nelle diverse categorie della vita sociale» e che «nel campo dello sport, come in tutti gli altri, si è trovata a lottare con spirito atavico di dominio maschile».
Discorsi impegnativi che sono comunque lontani dal parlare a tutti gli sportivi del tempo, come la rimproverava la giornalista femminista Jane Misme: «Chiedi alle sportive, chiedi loro se sono femministe. Ho quasi paura, ahimè, di sbagliarmi assumendo che otto su dieci, almeno, risponderanno che non si preoccupano di queste sciocchezze». Ma come scrive Florence Carpentier, «se questa testimonianza mostra la difficoltà delle femministe nel toccare la comunità sportiva, dimostra anche che lo sport non è stato ignorato dagli attivisti. Lo sport non è solo un altro bastione maschile da conquistare, è particolarmente importante per le femministe mettere in discussione l’argomento biologico dell’inferiorità femminile». Prima di citare di nuovo Jane Misme: «Loro [le atlete] sono la prova che, quando coltiva le sue facoltà fisiche, la donna smette di essere “la bambina malata” sulla quale abbiamo pianto tante lacrime di coccodrillo».

Ritorno all’ordine

In Inghilterra ancora più che in Francia, il successo mediatico del calcio femminile infastidì comunque rapidamente le autorità calcistiche. Dopo essere stato fermato durante la guerra, il campionato maschile subentrò nel 1919. E già nel 1921, la Federazione calcistica inglese vietò ai club di prestare il loro campo alle squadre femminili. «Il calcio non è adatto alle donne e non dovrebbe mai essere incoraggiato», dicono i suoi leader. I giocatori di calcio seguono l’esempio: l’allenatore della squadra dell’Arsenal, Albert Leslie Knighton, dice che non si può lasciare giocare le donne, perché a causa dei colpi che potrebbero ricevere mentre giocano «i loro futuri doveri come madri sarebbero molto compromessi».
«Il ritorno all’ordine patriarcale al quale gli uomini aspirano passa attraverso un ritorno all’ordine del calcio», sostiene Michael Correia, per il quale «il messaggio politico inviato dalle autorità politiche è chiaro: gli stadi di calcio devono rimanere un tempio della mascolinità e le donne sono tenute a dedicarsi alla rigenerazione della nazione», continua. La festa è finita: l’organizzazione di una partita femminile fa parte del percorso a ostacoli e ai club maschili è concesso di prestare la propria terra alle donne nel... 1971.

Da alternatives-economiques.fr

tradotto da sportpopolaresportpopolare

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