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Articoli filtrati per data: Wednesday, 17 Luglio 2019

Può sembrare ripetitivo e un po' retorico insistere sulla forza del NO, ma tanto più in questa fase storica è importante considerarne il valore. In un momento in cui tutto è apparentemente relativizzato, ambiguo, uno spazio grigio, il NO fa chiarezza. Segna senza esitazioni dove sta il limite, cosa è inderogabile, a cosa non si può cedere.

Il popolo della Val Susa, nella sua trentennale esperienza del No, ha costruito una sua storia, una sua epica, una incarnazione del conflitto che ha date da festeggiare sul calendario e luoghi da visitare per comprendere cosa è successo, cosa succede e cosa potrebbe accadere. Due semplici lettere, praticate con coerenza e intelligenza e assumendosene le conseguenze, hanno trasformato un territorio periferico, devastato e disgregato in un esempio di dignità per tutto il paese e oggi in un cuneo indigesto, una contraddizione insolvibile nel governo giallo-verde. Se è no, è no! Niente forse, niente magari, niente potremmo…

E così da quel No originario ne sono scaturiti altri, che erano derivazione diretta o indiretta del rifiuto che un'intera popolazione esperiva della devastazione ambientale, della violenza dello Stato e della politica come messa in campo di interessi contrapposti. Una serie di No che hanno scalato tutta la morfologia del sistema delle grandi opere, dai livelli più intuitivi, ma comunque centrali, come il No alla mafia, alla corruzione a quelli più complessi, articolati come il No al debito, al lavoro indegno, in poche parole al capitalismo predatorio. Questi no, sistematizzati e generalizzati, definiscono il quadro di alcune delle principali contraddizioni dei nostri tempi, e riemergono qui e lì, nelle ambivalenze, in altri conflitti come quello dei Gilet Gialli in Francia o le lotte contro il cambiamento climatico in giro per il mondo. In questo senso il movimento No Tav è anticipazione e permanenza, è passato prossimo, presente in lotta e futuro anteriore.

La questione del cambiamento climatico e della devastazione ambientale si fa oggi, quotidianamente, generalizzata e globale. Non è più una vicenda localistica con sue specifiche caratteristiche e dimensioni. Basta guardare gli eventi metereologici estremi che stanno colpendo la nostra penisola in questi ultimi mesi e che hanno già mietuto vittime e distruzione. Crocevia simbolico di questa materialità è Taranto dove la combinazione tra lo sfruttamento sul lavoro, l'inquinamento mortifero e il cambiamento climatico si incontrano e costituiscono la tempesta perfetta. La persistenza dei movimenti del no, la loro composizione di classe, sono destinati a rimbombare su scale sempre più grandi. Un nuovo universale? Difficile da dirsi, difficile da credersi, manca la forza, la capacità di riconoscersi, la potenza, per ora. Quello che ci pare di intravedere è che una dura battaglia si giocherà su questo campo e che le composizioni che oggi vediamo spuntare in questi movimenti del no domani saranno la dorsale di un discorso di classe che si opponga al Green New Deal capitalistico e alla (impossibile) fuoriuscita dalla crisi climatica per la via del libero mercato. Molto dipenderà anche da come la somma di quei No potrà divenire un No generalizzato. Un No alla retorica della "crescita ad ogni costo", un no alla trappola del PIL, un No allo sviluppo selvaggio inteso come accumulazione, inevitabilmente violenta, di capitali e risorse e conversione di questi capitali e risorse in sfruttamento del lavoro umano. Non c'è da illudersi, questa battaglia sarà dura e senza sconti, bisogna discutere molto, riflettere altrettanto, ritrovarsi e andare a cercare i propri simili.

Anche in questa fase oggettivamente difficile, però, alcune certezze le abbiamo. Il rifiuto dei movimenti del no ad una cooptazione istituzionale, ma al massimo un uso tattico delle tornate elettorali ha fatto sì che queste lotte siano uno dei pochi bacini di opposizione di classe credibile al salvinismo e al suo combinato disposto di negazionismo climatico e dogma della crescita. Mentre gli obbiettivi dei media sono puntati sui barconi che arrivano dal mare, i feudi storicamente leghisti si scoprono (a mo di segreto di pulcinella) contaminati dal malaffare, dalla corruzione, dall'inquinamento e dalla devastazione dei territori e delle vite. La pianura padana pezzo a pezzo si svelerà come un'enorme terra dei fuochi e casi come quelli della Pedemontana veneta continueranno a moltiplicarsi. Le trame sono evidenti e il conto da pagare molto salato.

Da questo tocca ripartire, tocca assumersi la responsabilità della resistenza e immaginare e praticare i semi di un'anticipazione. Per collettivizzare la nostra immaginazione sarà importante incontrarsi, discutere, lottare assieme e fare festa in pieno stile No Tav nella seconda metà di luglio prima al campeggio studentesco e poi al Festival Alta Felicità a Venaus.

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“lo sa che io ho perduto due figli…signora lei è una donna piuttosto distratta..” (De Andrè, Amico Fragile)

Le cronache di questi giorni di Luglio 2019 sul possibile mercato di bambini, attraverso l’allontanamento dalle famiglie per abusi e maltrattamenti falsi, sembrerebbe organizzato in modo sistematico attraverso l’uso distorto dei provvedimenti giudiziari del Tribunale Minorile insieme all’alterata collaborazione di figure tecniche dei servizi sociali. L’allontanamento di minori dalle loro famiglie di origine e il loro collocamento o affido presso comunità, strutture di accoglienza o famiglie affidatarie, appare un vero e proprio business tra gli uffici della cosa pubblica ed il mondo onlus e delle cooperative.

Premettendo che l’interesse in questo articolo non è quello di rimanere su un piano di cronaca o di inchiesta, vogliamo provare ad analizzare le dinamiche complesse politico-sociali con una lente di sistema senza concentrarsi sui casi specifici come fossero casi connotabili nel reparto mostruosità e delle mele marce del mondo dell’assistenza.

Come funziona:

si tratterebbe di una sorta di macchina organizzativa fondata sulla sistematica falsificazione delle valutazioni sulle famiglie, con lo scopo di allontanare i minori anche quando non ce ne fossero stati i presupposti. Il Provvedimento di casi eccezionali, cioè gli allontanamenti per motivi gravi, gli unici a giustificare gli allontanamenti, ne rappresenta solo una piccola parte: i dati confermano che gli allontanamenti avvengono non solo in casi di abusi, lavoro e sfruttamento minorile, tossicodipendenza minorile, ma invece per difficoltà educative della famiglia 26,51%, Problemi di uno dei genitori 21,44%, conflittualità tra i genitori 12,91%.

Il movente materiale attribuito a tutta questa vicenda sarebbe il denaro generato quando un minore viene allontanato dalla famiglia e deve trovare collocazione. In questo caso, gli enti pubblici preposti (in genere i Comuni, a volte le ASL o altri) corrispondono contributi economici e rette che vanno alle famiglie affidatarie oppure alle comunità di accoglienza.

Naturalmente la generalizzazione è indebita, ma come si anticipava, le fondamenta su cui si sono sviluppati i diversi casi (Ultimo caso quello di Reggio Emilia-Piemonte “Hansel e Gretel”, Bassa modenese caso “Veleno”, Caso Mugello “Il Forteto” e purtroppo altri meno eclatanti) si radica nella commistione del sistema pubblico-privato in modo non dissimile da quello che avviene per il traffico dei rifiuti, degli appalti sulle grandi opere, per il riciclaggio del denaro e per tutti gli altri traffici lucrativi. Le risorse pubbliche annue destinate alle cooperative delle case famiglie sono stimati tra 1,5 e 2 mld. 

Certo, esistono realtà ottime dal punto di vista organizzativo, socio-assistenziale, ma per quanto i servizi li fanno le persone e molte sono quelle dedite con premura (operatori più o meno formati, che per miseri contratti da 1000 euro al mese svolgono turni massacranti, con la responsabilità della salute psico-fisica di piccoli che soffrono) un servizio di tale rilevanza sociale dovrebbe essere riparato da qualsiasi questione di conti, di rette giornaliere, mentre questa, bene o male, è la storia di molte realtà.

Se analizziamo il modus operandi, emerge una trappola oscena dove gli assistenti sociali divengono giudice e beneficiari dell’ingente ricavo per ogni bambino: infatti il tribunale minorile per deliberare un provvedimento di allontanamento/affidamento si serve di un collegio formato da 2 magistrati + 2 componenti esterni (Ass.Sociali, Psicologi, Psichiatri) in veste di Giudici onorari per aiutare a giudicare la situazione (le 4 figure, hanno gli stessi poteri giuridici nel collegio per cui vengono retribuiti con stipendi consistenti). Gli affidamenti nel 2014 sono risultati 29.388, il 24% in + del 1999. Questi Provvedimenti che vanno avanti per mesi o addirittura per anni, comportano per le case famiglia assegnatarie, un contributo variabile tra i 70 ed i 400 euro a bambino al giorno; queste strutture, fino al 2015 (ad oggi dovrebbe essere stato messo un vincolo di incompatibilità per i giudici onorari nella direzione delle strutture di accoglienza di affidamento), potevano essere gestite direttamente dai Giudici Onorari del tribunale o comunque è stato rilevato un loro importante coinvolgimento per quanto non figurassero direttamente. Gli stessi Giudici Onorari che decidevano se mandare i bambini in comunità potevano dirigere o partecipavano alle cooperative affidatarie. Nel 2014 alcuni casi eclatanti vennero denunciati in provincia di Trento dimostrando l’enorme conflitto di interessi e commistione allora in essere (Caso Dr. Mazza). Non ci stupiamo del fatto che sia emerso una complicità (La Cricca dei bambini) tra partiti politici, Federcoop e magistratura che creano e proteggono questo meccanismo affaristico.

Ruoli di cura e di potere sociale:

Le figure artefici delle violente e subdole manipolazioni psicologiche dei casi sopra citati, sono gli psicologi complici con gli assistenti sociali degli infimi piani che hanno portato negli anni agli allontanamenti dei bambini dalle loro famiglie. L’induzione ed il radicamento di memorie traumatiche in bambini piccoli con la mente e l’identità in formazione rappresenta il potere del forte sul debole, dell’adulto sul bambino. 

I mestieri in ambito psico-sanitario rispondono a delle tecniche accompagnate da lunghe formazioni professionali ma, molto spesso, il bene collettivo è lasciato alla responsabilità e alla sensibilità dei singoli professionisti; quando la cura viene asservita a logiche di potere e a interessi economici vengono immediatamente meno la fiducia ed il rispetto dell'unicità dei bisogni di ognuno. Su un piano deontologico, le valutazioni psicodiagnostiche e psicosociali hanno rilevanza nella prevenzione e nella formulazione di progetti terapeutici, quando il ruolo di consulente per la valutazione dei casi di maltrattamento si piega a meri interessi economici, si crea un circolo in cui le condizioni di disagio sono trattate in modo emergenziale puntando non alla risoluzione dei problemi ma solo al contenimento “repressivo e punitivo” dei danni. 

L'apparato di tutela minorile è espressione dell'approccio sistematico che si riproduce in ambito socio-assistenziale: emergenziale, contenitivo, senza alcuna progettualità complessiva ma di risoluzione di singoli casi con modalità di ingerenza, controllo e valutazione. 

Nello stuolo di personaggi deputati per il controllo e "rieducazione" dell’ordine sociale ci sono i già nominati Assistenti Sociali; molto spesso sprovvisti di strumenti realmente efficaci per corrispondere ai bisogni sociali delle persone, rimangono schiacciati tra la frustrazione dell'impossibilità di fornire risposte e nella presa di potere che si traduce nell’erigere segnalazioni, aprire fascicoli e assumere un atteggiamento giudicante e moralista nei confronti di chi si rivolge loro. In particolare, a trovarsi nella condizione di ricatto “Attenta che ti vengono portati via i bambini” sono sempre le madri.

Non è secondario il fatto che la maggior parte degli "operatori sociali" sono costantemente messi alla prova, barcollanti sul filo del credere che il loro lavoro serva a “fare del bene”  e il tentativo di svincolarsi da quelle maglie di ordinamento sistemico, figurando tra quelle professioni con retribuzioni misere e purtroppo ad altissimo impatto emotivo e quindi a rischio di burn out.

Siamo poveri ci levano i figli:

Ci interessa anche un altro sguardo attorno a queste vicende: molti dei casi emersi nelle inchieste giornalistiche a posteriori dall’ultima vicenda di Reggio-Emilia, mostrano un comune denominatore rispetto alle motivazioni alla base delle segnalazioni e alle azioni di alienazione genitoriale da parte degli assistenti sociali, ossia molto spesso le famiglie in questione vivono in condizioni di povertà e precarietà. 

I dati Eurostat relativi al 2017 indicavano a rischio di povertà ed esclusione sociale circa 17 milioni di italiani, pari al 28,6% della popolazione. I dati Istat per l’anno 2018 sostanzialmente confermano le rilevazioni del 2017, con 5 milioni di individui in condizioni di povertà assoluta (8,4% del totale) e 9 milioni in condizioni di povertà relativa (15% del totale), per un totale di 14 milioni di persone (23,4% della popolazione). Se si guarda invece al dato relativo ai nuclei famigliari, sono in povertà assoluta 1,8 milioni di famiglie (il 7% del totale) mentre circa 3 milioni (pari all’11,8%) vivono in condizioni di povertà relativa. [Povertà assoluta si indicano quei nuclei familiari la cui spesa mensile è inferiore a quella utile a soddisfare una serie di necessità primarie fondamentali per il mantenimento di una condizione di vita accettabile, che varia secondo diversi indicatori. La povertà relativa, invece, prende in considerazione solamente i consumi mensili delle famiglie, paragonandoli alla media nazionale]

La fascia di popolazione che resta più sensibile è quella dei minori. Le famiglie con la presenza di under 18 continuano ad essere, infatti, quelle più in difficoltà nel panorama nazionale, con livelli di povertà assoluta superiori rispetto alla media nazionale. Il caso estremo è dato dall’incidenza sulla povertà relativa di famiglie con 3 figli o più a carico, che con il 33,1% risulta triplicato rispetto alla media. Rapporto Istat 2018

 

L’ingerenza dello stato nella valutazione delle famiglie, predispone ad una vera e propria guerra contro i soggetti più fragili, in questo caso le donne ed i bambini. Le famiglie vengono abbandonate e trascurate nei bisogni primari, per poi occuparsene in momenti scatenanti di disagio e sofferenza come dopo uno sfratto esecutivo, la perdita di lavoro o per disoccupazione cronica arrivando con i giustizieri dei servizi sociali che sanciscono l’inadeguatezza delle funzioni genitoriali prima ancora di vere e proprie valutazioni, avviando le procedure di privazione del diritto genitoriale. 

Negli ultimi vent'anni le politiche sociali in ambito sanitario, della formazione, dell'assistenza sociale, dell'accoglienza, ormai completamente integrate al sistema capitalistico, hanno prodotto e continuano a produrre un'emergenziale normazione, rigida e ottusa che porta poi al sovraccarico delle stesse strutture statali che facilmente si aprono alla soluzione fittizia della privatizzazione dei servizi. 

Questo caso, portato all'ordine del giorno dai quotidiani solo da un punto di vista scandalistico e di cronaca, è stato cavalcato da destra per il coinvolgimento nell'inchiesta di alcuni esponenti del pd e allo stesso tempo quindi ignorato a sinistra per questo stesso motivo. La questione degli affidamenti e del funzionamento del sistema che vede coinvolti organi dell’assistenza sociale, tribunali e cooperative è esemplificativa della gestione da parte dello Stato dei corpi dei soggetti subalterni come le donne, i poveri, i bambini. Meccanismo che si sostanzia nelle proposte legislative portate avanti dal governo gialloverde come per esempio il ddl pillon. 

La scellerata proposta di legge Pillon riguarda ampiamente il diritto di famiglia e la questione dell’affidamento: il principio della bigenitorialità sta alla base della legge 54/2006, che prevede l’affido condiviso per i figli, come modalità da applicare in caso di separazione, salvo gravi motivi che la rendano pregiudizievole per i minori stessi. 

Va sottolineato che il diritto alla bigenitorialità è in primo luogo un diritto dei bambini, e non può diventare una carta da giocare per la difesa della famiglia tradizionale a scapito dei soggetti relegati in ruoli di vittime di questo sistema. Inoltre, il DDL Pillon interpreta il diritto alla bigenitorialità in un’ottica adultocentrica, e pretende di realizzarlo in modo rigidamente standardizzato per tutte le separazioni, senza tenere in conto i casi in cui le violenze nel nucleo famigliare sarebbero motivo di separazione. La macchina statale e normativa si fa dunque garante di un concetto di famiglia che si deve fare carico di gran parte della riproduzione sociale in un’ottica patriarcale e che quindi ha tutto l’interesse di mantenere e conservare. Parallelamente, i soli dispositivi che si mettono in atto riguardano la fine della catena e quindi, invece di potenziare gli aiuti economico-sociali per le famiglie in difficoltà, si interviene nell’allontamento dei figli o nella divisione del nucleo, non per la tutela dei soggetti più a rischio ma per il puro interesse economico. 

Il Ddl Pillon propone la modifica dell’art. 709 ter c.p.c. in cui “ove (il giudice ndr) riscontri accuse di abusi e violenze fisiche e psicologiche evidentemente false e infondate mosse contro uno dei genitori, il giudice valuta prioritariamente una modifica dei provvedimenti di affidamento ovvero, nei casi più gravi, la decadenza dalla responsabilità genitoriale”.

Così espresso, questo principio può costituire un pericoloso disincentivo alla denuncia delle situazioni di violenza familiare e di genere, anche grazie alla multa per chi denuncia, già quantificata: da 600 a 6.000 euro, più il risarcimento dei danni. 

Il rischio che una donna, o un bambino vittima di violenza, si trovino ad essere multati per avere denunciato un reato non immediatamente dimostrabile è evidente. 

Già oggi, quando le donne denunciano violenze familiari, se il figlio rifiuta il padre, spesso finiscono ostaggio di perizie già orientate ideologicamente sul costrutto della alienazione genitoriale. Bollate come alienanti, finiscono col perdere il figlio che viene inserito nelle Case Famiglia. Sui social sempre più donne scrivono che è meglio non denunciare le violenze,piegarsi per non perdere i figli.

Ancora una volta a pagare le conseguenze di una gestione scellerata da parte dello Stato e degli enti preposti, sono tutti quei soggetti che, oltre a vivere in condizioni di piena difficoltà materiale, si devono fare carico individualmente di affrontare le situazioni di violenza e sopruso. Il risultato è la riproduzione di un sistema che schiaccia il singolo spremendone tutte le risorse per poi lasciarlo completamente abbandonato, senza strumenti e possibilità costretto a vivere una doppia violenza, quella sistemica e quella che si consuma tra le mura domestiche. Individuarne le responsabilità politiche è necessario.  

 

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