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Articoli filtrati per data: Monday, 15 Luglio 2019

Decine di riders di JustEat hanno scioperato ieri sera a Bologna contro le condizioni di lavoro e lo sfruttamento che fanno parte del loro mestiere. "Questo non è un lavoro divertente!", hanno ripetuto e urlato durante una biciclettata che ha attraversato le principali vie del centro.

L'iniziativa è stata pensata in parallelo allo sciopero, ed al fine di comunicare ciò che vuol dire essere impiegato nel settore del food delivery oggi. Radunatisi in Piazza Nettuno, raggiunti da riders di altre compagnie e da collettivi solidali come Social Log, i lavoratori e le lavoratrici hanno segnalato durante il tragitto in bici anche diversi locali dove il rispetto nei confronti dei riders da parte dei gestori è minimo.

In punti diversi del centro cittadino come via del Pratello, le Due Torri e piazza Nettuno i riders hanno poi letto la lettera di rivendicazioni inviata alle cooperative che assumono per Just Eat, che riportiamo in calce per meglio fare capire le ragioni dello sciopero. Nei prossimi giorni e settimane, in mancanza di risposte alla lettera, la mobilitazione proseguirà!

Il testo della lettera:

Spett.le Foodpony S.r.l.
Via Perugia 60 10152 Torino
Alla cortese attenzione dell'Amministratore Marco Actis
del Direttore operativo Paola Lombardi

Siamo i lavoratori e le lavoratrici di Foodpony nella città di Bologna, meglio conosciuti come i “Riders di Just Eat” e siamo stanchi delle condizioni in cui ogni sera, ogni giorno, lavoriamo per consegnare pasti di ogni sorta che, pagati caro dalle sempre più crescenti persone che utilizzano il food-delivery, fruttano a questa azienda ed alla sua cooperativa partner profitti annui da migliaia e migliaia di euro.

Con la presente lettera chiediamo a Foodpony s.r.l. e ai nostri responsabili di aprire con noi uno spazio di confronto e dialogo, per discutere le nostre condizioni di lavoro. Molti di noi hanno visto modificarsi, in peggio, anno dopo anno le condizioni di lavoro che ci riguardano, all’interno di un contratto che non offre tutele di alcun tipo e anzi lascia spazio a diverse forme di sfruttamento nei nostri confronti, che sono sempre in equilibrio su un sottilissimo filo di legalità in quanto questa è la condizione alla base del nostro lavoro: non esiste una legge a riguardo e la nostra figura lavorativa non è inquadrata come contratto nazionale in nessun ambito del lavoro.

Pretendiamo che le disposizioni in merito alla tutela dei nostri diritti siano calibrate in base alle esigenze che, come lavoratori del food-delivery, abbiamo e da anni esprimiamo sotto forma di richiesta ai nostri preposti o delegati aziendali in ogni città. Il nostro, a differenza di quello che Just Eat propone e pubblicizza sul suo sito e su diverse piattaforme online, NON è UN LAVORO DIVERTENTE.

Sfrecciamo nel traffico rischiando, come purtroppo a volte continua a succedere, di avere incidenti stradali e infortuni, anche mortali (ricordiamo tristemente la recente morte di un fattorino bolognese durante una consegna, brutalmente investito da una volante di polizia); per non parlare dei danni che spesso riscontriamo sui nostri veicoli lavorativi (che a loro volta sono i nostri mezzi di trasporto personali!), che non vengono mai risarciti dall’azienda e che quindi ricadono sulle nostre spalle, come se non avessimo già un salario sufficientemente basso a renderci difficoltoso il mantenimento, per chi ha solo questo lavoro come forma di mantenimento, o l’arrotondamento, per chi invece ha questo come secondo lavoro.

Le nostre sono richieste chiare, che partono proprio da una scorretta applicazione delle regole contenute all’interno del contratto che ci viene somministrato ed alle quali non siamo più disposti e disposte a sottostare. Per questo noi vogliamo:

- anzitutto l’avvio REALE di un provvedimento che normalizzi, in base alle nostre esigenze (e non a quelle delle ricche aziende), le disposizioni contrattuali e l’inquadramento a livello nazionale del nostro contratto di lavoro;

- da parte della nostra azienda, la possibilità di scelta da parte del lavoratore/ lavoratrice tra un contratto subordinato a tempo indeterminato (tempo pieno o tempo parziale) e un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.) con una durata minima di 9 mesi.

- abolizione totale della reperibilità e garanzia di avere orari di inizio turno prestabiliti, con una durata minima del turno di quattro ore per la cena e 2 ore e mezza per il pranzo, equamente retribuiti nella loro integrità e non a partire dalla prima consegna;

- l’aumento del compenso orario da 6,50 uro all’ora netti a 7,50 euro all’ora netti, per un valore dignitoso della nostra fatica (lavoriamo con condizioni meteo di ogni tipo) e dei rischi che corriamo;

- un indennità mensile per l’uso del mezzo proprio o la fornitura di mezzi aziendali, all’altezza per qualità di un lavoro che si svolge ogni giorno e nelle ore di punta del traffico;

- un maggior rimborso chilometrico, conteggiato precisamente, devoluto ai lavoratori e alle lavoratrici che utilizzano mezzi motorizzati (moto e scooter), pagando i rifornimenti di carburante di tasca propria;

- una copertura assicurativa totale, dotata di una polizza che preveda il complessivo rimborso dei danni subiti a sé stessi ed al proprio mezzo (bicicletta o scooter) in caso si incidenti o infortuni avuti durante il turno di lavoro;

- un fondo-cassa messo a disposizione dall’azienda: è inaccettabile dover utilizzare un proprio fondo monetario per pagare gli ordini, che possono arrivare anche fino a 100€, rischiando di smarrirli o di essere rapinati (come talvolta è successo).

Attendiamo una risposta concreta da parte della società al fine di aprire un canale di confronto, per mezzo di un tavolo di discussione tra lavoratori e direzione esecutiva. Tra di noi ci sono diverse persone, italiane e migranti, che hanno come unico mezzo di sussistenza economica il posto di lavoro come Rider, perciò pretendiamo di essere trattati come lavoratori subordinati a tutti gli effetti e non più come collaboratori occasionali, ingiustamente precari e incerti sul nostro futuro prossimo.

In caso contrario ci riserviamo il diritto di organizzare iniziative di denuncia e mobilitazione, per far sì che tutta la cittadinanza possa conoscere le nostre condizioni lavorative e che le nostre richieste vengano finalmente ascoltate.

i/le Riders di Foodpony Bologna

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L’anniversario della presa della Bastiglia e dell’inizio della Rivoluzione Francese si è svolto come consuetudine sugli #ChampsElysées, con la solita parata militare, e addirittura un overboard con un soldato volante.

Tutto si è svolto alla presenza dei maggiori leader europei, Merkel in testa, per celebrare la grandeur francaise e i progetti di esercito comune europeo, il tutto condito da mirabolanti annunci di eserciti spaziali. La parata di Emanuel Macron, però non è andata come sperato, infatti, migliaia di gilets jaunes si sono camuffati tra la folla dei campi elisi, e hanno sonoramente fischiato e contestato il passaggio di Macron e delle altre cariche istituzionali, tra cui il Prefetto di Parigi, responsabile della repressione delle manifestazioni degli ultimi mesi in città.

La contestazione ha obbligato tutti i media mainstream a dare voce al movimento dei GJ, che oramai da otto mesi sconvolge la politica d’oltralpe. Più di 150 fermi sono stati effettuati dalla polizia fin dalla mattina, tra cui i volti pubblici della protesta, rilasciati poi nel pomeriggio. Inquietante quanto emerge dalle testimonianze e dai video dei gilets jaunes, i quali documentano come numerosi dei fermati siano stati caricati su bus e portati in capannoni abbandonati trasformati per l’occasione in punti di raccolta per prigionieri. Un fatto che, fra gli altri, dimostra quanto la polizia francese giochi sporco per reprimere il movimento dei gilets. Va ricordato che nelle scorse settimane, un ragazzo, Steve, in seguito alle cariche della polizia durante lo sgombero della festa della musica a Nantes, è scomparso, suscitando un ondata di proteste contro la violenza della polizia e dando vita alla campagna “où est steve?”

Nonostante i fermi, nel primo pomeriggio numerosi cortei spontanei e selvaggi hanno assediato gli #ChampsElysées e infine li hanno invasi costruendo barricate e scontrandosi con la polizia. Intanto anche a Bastille altri gilets jaunes si sono mossi in maniera analoga. L’apparato poliziesco guidato dal ministrissimo Castaner, è stato colto evidentemente di sorpresa dalla determinazione dei GJ, e le migliaia di poliziotti presenti per la celebrazione non hanno potuto far altro che sparare lacrimogeni e cercare, inutilmente per diverse ore, di disperdere i manifestanti. Non possono che dare soddisfazione al movimento, le parole del ministro degli interni che in tv durante le proteste, si lamentava della mancanza di rispetto per la festa della repubblica a ulteriore prova che l’obbiettivo di non far svolgere nella normalità la parata patriottica è stato centrato in pieno.

La determinazione dei gilets jaunes, anche questa volta è costata diversi feriti gravi, tra cui un uomo in arresto cardiaco che ha necessitato della rianimazione. Anche diversi poliziotti sono rimasti feriti.

Quindi un act 35 che è durato fin dall'ormai tradizionale, sabato di cortei ,sia nella capitale che in giro per la Francia, e che ha fatto centro guastando la festa nazionale in ricordo della #LaRévolutionFrançaise. Proprio l’eredità di immaginario e di significato politico della rivoluzione dei sans culottes è diventato campo di battaglia, evidenziando come i tradizionali valori della republique siano diventati un potente grimaldello in mano al movimento dei gilet jaune,che pur appellandosi all’identità di popolo la scompone nelle sue linee di classe.

Inoltre nei giorni scorsi è ripresa la mobilitazione dei #giletsNoir che hanno occupato il Pantheon e resistito alle cariche della polizia, per rivendicare il diritto alla casa, ai documenti e ad una vita dignitosa, strappando, ancora una volta il velo ipocrita che copre le politiche razziste e segregazioniste dello stato francese.

Chi sperava nella fine delle proteste è rimasto ancora una volta deluso.

 

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Dopo una lunga nottata e una mattina di resistenza le forze dell'ordine hanno sgomberato l'occupazione abitativa di Cardinal Capranica.

Un imponente dispositivo di polizia ha militarizzato Primavalle. Dopo un'intera notte di stallo, sono cominciate le operazioni di sgombero. Dentro e fuori l'occupazione si è resistito con barricate incendiate e con un corteo selvaggio.

Le operazioni sono cominciate intorno alla mezzanotte quando sono arrivati i primi blindati nei pressi di via Cardinal Capranica. Lo sgombero era stato già annunciato e l'arrivo delle forze dell'ordine era atteso per le prime luci del mattino. I movimenti avevano convocato per le 5 un muro popolare per difendere l'occupazione in cui vivono oltre 300 persone. Centinaia di solidali hanno comunque raggiunto in brevissimo tempo via Pietro Bembo, a pochi metri dallo stabile. Il dispositivo militare, senza precedenti, che ha assediato il quartiere di Primavalle è stato composto da oltre 30 blindati, un elicottero e centinaia di agenti della celere.

Per almeno 9 ore vi è stata una situazione di stallo. Il comune ha aperto una trattativa offrendo posti in case famiglia e centri per l'accoglianza. Una proposta ovviamente considerata inaccettabile dalle famiglie di Cardinal Capranica. 

polizia cardinal capranica

Intorno alle 9.30 sono cominciate le operazioni di sgombero. E' cominciata anche la resistenza dei solidali e degli abitanti di Cardinal Capranica. Lungo la strada che divideva la polizia dall'edificio sono stati incendiate diverse barricate. Le forze dell'ordine hanno utilizzato gli idranti. Dal tetto sono volati sassi e oggetti contro i reparti arrivati alle porte dello stabile. Il muro popolare che su via Pietro Bembo fronteggiava i cordoni delle forze dell'ordine, si è mosso in corteo selvaggio per le vie del quartiere rovesciando dei cassoneti. 

Alcuni occupanti hanno abbandonato lo stabile dopo la minaccia di un intervento violento anche in presenza di numerosi bambini. Altri erano rimasti sul tetto, in un primo momento per poi scendere successivamente. Nel frattempo il corteo è arrivato e staziona in Piazza Mario Salvi.

barricate capranica

Lo sgombero arriva dopo settimane di minacce e di rimpalli istituzionali. Lo sgombero era già previsto un mese fa quando Comune e Regione si opposero perchè incapaci di offrire soluzioni alternative agli occupanti. La situazione non è cambiata ma il prefetto hanno imposto la linea dura, mentre si consumava la colpevole inerzia di Zingaretti e della Raggi. Giovedì scorso i movimenti avevano occupato la sede della Regione Lazio a via Cristoforo Colombo. Alla fine della giornata i capigruppo del Movimento Cinque Stelle e del Partito Democratico aveva mandato una lettera in prefettura per chiedere lo stop agli sgomberi senza soluzioni. 

Molta rabbia e molta tensione si respirano a Primavalle in questa giornata. La lunga estate di lotta e di repressione è iniziata.

Nel pomeriggio è stata resa nota la notizia che 3 persone sono state arrestate per gli atti di resistenza compiuti durante lo sgombero. Domani mattina alle 9 si terrà il processo per direttissima.

Alle 16 a Montecitorio è convocato un presidio contro il Decreto Sicurezza Bis di Salvini. Movimenti e realtà sociali tornano in piazza per denunciare anche lo sgombero di questa mattina.

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Riportiamo un reportage pubblicato su DoppioZero da Gabriele Proglio e Benedetta Zocchi; le foto sono state scattate tutte da Emanuela Zampa.

 

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Ahmed, 16 anni, è profugo da quando ne ha 14. È di Pardis, un paesino in periferia di Teheran. Da oltre un anno è bloccato a Bihać, sul confine nord tra Bosnia e Croazia. Ci racconta la sua storia seduto a un tavolino del bar Pavillon, a due passi dalle chiare, potenti e piatte acque del fiume Una. “Sono scappato dalla dittatura. Sono passato dalla Turchia, poi dalla Grecia e dalla Macedonia e ho superato anche la Serbia, prima di arrivare qui”. Da allora, Ahmed è rimasto fermo a pochi chilometri dall’EU, la sua meta. È tra i primi a giungere su questo confine e, in un certo senso, è anche la memoria di quella che, imprudentemente, è stata definita “crisi”. Come migliaia di altri migranti della rotta balcanica, ha tentato numerose volte di attraversare le montagne. Ripetutamente catturato, picchiato e respinto dalla polizia croata, aspetta l’occasione giusta e si sfoga: “i prigionieri sanno quando saranno liberi. Ma noi profughi, noi non lo sappiamo”.

Bihać e Velika Kladuša sono l’ultima frontiera. Oggi, questo confine incarna uno dei drammi più paradossali della condizione del profugo: quello di essere allo stesso tempo prigioniero e latitante in una terra straniera, che non ti vuole e non ti lascia andare. L’Europa che respinge, prima ancora di non accogliere, comincia proprio qui. Questa non è la Libia, ma è davvero la fine del mondo – del nostro, per lo meno. E non è una “crisi”. Quanto sta accadendo su tutto il confine nord della Bosnia è il risultato di un insieme di cause. Da un lato, si intersecano fattori internazionali: il vergognoso accordo dell’Europa con la Turchia di Erdogan, siglato nel 2016; la “chiusura” della rotta centrale del Mediterraneo, dalla Libia e dalla Tunisia verso l’Italia e i muri ungheresi di Orban sul fronte serbo e croato; gli innumerevoli conflitti politici, sociali, etnici, religiosi in paesi come l’Iran, l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan, la guerra in Siria, la condizione devastante in Palestina. Dall’altro, imperversano cause locali.

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In particolare, ci ricorda Asmir, professore di storia al liceo di Bihać, “la guerra, in Bosnia, non è mai finita. Non si vuole ricordare, non se ne parla mai, ma ogni famiglia ha avuto almeno un morto”. Questo lutto collettivo ha una geografia ed è celebrato da luoghi della memoria: lapidi, cippi e monumenti, anche in centro città. E a corollario ci sono i muri delle abitazioni, ancora bucati dalla guerra. Le memorie dei conflitti, di ieri e di oggi, si sovrappongono e si mescolano in una miscela pronta a esplodere.
In una terra già devastata da una guerra tra famiglie, lo sforzo nel comprendere il profugo esiste in potenza ma si sgretola nel constante senso d’abbandono da parte delle autorità.  “Noi siamo una comunità piccola, non abbiamo le risorse per gestire tutti questi arrivi. Il governo di Sarajevo non ci sta dando alcun aiuto” ci spiega Šuhret Fazlić, sindaco di Bihać. Poi aggiunge: “ci sono stati episodi di furti e di violenza e la gente si è spaventata”. Natasha, impiegata in comune, punta sulla maleducazione di chi arriva da fuori: “lasciano spazzatura ovunque, non ti lasciano passare sui marciapiedi e non rispettano i semafori”. E poi tiene a ribadire che: “la maggior parte sono migranti economici. Non vogliono stare qui e quindi non hanno rispetto. Io non mi sento al sicuro”. Per ora l’odio rimane silenzioso. È fatto di sguardi, occhiatacce, parole non dette, commenti sottovoce. “Non è sempre stato così” ci dice Abdul, diciassettenne afghano. “Ci portavano cibo e vestiti – va avanti – e ci lasciavano entrare ovunque anche solo per caricare i telefoni”. Oggi, invece, esiste una regola non scritta per cui non possono fermarsi nella maggior parte dei caffè e dei negozi. Ce ne accorgiamo dagli sguardi dei camerieri, quando i migranti si siedono al nostro tavolo per essere intervistati. Molti si fanno venire a prendere fuori dai bar perché sanno bene che entrare con un bianco, qui, fa la differenza. “Per questo preferisco stare al campo. Ormai è una seconda casa” ci confessa Abdul a microfoni spenti.

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I campi IOM

Tre a Bihać e uno a Velika. Tutti sono sotto l’egida dello IOM, l’International Organization for Migration. Il primo, proprio sopra lo stadio di calcio del NK Jedinsvo, doveva essere uno studentato ma non è mai stato terminato. Borici, questo è il suo nome, ospita famiglie e minori non accompagnati. Mentre entriamo incontriamo una famiglia di vietnamiti: marito e moglie hanno 30 anni, il figlio 3. Consegnati i passaporti, arrivano due operatori IOM per farci da guida. Ci presentano il campo come una reggia.

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Ma le opinioni di chi ci vive sono altre. Hassan, 37 anni, era ingegnere in Iraq. É qui con sua moglie, Amina, che faceva la storica prima di ammalarsi di tumore. “Non sono bravi, qui. Sembra tutto a posto, ma c’è violenza, decidono tutto loro”, racconta il primo. In braccio ha la figlia di 4 anni, Semira. Mentre proseguiamo col tour, molte persone ci avvicinano. Vogliono parlarci, raccontarsi, usare l’opportunità di qualcuno di esterno per salvarsi. “Mi chiamo Leila e sono di Tunisi. Sono bloccata, qui, con mio padre e il figlio più grande. Mio marito, invece, abita a Parigi con il figlio più piccolo. Ci aspetta, da mesi”. Chiede aiuto la donna: “è questa l’Europa dei diritti? Quali diritti?”. Arriviamo nel refettorio che è ora di pranzo. Una lunga fila si compone nel vociare crescente. Il cibo è simile al rancio militare: una minestra di fagioli e pollo. Ibrahim, 17 anni, afghano, sorride e racconta “sono partito perché i talebani stavano venendo a prendermi per farmi combattere”. Ha attraversato tutto l’Iran nascondendosi sotto la pancia di un camion. Poi ha passato la Turchia, la Grecia, l’Albania ed ha risalito il Montenegro, fino alla Bosnia. “Voglio andare in Lussemburgo, lì ho amici e parenti”.

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bosnia06 19 barbiereBira è l’ultimo girone dell’inferno. Un tempo il capannone in cui è stato creato il campo era una fabbrica di frigoriferi. Poi venne la guerra. Avvicinarsi a quel mostro di lamiera mette i brividi. Non ci sono finestre e i muri sono altissimi. Tutto attorno la recinzione ne fa un carcere. Consegnati i documenti, bisogna indossare la mascherina e i guanti di lattice. Poi si parte con un operatore IOM, il cerbero di turno, che ci guida nella visita. Pochi passi e si vede un portone gigante. È buio dentro e non si capisce cosa stia accadendo. Ecco, davanti a noi, uno scenario apocalittico: una, due, cinque, dieci tende da campo con il marchio della Mezzaluna turca. In ciascuna ci abitano fino a centocinquanta persone. E fuori una miriade di individui, come zombie, si muove piano, senza meta, in ogni direzione.

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“Qui non c’è vita, chi arriva quaggiù è finito” sussurra Sami, fuggito dalla Siria in fiamme. Mohamed ha 32 anni, è del Pakistan. “Siamo sospesi, lasciati qui e alcuni impazziscono per la violenza” racconta con la rabbia negli occhi. I malati sono abbandonati in container bianchi, soli.
Sedra, invece, sembra un paradiso distopico. Il campo nasce in un ex hotel abitato da famiglie e minori non accompagnati. Dietro il banco della reception, gli operatori IOM coordinano le attività. Qualche adulto parla sulle poltrone dell’ingresso. Al piano superiore c’è un asilo. Quattro bimbi fanno i grandi, giocando a chi tira più forte le carte sul tavolo.

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Milen e Sophia, che hanno cinque anni, provano un ballo. Nell’altra stanza, ci sono gli adulti. Baha, che ha 37 anni, è scappato dall’Iran dove faceva il pugile professionista: “non potevo stare là, non c’è libertà. E ora siamo qui, a due passi dalla libertà, nella prigione”. Jamila, invece, ha deciso di partire perché era stata venduta. E amava un altro uomo che poi è stato ucciso dai talebani. “Non ho più una casa, non ho più radici. Siamo morti fino a quando non passiamo il confine” racconta con dolore.

A Velika, il contesto è ben diverso. Qui il passaggio in Croazia è gestito da due famiglie di trafficanti: i berberi algerini e gli afghani. Se Bihać è il luogo della disperazione, Velika è dove l’ansia prende forma. Il campo Miral è specchio di questa situazione. È, anch’esso, all’interno di una fabbrica disposta su due piani. Al piano terra, Samir, algerino di 32 anni, racconta il viaggio lungo mezzo Mediterraneo. “Conosco bene l’angelo della morte, non ho paura e non mi fermerò fino a quando non sarò passato, non ho alternative” dice con un sorriso che mette i brividi. Hamed, invece, è iracheno, ha 24 anni: “la guerra non è mai finita e noi siamo i risultati di quel conflitto: resti sparsi per il mondo, senza valore”.
In una gestione della crisi umanitaria talmente provvisoria e confusa, l’errore più comune sta nel pensare che la situazione non possa peggiorare. A poche settimane dalla nostra partenza, abbiamo avuto notizia che il campo di Miral è bruciato, lasciando centinaia di profughi senza un posto dove dormire. L’incendio, apparentemente causato da un fornello guasto, ha fatto sì che lo IOM prendesse misure precauzionali quali sequestrare apparecchi elettronici potenzialmente pericolosi all’interno di tutti i campi. Intanto a Bihać vi sono state proteste da parte di alcuni cittadini che da tempo chiedevano di spostare i migranti fuori dalla città, sulle montagne al confine con la Croazia. Le loro richieste sembrano essere state accolte. Ad oggi, 800 persone sono state trasferite in un campo gestito dalle autorità del cantone, nella zona di Vucjak, in un’area prima adibita a discarica. Qui, la disumanizzazione prende una forma ancora più violenta. Non ci sono bagni, né docce né elettricità.  L’unico supporto è da parte della Croce Rossa, che distribuisce pasti due volte al giorno.

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Il game

Ogni giorno, sulle montagne, si gioca la partita tra migranti e forze dell’ordine croate. Il “game”, lo chiamano proprio così, è il tentativo di sconfinare attraverso i boschi fitti di Croazia e Slovenia. Molti vogliono arrivare in Italia, ma quasi nessuno ha intenzione di restare. Una volta superato l’inferno, “l’Italia è il purgatorio” ci spiega Hayman, ragazzo siriano che incontriamo di ritorno da un push back. “Il paradiso è la Francia, la Germania, il Belgio”. Hayman si trova a Bihać da circa 8 mesi e questo era il suo diciottesimo tentativo. “L’ultima volta, la polizia croata mi ha preso nei pressi del confine sloveno. Camminavamo da 10 giorni. Ci hanno picchiato, spaccato i cellulari e rubato gli zaini. In due ore, eravamo di nuovo in Bosnia”.
Il game può durare settimane. Non si può prevedere un tragitto specifico. Tutto dipende dal clima, dalla resistenza fisica, tua e dei tuoi compagni di viaggio, dalle provviste e da dove riesci ad arrivare. I sentieri nei boschi si coprono di lattine di energy drink e scatolette di tonno vuote. Qui e là ci sono anche i resti di qualche pacchetto di sigarette. La spazzatura spezza l’equilibrio del paesaggio, ma sono gli oggetti “vivi” come i passeggini, i sacchi a pelo e gli indumenti abbandonati che testimoniano la violenza e la disperazione che avviene su queste montagne.
A Bihać, la strada più breve per il confine è quella che porta alla base militare abbandonata di Zeljava, costruita in segreto da Tito negli anni 50. Negli ultimi mesi, però, l’utilizzo di droni e l’intensificazione dei controlli della polizia croata ha reso lo sconfinamento impraticabile.

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Così, alcuni migranti partono con i bus per Velika Kladuša dove la maggior parte dei game sono organizzati a prezzi altissimi da trafficanti afghani ed algerini. “Gli smugglers a Velika si fanno pagare dai 1000 ai 2500 euro per farti passare. Ma non sai mai se sono buoni o cattivi, non sai mai se puoi fidarti” ci confessa Amin, anziano signore afghano che ha dovuto lasciar partire i figli per il game da soli poiché li avrebbe rallentati. Invece, quelli che come lui non hanno mezzi economici tentano il sentiero che dal parco di Borici conduce fino all’ex-rifugio abbandonato della forestale, a poche centinaia di metri dal confine bosniaco.
Ogni push back è un briciolo di speranza in meno. “A questo punto la morte è l’ultimo dei nostri problemi” ci dice Kymia, 19 anni, appena respinta insieme ai suoi genitori, dopo il loro 14esimo game. Confessa di essere talmente stanca di questa situazione da non aver più paura di morire. Quello che le fa paura è la vita, questa vita. Vedere suo padre picchiato, vedere sua madre congelare nei boschi, per poi essere respinti di nuovo. “Qui si muore ogni giorno” ci dice Arun, 18 anni, iracheno, che stava a Miral. “Nei boschi, di notte, quando il freddo ti entra nelle ossa, guardi la morte dritta negli occhi e smetti di temerla”. Migliaia di ragazzi come Kymia e Arun passano gli anni della loro giovinezza in fuga. Partono sognando l’Europa, di studiare, di vivere liberi e si ritrovano bloccati con la percezione di un mondo che continua ad essergli negato. Alcune storie, tuttavia, sono peggiori di altre. Come quella di Ali, lasciato senza scarpe dalla polizia croata e costretto a scendere dalle montagne camminando nella neve. Ora Ali è stato portato in ospedale e le notizie su di lui scarseggiano. Prima era confinato nel container A-3 del campo IOM di Bira, con le gambe ed i piedi completamente necrotizzati. Il trauma subito lo aveva fatto impazzire e rifiutava tutte le cure mediche. Oppure come la storia di Hussein, che dopo un push back in territorio croato è stato deportato in Serbia a sua insaputa. Spaesato, se ne è reso conto provando a pagare delle banane con la moneta bosniaca e vedendo il commerciante mostrargli la moneta serba per fargli capire dove si trovava.
Soli, stanchi e respinti, le persone migranti della rotta balcanica scontano la condanna ad un esilio perenne, che non li vuole nei loro paesi, non li vuole in Europa, e non li vuole lì, nella terra di mezzo. ‘One day I go to Italy, inshallah’, Ci dice Amjad, 10 anni, e gli si illuminano gli occhi quando scopre che noi veniamo da lì. Vuol dire che l’Italia esiste davvero. La sua è diventata una fantasia circoscritta all’evasione da una condizione che è realmente una prigione, realmente una guerra, realmente una stasi. E intanto quello che l’Europa sta creando, sul confine bosniaco così come nel Mediterraneo, è una generazione che cresce assorbendo la violenza atmosferica di una fuga continua, di respingimenti insensati, di un incontro giornaliero con la morte.

Tutte le fotografie sono di Emanuela Zampa.

 

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