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Articoli filtrati per data: Wednesday, 10 Luglio 2019

Antonin Bernanos, giovane attivista vittima di una feroce repressione giudiziaria e di polizia, è stato studente di sociologia nel 2016.

Aveva subito un processo politico nell'ambito delle indagini riguardanti un auto della polizia bruciata al molo di Valmy durante la mobilitazione per il diritto del lavoro, un processo politico contro una nuova generazione di militanti, era stato condannato a 5 anni di prigione. Durante il suo primo soggiorno a Fleury-Mérogis, in un'intervista ha denunciato le drammatiche condizioni di detenzione. Il suo nome era diventato il simbolo di un giovane manifestante, vittima di una feroce repressione poliziesca e giudiziaria.

Ma le molestie giudiziarie e della polizia di cui è stato vittima sono continuate negli ultimi mesi, da quando è stato nuovamente posto in custodia cautelare il 15 aprile 2019, a seguito di uno scontro tra militanti antifascisti e piccoli gruppi di estrema destra (Génération Identitaire, Zouaves Paris, Milice Paris....). Uno scontro di strada che fa seguito all'attacco particolarmente violento alla processione dell'NPA del 26 gennaio scorso da parte di membri degli Zuavi durante la mobilitazione delle giubbe gialle.

A seguito dello scontro, diversi attivisti antifascisti erano stati incriminati e il giudice della libertà e della detenzione, Charles Prats, ha mantenuto la detenzione di Antonin Bernanos nella prigione di Fresnes, nonostante una procedura di appello e un fascicolo giudiziario vuoto,mentre come sempre più spesso accade i membri dei gruppi di estrema destra coinvolti negli scontri non sono stati affatto disturbati.

Antonin Bernanos è stato quindi in custodia cautelare per più di tre mesi, solo per le sue attività militanti e le sue idee, senza cessare di rivendicare la sua innocenza, è stato addirittura messo in isolamento il 9 maggio e i suoi parenti non sono stati in grado di visitarlo per molte settimane. Tuttavia, le recenti rivelazioni dell'Obs sembrano gettare nuova luce su questa decisione.

In questo caso, il magistrato Charles Prats che svolge un ruolo molto speciale, ha la funzione di giudice delle libertà e della detenzione, ha quindi il potere di convalidare o meno le richieste di liberazione dei prigionieri, delle persone prive di documenti messe in detenzione o ricoverate in ospedale sotto costrizione, è quindi lui il principale responsabile della detenzione di Antonin, dal momento che ha rifiutato il suo rilascio, motivando il rigetto con ragioni piuttosto esuberanti e insolite rispetto al linguaggio giuridico tradizionale.

L'uso di alcuni termini da parte del magistrato indicano una forma di impegno politico", dice l'avvocato di Antonin, citato da L'Obs.

Infatti, Charles Prats è un habitué dei media, abituato ai salotti televisivi e ai giornali dell'estrema destra (come Boulevard Voltaire e TV Liberté)riconosciuto dai suoi colleghi come uomo di parte. La giustizia non è mai stata imparziale basta guardare il numero di militanti antifascisti condannati negli ultimi mesi e la scarsa considerazione a livello giuridico dei militanti neofascisti e nazisti.

Per giustificare il suo mantenimento in carcere, Prats ha dichiarato:

"Solo la detenzione preventiva può impedire ad Antonin Bernanos di ripetere atti di violenza di gruppo e rapina aggravata, lo stesso vile modus operandi "antifa" che sembra ancora essere utilizzato in questo caso, l'assalto selvaggio di una vittima isolata da una banda di violenti di estrema sinistra."

Il giudice in questione ha inoltre respinto i documenti forniti dai professori universitari (ENS, EHESS, Paris Diderot) per sostenere Antonin Bernanos e la sua richiesta di rilascio.

Professori che Prats considerava "molto subordinati".
Un vero e proprio discorso per l'accusa, che testimonia la vera ragione della persecuzione giudiziaria di Antonin Bernanos, così come molti giubbotti gialli incarcerati.

Un attacco repressivo a chi rappresenta una generazione di giovani attivisti, che lottano contro la violenza della polizia e dell'estrema destra e più in generale attivi contro gli attacchi antisociali dei governanti Francesi.

Un giovane che si oppone ad un sistema che non ha altro da offrire che repressione e precarietà.
Da parte sua, l'avvocato di Antonin ha denunciato "una forma di molestia morale dello Stato". "Il susseguirsi di misure straordinarie nel trattamento giudiziario del suo caso lo rende un sospetto eccezionale", ha detto. Lungi dall'intimidirci, questa giustizia di classe al servizio del governo e degli affari che sta uscendo allo scoperto rafforzerà la nostra determinazione a combattere a pieno questi tentativi di mettere a tacere le nostre lotte e la nostra rabbia.

Ancora una volta l’essere antifascisti comporta reato, pregiudizio e odio, dal passato abbiamo forse appreso poco visto il rialzare la testa di partiti e movimenti ispirati al partito fascista e nazista che in Europa hanno portato guerra povertà diseguaglianze e divisioni etniche.

Da antifascisti ci auguriamo che Antonin torni al più presto libero e possa riabbracciare oltre alla sua famiglia anche tutti e tutte i/le compagn* che lo attendono.

Libertà per tutt* le/gli antifa!!!

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Materiali scadenti, forniture truccate e crolli, ecco cosa ha portato la Procura di Treviso a bloccare i lavori della galleria tra Castelgomberto e Malo della superstrada Pedemontana Veneta.

L’inchiesta oltre a iscrivere nel registro degli indagati numerosi responsabili della costruzione dell’opera, impone lo stop alla ribattezzata “galleria di burro”. Ne rivela inoltre uno scenario inquietante sull’uso di materiali scadenti in tutta l’opera alla cui inaugurazione (dei primi 7 km), aveva partecipato lo stato maggiore della Lega con Salvini in testa tra le proteste di chi si oppone alla Pedemontana.

L’inchiesta rivela una realtà da sempre denunciata dai comitati territoriali contro l’opera, e ha il sapore di un intervento in extremis per evitare scenari simili a quelli appena trascorsi del ponte Morandi di Genova.

In sostanza venivano utilizzati cemento, acciaio e pvc, di qualità inferiore a quella dichiarata a progetto, e nonostante la galleria iniziasse a cedere già durante la costruzione i lavori continuavano, con la giusta preoccupazione degli operai. Va ricordato che nel 2016 a causa di un crollo sempre nei cantieri della maxi-opera veneta era morto un operaio.

Il progetto della pedemontana veneta prevede 38 gallerie e 16 viadotti, per un percorso di poco meno di un centinaio di chilometri. Tonnellate di cemento e asfalto che rubano suolo e compromettono le falde acquifere, in un disastro ambientale pari in dimensioni solo al suo corrispettivo economico e finanziario. Infatti l’opera, commissionata per consorzio a privati con denaro pubblico, dovrebbe ripagarsi con i pedaggi e più verosimilmente tassando i veneti, visto che le previsioni di traffico sono completamente sballate e difficilmente verranno rispettati i tempi di costruzione.

Oltre a confermare la giustezza della battaglia dei comitati veneti No Pedemontana, i fatti di questi giorni, dimostrano come la Lega sia completamente integrata nel sistema di interessi del partito del cemento sia in Veneto che nel resto del nord Italia. Le grandi opere sono un affare redditizio e Salvini l’ha imparato da tempo ormai, in tutta la cosiddetta “padania” si è oramai accaparrato un posto di rilievo nel partito del tondino e del cemento. Il fiore all'occhiello delle grandi opere leghiste si scioglie come burro al sole e si può solo immaginare quante vicende simili si verificano e si verificheranno grazie allo Sbloccacantieri.

 

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