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Articoli filtrati per data: Tuesday, 04 Giugno 2019

Lunedì 27 maggio l’esercito turco ha iniziato ad attaccare le basi del PKK nel nord dell’Iraq, l’operazione militare aerea e terrestre non si placa dopo tre giorni, con Ankara che fa sapere che nelle ultime ore ci sono stati 4 combattenti curdi che sarebbero stati feriti o uccisi nell’ambito dell’aggressione militare dell’esercito turco ribattezzata “Operazione Artiglio” nell’area di Hakurk, sul campo sono stati impegnati anche dei reparti delle forze speciali.

La Turchia non molla e continua un’accanita repressione nei confronti dei militanti politici del PKK, acerrimi nemici del sultano Erdogan e della dittatura che governa la Turchia, lo sconfinamento dell’esercito turco quindi si ripete, dopo “l’offensiva” ramoscello d’ulivo dove l’esercito turco ha sconfinato invadendo parte della Siria del nord e trovando una forte opposizione da parte dei e delle partigian* Curd* ,arriva l’ennesimo sconfinamento in Iraq nel tentativo di sopprimere ogni sorta di resistenza e organizzazione da parte del PKK.

Lo stato turco ha rivendicato la distruzione di alcuni rifugi e depositi di munizioni durante un raid aereo nelle vicinanze di Avasin-Basyan e Metina, non è la prima volta che aerei turchi bombardano in Iraq del nord nel tentativo di colpire le basi del PKK, ufficialmente queste operazioni non coinvolgono forze militari sul terreno ma vi sono solo bombardamenti.

L’esercito turco sconfitto a Serhat e Xakurke
Diversi veicoli corazzati sono stati distrutti e 37 invasori sono stati uccisi in azioni dei guerriglieri HGP/YJJA Star e HBDH contro l'esercito turco a Serhat e Xakurke.

L’HPG Press Center ha annunciato i risultati delle azioni in Serhat e Xakurke dove decine di soldati sono stati uccisi.

La dichiarazione dell’HPG comprendeva i seguenti dettagli:

"Come parte del movimento di vittoria rivoluzionario in corso nella regione di Serhat, le nostre forze hanno compiuto azioni di vasta portata contro l'esercito turco invasore. Le azioni svolte nell'ambito di lunedì 1 giugno sono costate gravi perdite per l'esercito turco invasore. I dettagli delle azioni sono i seguenti:

Riportiamo qui dal comunicato:

Il 1° giugno, alle 09:30, è stata effettuata un'operazione rivoluzionaria contro l'esercito turco invasore nelle zone rurali del distretto di Aralik a Igdir. Una camionetta corazzata (APC) e un carro armato di tipo Panzer sono stati presi di mira dalle nostre forze mentre avanzavano dal distretto di Aralik verso il centro di Igdir. Il Panzer è stato pesantemente danneggiato e i soldati nemici in uscita dal veicolo sono stati colpiti efficacemente dalle nostre forze , tutti i soldati sono stati uccisi.

ANCHE I SOLDATI E I VEICOLI IN ARRIVO PER INTERVENIRE SONO STATI COLPITI: 20 SOLDATI MORTI.

A seguito dell'azione, l'esercito turco invasore ha tentato di intervenire sul campo d'azione con diversi veicoli corazzati. Le unità dell'esercito sono state colpite da due lati.
In questa operazione rivoluzionaria, almeno 20 soldati nemici sono stati uccisi e più di 10 sono stati feriti. L'esercito turco invasore ha rimosso le loro vittime dal terreno con diversi veicoli corazzati e ambulanze nelle ore serali, bombardando l'area con il supporto degli UAV.

AZIONE DI SABOTAGGIO: 6 CONTRACTOR UCCISI

L'esercito turco sta costruendo una strada di sicurezza tra gli avamposti di Serekaniye e Kozili nel distretto Bazid (Dogubeyazit) di Agri. Il primo giugno alle 06:00 del mattino le nostre forze YJA Star hanno condotto un'azione di sabotaggio contro un veicolo di transito che trasportava alcuni contractor che lavorano nel progetto di costruzione.
Il veicolo in questione è stato distrutto nell'azione in cui 6 contractor sono stati uccisi e 2 sono stati feriti. In seguito all'azione, l'esercito turco invasore ha tolto le loro vittime dall'area e ha lanciato un'operazione in serata. L'operazione è stata annullata lo stesso giorno senza risultati.
Lo Stato turco invasore ha descritto questa azione contro i contractor che costruiscono la strada di sicurezza per gli avamposti come attacco terroristico contro i civili nei propri canali mediatici. I contrctor sono persone che agiscono e lavorano insieme agli invasori e si oppongono ai valori del popolo curdo e del nemico.

YJA STAR FORCES HA COLPITO 1 CAPITANO

Il 31 maggio alle 16:30, le nostre forze YJA Star hanno condotto un'azione di sabotaggio contro i soldati dell'avamposto di Gulizerke nel distretto di Van's Caldiran. In azioni simultanee, 1 capitano e 1 privato sono stati uccisi. L'esercito turco invasore ha bombardato l'area con Howitzers e mortai dopo l'azione e ha lanciato un'operazione parziale.
Non abbiamo avuto vittime in queste azioni.
9 INVASORI UCCISI IN XAKURKE

Le nostre forze hanno risposto con azioni efficaci all'operazione di invasione lanciata dallo Stato turco invasore a Xakurke. Il 1° giugno alle 03:30 è stata effettuata un'azione contro l'invasione dei soldati turchi posizionati sulla collina del Martire Derwesh.
Le posizioni nemiche sono state prese sotto tiro da 2 lati e 9 soldati nemici sono stati uccisi in questa azione.

1 GUERRIGLIA MARTIRIZZATA IN ATTACCHI AEREI

HPG ha anche dato informazioni sugli attacchi aerei e ha detto: "Il 1° giugno, i caccia dell'esercito turco invasore hanno bombardato l'area Cil u Car a Xakurke nelle zone di difesa di Medya alle 06:30, l'area di Mervanis ad Avasin alle 09:00 e la regione di Zap a mezzogiorno. I bombardamenti nella regione di Zap hanno portato al martirio di uno dei nostri compagni. L'identità del nostro martire sarà rivelata in una fase successiva".

 

 

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“Contro l’asfissia economica e la violenza machista, scendiamo nelle strade”! Con questo appello il movimento femminista argentino Ni Una Menos è tornato a occupare il centro di Buenos Aires, per la quinta volta dalla prima marcia, il 3 giugno del 2015. Migliaia di persone hanno sfilato da Congreso a Plaza de Mayo, in un corteo rabbioso, poderoso e determinato. Tante le anime, unite dalla lotta: contro la violenza. In tutte le sue forme. 

“Da quando siamo scese in piazza nel 2015, mancano 2417 compagne”, recita un cartello. Più di 2000 donne uccise in meno di 4 anni. Una ogni 18 ore, secondo i dati diffusi dal Correpi. Una situazione che media e classe politica invisibilizzano, inquadrandola nel campo della cronaca nera. E che, al contrario, Ni Una Menos sta denunciando, da anni, prendendosi le strade e le piazze del paese, e sottolineando come la violenza machista non sia altro che un’appendice del sistema patriarcale e del suo modello economico, il capitalismo. E’ una “diagnosi femminista” –usando le stesse parole del movimento – quella che Ni Una Menos fornisce dell’attuale situazione dell’Argentina e, allargando lo sguardo, dell’intero sistema mondiale. “La violenza esplode nelle case, nei quartieri, sui nostri corpi. E’ la violenza economica, della disoccupazione che rende le persone sempre più vulnerabili. E’ la violenza della povertà, che sfratta le persone dalle case. E’ la violenza del potere, che vuole dettare legge sopra i nostri corpi dissidenti. E’ la violenza che obbliga le bambine a partorire, che impedisce l’aborto libero”, così Ni Una Menos, sottolineando come la crisi in cui versa il paese sia in realtà l’attacco sferrato dal modello neoliberista ad alcuni settori della popolazione, in particolare alle donne. “L’inflazione ci obbliga a indebitarci per sopravvivere. In questa crisi ci sono dei settori che non si impoveriscono: sono la chiesa, che pretende di sottomettere la nostra libertà. Sono gli speculatori finanziari, che si alimentano della nostra disperazione”. E’ contro questo sistema che Ni Una Menos scende di nuovo in piazza, “dove già abbiamo sperimentato la potenza di stare insieme”. Insieme nelle diversità: questa è la forza di questo movimento, e ieri lo si è visto. Lavoratrici dei trasporti pubblici, casalinghe, trans, donne indigene, afrodiscendenti, migranti, prostitute: tutte hanno sfilato insieme fino a Plaza de Mayo, dove si è chiusa la marcia.

“Siamo donne indigene, siamo femministe, e siamo qui per lottare contro la violenza del sistema patriarcale e delle sue istituzioni”: così dal palco in piazza la rappresentante del movimento delle donne indigene, sottolineando come l’oppressione dei popoli originari e l’avvelenamento e il depredamento della terra facciano parte del comune disegno neoliberale, funzionale ai grandi poteri economici. Una voce a cui fa eco quella della rappresentante del movimento delle donne afrodiscendenti, che pone in luce il razzismo insito nella società capitalista, costruita sui corpi neri, violentati, sfruttati, e poi invisibilizzati. “Basta travesticidi! Il sistema patriarcale legittima, con il suo silenzio, la violenza contro i corpi che non si inseriscono nei binari da lui tracciati. La violenza contro i corpi dissidenti assume molte forme: siamo escluse dal mondo del lavoro, dal dibattito politico, dal mondo mediatico. Siamo invisibili, così come le nostri morti. Ma siamo qui ancora una volta per urlare: Ni Una Trans Meno!”: così una rappresentante del movimento Trans e Travesti.

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Dopo gli interventi dei distinti gruppi, il corteo si è chiuso con un panuelazo collettivo, ossia lo sbandieramento dei panuelos verdi, simbolo della Campagna nazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito: solo pochi giorni prima, il 28 maggio, la Campagna presentava in Congresso, per l’ottava volta, il progetto di legge per la legalizzazione dell’aborto, accompagnata in piazza da un massiccio presidio di tutto il movimento femminista: perché, come è stato ribadito più volte durante il corteo, finché l’aborto non sarà considerato un tema di salute pubblica, gratuito e libero, non si potrà affermare Ni Una Menos. “Sono ancora troppe le donne che muoiono per aborti clandestini”, affermano dal corteo le integranti della Campagna, mettendo l’accento anche sull’importanza dell’ESI, l’educazione sessuale integrale: piano di studio previsto nelle scuole, ma non supportato dallo stato. “E’ con l’educazione che si cambia la società: un’educazione paritaria, che rispetti tutti i corpi, che non imponga una visione egemonica. Al momento l’ESI, teoricamente prevista da una legge nazionale, viene garantita nella pratica solo da noi femministe”.

Quello che si è visto ieri è una società diversa: libera dal disciplinamento machista, patriarcale, razzista e classista del capitalismo. Una società che resiste alle oppressioni di uno stato che precarizza le vite, rendendole vulnerabili: o almeno, provandoci. Perché più l’attacco si fa aspro, più la risposta si fa acuta, fino a diventare contrattacco. Nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle strade, il movimento femminista argentino va tessendo nuove alleanze. “Non stiamo più in silenzio. Non abbassiamo le braccia”.

S.C.

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