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Articoli filtrati per data: Friday, 28 Giugno 2019

O siamo liberi di uccidere senza conseguenze, o questo business non ci interessa. E' questa, in soldoni, la posizione di Arcelor Mittal sul tema del futuro dell'ILVA.

Un affare multimilionario per la multinazione indiana, con un piccolo problema: ILVA è una fabbrica di morte. E quindi, se non sarà possibile uccidere senza complicazioni, ILVA chiuderà. Dal 6 settembre, giorno dal quale in avanti non varrà più l'immunità penale senza la quale Arcelor non ha intenzione di produrre.

Un vero e proprio ricatto che espone in maniera palese la contraddizione sempre più evidente tra salute e lavoro. Per la quale le aziende sanno benissimo di uccidere, e la loro politica è ormai solo orientata a cercare scappatoie per non esserne responsabili.

Una questione non solo tarantina: sia perchè il capitalismo delle nocività è ormai ovunque, sia perchè l'indotto di ILVA dà effettivamente lavoro a migliaia di persone. Ottomila solo nella città dei due mari.

La stessa volontà dell'azienda di usare la cassa integrazione per ricattare i lavoratori ILVA, spingendoli a fare pressione sulle istituzioni affinchè l'azienda rimanga aperta, mostra il livello di bestialità a cui siamo arrivati. E (quasi) tutti sono d'accordo che questo sia accettabile.

Dalle stanze di Confindustria ci si lamenta perchè il governo togliendo l'immunità spaventerebbe gli investitori. Il cui benessere evidentemente è superiore a quello di persone che non possono neanche uscire di casa quando tira vento.

Ovviamente anche per il Capitano bisogna tirare avanti a produrre morte: “per carità la tutela ambientale, ma bisogna difendere gli imprenditori”.

Gli fanno eco i sindacati confederali: per Landini è giusto rispettare gli accordi con Arcelor, e chi se ne frega di chi vive quel territorio. Accaparrarsi tessere è più importante.

L'ormai acclarata difficoltà del reddito di cittadinanza a produrre i benefici sperati emerge ancora con più forza in questa questione. Il problema è rappresentato dai nodi di un modello di sviluppo e di organizzazione di società che ormai sono arrivati al pettine.

Quello in cui viviamo è un modello di capitalismo predatorio. In cui non si può produrre senza ammazzare, ma in cui non si può neanche sopravvivere senza distruggere territorio e ambiente. Urge superarlo, per smettere di morire.

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Approvata in parlamento una mozione che chiede al governo di impegnarsi a fermare l'esportazione di bombe e missili in paesi in guerra come l'Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti. Subito arriva la reazione vittimistica e ricattatoria della Rwm Italia, con una lettera inviata dal direttore generale Fabio Sgarzi ai lavoratori degli stabilimenti di Domusnovas, Musei e Ghedi (Brescia).


"Come potete immaginare - si legge nella lettera - questa decisione del Parlamento avrà un pesantissimo impatto sull'azienda e sui lavoratori di tutti gli stabilimenti". Nella stessa lettera si informano i lavoratori che i contratti a termini saranno a breve rinnovo e non ci saranno nuove assunzioni.
"Non è colpa di quella fabbrica se in Yemen c'è la guerra" dicevano i sostenitori della fabbrica di bombe, ma ormai il gioco non regge più. Senza quella guerra, l'azienda fa profitti. “Già ci immaginiamo le vesti stracciate della classe politica sarda e di certi sindacalisti, ma noi non abbiamo dubbi: la Sardegna e l'Iglesiente non hanno bisogno di ricatti e di industria militare” Così commenta il movimento sardo contro l’occupazione militare dalla pagina di A Foras.

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Il comunicato del movimento No Tav sulle ipotesi di progetti alternativi.

 

Nel corso delle ultime settimane i media locali e nazionali hanno dato grande rilievo a un’ipotesi avanzata dal Comune di Venaus in merito a una proposta di tracciato alternativo del tav torino-lione.

L’ipotesi progettuale e politica avanzata dal Comune di Venaus prevede interventi sulla linea storica e la realizzazione di un tunnel parallelo a quello attualmente in esercizio con ingresso in alta Valle Susa e sbocco a Modane.

L’ipotesi proposta dal Comune di Venaus sarebbe allo studio del governo quale punto di mediazione tra le componenti stesse del governo per lo sblocco dell’impasse politico attualmente gravante sulle decisioni che l’esecutivo dovrà assumere entro settembre in riferimento alla realizzazione del tav Torino-Lione.

Poiché il Comune di Venaus è amministrato da una maggioranza da sempre vicina alle posizioni contrarie all’alta velocità, a livello mediatico e politico si è avanzata l’ipotesi che il movimento no tav nel suo complesso sia disponibile a prendere in considerazione la possibilità di discutere la realizzazione dell’opera attraverso proposte di tracciati alternativi.

Al fine di esaminare e discutere la proposta del Comune di Venaus, il coordinamento dei comitati no tav si è riunito in data 26/06/2019 e, dopo ampia e articolata analisi, all’unanimità ha respinto l’ipotesi politica e progettuale proposta dal Comune di Venaus, ribadendo che :

Le motivazioni che hanno animato trent’anni di opposizione alla realizzazione del tav Torino-Lione restano attualissime e sempre di più supportate da dati ambientali, economici e tecnici. L’opera è inutile, dannosissima per l’ambiente e la salute, estremamente costosa per le tasche dei cittadini, portatrice di qualità di lavoro inaccettabile e in assoluto non determinante a risolvere problemi occupazionali, portatrice di valori sociali inaccettabili e basati su circolazione di merci che non ci sono e che comunque sarebbero trasportate dal nulla al nulla.

Il movimento no tav richiama questi valori che stanno sempre più acquisendo forza in moltissimi territori e che risultano essere unica proposta perseguibile per un futuro diverso e migliore, al di là delle speculazioni di forze economiche e politiche che perseguono il solo interesse personale a discapito del bene comune.

Con queste premesse pare evidente che nessuna ipotesi di realizzazione del tav Ttorino-Lione (che sia a tunnel lungo o a tunnel corto) può essere anche minimamente condivisa dal movimento no-tav  che pertanto ribadisce con forza la propria contrarietà all’ipotesi avanzata dal Comune di Venaus.

L’unica opzione accettabile per il movimento resta l’opzione zero con l’apertura di una discussione (disgiunta dai ragionamenti sull’opera) relativa all’eventuale adeguamento della attuale linea (assolutamente in grado di assorbire flussi di traffico anche di gran lunga superiore agli attuali)  agli standards di sicurezza necessari a far transitare i convogli senza rischio per la salute dei cittadini e dei territori attraversati.

Qualsiasi altra opzione troverà il movimento pronto a continuare con determinazione e forza la propria azione di lotta

- contro un’opera (in qualsiasi forma realizzata) devastante, inutile , portatrice di lavoro inaccettabile e di modelli sociali non compatibili con un futuro vivibile per le future generazioni; - per un uso del denaro pubblico finalizzato a garantire il miglioramento della qualità della vita dei cittadini (salute-servizi-scuola etc ..), al ripristino ambientale attraverso la sistemazione degli eco sistemi compromessi da decenni di politiche distruttive, alla creazione di lavoro rispettoso della vita e della dignità delle persone

Il movimento no tav depreca l’inattività del governo nei confronti degli iter di gara intrapresi da TELT in presenza di un’analisi costi-benefici che dovrebbe indurre l’esecutivo a scelte responsabili di annullamento della realizzazione del tav Torino-Lione e si prepara a sostenere una durissima lotta volta a bloccare definitivamente una delle più devastanti opere mai pensate, simbolo complessivo di un modello di sviluppo volto solamente al profitto di pochi a discapito dei molti.

Il movimento notav

 

 

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Giovedì 27 giugno è stato approvato al Senato, e dunque definitivamente convertito in legge, il cosiddetto decreto Crescita.

Come abbiamo più volte denunciato l’art. 24 di tale provvedimento stabilisce la privatizzazione dell’EIPLI, l’ente che gestisce le grandi opere idrauliche come invasi, opere di captazione di sorgenti e centinaia di chilometri di reti di adduzione tra Puglia, Campania e Basilicata. Se ne prevede, infatti, la trasformazione in società di capitali che com’è noto è un ente di diritto privato.

Una privatizzazione che viene da lontano. 

L’attuale maggioranza ha diligentemente svolto i compiti assegnati da governi precedenti a partire da Prodi nel 2007, passando per Monti, per finire con Gentiloni.

Con l’approvazione di questo decreto è stato segnato l’ennesimo passaggio in continuità con il passato, con quel pensiero unico che pervade gran parte delle forze politiche da oltre 25 e che individua nel mercato l’unico regolatore sociale.

Lo ribadiamo ancora una volta: la storia ha insegnato che la clausola tramite cui provare a blindare la partecipazione pubblica imponendo il divieto di cessione a privati delle quote azionarie è un argine fragile travolto sistematicamente nel passato.

Si tratta di una mera foglia di fico da parte di chi lo ha proposto, il M5S, attraverso cui provare a nascondere da una parte l’incapacità e dall’altra da quella che assomiglia sempre più all’assenza di una reale volontà di procedere verso una gestione pubblica, partecipativa, ambientalmente sostenibile, con tariffe eque per tutti i cittadini, che garantisca gli investimenti fuori da qualsiasi logica di profitto e i diritti dei lavoratori.

Risulta evidente come gli argomenti utilizzati a difesa di questa norma siano gli stessi propagandati negli anni da tutti coloro che hanno contrastato i referendum prima e l’approvazione della legge d’iniziativa popolare poi.

E’ altrettanto evidente che questa norma è in piena contraddizione con i principi della legge per l’acqua pubblica che punta al totale superamento delle forme di gestione tramite società di capitali, ancorchè totalmente pubbliche.

Se la direzione tracciata dalla maggioranza giallo-verde sulla gestione dell’acqua è quella che emerge dall’art. 24 e soprattutto dagli argomenti portati al suo sostegno si spiega perfettamente lo stallo della discussione della legge per l’acqua, caduta nel dimenticatoio di un cassetto della Camera da oltre 5 mesi.

Le contraddizioni sono evidenti e come si suol dire, prima o poi i nodi vengono al pettine.

Ribadiamo il nostro impegno per l’approvazione della legge per l’acqua pubblica e chiediamo pertanto che si faccia chiarezza sulle posizioni espresse in materia nelle ultime settimane. Ovviamente rimaniamo disponibili a confrontarci con chiunque sia mosso da intenzioni serie per il riavvio immediato della discussione perché non intendiamo lasciar fare a coloro che sperano di far tornare indietro le lancette dell’orologio a oltre 10 anni orsono.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

 

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