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Articoli filtrati per data: Thursday, 27 Giugno 2019

Nel mese di maggio del 1969 sui muri di Orgosolo furono affissi dei manifesti che imponevano alle persone e alle greggi di lasciare i pascoli comunali perché a breve in quelle terre sarebbe iniziata un’esercitazione militare. I documenti e gli avvisi pubblici parlavano di un poligono di tiro temporaneo che sarebbe esistito per alcuni mesi, ma grazie all’impegno del Circolo Giovanile gli orgolesi vennero a sapere che il governo italiano intendeva realizzarne uno permanente. Per questo motivo la popolazione occupò le terre di Pradu per impedire la realizzazione del poligono, che avrebbe sottratto un’importante risorsa alla comunità. La rivolta di Pratobello vinse. Il poligono non venne mai costruito.


A 50 anni di distanza l’esempio di quella battaglia è più che mai attuale. Il Comitato spontaneo “Pratobello 50 annos” vuole onorare le memoria quei fatti sottolinenando l’impertanza dell’impegno e della passione civile e politica che ha animato la lotta del 1969. Una marcia di rievocazione degli eventi di Pratobello si terrà Domenica 30 Giugno a partire dalle ore 17 (Via Gramsci angolo Corso Repubblica) ad Orgosolo. “Vogliamo rivivere assieme ed attualizzare le motivazioni che guidarono la Lotta, riconducendole all'attivismo attuale presente in Sardegna e coinvolgendo le numerose realtà che oggi nella nostra isola portano avanti cause e battaglie di giustizia sociale, difesa della persona e del territorio. La marcia partirà da Orgosolo per snodarsi sulla S.P. 48 con tappa finale al bivio di Pradu, ripercorrendo quello che fu l'itinerario verso Pratobello. Durante la camminata ci saranno delle soste animate da letture storiche, poesia e musica. A Pradu ci sarà l’inaugurazione dell’opera dedicata alla Lotta di Pratobello realizzata da Francesco Del Casino in collaborazione con Pino Muggianu”.

In una nota stampa il comitato spontaneo “Pratobello 50 annos” sottolinea l’attualità di quella battaglia: “Dal 1956, infatti, la Sardegna ha visto la creazione di molteplici installazioni militari, fra cui il Poligono Interforze del Salto di Quirra, il Poligono di Teulada e quello di Capo Frasca, che hanno portato negli anni l'isola a dover sopportare più del 60% del demanio militare del territorio italiano e più di 35mila ettari di terre sottoposti a servitù”.

 

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Se si sta a sentire le tv e i giornali pare che la questione dell'autonomia differenziata sia poco più che una telenovela sull'ennesima zuffa del governo giallo-verde.

Innanzitutto in cosa consiste l'autonomia differenziata?
"L’articolo 116 (della Costituzione) al suo terzo comma dispone che lo Stato possa attribuire alle Regioni a statuto ordinario particolari condizioni di autonomia definite come “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”. Le Regioni che quindi godono di questa autonomia hanno la possibilità di vedersi attribuiti poteri diversi rispetto alle altre 23 materie previste dall’articolo 117: su queste ultime Stato e Regione hanno competenza legislativa concorrente, il che vale a dire che la Regione stabilisce le regole, mentre la determinazione dei principi fondamentali resta allo Stato.
Inoltre, la richiesta di queste maggiori attribuzioni può essere avanzata anche in riferimento ad alcune materie di competenza esclusiva dello Stato, come ad esempio l’organizzazione della giustizia di pace, la normativa riguardante l’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema o dei beni culturali." (da TPI)
Veneto, Lombardia e Emilia Romagna hanno chiesto dunque maggiori attribuzioni, le prime due per tutte le 23 materie previste, l'Emilia Romagna esclusivamente per quindici.
Le materie più discusse sono ovviamente sanità, istruzione, fiscalità e infrastrutture e trasporti. Tutte questioni che avevano già vissuto già vari cicli di decentralizzazione e che vedono una sostanziale disparità di prestazioni sul territorio nazionale già ad oggi.

E' necessario però andare un po' più a fondo nell'analisi, evitando di pensare che l'autonomia differenziata sia una macchiettistica riproposizione dell'indipendentismo padano malamente mascherata. Questo progetto invece è ben situato dentro quelle che sono le forme che sta assumendo lo stato neoliberale post-crisi e che in alcuni casi si intravedevano già prima (sicuramente per quanto riguarda l'Europa). Siamo non solo oltre la dicotomia federalismo vs centralismo, ma anche oltre alle letture della governance multilivello diffusa e impalpabile. Lo Stato è la condizione sine qua non (specialmente in Italia) per l'apertura e lo sviluppo dei mercati, per l'accumulazione e la valorizzazione capitalistica. E' (insieme ad altre funzioni) l'impresa che costruisce le condizioni per l'impresa. In questo senso già con la nascita delle città metropolitane ha avuto luogo il tentativo di riconfigurare i territori non come spazi che avevano in comune una storia, una comunità, una particolare collocazione territoriale, ma piuttosto come spazi economici, con i loro punti di forza e le loro debolezze, ma con il fine ultimo in ogni caso di massimizzare il profitto. Già in quel caso si intuiva come le forme della politica e dell'economia tra le diverse città metropolitane si sarebbero date su un piano competitivo piuttosto che cooperativo, in una dura lotta per sopravvivere, ma certamente le aree già competitive sul mercato internazionale avrebbero avuto un vantaggio.
Anche il regionalismo differenziato si può leggere in questa chiave, con una caratteristica in più, qui già dall'inizio i territori che possono accedervi, perché effettivamente conveniente per loro, sono quelli con i distretti economici più significativi e con maggiore potenza economica. Veneto, Emilia Romagna e Lombardia sono di fatto degli spazi economici competitivi sul mercato europeo e collegati fittamente da relazioni commerciali con il nord Europa. Una maggiore cessione di autonomia da parte dello Stato è un maggiore controllo e razionalizzazione sul processo di produzione, di formazione della forza lavoro, di allocazione di risorse, di strategia.
E quelli che rimangono fuori? Quelli che rimangono fuori non sono avulsi dalla valorizzazione, ma sono coinvolti in una valorizzazione "differenziale", non solo e non tanto in termini di quantità, di quantità dello sfruttamento, di quantità della predazione, di quantità dell'accumulazione, ma soprattutto in termini di qualità, di collocazione funzionale (capitalisticamente) nel mercato internazionale. Una forma che la macchina statale si da per essere maggiormente efficiente e produttiva. Che poi questo profitto significhi maggior concentrazione di capitali e servizi nelle zone geograficamente poste al Nord ed invece estrazione al Sud è risaputo da molto tempo prima del regionalismo differenziato.
Tutto ciò per dire che prendere sul serio questa questione dell'autonomia differenziata e tutte le conseguenze che si porta dietro vuol dire collocarla nell'evoluzione dello stato neoliberale e nelle sue forme di intervento sui territori.

Oltre a ciò è necessaria una considerazione sulla vicenda con un'attenzione particolare ai soggetti. Il consenso a questa riforma, in Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna, in questa fase ha caratteristiche interclassiste che non sono da dimenticare. Una parte del proletariato del nord ritiene che ci sia ancora la possibilità di godere di una parte dei dividendi di una maggiore performatività economica. Una pia illusione, ma ancora salda. Anzi le risorse trattenute nelle regioni ricche e non redistribuite nel contesto di una solidarietà nazionale verranno impiegate in maniera ancora maggiore nei cicli di finanziarizzazione, di distribuzione ai privati, di infrastrutturazione via debito ecc… ecc…
Sempre al nord, non si può poi negare che esista, una visone, anch'essa interclassista, coloniale che giustifica il regionalismo differenziato, in una lettura già vista in altri contesti: credere che i territori “sottosviluppati” debbano essere ridotti all'osso, isolati nella “loro” capacità, in quanto solo un meccanismo da araba fenice potrà farli “evolvere”.
Una doppia forbice continuerà a ampliarsi, quella tra nord (con il Piemonte in coda) e sud, ma anche quella interna stessa tra chi godrà del regionalismo e chi invece condurrà una vita di merda, peggio di prima. Un dispositivo di cui abbiamo visto larghe anticipazioni in questi anni con la progressiva sottrazione di risorse al Meridione, con la violazione della stessa legge 18/2017 che prescrive trasferimenti di spesa pubblica proporzionali alla popolazione di riferimento e con la cancellazione di oltre la metà delle risorse dovute dal fondo di riequilibrio dei Comuni. Al Sud e nelle isole l'analisi sulla percezione dei soggetti della riforma è differente: da un lato la media e grande borghesia conoscono già bene le regole di valorizzazione capitalistica dello stato italiano e dell'Europa, che prevedeva ancor prima dell'autonomia differenziata un concentramento di capitali e profitti al Nord ed un ruolo estrattivo del Sud.
Dall'altro lato l'operaio, il proletariato urbano, il contadino o il pastore, sono mossi da una totale sfiducia nei meccanismi statali di organizzazione, produzione e riproduzione, di conseguenza, si genera automaticamente disattenzione rispetto a ciò che viene dall'alto, in una rassegnata inconsapevolezza di ciò che per i loro corpi e i loro territori vorrà dire questa ennesima riforma predatoria.
Ad oggi sembra complicato trovare un terreno della ricomposizione tra i differenti settori di proletariato e le loro pulsioni, ma se si punta lo sguardo allo stato neoliberale, alle sue contraddizioni in sviluppo e al ruolo degli agenti politici dentro queste contraddizioni può darsi che delle ipotesi di lavoro si trovino.

 

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L’ex presidente Zelaya fa appello ad occupare le strade. Tegucigalpa è bloccata dal popolo. Dura repressione. La polizia superata dalla gente ha deposto le armi ed è passata a fianco dei manifestanti.

Almeno un morto e 15 feriti

Di fronte all’appello allo sciopero della Polizia Nazionale dell’Honduras, sono aumentate le proteste contro Hernández in tutte le regioni del paese.

Almeno un morto e 15 persone sono risultate ferite questo mercoledì nelle violente proteste che si realizzano in Honduras, frutto delle richieste della popolazione civile che chiede la rinuncia del mandatario Juan Orlando Hernández.

Secondo un comunicato emesso dall’Ospedale Scuola Universitario, il morto era Luis Antonio Maldonado, di 29 anni, che ha subito un trauma cranico, a seguito dell’impatto di un proiettile.

La tensione e la destabilizzazione colpiscono questo mercoledì vari settori della nazione, specialmente di fronte all’appello allo sciopero della Polizia Nazionale dell’Honduras, per cui sono aumentate le proteste in tutte le regioni del paese contro Hernández.

In diverse zone della nazione, principalmente a Tegucigalpa (capitale), si è creato il caos dopo l’occupazione delle strade da parte della popolazione. Saccheggi e incendi di immobili sono stati la costante durante la notte di questo mercoledì.

Sospese le attività accademiche questo giovedì

Di fronte alla situazione e alla nuova giornata di attività, l’Università Tecnologica Centroamericana dell’Honduras (UNITEC) ha ratificato per questo giovedì la sospensione delle attività accademiche e amministrative nell’istituzione e nel Centro Universitario Tecnologico (CEUTEC) in tutto il paese.

Attraverso un comunicato pubblicato nelle reti sociali, il centro di studi ha confermato la misura, a seguito degli incidenti che colpiscono la nazione.

Da maggio settori della Sanità e dell’Educazione continuano la giornata di proteste, mentre in questa giornata si è unito il Corpo di Polizia e i trasportatori.

 

Mobilitazioni del popolo in tutto il paese

Parte della polizia in sciopero 

I trasportatori hanno occupato le strade insieme al popolo

Ci sono manifestazioni nei 18 dipartimenti del paese, il popolo è insorto, ugualmente i deputati fanno azioni insieme al popolo.

In questo momento la situazione in Honduras è molto complicata, a Tegucigalpa e San Pedro Sula ci sono blocchi di strade, incendi di caselli autostradali, ci sono incendi e saccheggi, la polizia si è unita alla sollevazione popolare, si è in attesa della caduta di JOH che ha rubato le ultime elezioni.

Sollevazione della Polizia in Honduras

A Tegucigalpa, il Comando specializzato della Direzione Nazionale delle Forze Speciali (DNFE), meglio conosciuto come Comando COBRAS, si è dichiarato in sciopero di fucili caduti, ieri notte, martedì 18 giugno, si sono trincerati nella sede della propria caserma situata nella città di Tegucigalpa, sollevandosi contro la gerarchia poliziesca di turno. I sollevati hanno risposto con gas lacrimogeni e spari di fucile alla visita del Direttore Generale della Polizia. Allo stesso modo si sono unite le altre unità di polizia dalle proprie stazioni situate in vari punti della capitale.

La crisi poliziesca avviene nel quadro di un clima di instabilità sociale e politica del paese, che è andata aumentando a partire dalle moltitudinarie proteste sociali per la difesa dell’educazione e della salute pubblica e dal rifiuto verso il regime di Juan Orlando Hernández a partire dalla sua imposizione alla presidenza della Repubblica attraverso una rielezione illegale.

 

Le proteste sociali, che sono scoppiate due mesi fa contro i decreti di privatizzazione della sanità e dell’educazione pubblica, si sono sviluppate in tutto il territorio nazionale, sono andate aumentando fino a giungere allo scenario che vediamo oggigiorno. La risposta del regime di JOH è stata una violenta repressione da parte della polizia e dell’esercito, aumentando ancor più lo scontento popolare e la richiesta della sua rinuncia.

Le principali città del paese si trovano praticamente paralizzate, giacché anche i trasportatori di carichi pesanti hanno deciso di fermare le proprie unità e bloccare le strade importanti del paese, impedendo la circolazione di materie prime e di combustibile. Si riporta la mancata fornitura di combustibile nelle stazioni di servizio a livello nazionale a seguito dei blocchi delle strade e alla paralisi del trasporto pesante. Le richieste di questi settori sociali (e della polizia)  non sono state risolte.

È necessario menzionare che nel bilancio di potere, il regime di JOH conta sulla lealtà delle Forze Armata dell’Honduras e della Polizia Militare.

Un appello di Mel Zelaya ad occupare le strade e a mobilitarsi in tutto il paese fino alla caduta della dittatura di Juan Orlando Hernández.

La capitale Tegucigalpa è bloccata dal popolo

Repressione militare, raffiche di proiettili degli organismi armati al servizio del dittatore nei quartieri e nelle colonie di Tegucigalpa.

20 giugno 2019

da Resumen LatinoamericanoResumen Latinoamericano

Traduzione di Comitato Carlos Fonseca

 

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Decine di No Tav si sono ritrovati oggi in Via dell’Avanà perché questo pezzo di valle torni ad essere transitabile in ogni momento del giorno e della notte, dai vignaioli a chi vive in questa valle.

Viviamo da anni la militarizzazione del nostro territorio e le intimidazioni a chi cerca ogni giorno di fare il proprio lavoro alle vigne.

Un cantiere vuoto, fermo da oltre un anno e mezzo, un progetto inutile e costoso.

Vogliamo che si smonti il checkpoint militare all’ingresso e che si chiuda questo cantiere.

Dalle ore 14 dopo il tradizionale aperipranzo della COlombera, abbiamo bloccato VIa dell’Avanà. Dopo 80 minuti (non proprio con celere rapidità), si sono presentati due cellulari di polizia con dietro circa una ventina di digos. Inizialmente con fare minaccioso.

Verso le 17,30 si è presentato il nuovo sindaco di Chiomonte Roberto Garbati che in modo ambiguo e alquanto scivoloso si è detto anche lui in accordo con la necessità di liberare Via dell’Avanà.

Verso le 18 abbiamo liberato la strada, lasciando le forze dell’ordine a presidiare il cantiere fermo da oramai 400 giorni.

SIamo venuti a sapere successivamente di 40 denunce per blocco stradale e 3 per non ottempranza al foglio di via.

Dopo l’incursione notturna della scorsa settimana all’interno del cantiere da parte degli over 70, inauguriamo così la campagna estiva di lotta!

Siamo un movimento che non si arrende!

da notav.infonotav.info

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