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Articoli filtrati per data: Tuesday, 25 Giugno 2019

Da El Pais Brasil, traduzione di Sportpopolare.it Sportpopolare.it

La gentrificazione come spiegazione degli stadi vuoti nella Copa América. Biglietti costosi e tribune silenziose riflettono la crociata di Conmebol per “risanare” il calcio sudamericano attraverso la creazione di un pubblico elitario. L’incontro tra Perù e Venezuela ha stabilito il record per il numero più basso di spettatori della Copa América fino a ora.

Il suono distintivo di questa Copa América non è quello dei tamburi, delle batterie o delle danze tipiche, per non parlare dei cori delle torcidas. Il suono ufficiale di questa Copa América è il silenzio che aleggia sugli stadi vuoti, senz’anima. In occasione del debutto del Brasile contro la Bolivia a Morumbi, il pubblico che ha fatto registrare un incasso record per la Conmebol sembrava potesse apprezzare qualsiasi cosa: un’orchestra sinfonica, un’opera teatrale o forse una gara di tennis. Tutto tranne una partita di calcio. Ad eccezione dei gol, la reazione più animata del pubblico è stata qualche fischio alla nazionale all’uscita per l’intervallo. Dani Alves ha descritto bene le sensazioni percepite dal campo. I giocatori hanno potuto ascoltare ogni frase del Mister Tite dalla panchina come se fossero in allenamento.

Il silenzio, nel calcio, significa indifferenza. E questo dice più degli stadi svuotati nell’edizione brasiliana della Copa América. Finora, in cinque partite, la media è stata di 25.000 spettatori a partita, non dissimile da quella dei campionati statali. Nell’incontro tra Perù e Venezuela, a Porto Alegre, solo 11.000 persone erano presenti alla Grêmio Arena, pari a un quinto della capienza dello stadio. Tuttavia, il pubblico dovrebbe aumentare durante il prosieguo della competizione, specialmente nelle fasi finali, assicurando, quindi, che questa edizione non si discosti di molto dalla media storica della partecipazione al torneo.

In effetti, i numeri del pubblico allo stadio sembrano non contare molto per la Conmebol. Ciò che interessa davvero è il denaro. Alla serata inaugurale di San Paolo, l’organizzazione della Copa América ha annunciato una raccolta di 22 milioni di reais con un pubblico di 46.000 persone, un nuovo record d’incassi per il calcio brasiliano. Se dovesse essere mantenuta la media di 5 milioni di incasso a partita, entro la fine della competizione la confederazione sudamericana avrà accumulato 130 milioni di reais, al di fuori delle quote di sponsorizzazione e dei diritti di trasmissione, che tendono a rappresentare la fetta più ampia della torta.

Sebbene il presidente Alejandro Domínguez sia preoccupato per i biglietti invenduti, gli stadi vuoti sono in linea con l’agenda di igiene sociale del calcio implementata dai leader dell’organizzazione negli ultimi anni. Nel 2007, nell’edizione della Copa América svoltasi in Venezuela, quando l’economia del Paese era ancora lontana dal collasso attuale, i biglietti più economici per vedere la fase finale del torneo costavano meno di 10 dollari. Poco più di un decennio dopo, i posti più “popolari” delle partite meno accattivanti costano il triplo, nonostante la stagnazione economica in Brasile e nei Paesi vicini come l’Argentina, per non parlare della crisi cronica dei venezuelani.

La Conmebol non è estranea da questa realtà né esente da responsabilità. Inflazionando i biglietti, è ben consapevole che la sua politica dei prezzi implica l’esclusione di buona parte della popolazione di tutto il continente. La bassa domanda di biglietti, che è senza precedenti nella storia della competizione, dovrebbe essere interpretata all’interno di una prospettiva più ampia. Elitizzare lo spettacolo è una scelta strategica che implica degli atteggiamenti emblematici. Nel 2016, la confederazione portò la “Copa del Centenario” negli Stati Uniti. Nel 2017, ha optato per disputare la finale della Copa Libertadores in un unico match. L’anno scorso, in risposta ai violenti incidenti prima del Superclasico tra Boca Juniors e River Plate, ha trasferito la finale del torneo a Madrid.

Queste azioni hanno uno scopo molto chiaro: rimuovere dal calcio i sostenitori che non sono in grado di potersi permettere lo spettacolo. Per questo, anche l’estetica deve essere ridisegnata per accogliere il nuovo target di riferimento. Un protocollo che prevede che le squadre entrino unite sul campo, messaggi di pace, loghi stilizzati e mascotte, cucina gourmet, stadi standardizzati e polizia mobilitata per sopprimere i sostenitori organizzati. L’ingranaggio porta all’imposizione di un pubblico uniforme e di un solo tipo di tifoseria, che, per i club gestiti come se fossero Spa, è un’attività lucrativa. I settori destinati agli ospiti si trasformano così in settori per Vip, anche se rimangono vuoti durante la maggior parte delle partite.

Il calcio sudamericano ha firmato la sua condanna a morte quando ha deciso di trasformare i fan in clienti, replicando formule importate dall’Europa senza tenere conto delle singolarità che hanno sempre contraddistinto la cultura delle nostre gradinate. Rappresentando organi contaminati dagli scandali di corruzione come l’Afa, la Cbf e Conmebol, gli uomini di vertice hanno acquisito l’idea sbagliata secondo cui la violenza negli stadi finirà grazie alla scrematura dei poveri, come se l’imposizione violenta di proibire la passione popolare e le trasferte potesse giustificare l’esperimento.

È in corso un profondo e calcolato processo di gentrificazione promosso dall’industria dello spettacolo, che l’atmosfera funeraria di questa Copa América non può più mascherare. I fuochi d’artificio, i battimani, il ritmo degli strumenti e la devozione incondizionata che viene espressa quando si resta senza voce, hanno i giorni contati. Alla fine, saranno in grado di ignorare il minuto di silenzio per rispettare il protocollo.

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Un ragazzo è morto scavalcando i cancelli della Sapienza mentre era in corso un’iniziativa auto-organizzata degli studenti. Da allora giornalisti e politici di estrema destra stanno banchettando su una tragedia rincorrendosi nello scrivere articoli e rilasciare dichiarazioni. Un fatto incidentale, come la tragedia avvenuta venerdì notte, è stata velocemente trasformato in un’occasione per attaccare la comunità studentesca e giovanile che vive gli spazi della Sapienza. Non si parla solo di serate autogestite ma di tutto un insieme di pratiche che hanno reso infinitamente più respirabile l’aria per chi ha attraversato l’università.

Negli ultimi decenni diverse comunità e diverse generazioni di studenti hanno attraversato gli spazi universitari costruendo pratiche di autorganizzazione degli spazi. Pratiche diffuse che sono diventate consuetudine per migliaia di studenti. Momenti di socialità, di assemblea, di studio, di riappropriazione degli spazi sono un qualcosa di spontaneo che si riproduce nel tempo. In fondo la questione è abbastanza evidente. Si fa un gran parlare de La Sapienza come di un’eccellenza internazionale. La realtà è però un’altra cosa e parla di biblioteche piene, servizi inesistenti (come quello dei bar chiusi per incompetenza dell’amministrazione) e scadenti. E’ naturale che in un quadro di forte degrado istituzionale gli studenti per decenni abbiano scelto di praticare l’autorganizzazione e di rispondere direttamente ai propri bisogni.

In questi giorni è in corso un attacco senza precedenti da parte di giornalisti e politici senza dignità. Non perché le esperienze autorganizzate non siano di per sé criticabili o migliorabili, ma perché questi articoli speculano su una tragedia che non ha nulla a che fare con tutto ciò. E’ stato un terribile incidente che poteva capitare a qualsiasi studente universitario.

Quello che chiamano racket o oasi di illegalità dei collettivi della sinistra sono biblioteche autogestiste, aule studio, spazi di dibattito, punti d’ascolto per chi subisce molestie, possibilità di organizzazione per chi è vittima di un sopruso (lavoratori dell’Università o studenti) in cui passano ogni anno centinaia di studenti. Questo perché la legalità promossa dall’amministrazione universitaria non ha nulla a che fare con la sicurezza, ma con l’efficienza burocratica di chi vorrebbe la strada spianata per aziendalizzare del tutto il nostro ateneo. Efficienza burocratica talmente cinica da non sapersi fermare neanche davanti alla morte di un ragazzo di 26 anni che all’organizzazione studentesca aveva dedicato il suo impegno.

Si è parlato di “interessi” dietro alle attività autogestite. Ma nessuno si è mai arricchito organizzando questi momenti. Da sempre le sottoscrizioni servono a sostenere altre iniziative e lotte politiche. E’ insensato pretendere di poter fare politica nella vita se non si è ricchi? Chi si arricchisce in questo caso sono i giornali, inventando il mostro da sbattere in prima pagina. Gli interessi nelle università grandi come la Sapienza sono ben nascosti dietro la legalità dell’amministrazione universitaria, dall’ingresso dei privati alla gestione dei concorsi per accedere alla ricerca o all’insegnamento.

Vi è inoltre una grande confusione nella dicotomia sicurezza-legalità, oggi agitata come un elemento unico e indissolubile. Non è cosi e lo dimostra la storia recente del nostro paese. Quando diventa illegale salvare dei migranti in mare e diventa legale sparare a una persona che entra in una proprietà privata (o scavalca un cancello) è impossibile parlare di legalità come sinonimo di sicurezza.

Questo è il caso anche delle serate autogestite dentro l’università. Fino a due anni fa queste serate erano autorizzate e funzionavano esattamente allo stesso modo. Le autorizzazioni sono saltate nel momento in cui un evidente errore normativo nella regolamentazione comunale sulle manifestazioni sportive e culturali ha privato l’università della capacità di autorizzare gli eventi. Alla faccia dell’autonomia dell’università! La sapienza se vuole montare qualsiasi cosa sul proprio suolo deve chiedere il permesso al comune, attraversando un iter burocratico estremamente lento e costoso. Da allora nonostante l’impegno del rettore ad aprire un tavolo con il comune, nulla è stato fatto.

L’autorizzazione è semplicemente un’etichetta “formale” che materialmente non introduce nessun elemento di sicurezza in più.

Il paradosso più evidente sta in quei cancelli che starebbero lì proprio per garantire la sicurezza. Tenerli aperti in queste situazioni è forse l’unico deterrente possibile. Nel 2014 quando la Sapienza ha autorizzato un concerto di notte per un’iniziativa promozionale della Toyota i cancelli nel perimetro erano chiusi e molti giovani li hanno scavalcati. Succede anche di giorno come quando l’amministrazione dell’università decise di chiudere quasi tutte le entrate nella giornata in cui Forza Nuova aveva minacciato di interrompere il comizio di Mimmo Lucano. Il tema quindi se esiste è generalizzato all'intero funzionamento dell'università.

Quel che resta è una doppia immagine straziante. Il dolore dell'intera comunità studentesca, della famiglia e degli amici, che avrebbero diritto al silenzio e al rispetto; e l'entusiasmo, che invece sta accendendo ripetutamente quotidiani e politici, sta continuando ad incidere su una ferita aperta, infangando la memoria di una giovane vita spezzata.

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Il Mise entro il 3 luglio varerà un decreto che dovrebbe regolare le remunerazioni ai grandi impianti termoelettrici che si rendono disponibili a fornire energia in caso di problemi di approvvigionamento, il cosiddetto capacity market.

In passato le fonti rinnovabili presentavano una problematica piuttosto significativa e cioè che dipendendo da fattori ambientali e metereologici non sempre permettevano l'emissione dello stesso quantitativo di energia, una variabilità che poteva anche provocare blackout in momenti di picco. In questo senso il capacity market servirebbe per rispondere a questi picchi, tenendo in stand by o a produzione normale le centrali termoelettriche in periodi di bassa richiesta o alta produzione delle rinnovabili e attivandole durante invece i periodi di una richiesta maggiore.

Peccato che ormai le energie rinnovabili hanno raggiunto una capacità di stabilità sufficiente anche grazie alle possibilità di accumulo e stoccaggio dell'energia. Inoltre secondo questo decreto le centrali termo-elettriche avrebbero così accesso a ben due remunerazioni, di fatti gli stessi impianti hanno al contempo la possibilità di accedere oltre al capacity market anche al mercato dell'energia a prezzo calmierato.

Altro che decarbonizzazione, in Italia si incentiverà attraverso questo meccanismo l'apertura di nuovi impianti termo-elettrici a discapito delle energie rinnovabili (che pure presentano i loro limiti ambientali). Non solo, il capacity market è anche in contrasto con le nuove norme Ue che lo considerano una extrema ratio.

Tra le altre insidie che nasconde questo decreto c'è anche il fatto che le remunerazioni per gli impianti "peseranno" sulle bollette dei consumatori per un costo complessivo tra i 900 milioni e 1,4 miliardi l'anno per 15 anni. Uno sproposito senza senso.

Perché dunque andare avanti con un progetto del genere? L'unica risposta plausibile e che ci sono i soliti interessi dell'industria del fossile in ballo e che l'accondiscendenza della politica bipartisan è totale al di là di greenwashing vari e balbettii.

Al Mise di Di Maio probabilmente almeno una delle cinque stelle si è fulminata.

 

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Ripubblichiamo questo articolo di Andrea Fumagalli per Effimera.orgEffimera.org per provare a comprendere meglio dove si colloca la vicenda dei minibot di cui si sta tanto discutendo e che oggi rileva una prima crepa all'interno nel fronte leghista, tra chi vorrebbe seguire una linea più keynesiano-populista come Borghi e chi invece come Giorgetti si attesta a difensore della borghesia nordica preoccupata della eccessiva tensione nei confronti dell'Unione Europea. Un altro ordine di problema di cui ci interesserebbe discutere è che in temini tattici la questione delle monete alternative o complementari può essere una buona leva, ma sul lungo potrebbe rafforzare una forbice della disuguglianza tra chi ha accesso alla "moneta forte" e chi no. Buona lettura!

 

La discussione che si è aperta sui cosiddetti Minibot può consentire di fare un minimo di chiarezza sui due temi sempre più spesso all’ordine del giorno: il finanziamento del debito pubblico e i ruoli che la moneta può svolgere oltre a quelli tradizionali di mezzo di scambio e di unità di conto.

Il finanziamento del debito pubblico, prima dell’avvento delle teorie monetariste e del monopolio di emissione della moneta da parte della Banca Centrale Europea (BCE), poteva contare su due strumenti, fra loro complementari: il ricorso ai mercati finanziari tramite la vendita di titoli di Stato (di diversa natura e durata) per rifinanziare i titoli venuti a cadenza e/o finanziare nuovo deficit e le Operazioni di Mercato Aperto, ovvero il finanziamento diretto da parte della Banca Centrale. Lo Stato italiano era l’unico soggetto economico che poteva, infatti, disporre di un conto corrente presso la Banca Centrale (definito Conto Corrente di Tesoreria), a cui attingere nei casi di necessità senza ricorrere ai mercati finanziari. Tale possibilità implicava la creazione di nuova moneta pari all’ammontare del debito creato.

Alla fine degli anni Settanta, in seguito ai diktat delle teorie monetariste che predicavano l’esistenza di un nesso diretto di causa ed effetto, tra creazione di moneta e dinamica inflazionistica, e quindi dopo il noto divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro (come si chiamava allora l’odierno Ministero dell’Economia), la possibilità di un finanziamento del debito da parte della Banca Centrale viene meno, sino a scomparire del tutto con l’introduzione dell’Euro e con la costituzione della BCE.

Come ci ricorda Massimo Amato in un recente articolo pubblicato su Valori.it, l’attuazione di politiche di Quantitative Easing adottate dalla BCE ha creato un elevato aumento di creazione di moneta: “La crisi di liquidità del 2008 è stata curata con iniezioni di liquidità senza precedenti. La quantità di moneta è pressoché triplicata in Europa, eppure il target dell’inflazione del 2% non è stato ancora raggiunto”.

È la dimostrazione che l’assunto della neutralità della moneta non è valido e che il legame tra espansione monetaria e inflazione, se è mai esistito, oggi non sussiste proprio. È da questa constatazione che prende le mosse la Moderna Teoria della Moneta (Modern Money Theory). Tale teoria riconosce che oggi la moneta si è del tutto smaterializzata, è diventata “moneta segno” (come diceva Marx). Non avendo più alcun legame con l’oro, la sua emissione ha solo come vincolo il volume della ricchezza sociale materiale e immateriale esistente. E tale volume è lungi dall’essere raggiunto, dal momento che il processo di valorizzazione contemporanea si fonda sui due fattori produttivi per definizione “abbondanti”: la conoscenza (che si diffonde al crescere degli scambi) e lo spazio virtuale (i cui confini sono ancora da definire, se esistono). Apprendimento e relazioni sociali (learning e network) sono oggi le fonti della crescita della produttività sociale e l’ambito dove la cooperazione dell’intelletto generale è in grado di esprimersi. È su tale espropriazione che si base l’odierna valorizzazione capitalistica e la crescente centralità di una finanza tanto più globale quanto più concentrata in poche mani.

Lungi dal trovarci in un regime di scarsità (la cui drammatica presenza è invece ravvisabile oggi quasi esclusivamente dal lato della sostenibilità ambientale), siamo in un’economia dell’abbondanza. Ed è in tale contesto, che è possibile stampare moneta ex-nihilo (dal nulla), come strumento di finanziamento non solo delle posizioni debitorie ma anche di possibile scelte alternative di investimento.

D’altra parte, occorre ricordare che in un sistema di produzione capitalistico, non c’è accumulazione senza indebitamento.

Tuttavia, le politiche di espansione monetaria della BCE non sono andate in questa direzione. Come ci ricorda ancora Massimo Amato: “La liquidità avrebbe dovuto portare al ritorno della “fiducia”. Ha alimentato invece una crescente sfiducia. Che si traduce in una crescente tesaurizzazione. Chi può spendere non spende. E la tesaurizzazione, come una spugna, assorbe qualunque aumento di quantità, riducendo la velocità di circolazione. Risultato: il salvataggio del sistema finanziario si è fatto a prezzo della ripresa e di diseguaglianze sempre più marcate”

Detto in altre parole: sono le esigenze di tesaurizzazione dell’oligarchia finanziaria a imporre l’agenda e i diktat di politica economica, soprattutto in materia di bilanci pubblici. La falsa ideologia dell’austerity la fa ancora da padrone.

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Oggi la tecnologia ci consente di emettere moneta digitale a un costo praticamente nullo. In parte è già ciò che avviene con le monete complementari di seconda generazione che non sono soggette – come il Bitcoin – a limiti di emissioni, con l’effetto di generare attività speculativa. Sono numerose le monete complementari “new entry”. Ultima, in ordine di tempo, la moneta annunciata da Facebook, “Libra”. La maggior parte di queste cripto monete o monete digitali utilizzano la tecnologia blockchain, con diverse livelli di gerarchia interna. Ad esempio, stando all’annuncio di Zuckerberg, la moneta Libra diventerebbe una moneta effettivamente peer-to-peer solo tra cinque anni (se la promessa verrà mantenuta, cosa di cui dubitare). Nel frattempo, la sua governance viene svolta da un associazione che raccoglie partner di varia natura, a metà tra il profit e il no-profit[1][1].

La quasi totalità delle monete complementari possono essere definite “moneta merce”, ovvero svolgono funzioni di fluidificazione dello scambio, senza intaccare le gerarchie del medesimo. La moneta viene vista esclusivamente con mezzo di scambio e unità di conto. Anche Libra non sfugge a questo destino, anzi lo rafforza, intervenendo anche nell’intermediazione finanziaria e nel transfer di denaro, probabilmente a costi più bassi e più competitivi delle tradizionali banche. L’intento è assai chiaro: lungi dal rappresentare un’alternativa al mercato bancario, la moneta di Facebook diventa strumento di transazione monetaria e di raccolta di dati (network value) che si aggiungono a quelli già manipolabili tratti dal social media.

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In questo contesto, la proposta della Lega di utilizzare titoli di stato di taglio minore per il pagamento dei debiti della Pubblicazione Amministrazione verso imprese private (State to business) non modifica affatto il quadro descritto. I Minibot non sarebbero altro che l’emissione di un nuovo tipo di titolo di Stato che allo stato attuale delle cose non farebbe altro che aumentare il debito pubblico italiano. Se si propone di non considerare tale emissione come nuovo debito, allora i Minibot dovrebbero potrebbero essere intese come una sorta di moneta complementare.

Ma la moneta complementare è tale se non è espressa in Euro. E i Minibot non hanno questa caratteristica essenziale. La loro diversità sta solo nel fatto che verrebbero emessi, sempre in Euro, dallo Stato Italiano e non dalla Bce, violando in modo palese il Trattato di Maastricht e quindi implicando una possibile uscita dall’Eurozona. E infatti, chi propone i Minibot, il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, ha sempre pubblicamente espresso questa opinione trovando tuttavia l’opposizione del segretario nazionale Salvini (vedi qui).e di tutti gli altri leader di governo.

E quindi evidente che la proposta dei Minibot è l’ennesima bufala demagogica.

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Tuttavia, una proposta di rifinanziamento del debito pubblico alternativa alle politiche di austerity. E senza il ritorno al sovranismo monetario ciò è possibile, proprio utilizzando le monete complementari.

Tale proposta che, come illustreremo brevemente, è tanto più valida tanto più oggi i vincoli sul bilancio pubblico italiano riguardano non solo il rapporto deficit/Pil ma il rapporto, assai più ingestibile, debito/Pil.

Il rischio di una procedura d’infrazione riguarda infatti l’eccessivo debito e non l’eccessivo deficit. Sembra che neanche il governo si sia reso cono di tale cambiamento strategico della Commissione Europea. Il punto è il seguente. Sino alla scorsa finanziaria, il parametro di riferimento era il rapporto deficit/Pil, che non doveva sforare l’1,7%, secondo gli accordi intrapresi con il precedente governo Renzi-Gentiloni. Il limite del trattato di Maastricht, come è noto, è il 3% e solo lo sforamento di questo limite può giustificare una procedura di infrazione contro l’Italia. Il contenzioso tra l’1,7% chiesto dalla troika europea e il 2,4% proposto dal governo Conte nel 2018 riguardava quindi non lo sforamento di un parametro ma la definizione di un percorso di rientro di medio termine del rapporto debito/pubblico, che dal 132% avrebbe dovuto ridursi progressivamente a livelli più basi nei prossimi 20 anni. La mediazione, come ricordiamo, si è attestata sul 2,04%, a patto che le stime di crescita economica venissero rispettate. A metà 2019, sappiamo che tali stime sono state rivedute fortemente al ribasso (dall’1,2% allo 0,2). La risposta della Commissione Economica non è stata un richiamo al mantenimento dei patti (già in parte garantiti dall’aumento automatico dell’Iva grazie appunto alla clausola di salvaguarda (del patto) ma la minaccia di una procedura d’infrazione non per aver violato il parametro deficit/Pil ma il parametro debito/Pil (60%). Parametro che dalla fondazione dell’Euro, l’Italia ha sempre necessariamente violato.

Nel 2011, in piena crisi dei debito sovrani, la Commissione Europea per imporre l’inasprimento delle politiche di austerity (soprattutto nei confronti della ribelle Grecia), ha varato un nuova norma, secondo la quale gli Stati che presentano un rapporto debito/Pil superiore al 60% (il limite sancito a Maastricht) si impegnavano a ridurre ogni anno di 1/20 la differenza tra il loro rapporto debito pubblico/Pil e il limite del 60%. Tradotto in soldoni, poiché il gap del debito/Pil dell’Italia è pari a 62 punti (132% – 60%), ciò significa che il sentiero di riduzione del debito pubblico deve prevedere ogni anno per 20 anni un intervento pari al 3,1% del Pil, cioè pari a 54,3 miliardi (nel 2018 il Pil ai prezzi di mercato è stato di 1.753 miliardi di Euro).

Si tratta di un obiettivo del tutto irrealizzabile che richiederebbe una politica lacrime e sangue neanche immaginabile.

Tenendo conto di tutto questo, le velleità del governo di impedire l’aumento dell’Iva (costo 24 miliardi) e contemporaneamente introdurre la flat taxflat tax (costo 30 miliardi) mostrano che si tratta, è il caso di dirlo, di retorica populista di bassa lega!

La stessa Commissione Europea è perfettamente conscia che la riduzione annua del debito pubblico di 3,1 punti  sia una proposta impraticabile per l’Italia e per la stessa Europa ma questo impegno, sottoscritto da tutti i paesi (Italia compresa), viene usato come grimaldello per imporre maggiori politiche di austerità e consente che ci siano i  margini giuridici per imporre la procedura di infrazione.

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La questione è quindi squisitamente politica. Ed è su tale fronte che occorre trovare una risposta praticabile e coerente. Non è certo sulle parole demagogiche di Salvini, sulla non autorevolezza dell’Europa o sul vento del sovranismo che sta montando che è possibile edificare modifiche alla situazione.

L’unica possibilità  per allargare le maglie strette dei vincoli europei quella di creare un secondo bilancio pubblico che non sia controllabile dalle oligarchie economiche europee. E ciò non può essere fatto a livello nazionale, altrimenti si creerebbe una doppia moneta che non è ammissibile nell’architettura dell’Euro, bensì a livello territoriale e ancor più a livello municipale, per quanta riguarda l’erogazione di quei servizi pubblici e quelle entrate fiscali che si declinano a un livello più locale.

La possibilità di creare circuiti monetari alternativi per soddisfare una domanda di servizi inevasa o per migliorare un’offerta già esistente su base territoriale non è un’utopia. Si tratta semplicemente di un meccanismo di sussidiarietà per quanto riguarda la gestione del welfare che sia aggiuntivo e non sostitutivo. Se oggi, a causa di vincoli di bilancio sempre più stretti, i welfare municipali e regionali sono sempre più esternalizzati a società private, in base ad un distorto principio di sussidiarietà che favorisce la privatizzazione (e la finanziarizzazione) dei servizi sociali e non il suo ampliamento e/o miglioramento, è possibile creare un bilancio parallelo in una moneta complementare che consente di finanziarie a livello municipale forme di assistenza e integrazione ai migranti (la moneta di Riace), di erogazione di reddito e indiretto, servizi di trasporto (reperendo risorse che possono impedire l’aumento delle tariffe, vedi Milano), ecc. e a livello regionale servizi di integrazione alla sanità.

Questa costruzione sarebbe, inoltre, – come ci ricorda Massimo Amato nell’articolo citato –  nello spirito della costruzione europea, che si fonda sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. È certamente nello spirito del programma europeo DigiPay4Growth, finalizzato a “dimostrare l’uso di Cyclos [2][2] in 3 progetti pilota (Catalogna, Sardegna e Bristol) in tre diversi ambienti di progetto nel mercato europeo. I progetti pilota illustrano le varie possibilità di Cyclos per a) condizionare i flussi di potere d’acquisto per aumentare l’effetto moltiplicatore e quindi creare reddito e più posti di lavoro e b) creare un fondo innovativo di garanzia del credito per il credito reciproco alle PMI”.

Tale progetto Europeo è finalizzato essenzialmente a contrastare la crisi di liquidità dovuta al razionamento del credito negli anni della crisi, perdurante ancora oggi, con riferimento al mondo delle imprese. Parliamo in questo caso dell’istituzione di una moneta complementare su base territoriale “business to business”[3][3].

Ciò che invece proponiamo in questa sede è l’utilizzo di moneta complementare per contrastare i vincoli di bilancio pubblico imposti dall’austerity europea: una moneta complementare che viene immessa a livello territoriale per definire un bilancio pubblico alternativo a quello in euro in grado di svolgere una funzione in parte sostitutiva di alcune spese sociali che vengono privatizzate e/o eliminate e in parte aggiuntiva per far sì che tali servizi rimangano comunque in mano alla collettività. Di fatto si creano nuove risorse in grado di finanziare una riforma del welfare (CommonfareCommonfare) adeguato a quelle che sono le sfide di oggi. Moneta credito e non solo moneta merce. La moneta complementare può così diventare moneta a tutti gli effetti alternativa.

NOTE

[1][1] Il progetto di Mark Zuckerberg vede la partecipazione non a caso di Visa, Mastercard, Paypal, Uber, Booking, Stripe, Mercado Libre, Spotify, Vodafone, Iliad, eBay, Farfetch, Andreessen Horowitz e ancora Xapo e Coinbase. Ognuno di loro investirà 10 milioni di dollari, così da far da garanzia alla moneta attraverso la Lybra Foundation, un consorzio che non dipenderà da nessuno ma sarà gestito da Facebook e a cui hanno già aderito molte associazioni no profit, giusto per presentare la faccia pulita dell’ipocrisia americana. Leggi qui.

[2][2] Per Cyclos si intende un software open source per online banking adatto per istituzioni di microfinanza, banche locali e regionali e sistemi di moneta alternativa come LETS, reti di baratto e banca del tempo

[3][3] Si tratta di una soluzione sicuramente più praticabile ed efficiente anche per pagare i debiti dell’amministrazione Pubblica. Vedi qui

 

 

 

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Il partito trasversale della Crescita ce l'ha fatta, ha portato in Italia le Olimpiadi che in tutto il resto del mondo nessuno voleva.

Applausi e popopo, oggi riempiono le televisioni e sono tutti dalla stessa parte: una grande opportunità per il paese, un grande lavoro di squadra ecc… ecc…

Non importa che siano del PD o della Lega, di Forza Italia, che siano tecnici o politici, tutti sono entusiasti, tranne i 5stelle, ma non perché trovino folle l'idea di portare altre olimpiadi in Italia, ma perché rosicano che non sia andata come avrebbero voluto loro.

Siamo già partiti dunque con il mito e l'immaginario olimpionico che si accosta al successo dei colonnelli della Lega del nord, i Giorgetti, gli Zaia, i Fontana. Un grande racconto su cui rifondare un po' di coesione sociale in questo paese. Già si vede da lontano, ma perché non fissarlo in costituzione? "L'Italia è una repubblica democratica, fondata sulle olimpiadi". D'altronde secondo questi le olimpiadi portano lavoro, per cui le proprietà transitive fanno il resto.

Il motivo di tutta questa ansia di mostrarsi entusiasti è che sanno benissimo quali sono le conseguenze negative di un grande evento come quello olimpionico. Decine di studi provano che le Olimpiadi provocano debito, cementificazione e ulteriori disuguaglianze sui territori su cui si abbattono. Ogni Olimpiade finora ha portato a uno sforamento dello stanziamento iniziale di fondi con una mediana dell'83% per i giochi estivi e del 118% per quelli invernali. E dunque perché farle? Perché si riempiono le tasche di un ceto imprenditoriale parassitario e avido, base sociale della Lega e del PD, che attraverso grandi eventi come questi riceve direttamente un trasbordo di denaro pubblico nelle sue casse. Gli effetti in termini di colatura della ricchezza sul territorio e sui ceti più poveri sono quasi nulli, ma invece quello dell'indebitamento delle istituzioni pubbliche è enorme se si considerano i conseguenti tagli ai servizi e al welfare.

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Il costo stimato secondo i dati ufficiali per il momento delle Olimpiadi del 2026 di Cortina e Milano è di 1,2 miliardi, di cui 900 milioni verrebbero coperti dal CIO e altri 300 da dividere tra i Comuni e le Regioni interessate dall'evento. A questi sarebbero da aggiungere 415 milioni solo per costi di sicurezza.

Spese che appaiono ovviamente piuttosto ottimistiche considerando la cantieristica all'italiana, ma non solo: la scelta di una location diffusa sul territorio potrebbe portare a un incredibile aumento dei costi di trasporto e dell'inquinamento.

Le entrate previste di imposte nette per lo Stato dovrebbero essere intorno a poco meno di duecento milioni, ma senza considerare i 300 milioni spesi da Comuni e Regioni di cui sopra.

Ciò che più fa riflettere di questa vicenda è che proprio mentre si discute di debito pubblico e ricontrattazioni con l'Europa, proprio mentre la Lega fa il muso duro per pretendere maggiore flessibilità e il PD invece si accosta al rigore europeo, proprio in questo momento si decide di sperperare ulteriore denaro, di produrre altro debito, di consegnare risorse ai privati e aprire una nuova mangiatoia per i soggetti più svariati. E' connaturato al modello dei grandi eventi e del turismo predatorio il fatto che si allarghi ulteriormente la forbice della disuguaglianza sociale, tutto ciò per fare un costoso regalo agli imprenditori leghisti.

 

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