ssssssfff
Articoli filtrati per data: Sunday, 23 Giugno 2019

Daspo che arrivano a 10 anni. Arresti con flagranza differita. Stadi chiusi per chi ha condanne per reati non da “stadio”. Introduzione di una sorta di “pentitismo” sportivo Ecco il decretobis di Salvini, che però continua a fare l’amico degli ultras

È il giorno 11 giugno, Matteo Salvini, con un post su Facebook annuncia il varo nel Consiglio dei ministri del Decreto Legge cosiddetto «Sicurezza bis».

Sulla sua pagina ha scritto: «Habemus decretum! Lotta ancora più dura all’immigrazione clandestina, pene più severe per chi aggredisce le forze dell’ordine, 800 assunzioni per l’esecuzione delle pene dei condannati in via definitiva…e molto altro». Annuncia così, il vicepremier e ministro dell’Interno, il decreto passatonella sua ultima versione, dopo un travagliato lavoro di limatura, probabilmente anche in interlocuzione coi giuristi del Quirinale, e una serrata trattativa politica fra Lega e M5s, che ha portato a correggere le precedenti bozze, almeno cinque, del Viminale.

Scorrendo tra gli articoli si arriva al Capo III “Disposizioni urgenti in materia di contrasto alla violenza in occasione di manifestazioni sportive.”

Nell’articolo 13 vengono introdotte le nuove misure per il contrasto di fenomeni di violenza connessi alle manifestazioni sportive. Il questore potrà dunque disporre il divieto di accesso agli impianti sportivi per svariati motivi. In primis, coloro che risultino denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza. La medesima disposizione si applica anche nei confronti di chi, sulla base di elementi di fatto, risultino avere tenuto, anche all’estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta evidentemente finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione, tali da porre in pericolo la sicurezza pubblica o da creare turbative per l’ordine pubblico nelle circostanze di manifestazioni sportive. Quel che spaventa è l’introduzione di una fattispecie di una sanzione fondata su responsabilità oggettiva e cultura del sospetto: gli elementi di fatto, sono ben diversi da condanne! Terza ipotesi di impossibilità di accesso risiede per chi sia stato condannato, anche con sentenza non definitiva, nei precedenti cinque anni, per i reati di detenzione e porto d’armi illegale, per l’uso di casco protettivo, per chi si sia recato in stadio con emblemi o simboli razzisti-nazisti-contro etnie, per l’utilizzo di striscioni e cartelli incitanti alla violenza o recanti ingiurie o minacce, o per alcuno dei delitti contro l’ordine pubblico o dei delitti di comune pericolo mediante violenza, rissa, rapina e delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope, oltre che per i reati specificati dal Codice Antimafia, anche se non connessi a momenti sportivi.

Questa è una novità sostanziale, sulla scorta di quanto avvenuto per la tessera del tifoso, infatti, chiunque abbia ricevuto denunce e condanne come sopra, anche se non definitive e nei passati 5 anni si vedrà “affibbiare” un Daspo, una sorta di pena accessoria oltre a quanto già si stia scontando. Sempre in materia di Daspo, quest’ultimo è stato peggiorato in termini di massimo edittale, dagli otto di prima ai dieci anni di oggi, aggravandolo ancor più se in presenza di recidiva.

Come se non bastasse, sono stati inseriti strumenti, dalla dubbia costituzionalità, come quello della cd. “flagranza differita”. Se risulta da strumenti informatici o circuiti (videocamere, video smartphone), si eseguirà l’arresto come se la condotta stesse avvenendo in flagranza.
Infine, è stato introdotto una sorta di “pentitismo” in versione sportiva, con sconti sui periodi di inibizione per quanti oltre ad esprimere viva redenzione per quanto commesso, si attivino aiutando le indagini, il cd. “ravvedimento operoso”, già conosciuto nell’ambito penale come revirement da parte dei mafiosi. Il ministro degli Interni, ad ogni modo, continua con il metodo del “un colpo al cerchio e uno alla botte”: se da un lato sembrerebbe essere diventato il nemico numero uno del mondo Ultras, dall’altro garantisce lui per determinate tifoserie.

Oggi le notizie scrivono che il Ministro sia sceso personalmente in campo per garantire il normale svolgimento della festa della curva nord dell’Inter. Qualche giorno fa, infatti, è stata revocata l’autorizzazione da parte dell’amministrazio del comune di Milano affinché non si svolgesse la festa da tenersi in Parco Valentino. Salvini ha dichiarato:«Come ministero dell’Interno siamo sicuri di poter garantire la sicurezza e l’ordine pubblico. Anche perché al momento non sono emersi problemi. Auspico che il Comune di Milano decida in tempi rapidi – ha concluso Salvini -, confermando il via libera alla festa della Curva Nord dell’Inter».

È solo un caso che, Matteo Salvini, milanista sfegatato, abbia preso le difese della curva dell’Inter due giorni dopo aver inaugurato nuove politiche repressive nei confronti degli Ultras? Personalmente, mi verrebbe da dire, no! Un tifoso nerazzurro, Luca Da Ros, arrestato per avere partecipato agli scontri di via Novara tenutosi prima della partita Inter-Napoli dello scorso 26 dicembre, ha specificato nomi e cognomi degli otto ultras che avevano preso parte agli scontri, facendo addirittura arrestare l’ultrà Marco Piovella. Da Ros è andato avanti nonostante le minacce social piovutogli addosso dal mondo ultras, anche perché la sua collaborazione gli è valsa la concessione da parte del gip degli arresti domiciliari. Sei mesi dopo, ecco arrivare la stretta repressiva nei confronti degli “ultras violenti”, per preservare la “mano buona” nei confronti dei “pentiti da stadio” e, come ciliegina sulla torta, una buona parola del ministro per la tifoseria nerazzurra.

Sembrerebbe iniziata una nuova fase per la politica repressiva negli stadi, tale probabilmente costerà la corsa da parte del mondo ultras ai fini di diventare “amico” del ministro Salvini. Ci attendono, sul serio, mesi confusi e frastagliati.

Davide Drago

da SportAllaRovesciaSportAllaRovescia

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Da una parte le istituzioni che lavorano per una città-deserto. Dall'altra le esperienze di autogestione e le migliaia di persone che non si abbandonano allo sconforto e costruiscono alternative dal basso.

Un lungo corteo ha attraversato le strade di Roma nel pomeriggio di ieri. Da Piazza Vittorio fino a Madonna di Loreto, realtà di movimento, associazioni e centri sociali hanno animato la marcia. Migliaia di persone per opporsi alle minacce di sgombero del Ministero dell'Interno guidato da Salvini. Da settimane l'attenzione mediatica si è concentrata sulla lista di 22 stabili occupati e da sgomberare urgentemente. Un attacco eterogeneo alle esperienze di autogestione della città. Dalle occupazioni abitative, agli spazi femministi passando per i centri sociali. Molti artisti della scena romana hanno partecipato alla manifestazione

Qualche giorno prima della manifestazione degli attivisti avevano segnalato diversi stabili lasciati all'incuria dai privati o dal pubblico. Azioni per ricordare a tutti che Roma è piena di mostri di cemento abbandonati al nulla e di spazi sgomberati in passato nei quali non sono mai stati attivati dei progetti. 

Paradossale che in una città che nessuno riesce ad amministrare, in cui i servizi non esistono e che offre un deserto culturale ai giovani, la priorità delle istituzioni sia quella di smontare le poche esperienze alternative. Vedremo nei prossimi mesi se dalle minacce si passerà ai fatti. 

La promessa alla fine della manifestazione è quella di tornare ad affollare le piazze e le strade di Roma il prossimo autunno.

corteo roma non si chiude 2

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

I due paesi, nemici giurati di Tehran, stentano a rendersi conto della decisione presa dal presidente Usa di annullare la rappresaglia per l’abbattimento da parte dell’Iran di un drone-spia americano nell’area dello Stretto di Hormuz

 

I pezzi del drone Usa abbattuto dall’Iran

di Michele Giorgio – Il ManifestoIl Manifesto

Roma, 22 giugno 2019, Nena News – Lo sbigottimento di Israele, il silenzio dell’Arabia saudita. I due principali alleati in Medio oriente dell’Amministrazione Trump nonché nemici giurati dell’Iran, stentano a rendersi conto della decisione presa giovedì notte dal presidente Usa di annullare all’ultimo istante la rappresaglia per l’abbattimento, nella notte di mercoledì, di un costoso drone-spia della Marina americana nell’area dello Stretto di Hormuz. Drone che, ripetono da Tehran, era entrato nello spazio aereo nazionale – il ministro degli esteri Zarif ha diffuso le coordinate della posizione del velivolo abbattuto – mentre per Washington era lontano decine di km dall’Iran. Il premier Netanyahu, certo dell’attacco americano all’Iran, giovedì pomeriggio aveva dato pieno sostegno agli Usa. Ieri è rimasto muto.

«La delusione è forte perché Israele dava per certa la ritorsione americana e non averla attuata rende più forte l’Iran» ci dice l’analista Eytan Gilboa del centro studi strategici BeSa di Tel Aviv. «Gli iraniani – prosegue – stanno testando la solidità della determinazione di Trump, pensano che (il presidente Usa) urli tanto ma poi faccia poco, dal punto di vista militare. Israele pensa che l’uso della forza sia in grado di scoraggiare e domare Tehran. Al contrario l’Iran ora farà ciò che vuole, perché crede che gli Usa non lo attaccheranno militarmente».

Riyadh è rimasta in silenzio tutto il giorno. Un silenzio che fa rumore. La casa regnante saudita, come Netanyahu, ha invocato e ottenuto l’uscita degli Usa al Jcpoa, l’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano, e l’imposizione di pesanti sanzioni sulle esportazioni di petrolio e sulle finanze di Tehran. Ora ritiene di trovarsi nella stessa situazione del 14 settembre del 2013, quando Barack Obama sul punto di attaccare la Siria, alleata di Tehran, fermò le operazioni militari.

L’attacco americano e la distruzione delle centrali atomiche iraniane, per Arabia saudita e Israele è l’atto decisivo per mettere fuori gioco il paese che si oppone al loro controllo della regione. Denunciano una presunta intenzione della Repubblica islamica di costruire ordigni nucleari. L’Iran nega di volersi dotare della bomba atomica, arma di distruzione di massa che in Medio oriente possiede segretamente solo Israele.

Con Trump alla Casa Bianca, Tel Aviv e Riyadh erano certe che le cose sarebbero cambiate. Invece il presidente del pugno di ferro, che ha scardinato il diritto internazionale, che ha regalato a Israele Gerusalemme e il Golan, che ha già bombardato la Siria, ha fermato il bombardamento che si attendevano. Raid che avrebbero innescato una guerra devastante, come indicano le parole pronunciate ieri dal segretario del Consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, il contrammiraglio Ali Shamkhani: «L’Iran non ha mai attaccato alcun paese e non vuole farlo in futuro, ma risponderà ad ogni aggressione».

Ieri Trump ha avuto una conversazione telefonica con Mohammad bin Salman, il potente erede al trono saudita. Ufficialmente per discutere del mercato petrolifero. In realtà per spiegare ai sauditi i motivi del suo passo indietro.

Quali siano questi motivi è difficile accertarlo. Sappiamo con certezza ciò che hanno riferito il New York Times e il Washington Post: le forze americane erano pronte, gli obiettivi (batterie di radar e missili) sotto tiro, poi, a dieci minuti dal via Trump ha cambiato idea. Arduo credere che dietro ci siano gli scrupoli per la vita degli 150 iraniani che sarebbero rimasti uccisi nei raid, come ha spiegato Trump. Con più probabilità, il tycoon per una volta ha fatto uso di buon senso e ha ascoltato gli ammonimenti dei vertici militari sulle conseguenze dell’attacco per l’intera regione e non i falchi anti-iraniani che popolano la sua Amministrazione come John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale, il segretario di Stato Mike Pompeo e la direttrice della Cia, Gina Haspel.

Ed è probabile che alla Casa Bianca siano giunti gli inviti a non passare la linea rossa degli alleati europei – e forse anche di Russia e Cina – che puntano sul vertice con l’Iran del 28 giugno in cui si deciderà la sorte del Jcpoa.

Resta peraltro un mistero la lettera che Trump avrebbe inviato via Oman al leader supremo iraniano Khamenei – con l’aut aut «negoziate con gli Usa o vi attaccheremo» – che a Tehran negano di aver ricevuto. Intanto i Guardiani della rivoluzione celebrano i successi militari. Accanto al drone abbattuto – dicono – viaggiava un aereo militare a stelle e strisce con 35 persone a bordo. «Avremmo potuto colpirlo, abbiamo scelto di non farlo», ha detto il generale Ami Ali Hajizadeh, capo dell’aviazione. Diverse compagnie aeree hanno annunciato che non sorvoleranno più Hormuz.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons

});})(jQuery);