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Articoli filtrati per data: Monday, 17 Giugno 2019

Sono appena passate le ore 19 di mercoledì 12 giugno, quando il presidente della Corte della Sala Seconda del Tribunal Supremo di Madrid, Manuel Marchena recita la formula di rito “Visto para sentencia”, che mette fine al dibattimento e apre la fase di redazione della sentenza motivata.

Si conclude così, dopo quattro mesi e 52 sessioni quotidiane, il processo alla leadership indipendentista catalana, che vede 12 persone imputate dei delitti di ribellione, sedizione, disobbedienza e distrazione di fondi pubblici, per le quali il pubblico ministero chiede pene comprese tra i 25 e i 7 anni di reclusione. Ora si attende la sentenza del Tribunale, che si avrà probabilmente tra settembre e ottobre prossimi. Il 16 ottobre scade il periodo massimo di due anni di carcerazione preventiva per i leader dell’associazionismo indipendentista Jordi Cuixart e Jordi Sánchez, anche se potrebbe essere rinnovato per un ulteriore biennio.

L’inizio del processo, lo scorso 12 febbraio, coincise con la vigilia della bocciatura della finanziaria 2019 da parte dei partiti indipendentisti che, nel giugno 2018, avevano sostenuto la mozione di sfiducia presentata da Pedro Sánchez contro Mariano Rajoy, disarcionandolo dall’Esecutivo. In quella prima settimana di processo, mentre era in auge l’estrema destra di Vox, deflagrò la crisi di governo e Sánchez convocò le elezioni politiche per il 28 aprile successivo. Quattro mesi dopo, in Spagna, si sono svolte quasi tutte le elezioni possibili, non ancora quelle catalane. Sánchez ha vinto politiche ed europee e ha iniziato le consultazioni per formare il nuovo governo; in Catalogna, Esquerra Republicana con Oriol Junqueras ha vinto le elezioni politiche e quelle amministrative, Junts per Catalunya con Carles Puigdemont ha vinto le elezioni europee. I partiti indipendentisti in Catalogna, lo scorso 26 maggio, hanno totalizzato consensi appena inferiori al 50%. Cinque dei dodici imputati sono stati eletti nel Parlamento spagnolo e quindi sono stati sospesi essendo in carcere accusati di ribellione. Uno tra loro è anche eurodeputato; un sesto è stato eletto nel consiglio municipale di Barcellona.

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La diciottesima e ultima settimana del processo è iniziata con le arringhe delle difese e si è conclusa con l’ultima parola concessa agli imputati. Gli avvocati e le avvocate sono: Andreu Van Van Den Eynde, in difesa di Junqueras e Romeva; Xavier Melero, in difesa di Forn; Jordi Pina, difensore di Sánchez, Rull e Turull; Marina Roig, in difesa di Cuixart; Olga Arderiu, in difesa di Forcadell; Mariano Bergés, difensore di Bassa; Josep Riba, difensore di Mundó; Judit Gené, in difesa di Borrás; Joan Segarra, difensore di Vila. Nella loro diversità di strategia e di carattere, essi si coordinano su alcune questioni chiave, integrandosi senza eccessive diversità. Hanno ciascuno un’ora di tempo per difendere il proprio assistito e riescono a metterla a frutto, intrecciando il ragionamento più politico di denuncia della lesione dei diritti fondamentali con l’analisi puntuale delle prove.

La critica all’esagerazione del racconto, all’utilizzo di parole tese a provare la gravità dei fatti, all’introduzione di concetti “post-moderni” estranei alla cultura giuridica spagnola e a quella internazionale da parte del pubblico ministero, sono comuni nei discorsi della difesa: «Si è fatto molto rumore», «il diritto spagnolo non contempla il reato di golpe di Stato», «per tanto che si parli di violenza potenziale non si può banalizzare il concetto di violenza, perché sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime di tutti i sanguinari pronunciamenti militari che ci sono stati nel nostro Paese». L’indagine, iniziata nel 2015, si muove secondo la teoria del “diritto penale del nemico” che, perseguendo un’ideologia, è contrario al diritto democratico. Quelle rivolte ai “Jordis” sono «accuse basate sulla mobilitazione popolare in difesa dei diritti di autodeterminazione», nelle quali «le manifestazioni sono vissute come una sfida e una minaccia all’autorità». Ma «la difesa dell’unità della Spagna non può ridurre l’esercizio dei diritti fondamentali, come il diritto di riunione e la libertà di espressione».

Si parla di «sollevazione senz’ armi», senza però precisare quando sarebbe dovuta avvenire: se il 20 settembre, l’1 ottobre o durante il periodo cosiddetto “insurrezionale”. Ancora di più, si parla di «sollevazione normativa», in riferimento al 6 e 7 settembre 2017, quando il Parlamento catalano approvò le leggi del referendum e della disconnessione giuridica. Ma «nella ribellione la sollevazione deve essere armata, trattandosi di un reato di tipo militare e la violenza dev’essere idonea a piegare lo Stato». Inoltre, è risultata evidente «l’assenza di concertazione tra il Governo catalano e i Mossos d’Esquadra». È vero che «non c’è bisogno della dichiarazione dello stato di emergenza, ma se questa ci fosse contribuirebbe a stabilire il livello della minaccia» e invece «il l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione da parte del Governo centrale fu accettato immediatamente. Fu lo stesso Governo della Generalitat infatti a non dare applicazione alla dichiarazione di indipendenza».

Se il delitto di ribellione è plurisoggettivo «perché qui ci sono solo i capi, mentre i subalterni sono giudicati da altri tribunali e gli esecutori, ossia i votanti, non sono, peraltro ovviamente, perseguiti?». Clamoroso in questo senso è che i componenti della presidenza del Parlament siano tutti rinviati a giudizio presso il Tribunal Superior de Justicia de Catalunya, accusati di disobbedienza, mentre la sua ex-presidente Carme Forcadell è accusata di ribellione dal Tribunal Supremo.

Il 20 settembre fu «una legittima manifestazione contro il potere giudiziario», mentre l’1 ottobre fu «un atto di disobbedienza civile che rientra nel diritto di riunione». E «non ci fu alcuna violenza generalizzata. Su oltre 2.000 seggi, solo in una trentina ci fu resistenza passiva, con pochi isolati atti di reazione violenta da parte di alcuni manifestanti». Ma neppure si può imputare del reato di sedizione l’autunno catalano, perché anche questo richiede che ci sia violenza, essendo «una sorta di ribellione in piccolo».

Alcuni avvocati affermano che si sta confondendo la ribellione con la disobbedienza, suggerendo che possa essere questo secondo il reato eventualmente da perseguire.

Né, secondo le difese, regge l’accusa di distrazione di fondi pubblici per la celebrazione del referendum imputata agli ex-consiglieri del Govern, perché i conti della Generalitat erano bloccati dallo Stato, il controllo sulle procedure di spesa nell’amministrazione pubblica è elettronico e richiede procedure lunghe con l’utilizzo di diverse unità di lavoro. Le spese contestate si riferiscono o ad attività precedenti, o non sono state pagate e l’accordo che il Govern fece il 6 settembre 2017 di responsabilità solidale per le spese del referendum, aveva solo un valore politico di impegno condiviso. «L’accusa parte da un sillogismo erroneo secondo cui la convocazione del referendum comportava necessariamente l’impiego di risorse pubbliche», mentre invece fu finanziato dai privati.

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«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono»: Oriol Junqueras, l’ex-vicepresidente della Generalitat su cui pende una richiesta di 25 anni di carcere, cita il primo verso del Canzoniere del Petrarca per attrarre l’attenzione dei suoi ascoltatori della sala del Tribunal Supremo quando dice che «meglio sarebbe restituire il problema alla politica, da dove mai sarebbe dovuto uscire».

Il dibattimento si chiude con l’ultima parola agli imputati che non rinunciano a farne uso, prima che il carcere torni a impedirglielo:

– per raccontare cosa fu l’1 di ottobre: «non una giornata di violenza, ma un’affermazione di dignità» come sostiene Jordi Sánchez, ex-presidente dell’Assemblea Nacional Catalana. «L’1 ottobre non c’erano masse, neppure gente, c’erano persone», puntualizza l’ex-consigliere Jordi Turull. «Non ci sono carceri sufficienti per ingabbiare l’anelito di un popolo», assicura Josep Rull. E «questo paese non cadrà nella frustrazione, non smetteremo di protestare. Quando una popolazione esercita la disobbedienza sta manifestando il suo impegno con la società. Continueremo a lottare per decidere il nostro futuro, lo torneremo a fare», annuncia Jordi Cuixart, presidente di Òmnium Cultural;

– per denunciare la persecuzione della giustizia spagnola che «mi tiene qui per la mia traiettoria politica», dice Carme Forcadell, ex-presidente del Parlamento catalano. «Contro di me, per non farmi uscire di prigione, si è fatto riferimento alla mia ideologia indipendentista», accusa l’ex-consigliere Quim Forn;

– per fare un appello al dialogo e a una sentenza che possa favorirlo, perché «non c’è un cammino per il dialogo, il dialogo è il cammino», ribadisce Jordi Sánchez. «L’accusa ha strumentalizzato il concetto di odio contro la Spagna, contro gli spagnoli e contro lo Stato. Ma non è l’odio che muove milioni di persone in Catalogna. Fare un referendum non è delitto e la soluzione si chiama politica e democrazia», dice l’ex-consigliere Raül Romeva. E «la sentenza può essere il principio della soluzione», afferma l’ex-consigliera Dolors Bassa. Auspicio condiviso dall’ex-consigliere Santi Vila che aggiunge: «Agimmo sempre in buona fede». Perché «questo processo è il risultato della sconfitta della politica», fa loro eco l’ex-consigliere Carles Mundó.

Prendono la parola per ringraziare gli avvocati che li hanno difesi e sostenuti lungo il processo, la gente mobilitata in Catalogna in solidarietà, gli amici e le famiglie, con i figli piccoli che crescono malgrado tutto. E nella sala del tribunale il momento è «molto emozionante», «un giorno che non dimenticheremo», dicono le mogli presenti, che l’avvocata dello Stato alla fine della sessione va a conoscere. Tutti si commuovono, dagli imputati al pubblico, dalla gente a casa davanti ai televisori agli avvocati in aula. Il magistrato più anziano della Corte, a telecamere spente, si avvicina al banco della difesa per complimentarsi con i legali per il lavoro fatto.

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La parola ora passa al tribunale, la sentenza deciderà della vita di 12 persone. Ma non solo, segnerà anche il confine nell’esercizio dei diritti fondamentali e delle libertà in Spagna. Riguarderà l’Europa. Qualunque sia il verdetto, la questione catalana avrà bisogno della politica per la sua soluzione. Nella Sala del tribunale l’ex-consigliera Meritxell Borràs cita i versi catalani di Joan Maragall, scritti alla fine dell’Ottocento eppure così attuali: «Escolta, Espanya, la veu d’un fill que et parla en llengua no castellana». Un poema che si conclude con le parole «Adéu, Espanya!»

 

da volerelaluna.it

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Dopo la grande manifestazione dello scorso 23 marzo, incontriamoci in assemblea a Roma per discutere dei prossimi passi! Appuntamento Sabato 22 Giugno presso l’Università La Sapienza – Tensostrutture – Piazzale Aldo Moro.


Chi credeva che ci saremmo fermati alla piazza romana si sbagliava di grosso, se la lotta per la giustizia climatica, contro le grandi opere e le devastazioni ambientali è ancora lunga, noi abbiamo tutte le intenzioni di combatterla fino in fondo.

I risultati delle elezioni europee non sono confortanti, del resto siamo sempre stati chiari su un punto: nessun partito è in grado di produrre quel cambio di rotta che solo un grande movimento può innescare. Se da un lato abbiamo visto infatti la vittoria degli sponsor delle grandi opere, degli sviluppisti, di coloro che alla giustizia climatica antepongono gli interessi del capitalismo estrattivo, dall’altro non possiamo non notare il nuovo fenomeno di attenzione della politica istituzionale a queste problematiche. L’avanzamento in Europa dei Verdi è sintomatico certamente di un buon livello di sensibilità sulle tematiche ambientali che inizia a diffondersi tra le comunità.
Rispetto a questo però resta in capo al nostro movimento la capacità di incidere anche nell’articolazione di questi ragionamenti raccontando, ad esempio, come la “politica verde” è quella che possono fare le comunità che agiscono dal basso nei territori e da sempre li difendono da un sistema economico predatorio, non certo chi è abituato a riscaldare gli scranni dei vari parlamenti che, in gran parte dei casi, sono parte del problema perché a fronte di millantati impegni per il contrasto ai cambiamenti climatici impongono poi ogni giorno sui territori politiche che vanno nella direzione opposta.
Lo dichiariamo con forza: non accetteremo lezioni di ecologia da chi impone grandi opere inutili e dannose sui territori, da chi li ha devastati o ne ha avallato la devastazione, da chi li ha affamati in nome di un sistema economico predatorio, da chi, in generale, è complice dello scempio locale e di quello globale.
Non accettiamo e non accetteremo lezioni da chi non è in grado di connettere la distruzione dei territori e quella del clima, due facce della stessa medaglia, e per questo i nostri percorsi si intrecciano e si dotano di una serie di strumenti per acclarare questa connessione.
Tanto più che non siamo certo sol*. Le centinaia di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto Italia lo scorso 15 marzo e poi il 24 maggio, hanno dimostrato che la giustizia climatica è un obbiettivo prioritario, che il futuro si cambia solo mettendosi in gioco nel presente.  Allo stesso tempo, le campagne “Per il Clima, Fuori dal Fossile” e quella “Giudizio Universale” hanno visto il protagonismo di svariate reti, tematiche e luoghi di lotta.
Sono state decise iniziative comuni sia sul livello istituzionale sia di lotta sui territori: dall’idea generale di portare alla sbarra lo stesso Stato, perché sia condannato per l’inefficacia e la debolezza delle politiche sui cambiamenti climatici, a quella della Costituzione di parte civile nel processo Petrolgate2 (ENI) da parte delle associazioni formalmente costituite, al lancio di campagna diretta agli oltre 8.000 comuni italiani per la dichiarazione dello stato di emergenza climatica ed ambientale (occasione per aprire dibattito e diffuso sul territorio soprattutto nei luoghi devastati e colpiti da estrattivismo), alla campagna diretta sempre a Comuni ed enti prossimità per partecipazione fattiva ai tavoli di Minambiente e Mise in cui si sta scrivendo Piano Aree per attività gas e petrolio.

Nel frattempo le navi da crociera (inquinanti e dannose) danno prova di tutta la loro pericolosità, schiantandosi a Venezia (è successo lo scorso 2 giugno). La città ha però messo in campo una risposta incredibile, con oltre 10.000 persone scese a manifestare insieme al Comitato No Grandi Navi lo scorso 8 giugno per chiedere il definitivo allontanamento delle navi da crociera dalla laguna di Venezia.

Il cantiere del TAV è fermo, ma i bandi sono dietro l’angolo e i vertici delle agenzie che in questi anni hanno lavorato per promuoverlo sono rimasti saldamente sulle loro poltrone. Il Tav rimane tema centrale del dibattito politico e governativo e il Movimento No Tav si prepara ad un’estate ricca di iniziative e lotta.

Altrove in Italia si aprono nuovi cantieri (con assoluto disprezzo per l’ambiente, per la salute dei cittadini e con un enorme spreco di soldi pubblici), per non parlare delle nostre politiche energetiche, ancora legate agli interessi delle multinazionali dei combustibili fossili (tra i principali responsabili del riscaldamento climatico).

In gran parte dei territori di questo Paese di continua a morire a causa della devastazione ambientale: dalla Terra dei Fuochi a Brescia, da Taranto alla Sardegna.

A Sud, in Calabria, lo scorso 9 giugno un’importante assemblea meridionale ha visto la presenza di molti comitati, associazioni e realtà sociali che si battono contro le devastazioni ambientali, le grandi opere inutili e dannose e il cambiamento climatico.
L’appuntamento assembleare ha confermato la volontà di rilanciare un percorso comune necessario a far maturare un punto di vista meridionale sulle criticità che attraversano i nostri territori e per ribadire con forza che le nostre comunità non sono più disponibili a dover scegliere tra la miseria di un reddito da lavoro e la tutela della propria salute e del proprio territorio. Una scelta esistenziale, spesso drammatica, che vede tanti giovani e adulti costretti ad abbandonare le proprie terre non più soltanto per studio e lavoro, ma anche per potersi curare e – oggi sempre più spesso – per trovare condizioni ambientali che non li condanni a morte certa.

Se le lotte ecologiste inglobano tutta una miriade di resistenze piccole ma diffuse sul territorio occorre allora avere la capacità di attraversarle riprendendoci il potere attraverso l’autonomia dei corpi e dei territori.
Bisogna uscire da un sistema che si basa sullo sfruttamento senza fine delle risorse naturali e al contempo avere la capacità di diradare le nubi ingannevoli della green economy, coscienti della capacità di sussunzione del capitale, della sua mutevolezza e capacità di adattamenti ai nuovi contesti sociali.

Moltissime sono le iniziative già in agenda che approfondiremo durante l’assemblea romana:

20-21-22  giugno – Campeggio al Bosco di Corundoli a Montecilfone (CB) per fermare il
passaggio in questo luogo di alto valore paesaggistico e ambientale del gasdotto Larino -Chieti e la realizzazione di un centro di stoccaggio di gas di  300 milioni di metri cubi.

Dal 27 al 29 Giugno – Senigallia (AN) in occasione del “Cater Raduno”, raduno nazionale organizzato dalla trasmissione radiofonica “Caterpillar”, iniziative volte a far emergere le responsabilità dell’ENI, sponsor ufficiale del programma, e delle sue politiche energetiche.

Il 2 Luglio – Napoli, con la prima iniziativa di presentazione della campagna nazionale Giudizio Universale

20 Luglio – Giornata “Per il mare, fuori dal fossile” (Friuli-Puglia), una giornata di mobilitazione in forma coordinata a difesa del mare, contro trivellazioni, prospezioni, air gun, gasdotti, petrolchimici, impianti inquinanti, nella quale ogni realtà manifesterà portando sulle spiagge e in mare, azioni di sensibilizzazione legate alle diverse criticità territoriali (Pedalò, barche, gommoni, canotti,mosconi,….)

Dal 25 al 28 luglio – Festival Alta Felicità a Venaus(Valsusa) La prima tra le tante novità della quarta edizione è l’apertura da parte del Movimento NoTav, ideatore del Festival, a tutti i movimenti che lottano per la salvaguardia del clima, contro le grandi opere inutili e dannose che distruggono i territori e per il cambiamento della politica energetica. ll Festival Alta Felicità diventa così una delle tappe del percorso di lotta nazionale che ha portato a Roma oltre 100mila persone lo scorso 23 marzo, partendo dal giovedì con le gite al “mostro”, passando per concerti e dibattiti, fino ad una manifestazione sabato 27 luglio e un’assemblea nazionale domenica pomeriggio del 28 luglio in cui sono invitati tutti i movimenti di lotta territoriali che sono attori protagonisti di questo percorso.

Dal 22 al 25 Agosto – Campeggio NO SNAM – Campo di Giove- Sulmona per fare il punto sui diversi progetti in corso in centro Italia, dalla centrale Snam di Sulmona al gasdotto Sulmona-Foligno passando per gli stoccaggi e il gasdotto Larino-Chieti, in collegamento con no-Tap per continuare la lotta  di contrasto al ‘Hub del Gas.’, piattaforma logistica per il Nord Europa.

Dal 4 all’8 Settembre – Campeggio “Climat Camp” Lido di Venezia – In contemporanea con la Mostra Cinematografica di Venezia e promosso dal Comitato No Grandi Navi e Fridays For Future Venezia, occasione di incontro nazionale e internazionale tra i tanti movimenti e comitati che si battono contro i cambiamenti climatici, la costruzione di grandi opere inutili e un sistema di produzione che produce devastazione ambientale e distruzione del pianeta

Comitati e movimenti per la giustizia climatica, contro le grandi opere e la devastazione ambientale.

 

da notav.infonotav.info

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Il Capitone in questi giorni è sbarcato negli States. Il viaggio a lungo preparato si articolerà in diversi incontri di livello, quello con il vicepresidente Mike Pence, con il Segretario di Stato Mike Pompeo e con alcuni think tanks del sovranismo a stelle e strisce (magari ci potrebbe scappare anche un selfie con Trump, ma è prematuro dirlo).

Il tour era stato lungamente preparato dai colonnelli leghisti, in particolare dal sottosegretario agli esteri Guglielmo Picchi e da Giancarlo Giorgetti, ultrà filoatlantista, che già in marzo era volato negli USA. Un viaggio che avviene dopo il cappotto leghista alle europee e l'innalzamento della tensione con l'UE, nonché a cavallo con altri dossier internazionali importanti. Salvini vuole definitivamente accreditarsi come interlocutore privilegiato dell'amministrazione Trump a livello italiano, ma anche a livello europeo. Vuole mostrarsi come uomo forte del governo e possibile futuro premier nel caso in cui gli alleati e il partito di Mattarella (Conte, Tria e Moavero) non si allineino al dettato leghista.

Sono almeno tre i livelli su cui si svolgeranno gli incontri.

In primo luogo, entrambi gli interlocutori hanno interesse che l'Italia si muova come cuneo nella disarticolazione dell'Unione Europea per come la conosciamo, o che per lo meno forzi le politiche di austerity e controllo del debito. Il Capitone perché necessita di ulteriore liquidità e flessibilità per portare avanti il suo programma elettorale, vuole usare gli USA come strumento di pressione verso i tedeschi per una ricontrattazione (e non di più, la base produttiva della Lega non vedrebbe di buon occhio una rottura definitiva degli assetti europei), gli states perché così potrebbero continuare la strategia di accerchiamento dello scomodo alleato germanico e procedere con lo scarico della crisi sulle coste orientali dell'atlantico. Dunque bisogna tastare il terreno, vedere quanta copertura garantiscono gli americani per fare da Cavallo di Troia e dall'altro lato quanto Salvini sia affidabile malgrado il suo lascivo innamoramento per Putin risalente a solo pochi anni fa.

In questo quadro la questione minibot – i titoli di stadio di piccolo taglio emessi per saldare i debiti della pubblica amministrazione – sembra una dimostrazione di intenti belligeranti messa lì sul tavolo. La misura è semplicemente un escamotage per produrre nuova liquidità indipendentemente dalla BCE. Il sottotesto però della promozione di una politica del genere è duplice, perché da un lato confliggerebbe con la sovranità monetaria europea e dall'altro potrebbe essere moneta alternativa già pronta in caso di frantumazione dell'area Euro. Trump e i suoi si staranno sfregando le mani all'idea, sempre che non l'abbiano caldeggiata anticipatamente! Un keynesismo finanziario sotto l'ala protettrice degli Yankee sarebbe la conquista a cui mirano i leghisti.

Un secondo punto, col doppio intento di ostacolare ulteriormente la politica estera europea e continuare la distribuzione di caos controllato, è un avvio di dialogo sulle strategie in Medioriente. Con la guerra all'Iran che si approssima (vedi incidenti delle petroliere in Oman) Trump è in cerca di alleati che forzino la strategia diplomatica delle cancellerie continentali. Neanche a dirlo, da smemorato qual è, Salvini, scordandosi le sue vecchie posizioni filorusse e morbide con l'Iran, negli ultimi giorni si è sperticato a dichiarare: “Questo è un Paese che crede di poter cancellare un altro Paese (Israele) dalla faccia della terra. Questo non può essere qualcuno con cui abbiamo un dialogo" e ad affermare che l'accordo sul nucleare andrebbe riconsiderato. E' chiaro per chi suona la campana? Un altro dossier che riguarda il Medioriente è quello che riguarda la Siria dove gli Stati Uniti vorrebbero continuare il disimpegno iniziato nell'ultimo anno, ma contenendo comunque l'iniziativa turca e l'influenza iraniana e libanese nel teatro di guerra. A questo fine ha chiesto uno sforzo agli alleati a una gestione più condivisa del conflitto proponendo l'invio di truppe (per addestramento!) da parte di Francia, Gran Bretagna e Italia, oltre che dai paesi che dovrebbero comporre la nuova NATO araba promossa dagli americani vivacemente nei confronti dell'Arabia Saudita. In cambio dell'impegno di truppe italiane sul suolo siriano il pentagono si impegnerebbe ad intervenire diplomaticamente nello scenario libico ponendosi a garanzia degli interessi nostrani.

Questi dossier insieme alla posizione sul Venezuela (la Lega dall'inizio ha sostenuto Guaidò) sarebbero dei bocconi molto indigesti per gli alleati di governo cinquestelle. Ma soprattutto a ricomprendere tutte queste questioni strategiche vi è la guerra commerciale con la Cina: gli USA hanno visto come fumo negli occhi l'accordo siglato dal governo italiano per gli investimenti cinesi e la Belt and Road Initiative. Salvini si è mantenuto defilato dai momenti pubblici che riguardavano l'accordo e ha spesso mostrato una certa freddezza verso l'iniziativa promossa invece con entusiasmo dai grillini.

Insomma Salvini si candida e candida il nostro paese ad essere una pedina nello scacchiere globale della strategia statunitense con sempre minore autonomia di manovra (alla faccia del "sovranismo"). Niente garantisce che una volta usata l'Italia non sarà lasciata alle sue sorti nel caos nella migliore tradizione USA. Sedotti e abbandonati. Nel frattempo si prepara lo scenario per una nuova guerra, questa volta in Iran, che inevitabilmente riverserà ancora più caos di ritorno su un'Europa sempre più fragile e scomposta. Una questione che riguarda da vicino "la sinistra" o ciò che ne resta. Sorgerà una seria proposta di opposizione al conflitto o ci sarà la gara a candidarsi come utili idioti?

 

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