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Articoli filtrati per data: Friday, 14 Giugno 2019

 

 

Venerdì 31 Maggio è tornata in Italia la salma di Lorenzo Orsetti. Sono passati quasi tre mesi da  quel 18 Marzo 2019, quando abbiamo appreso la notizia della morte di Orso in combattimento contro l’ultimo baluardo dello Stato Islamico a Baghouz, Siria. Il feretro è stato fatto passare da un’uscita secondaria per evitare il presidio di saluto e portato di corsa al Verano, blindato e da cui i giornalisti sono stati tenuti a distanza.

Lorenzo, con la scelta di combattere nelle Ypg e con il suo martirio, ha squarciato il velo di silenzio dell’informazione mainstream sulla rivoluzione in Siria del Nord e su chi stava combattendo l’ISIS. Improvvisamente, dopo anni di silenzio, in Italia milioni di persone hanno sentito parlare di autogoverno, rivoluzione delle donne, del tentativo in atto di trasformare radicalmente il sistema capitalistico e patriarcale in nome dell’umanità, della libertà e dell’uguaglianza. Ad un tratto, tantissime persone si sono domandate cosa porta un giovane italiano a rischiare la vita in Siria insieme a persone tanto diverse da lui in quanto a cultura, lingua e storia.

Orso era stufo di lavori frustranti e alienanti, dell’egoismo che la società in cui viviamo impone come regola di sopravvivenza, di dare il tempo della propria vita a questo sistema, basato sul dominio. Ma le parole non gli bastavano e ha fatto una scelta difficile: quella di dare seguito alle parole anche a costo della propria vita. Ha incarnato l’amicizia tra rivoluzionari, che supera ogni barriera, l’amicizia fondata su un sogno comune: la lotta per la libertà. Per questo il martirio Orso ha rotto gli argini dei conoscenti e dei cari. Tuttavia, la procura di Roma ha disposto che il corpo di Lorenzo fosse trattenuto per “accertamenti”. Su quali siano le tempistiche con cui lo restituiranno hanno famiglia mantengono una vaghezza irrispettosa, che si pone oggettivamente in contrasto con l’organizzazione di una celebrazione pubblica e partecipata. 

D’altronde in questo paese sei persone che hanno combattuto con le Ypg e le Ypj contro l’ISIS potrebbero essere considerate “socialmente pericolose” e vedere limitata di molto la loro libertà personale con una misura di Sorveglianza Speciale. Senza alcuna accusa, senza un processo. A essere giudicate, in realtà, sono le idee che hanno sostenuto e di cui parlano in Italia. Le stesse che ha sostenuto Orso.

Grazie a Orso, milioni di orecchie in Italia sono state raggiunte da delle parole che fanno paura ai poteri dominanti: sognare la libertà, lottare per raggiungerla, rivoluzione. Lo spettro viene di nuovo nominato con una forza che tocca i cuori di migliaia di persone. Nell’Italia del consenso a Salvini, dove la sofferenza sociale viene scaricata sui subalterni rafforzando le strutture sociali patriarcali, razziste, di dominio e di repressione, il messaggio di Orso irrompe e scardina il discorso dominante. Se solo le lotte possono trasformare la materialità dei rapporti sociali esistenti, perché questo non avvenga esclusivamente come trasformazione interna a questa logica del sistema è necessario che si rafforzi la possibilità di pensare l’alternativa. È questo il campo di battaglia in cui si collocano i funerali per Orso.

Il rispetto per un compagno, la sua famiglia e i suoi amici, il dolore per la sua perdita, per noi è indissolubilmente legato alla sua umanità più profonda, al suo valore etico e politico, incarnata anche dalla sua scelta di combattere nelle Ypg. Orso era un nostro amico e un nostro compagno, a lui siamo uniti profondamente dal desiderio della libertà e dalla lotta per conquistarla. Dopo aver sconfitto militarmente lo Stato Islamico, il dono che ci consegnano i rivoluzionari in Siria del Nord, il dono che ci consegna Lorenzo con la sua morte, è proprio l’esempio concreto che sessismo, razzismo, egoismo, sfruttamento non sono gli unici principi possibili della società, ma che si possa  immaginare e costruire una vita libera. I funerali di Orso fanno parte di questa lotta e proseguirla ci lega a lui per la vita, perché ogni goccia di sangue versato dai nostri compagni sia parte della nostra tempesta.

Nella memoria l’esempio nella lotta la pratica

I martiri non muoiono  

 

 

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Brandon Webber, afroamericano di Memphis, Tennessee, è l'ennesima vittima della polizia americana.

Ad ucciderlo è stata una pattuglia degli U.S. Marshals, task force solitamente attiva in operazioni speciali.

La dinamica è la stessa che abbiamo imparato a conoscere in tanti altri casi. Il ragazzo scappava dagli ufficiali intenzionati ad arrestarlo con l'accusa di aver ucciso un uomo qualche giorno prima nel Mississippi. Agenti che poi lo hanno freddato, esplodendo circa 20 colpi.

La polizia afferma che Memphis, 20 anni, residente nel quartiere popolare di Frayser, fosse ricercato ed armato al momento del tentativo di fermo.

Dichiarazioni poi contraddette in un successivo annuncio della polizia, dove sparisce ogni riferimento al possesso di un'arma. Dichiarazioni smentite inoltre da alcuni testimoni, e ritenute comunque inaccettabili dalla comunità afroamericana della città, storicamente vittima di violenza poliziesca.

Per l'ennesima volta infatti, a cadere è chi abita nelle aree più svantaggiate delle città, nei quartieri-ghetto completamente abbandonati dalle istituzioni.

Nella città del sud degli Stati Uniti è esplosa in seguito la rivolta, anche a seguito delle parole del sindaco Jim Strickland, che ha difeso l'operato delle forze dell'ordine. In centinaia di persone, non convinte della versione della polizia, sono scese in piazza.

Il bilancio è di alcune decine di agenti feriti nella notte tra mercoledì e giovedì, con lanci di gas lacrimogeni contro la folla che scagliava pietre, mattoni e bottiglie. La tensione rimane altissima in città.

Fu proprio l'omicidio di un giovane ragazzo nero, Michael Brown, a dare il via qualche anno fa al movimento Black Lives Matter. Le cui ragioni continuano evidentemente ad essere attuali.
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Riportiamo di seguito gli appuntamenti in memoria di Lorenzo Orso Tekoser, combattente italiano delle YPG caduto in Siria del nord, che si terrano il 23 e 24 giugno a Firenze.

l 18 marzo Lorenzo Orsetti, Orso, nome di battaglia “Tekoser”, ha perso la vita in un’imboscata mentre con alcuni compagni era impegnato nella liberazione delle ultime zone rimaste sotto controllo dello Stato Islamico in territorio siriano.

La sua scelta di unirsi alle YPG-YPJ nel Kurdistan, non è stata un caso, dettata da incoscienza o da ricerca di fama o di emozioni forti. Sapeva benissimo di correre dei rischi, ma sentiva forte il bisogno di superare i limiti e le ingiustizie che il sistema capitalista ci impone sia a livello individuale che collettivo. Orso era in Siria perché aveva trovato nella rivoluzione kurda la cosa più vicina ai suoi ideali di libertà, antifascismo, uguaglianza, rispetto, perché credeva che ognuno di noi deve fare la sua parte se vogliamo costruire una società dove questi non siano altro che parole vuote. E lui la sua parte ha avuto il coraggio di farla, sostenendo la rivoluzione nata dal PKK in Turchia ed oggi difesa anche in Rojava da migliaia di compagni/e kurdi, arabi, assiri, ezidi e da centinaia di altri internazionalisti come lui.

La sua morte ci ha colpito e ha lasciato in tutti noi un segno. Ma come lui stesso ha scritto, non possiamo cedere alla tristezza ed alla rassegnazione. Perché è necessario continuare a combattere per ciò che è giusto, per ciò che si ama; la lotta non è finita e non lo è nemmeno la speranza di vittoria. E questa speranza, come faceva Orso, dobbiamo tenercela ben stretta.

Orso adesso torna a casa, e noi, con la famiglia, la cui dignità deve essere di esempio per tutti, gli amici e le amiche, i compagni e le compagne, Domenica 23 giugno a Firenze ci ritroveremo per una giornata dedicata al suo ricordo, prima che lunedì prenda posto accanto ai 5 partigiani già sepolti al cimitero delle Porte Sante di Firenze.

Ricorderemo Orso consapevoli che la sua esperienza, come quella di tutti coloro che sono morti per la libertà, dovrà esserci di esempio per proseguire nella lotta, in Italia come in Kurdistan, continuando a sostenere il movimento kurdo, a denunciare ed attaccare il ruolo dell’Italia e della Ue nelle politiche di guerra e sfruttamento. Per ricordarlo nella maniera migliore, e con lui le altre migliaia di compagni/e che hanno trovato la morte combattendo per i propri ideali rivoluzionari, continueremo a lottare e a tenere alti i valori dell’antifascismo e della libertà!

Per fare in modo che tutto questo non venga dimenticato, ma diventi stimolo per tutti noi a rinnovare l’impegno personale e collettivo nella nostra lotta comune.


Perché chi ha compagni non muore mai!
Biji berxwedana PKK!
Serkeftin! Fino alla vittoria!

Assemblea Cittadina di Firenze per Orso Tekoser, Familiari, amiche/i di Lorenzo

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