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Articoli filtrati per data: Sunday, 05 Maggio 2019

 

Terzo episodio di un racconto sulle lotte dei comitati di quartiere a Cagliari a cura di Gavino Santucciu. Qui e qui le precendenti puntate.

Il Comitato di quartiere della Fonsarda

Il quartiere della Fonsarda, la cui composizione sociale negli anni ’70 era principalmente piccolo-borghese, era considerato l’esempio più evidente della speculazione edilizia che aveva investito la città di Cagliari dal secondo dopoguerra. Il rione era caratterizzato da una densità edilizia pari a 17 metri cubi per metro quadro1, una lunga catena di palazzi ed edifici che a partire dagli anni ‘60 avevano completamente invaso l’area. Il rione si presentava come un enorme dormitorio in cui le duemilacinquecento famiglie, che abitavano nei duemila appartamenti esistenti, non potevano disporre di alcun servizio sportivo, ricreativo e culturale – presenti in numero assolutamente insufficiente solo nell’adiacente zona di Sant’Alenixedda – e neppure di spazi verdi in cui bambini e adolescenti potessero incontrarsi e giocare2. In questo quartiere nel 1975 nacque un Comitato, per iniziativa soprattutto dei militanti della sinistra extraparlamentare3.

Inizialmente, i suoi membri nutrivano forti perplessità sulla possibilità di costruire mobilitazioni partecipate contro la difficile situazione del rione, proprio a causa della totale assenza di spazi aggregativi in cui gli abitanti potessero incontrarsi e discutere i problemi della Fonsarda. L’attivismo del Comitato, al contrario, produsse una straordinaria trasformazione sociale e politica: gli abitanti superarono l’isolamento che lo spazio della Fonsarda imponeva loro e il rione si trasformò da comunità con un tessuto sociale inconsistente e sfilacciato a comunità unità e coesa che lottava per ottenere una maggiore redistribuzione delle risorse della città.

In particolare furono tre le principali mobilitazioni sostenute dal Comitato, ciascuna di essa contraddistinta da una partecipazione popolare molto ampia e dal raggiungimento d'importanti risultati.
Così ci raccontano quelle mobilitazioni alcuni protagonisti di quell’esperienza, come ad esempio Franco M.:

La lotta di Fonsarda porta alla non costruzione dei palazzoni, vabbè adesso ci hanno fatto il T-Hotel. Porta all'occupazione di Villa Asquer, che era stata data ai dipendenti della Regione per farci il dopolavoro. Villa Asquer non so se sia finita alla, però ad un certo punto villa Asquer viene riconsegnata alle comunità di quartiere, che si riuniva lì”4.

Opinione confermata da Marco M.:

"Si intervenne per quanto riguardava la Fonsarda, perché alla Fonsarda c'erano alcuni progetti importanti per quanto riguardava l'edificazione e si bloccò quella che era poi diciamo la centrale dei telefoni di Stato, che era in piazza Giovanni XXIII. Si bloccò perchè prevedeva la costruzione di tutta una serie di sotto-servizi che avrebbero creato una serie di difficoltà in quella zona lì5".

La prima mobilitazione ebbe inizio nel novembre del 1973, quando l’amministrazione comunale approvò un nuovo progetto di lottizzazione proposto da Anton Carlo Barbarossa, principale azionista della società costruttrice della maggior parte dei palazzi presenti nel quartiere. Il piano prevedeva la creazione di circa 800 appartamenti da 100 mq ciascuno, che avrebbero invaso l’unico spazio verde esistente nel rione, il Mandorleto. Il 19 aprile 1974 il Comitato organizzò un’assemblea in cui le tante persone presenti si dichiararono contrari al progetto e chiesero che fosse invece realizzato un parco pubblico in cui fossero creati tutti quei servizi sociali e ludici di cui il quartiere era sprovvisto6.

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Il 12 ottobre 1975 si ebbe il momento culminante della lotta: duemila persone parteciparono alla manifestazione indetta dal Comitato con l’obiettivo di occupare simbolicamente il Mandorleto per porre l'accento sulla necessità di aree verdi e servizi sociali per il rione7. La mobilitazione popolare fu in grado di aprire una frattura all’interno della maggioranza di centro-sinistra che all’epoca guidava il Consiglio Comunale: il 13 dicembre 1975 su un’interrogazione presentata dai rappresentanti del Pci e del Pdup, i quali chiedevano che la Giunta riportasse il dibattito sulla lottizzazione in Consiglio, l’unico partito a esprimere voto contrario fu la Democrazia Cristiana, mentre votarono favorevolmente il Pci, il Psi, il Pdup e i liberali8.

La seconda battaglia si sviluppò contro la decisione dell’Azienda Telefonica di Stato di edificare in piazza Giovanni XXIII una centrale telefonica, consistente in due palazzi, che avrebbe dovuto aumentare le comunicazioni con l’Italia e realizzare una migliore sistemazione urbanistica della zona9. In opposizione a questo progetto fu costituito un comitato unitario di agitazione di cui fecero parte, oltre al Comitato di quartiere, le associazioni ambientaliste Italia Nostra e Sardegna da salvare, i quattrocento genitori appartenenti al circolo delle scuole elementari di Sant’Alenixedda10 e il Comitato dei genitori della scuola media Cima. Il 13 luglio 1978 la mobilitazione raggiunse un primo risultato positivo: il Consiglio comunale votò due ordini del giorno che impegnarono la Giunta a trattare direttamente con il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni per risolvere il problema11. Durante l’incontro, tenutosi a Roma il 14 luglio 1978, si decise di ubicare i due palazzoni in un’altra area della città, nel deposito delle tranvie di viale Ciusa12.

L’ultima mobilitazione ebbe inizio il 15 maggio 1976, quando si svolse un’assemblea indetta dal Comitato che chiedeva di poter usurfruire della villa lasciata in eredità dal conte Asquer alla Regione Sardegna perché la utilizzasse per fini sociali e culturali per la cittadinanza. La villa fu però tenuta chiusa per quindici anni e utilizzata solamente dai dipendenti regionali per giocare a tennis. Il Comitato, invece, chiedeva che la villa diventasse un centro polivalente di attività culturali, sociali e civiche13.

Il 13 ottobre 1978 si svolse un corteo che attraversò le principali zone oggetto di conflitto da parte del Comitato: il Mandorleto, le aree di piazza Giovanni XXII, uno stabile abbandonato dalla provincia e infine la villa, che fu occupata simbolicamente da parte dei manifestanti14. In seguito la Questura di Cagliari denunciò diciannove persone per violazione di domicilio, occupazione abusiva e furto15.

Dal 1° maggio 1979 la villa passò definitivamente nelle mani del Comitato di quartiere16, che negli anni successivi organizzò varie attività quali lezioni di tennis per i bambini, cineforum per i ragazzi, mostre di libri, spettacoli teatrali e feste popolari.

La prossima puntata sarà dedicata alle lotte dei Comitati nati nei quartieri del centro storico e all’organizzazione del Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere.

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1 Palazzoni e “vigna” lottizzata figurano nel piano dei servizi, Unione Sarda, 26 gennaio 1980, pag.4.

2 G. Vargiu, Otto piani di niente?, Cuec, Cagliari, 1980, cfr. pag.56.

3 M. T. Arba, C. S. Violo, Frammenti di storia sui muri, Cagliari, GIA Editrice, 1985 cfr. pag.60.

4 Intervista con Franco M. (pensionato, ex dirigente universitario, direttore di Aladdin Pensiero, ex appartenente alla Scuola popolare dei lavoratori di Is Mirrionis e al Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere), registrata a Cagliari, 7-12-2017.

5 Intervista con Marco M. (pensionato, membro della Scuola popolare dei lavoratori di Is Mirrionis e del Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere), registrata a Cagliari, 26-01-2018.

6 Si oppongono all’avanzata del cemento nel quartiere, Unione Sarda 24 aprile 1975 pag.6.

7 M.T. Arba, C. S. Violo, Op Cit., cfr. pag.60.

8 Ritorna in discussione il piano per «La Vigna», Unione Sarda, 13 dicembre 1975 pag.6.

9 Cemento a “mano armata”, Cittàquartiere, 3/1977, pag.23.

10 Quattromila genitori contro i palazzoni, Unione Sarda, 3 giugno 1977, pag.4.

11 G. Vargiu, Op. Cit., cfr. pag.39.

12 I “palazzoni” in viale Ciusa, Unione Sarda, 23 gennaio 1979, pag.4.

13 Un centro sociale per la Fonsarda, Unione Sarda, 14 maggio 1976, pag.5.

14 L’occupazione simbolica della villa ebbe degli strascichi giudiziari molto pesanti:

15 Accuse alla Regione per la villa contesa, Unione Sarda, 27 ottobre 1978, pag.4

16 Festa popolare per l’apertura di villa Asquer, Unione Sarda, 1° maggio 1979, pag.7.

 

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A una settimana dalle elezioni spagnole pubblichiamo un contributo scritto da un attivista italiano che vive a Barcellona, che prova a toccare alcuni dei nodi centrali aperti da questa tornata elettorale.

Vince il partito socialista, grazie al voto della paura dell’estrema destra e del successo comunicativo del breve, recente, periodo di governo in cui il PSOE non ha fatto sostanzialmente nulla ma ha agitato alcune bandiere della sinistra, dalla «promessa» di togliere le ossa del dittatore dal Valle de los Caídos alla «promessa» di derogare la legge bavaglio.

Lontano dalla maggioranza assoluta, ha però la possibilità di governare da solo con appoggi esterni, di fare una coalizione con Unidas Podemos (partito che ha ormai rinunciato a sostituire il PSOE alla guida della socialdemocrazia spagnola e che non è più portatore della carica d’indignazione che Iglesias & C. avevano convogliato dalle piazze nell’alveo istituzionale) oppure con la destra nazionalista (che in Europa alcuni si ostinano a definire centrodestra liberale) di Ciudadanos. Quest’ultima possibilità, benché il capo degli arancioni (colore di C’s) si sia sgolato nel corso della campagna a denigrare il Pedro Sanchez - accusato addirittura del delitto di tradimento, cioè di voler dialogare con gli indipendentisti catalani -, ed a giurare di non voler mai siglare nessun patto con lui, è quella che maggiormente aggrada ai poteri reali della Spagna post franchista, come non si è peritata di dimostrare il giorno dopo le elezioni la padrona del Banco de Santander.

La destra è calata di poco nel complesso e soprattutto grazie ad una ridotta astensione (in termini relativi, dato che in Spagna il 78% di partecipazione registrata è da considerare un grosso risultato) i due partiti che hanno aumentato i consensi (Vox e Ciudadanos, lo hanno fatto integramente a spese del PP che sta implodendo sotto il peso della corruzione e di un sistema clientelare che fa acqua da tutte le parti).

La vera batosta l’estrema destra (il trifachito, la chiamano) l’ha subita però, ancora una volta, in Catalogna e nei Paesi Baschi. In Catalogna C’s, PP e Vox raccattano 7 deputati su 48, dopo una campagna in cui avevano promesso di voler eliminare del tutto l’autogoverno catalano. Ed in Euskadi, dove hanno raccolto 0 deputati.

In questi due territori c’è stato uno spettacolare aumento della sinistra indipendentista che in Catalogna, per la prima volta a delle elezioni generali, si attesta con ERC (sinistra socialdemocratica) come prima forza, superando i socialisti, tradizionali vincitori di questa contesa e «En comú podem» che aveva vinto nelle due ultime edizioni.

catalogna indipendenza

L’operazione VOX ha funzionato.

Prendiamo un po’ di distanza. Nel 2007 il «miracolo economico» spagnolo si sgonfia. I soldi pompati da Bruxelles si riducono, le varie bolle speculative scoppiano e di colpo in molti si rendono conto che il re è nudo.
Veramente le prime avvisaglie c’erano già state nel 2000 con il movimento no global e prima, dalla transizione (1978) in poi, ma adesso la cosa si fa seria e la gente scende in piazza.
Nel 2011 gli indignati occupano le piazze. Sorgono le maree (in difesa delle pensioni, della salute, della scuola pubblica). Indurimento delle leggi, mano dura della polizia, convogliamento delle aspirazioni al cambiamento di tanta gente in un nuovo partito politico che da subito accetta tutte le regole del gioco (capitalista) e si candida come sostituto di un PSOE corroso da corruzione e derive autoritarie e ormai divenuto un carozzone anchilosato.
Per sicurezza settori della grande banca fanno nascere un’altra creatura di «nuova politica»: Ciudadanos, una specie di Podemos di destra, destinato a sua volta a rimpiazare un partito popolare ormai divenuto una fogna e a rischio di essere dichiarato associazione a delinquere (900 membri del partito imputati per corruzione, traffico d’influenze e un eccetera da fedina penale di Al Capone).

In Catalogna però, sventato con qualche difficoltà supplementare (a Barcellona la nuova sindaco farà sperare per qualche tempo in rivolgimenti significativi) il perciolo dell’»indignazione» si apre una nuova falla nella struttura di potere: il movimento indipendentista. Per la prima volta dalla morte di Franco milioni di persone rimettono apertamente in causa le basi dell’assetto istituzionale voluto dal Caudillo (con monarchia, tribunali speciali e intangibilità dei privilegi concessi alle oligarchie di tutta la Spagna durante la dittatura). È un assalto che continua, nonostante una repressione sproporzionata rispetto ai mezzi messi in campo dal movimento (di un pacifismo a volte irritante, sempre sorprendente).

Giocate tutte le carte (carcere, pestaggi, multe, denunce a tappeto, intossicazione mediatica, minacce e squadracce) e constatato il loro scarso effetto sulla volontà di mezza Catalogna di staccarsi da uno stato autoritario e repressivo come primo passaggio verso un qualcosa di diverso... anzi, constata che la «febbre indipendentista» stava cominciando a diffondersi altrove nello stato (con decine o centinaia di referendum autoorganizzati in università e quartieri sulla monarchia, con manifestazioni di solidarietà, con organizzazioni in rete antirepressive, con mezzi di controinformazione), restava da giocare una carta che nel resto dell’Europa aveva funzionato bene: la minaccia dell’estrema destra.

Cosicché stavolta si sono tirati fuori dalla manica del PP alcuni elementi particolarmente biechi, hanno raffazzonato un programma pieno di tutte le topiche maschiliste, ultranazionaliste, tradizionaliste da strapaese (la corrida, le processioni di settimana santa), e ovviamente xenofobe (con la particolarità, già collaudata, del nemico catalano, ottimo ingrediente da aggiungere alla ricetta del nemico interno ed esterno da cui dobbiamo difenderci). Insomma hanno creato VOX.

Che, in realtà, non è che proponga nulla che non sia già stato proposto dagli altri partiti dell’ultradestra erede del franchismo (dalla rimessa in causa del diritto all’aborto, alla negazione delle altre lingue e culture presenti nello stato, alla denuncia dei matrimoni fra omosessuali, all’indurimento delle leggi per gli stranieri ecc.), ma lo fa senza nessun complesso, ruttando e sputando per terra. Come un vero maschio iberico, insomma!

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E così anche la Spagna ha il suo pericolo fascista! Già di per se la cosa fa ridere, se si pensa che il dittatore è seppellito in una specie di piramide cattolica che si fece costruire per irposarvi ab aeternum accanto all’ideologo della Falange, Jose Antonio Primo de Rivera. Se si pensa che questo paese era una repubblica e che se c’ha un borbone come capo di stato è per esclusiva volontà di Francisco. Se si pensa che il Tribunale di Ordine Pubblico del franchismo funziona a pieno ritmo, nello stesso posto (e per decenni con gli stessi giudici), solo che con un nome diverso, che la Costituzione fu il risultato di un accordo fra gerarchi del regime e quattro rappresentanti di partiti esistenti epr modo di dire e sotto l’attenta sorveglianza degli alti comandi dell’esercito, che non è stato perseguito un solo crimine delle migliaia commesse durante e dopo la guerra dalle bestie franchiste, che la classe dominante (proprio le famiglie, poche centinaia) continua ad essere il medesimo mix di aristocrazia ignorante e brutale, di palazzinari e speculatori, di banchieri arruffoni, cresciuta all’ombra del Caudillo.

Ma basta far finta che questa sia una democrazia, uno stato di diritto, tanto ci sono i media e gli impiegati statali e i politici che faranno di tutto per crederci e per farlo credere urbi et orbi e, a forza di ripeterlo, la gente ci crede. Ci credono perfino un sacco di spagnoli che, quindi reagiscono a quest’ultima manovra come reagiscono tutti gli altri europei: si spaventano e votano il male minore. Cioè «non toccare nulla che magari si rompe e allora viene il fascismo».

In parole povere: per la stabilità del già di per se instabilissimo sistema capitalista, per la gestione delle immediatamente future e prevedibilissime crisi, attualmente è più efficiente il vecchio carrozzone PSOE un po’ rattoppato e rinsanguato di denari e di sostegni internazionali ed interni, che un tripartito fascista che porterebbe probabilmente a uno strangolamento dell’unica gallina produttiva che rimane alla Spagna, la Catalogna, e provocherebbe un clima di tensione non certo consono agli interessi di chi vede ancora la possibilità di far funzionare la macchina estrattivista ai danni di popoli che è bene spaventare ma non tanto da parallizzarli o farli reagire con disperazione.

Insomma per ora il fascismo, almeno la sua versione più hard, va bene come minaccia, visto che le basse bisogne repressive sono già svolte egregiamente dalle attuali forze sicariali. E la comparsa di Vox, che a molti appare ridondante visto che da qui il fascismo come si è visto non se n’è mai andato, va letta come una imitazione da «parvenu» («cazzo, tutti c’hanno un pericolo fascista in Europa, e noi che siamo, i figli del prete?») più che un fenomeno nuovo e inquietante.

Con questo non si vuole dire che la presenza normalizzata e normale del discorso di questi squadristi non sia inquietante, solo che non c'è alcuna novità e in molti in questo paese sono perfettamente consapevoli che le strutture di potere spagnole sono pronte – con o senza Vox – a ricorrere alla più feroce barbarie per soffocare la dissidenza, come provano le migliaia di casi di tortura, gli stati di eccezione in Euskadi, la repressione brutale in Andalusia, la demonizzazione dell’avversario politico in Catalogna, l’asservimento della stampa ed il solito eccetera che suole definire un regime di stampo autoritario rispetto ad uno di democrazia formale.

 

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Resoconto del corteo "Ancora vivi" per la bonifica e la chiusura dell'ex-ILVA.

Il cielo è plumbeo la giornata promette pioggia. «Ci sarà meno gente ma è l'unico momento in cui si può stare intorno all'ILVA senza ammalarsi, le polveri si posano subito» ci dice un ragazzo. Oggi è il 4 maggio, corteo nazionale contro il mostro di Taranto. Giornata che arriva in un momento particolare. È la prima mobilitazione dopo il clamoroso dietro-front del governo gialloverde sulla chiusura dello stabilimento siderurgico e il teatrino organizzato dal ministro Di Maio in cui il governo ha sostenuto che le emissioni fossero magicamente dimezzate. Ora si chiama ArcelorMittal ma la sostanza non cambia: qui ci si ritrova più per i funerali che per i battesimi. Lo sanno bene le mamme del quartiere Tamburi che nelle scorse settimane si sono trovate spontaneamente per manifestare davanti ai cancelli dopo l'ennesima serrata delle scuole in occasione dei wind day, le giornate di forte vento in cui le autorità raccomandano di tenere i bambini a casa.

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Lo spirito del corteo di oggi raccoglie l'indicazione delle mamme: non sfilare in città ma arrivare fino sotto allo stabilimento, nominare nomi e cognomi dei responsabili. Le mediazioni sono finite in tutti i sensi, come hanno chiarito gli organizzatori solo qualche giorno fa: «ILVA non rappresenta solo una condanna a morte ma la condanna di generazioni intere che non hanno potuto fare ciò che volevano in questa città. Dietro il 4 maggio c'è un movimento che si autodetermina, autonomo, libero dalle associazioni e dai partiti che hanno svenduto questa città e che l'unica forza che hanno è la rabbia dentro di loro per quello che gli è stato sottratto». Il corteo si lancia verso l'ILVA sotto una pioggia battente. In testa i cittadini di Taranto, magliette con i sacrificati sull'altare dell'acciaio, famiglie. I giovani sono tantissimi, i veri protagonisti come ci dice un'attivista delle associazioni, cantano «Che sarà, che sarà della mia terra chi lo sa? Prima Riva, poi lo Stato e adesso c'è Mittal: ora basta andate via da sta città». Poi rappresentanze dei comitati ambientali da tutta Italia, No Tav, No Tap, Stop Biocidio...in coda pochi partiti e sindacati.

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Durante la marcia prendono parola in tanti. Negli interventi si condensa la sofferenza e la rabbia di una città ferita: la fuga dei giovani, il ricatto tra lavoro e salute, la consapevolezza di meritarsi di meglio di dover pretendere un futuro diverso. Ferita ma che non vuole più morire a fuoco lento. "Ancora vivi" è il nome del comitato promotore. Qui suona già come una sfida. Un ex-operaio parla dal microfono « non scordiamoci che chi si ammala di più è proprio chi lavora lì. Io sono alla manifestazione per i miei figli, per i figli di tutte le generazioni che verranno. Molte volte l'operaio è costretto a subire certe situazioni perché non può tirarsi indietro. Quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Gli impianti sono fatiscenti. Piove dentro, non c'è niente da risanare, la fabbrica va chiusa e basta». Al centro di tante prese di parola c'è anche il governo. «Qui le nostre vite sono sospese. Abbiamo dovuto subire la chiusura delle scuole, chiediamo soluzioni che tutelino salute e lavoro - dice una mamma - La visita di Di Maio e di altri quattro ministri del 24 aprile scorso per il Tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo non è stata ben voluta perché i Cinque Stelle hanno tradito le promesse». Di Maio il traditore. «È uno schifo questi non erano come gli altri, venivano ai cortei con noi. Poi arrivi a Roma e non fai i fatti? Come lo definisci uno così?» ci dice una voce storica dei comitati attivo dalla fine degli anni 90.

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Le alte recinzioni che proteggono lo stabilimento sembrano non finire mai. Gli alberi sono rossi per la sedimentazione dei metalli pesanti. Arrivati finalmente davanti a una delle portinerie il corteo scoppia. Una signora comincia a inveire contro la finanza che protegge la fabbrica, le reti iniziano a tremare, qualcuno si arrampica sulle recinzioni, volano torce e petardoni nel cortile, il cancello sta quasi per venire giù. I pochi finanzieri presi malamente a ombrellate non sanno dove mettersi. Parte una carica di allegerimento, due camionette provano a mettersi nel corteo ma vengono respinte.



Quando il corteo si ricompatta una discussione sull'accaduto prende forma al microfono. Significativo l'intervento di una mamma di Tamburi: «Oggi non riusciremo a chiudere l'Ilva ma una soddisfazione l'abbiamo avuta: abbiamo insegnato ai nostri figli che Taranto non è l'acciaio. A chi dice 'verremo a mangiare a casa tua se mio marito perde il lavoro’ rispondo che quegli operai sono nostri fratelli e nostri mariti. Quando vogliamo la chiusura delle fonti inquinanti, pretendiamo che nemmeno un operaio resti senza lavoro». C'è comunque la voglia di rilanciare, non la sensazione di aver fatto troppo ma troppo poco in troppo pochi: «oggi non è neanche l'inizio di quello che vogliamo fare. Solo bloccando la produzione avremo soddisfazione. Con l'iniziativa di oggi richiamiamo l'attenzione. Dobbiamo essere in tanti. È ora che si programmi anche una settimana di manifestazioni».

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I numeri certo non erano altissimi ma è un segnale importantissimo dentro una nuova fase che si lascia alle spalle il tradimento e la disillusione lasciata dal movimento 5 stelle.

Condividiamo dalla pagina del comitato Ancora Vivi il comunicato sulla giornata di ieri:

 

Ripartiamo da questo.
Dal corteo di persone che ha riempito la strada che collega i Tamburi a Statte.
Dalle realtà di tutta Italia solidali al nostro dramma che hanno risposto a gran voce alla nostra chiamata nazionale: Taranto non è sola.
Da chi ha camminato per tre chilometri sotto la pioggia, fino al camino E312.
Da tutto questo organizzato in due mesi.
Dal fatto che Taranto non ha più paura.
Dalla certezza che quello del 4 MAGGIO 2019 non è stato solo un corteo ambientalista, ma una marcia per manifestare il dissenso nei confronti delle politiche dell'attuale governo e dei suoi predecessori, una marcia per palesare la necessità di uscire dalla monocultura dell'acciaio e cercare alternative sostenibili.

Non dobbiamo piangerci addosso per una città che ha elevato a stile di vita la sua assurda apatia, che ancora non ha capito quanto importante sia la partecipazione reale (che niente ha a che vedere con quella virtuale), noi non ci fermiamo e continueremo a far affidamento su chi ci mette il tempo, il cuore e la faccia. Non fasciamoci la testa per l'amaro ritorno in piazza Gesù Divin Lavoratore. E soprattutto, non iniziamo a dividerci tra buoni e cattivi. Perché ieri abbiamo visto una piazza che ha ritrovato nuova vita dopo sei anni.

Ci vediamo lunedì 6 MAGGIO al Parco Archeologico delle Mura Greche, alle 17:00.

"VERREMO ANCORA ALLE VOSTRE PORTE E GRIDEREMO ANCORA PIÙ FORTE!"

#quattromaggiotaranto

 

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Il primo maggio 1999, giusto 20 anni fa, l'italia era in guerra.

Il governo di allora, con ministri e sottosegretari - fra gli altri - di DS, Verdi e Comunisti italiani (presidente del consiglio Massimo d'Alema), partecipava con mezzi aerei italiani ai bombardamenti della Serbia di Milosevic, orchestrati e diretti dalla NATO. A Torino, quel primo maggio, lo spezzone antagonista tentò di prendersi la testa del corteo, portando uno striscione che recitava "DS, Verdi, Comunisti italiani: Vergogna!".

Ne seguirono cariche della polizia e scontri per tutta la mattinata. Nel pomeriggio, mentre nel giardino dell'Askatasuna era in corso la tradizionale grigliata, senza alcun preavviso la polizia irrompeva in forze all'interno del centro sociale, picchiando e arrestando chiunque si trovasse di fronte.

Il centro sociale venne letteralmente devastato. Nulla, veramente nulla, venne risparmiato dalla furia dei poliziotti. A completamento dell'opera di "ordine pubblico", la biblioteca venne distrutta, e vennero lasciate, a mò di firma, inequivocabili scritte sui muri e piscio sui libri stracciati a terra. In mezzo a quella barbarie, alcuni compagni e alcune compagne riuscirono a salire sui tetti, e resistendo diverse ore, di fatto impedirono uno sgombero che pareva ormai effettuato.

cesteTutto questo venne raccontato in un film, ROSSO ASKATASUNA, realizzato a caldo, nelle immediate settimane successive agli eventi, dal regista Armando Ceste, fondatore nei primi anni 70 del "Collettivo Cinema Militante di Torino". Armando Ceste, da sempre più che vicino ai movimenti di lotta e alle sue tematiche, ritenne che fosse necessario dare la maggiore visibilità possibile a quanto avvenuto quel giorno. E fece ciò dando voce a chi in prima persona visse quei momenti, restituendo preziose testimonianze, che naturalmente smentivano le versioni "ufficiali" fornite dalla stampa e dai media in generale. Armando - ma è doveroso qui ricordare anche l'apporto fondamentale dell'attore Beppe Rosso - con il suo lavoro contribuì in maniera significativa a squarciare il velo di ipocrisia che nascondeva la realtà di quegli eventi, distillando quelle "gocce di verità" che oggi è sempre è più difficile riconoscere e ritrovare nel flusso inesauribile di immagini dell'eterno presente in cui siamo immersi.

Ricordare quel "primo maggio di guerra" ci offre allora l'opportunità di ricordare anche Armando, che purtroppo ci ha già lasciati, ormai 10 anni fa. Gli saremo sempre grati per quanto fatto, per la sua vicinanza, e per il coraggio di essersi schierato sempre dalla parte giusta.

Ciao Armando! 1-5-99: Noi non scordiamo!

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Ennesima provocazione a Genova da parte dei nazisti di Lealtà e azione e dei fascisti di casapound, camerati e complici dei due vigliacchi e stupratori di Viterbo, il presidio per ricordare un missino morto negli anni ‘70.

Gli/le antifascist* hanno rilanciato un presidio a cui si sono unite circa 400 persone, tra cui l’A.N.P.I. Genovese, alcune sigle sindacali, associazioni antirazziste e ai vari movimenti di lotta della città. Alla fine della commemorazione di casapound alcun* antifascit* sono riuscit* a raggiungere un attivista del partito neofascista che si stava allontanando in auto e a sfondare il vetro dell’auto. Immediatamente la polizia è intervenuta per difendere i neofascisti con una carica, nonostante fossero riusciti ad allontanarsi velocemente in auto, ma alcuni antifascisti non hanno accettato l’intrusione da parte della polizia e hanno tentato di respingerli come meglio potevano.

La rabbia in questo periodo è molta visti anche gli ultimi avvenimenti di Viterbo dove due esponenti di casapound durante una serata hanno picchiato e stuprato una donna, forse l’unica che ha denunciato, forse erano soliti usare la violenza non solo per fini politici ma pure sessuali.

A Genova la risposta data dalla piazza Antifascista a questa feccia è stata decisa e dura come si dovrebbe fare ogni volta che  mettono il naso fuori dalle fogne,l’unico posto dove tolleriamo la loro presenza.

 

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“No al razzismo, no alla legge Salvini” è la scritta sul grande striscione giallo che apriva la manifestazione antirazzista che ha invaso il centro di Brescia. Ci si aspettava un grande corteo ed un grande corteo ha attraversato la città, sabato 4 maggio.

H17.44 il corteo termina in Piazza Rovetta. I commenti di Manlio Vicini e Umberto di Diritti per Tutti  Ascolta o scaricaAscolta o scarica

Dalla Brescia, pluriculturale e solidale, è arrivato oggi un segnale d’opposizione al governo e alle politiche istituzionali. In diverse migliaia, almeno 5000 persone, hanno affermato che le guerre tra poveri le vincono i ricchi.

H17.12 Le interviste di Rosangela Ascolta o scaricaAscolta o scarica

H16.15 la corrispondenza di Daniele Ascolta o scaricaAscolta o scarica

Migliaia di migranti, giovani, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici hanno dimostrato di aver capito che la propaganda quotidiana del ministro della paura Salvini è finalizzata a creare un capro espiatorio, gli immigrati, contro cui scagliare il malcontento, le frustrazioni e la rabbia degli italiani resi più poveri e insicuri dalle politiche economiche e sociali neoliberiste.

La manifestazione è partita dopo le 15.45 per aspettare le tante e i tanti che si sono attardati a raggiungere piazza Rovetta/largo Formentone.

H15.40 Rosangela realizza per la nostra redazione interviste in piazza Ascolta o scaricaAscolta o scarica

H.15.30 Il primo collegamento dal concentramento con Umberto Ascolta o scaricaAscolta o scarica

A lanciare la mobilitazione l’Associazione Diritti per tutti, Magazzino47, Associazioni del Pakistan – Supreme Council, Coordinamento delle Associazioni senegalesi e FABI, Federazione delle Associazioni Bresciane Per L’Immigrazione.

Alle quali poi si sono sommate decine di adesioni: Collettivo Gardesano Autonomo, C.s. 28 maggio, Restiamo Umani Brescia, CGIL Brescia, Confederazione Cobas Brescia, Cub Brescia, ANPI Brescia – Comitato provinciale, Fondazione Guido Piccini, K-Pax, ADL a Zavidovici Onlus, Forum Terzo settore, Associazione Zastava Brescia, Non una di meno, Studenti contro il razzismo Brescia, Unione Sportiva Stella Rossa, APE Brescia, Collettivo N.N., Rete (ex) Operatori dell’Accoglienza, Palestra Popolare Antirazzista, KAOS Collettivo • Culturale • Antifascista, Libera Vallecamonica, Sinistra Anticapitalista Brescia, Medicina Democratica Brescia, Rifondazione comunista federazione provinciale.

Il corteo ha percorso le vie del centro, ha attraversato Piazza della Loggia ed è tornata in largo Formentone dove si è conclusa poco prima delle 18.00.

 

da radiondadurto.orgradiondadurto.org

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