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Articoli filtrati per data: Friday, 03 Maggio 2019

In centinaia a Modena hanno contestato oggi duramente il Ministro dell'Interno Salvini. In città per una passerella elettorale, il ducetto padano ha trovato di fronte a sé decine di giovani pronti a rinfacciargli le politiche di odio e razzismo istituzionale di cui è portavoce ed esecutore, a partire dai CPR, i lager etnici per migranti.

La celere, fedele al suo padroncino, ha circondato immediatamente i primi manifestanti che hanno raggiunto il concentramento. Caricando duramente il presidio non appena questo ha provato a rivendicare il suo legittimo diritto alla contestazione al ministro degli Interni. Nel contesto è stato arrestato un compagno, Davide, attivo nelle lotte sociali a Modena ed uno di quei giovani a cui il governo del cambiamento ha portato solo ulteriore precarietà e rabbia.

In centinaia via via nel corso della giornata hanno poi raggiunto parco Novi Sad, sede del concentramento, dando manforte ai manifestanti accerchiati. Sono partite nuove cariche sui compagni, alcuni dei quali sono rimasti feriti. Dopo qualche decina di minuti l'accerchiamento è stato sciolto.

In piazza in maniera prevalente è stato portato il tema dei nuovi lager etnici per migranti firmati da Salvini, i cosiddetti CPR. Questi nuovi lager sono una grave minaccia per la forza lavoro migrante che anima da anni le lotte durissime nel settore della logistica in Emilia-Romagna.

Cercando di dissuadere i migranti dalle lotte con questi nuovi strumenti, Salvini si fa portavoce delle esigenze dei padroni, a cui sempre è stato fedele in tutta la sua storia politica, ma anche della malavita, ben presente in Emilia-Romagna e come insegna il caso Siri anche tra i leghisti.

In tanti rimangono in presidio a Modena a richiedere la liberazione di Davide. Dalla giornata di oggi emerge la preziosa indicazione della piazza modenese: contestare Salvini si può e si deve, il razzismo del governo si deve mettere in crisi a partire dalle lotte sociali!

Il 18 maggio prossima assemblea della rete regionale Mai Più Lager in Emilia-Romagna a Modena (link). Seguiranno aggiornamenti..

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Ci siamo presi qualche ora in più prima di commentare questo primo maggio torinese che, con il suo codazzo di polemiche, ci sembra occultare qualche dato politico importante che evidenzia la giornata.

La cronaca è nota, le testimonianze, i video e le parole di chi era presente sta raccontando tutto meglio di noi. Fin dal mattino, ancor prima dell’inizio ufficiale del corteo, la polizia si è schierata per dividere igienicamente in due il corteo. Davanti partiti, liste “civiche”, i candidati alle regionali e un parterre sindacale ormai mummificato. Dietro uno spezzone ben composito, con giovani e giovanissimi, attivisti scesi dalla val Susa, un po’ di sindacalismo di base ma anche tanti cittadini “di sinistra” che negli anni hanno deciso di riporre le bandiere confederali ed unirsi a quella presenza magmatica che fa tanto paura dietro la marcia istituzionale. Marco Revelli ha parlato di volontà della polizia di evitare “il contagio” tra le due parti del corteo (non fateci dire anime perché una parte la sua l’ha già venduta al diavolo da un pezzo). L’espressione è azzeccata. Ogni anno che passa la parte sindacale si fa più stanca ed esanime mentre “quella dietro” s’ingrossa. Forse più che un contagio è un’emorragia. Tra davanti e dietro i linguaggi sono diversi, davanti si parla di futuro come eterna promessa di un miglioramento che non arriverà mai, dietro sibilano le parole di un passato che si pensava di spegnere sotto la patina della modernità. Di qui si parla di lavoratori, di là di lavoro. Di qui si parla di sfruttamento, di là di sviluppo. Di qui si parla di difesa del territorio, di là di nuove colate di cemento.

Mentre il corteo avanza prendono parole giovani, precari, studenti, volano insulti contro il Partito democratico che non vuole lasciare posto alla fiumana notav che ha fretta di arrivare a piazza san carlo. Una domanda che non può avere risposta viene gridata in faccia ai funzionari dem: ma cosa c’entra il PD col primo maggio? All’imbocco di via roma c’è una carica a freddo assolutamente ingiustificata e vigliacca perché il comizio confederale è ancora in corso e si vuole evitare che si sentano i fischi. A suggellare la giornata le parole del vice-presidente del PD torinese: “poi la polizia gli ha fatto assaggiare i manganelli… finalmente!”. Un tifo liberatorio e sincero (alla fine arrivano i nostri!) che ha destato scandalo tra le file democratiche ma che ben rappresenta lo stato della città. E allora cos’è questo schieramento che si è palesato al primo maggio? Il PD e la polizia certo. Binomio familiare e inscindibile. Ma quest’anno si è andati oltre. Sorvoliamo su madamine e rotarine accolte a braccia aperte dalle organizzazioni “dei lavoratori” in un primo maggio che ormai potrebbe direttamente svolgersi in collina. Lasciamo anche perdere Forza Italia, con Mino Giachino che si è potuto prendere comodamente il suo spazio nel bel mezzo dei sindacati, per concentrarci su una nostra vecchia conoscenza. Ad alcuni non è sfuggita, a pochi passi dall’ANPI, la camminata paciosa e tranquilla di Agostino Ghiglia, noto picchiatore della destra torinese che qualche anno fa ha passato nove mesi in carcere per aver quasi ammazzato di botte uno studente 17enne del liceo Volta. Ormai ripulito e candidato con Fratelli d’Italia è entrato anche lui nella grande famiglia del primo maggio sindacale torinese. Oggi leggiamo sulle pagine di Repubblica un giornalista, Paolo Griseri – che negli scorsi mesi si è distinto per la più meschina campagna contro le ragioni del movimento notav che la storia ricordi – si è indignato di questa presenza, sconvolto dalla mancanza di anticorpi antifascisti tra i rappresentanti dei lavoratori. Ma cosa si aspettava? A noi sembra invece che la presenza di Ghiglia contribuisca a mettere fuoco la linea di demarcazione che separa la città e che si è palesata con tutta la sua evidenza in questo primo maggio. Da una parte post-comunisti e post-fascisti, confindustria, i salotti buoni e un carrozzone consociativo in affanno senza arte né parte che prova a nascondere trent’anni di disastri dietro la bandiera sitav. Dall’altra una presenza variegata di lavoratori e lavoratrici che parlano il linguaggio del riscatto e di un futuro diverso. E dispiace aver visto, anche quest’anno, pezzi di sindacalismo di base che al mattino provano ritagliarsi, giustamente, un proprio percorso autonomo arrivare poi in piazza e ostinarsi a cercare “gli operai” tra gli apparati sindacali che sfilano davanti alla polizia e non tra i lavoratori che hanno scelto di fare altro.

C’è chi ora tira il freno, parla di feste alternative e propone di lasciare ai sindacati confederali la possibilità di continuare a spolpare i resti del primo maggio in tutta tranquillità. Niente di più sbagliato. Il primo maggio non è un rituale stanco. Deve tornare ad essere la festa dei lavoratori e delle lavoratrici, non certo il parco protetto di chi ha svenduto i loro diritti sull’altare della competitività e dello sviluppo. D’altronde non c’è stato solo lo spezzone notav. La contestazione dei rider ai sindacati confederali, riusciti a infilarsi in piazza durante il discorso della UIL nonostante le intimidazioni della polizia, parlano di una voglia di contare e farsi sentire per liberare il primo maggio da chi l’ha preso in ostaggio per farne la fiera dell’ipocrisia.

 

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Riportiamo la cronanca (e un video!) della giornata di lotta rider a Torino dalla pagina Deliverance project

Questa mattina alle 9 ci siamo trovati/e in piazza Vittorio fra rider di tutte le aziende.

Abbiamo deciso di muoverci in bici per smarcarci dal corteo istituzionale che sfilava per le vie del centro.

Dopo un breve giro intorno a Piazza San Carlo, con la polizia a ronzare spericolatamente in mezzo al corteo su due ruote, abbiamo deciso di riprendere la piazza che ci spettava in quanto lavoratori in lotta.

Dopo alcuni tentativi di ricerca di un varco di accesso alla piazza, tutti conclusi con muri di poliziotti a blindo di ogni via, siamo lo stesso riusciti ad arrivare alla testa del corteo e a ribadire che come lavoratori e lavoratrici in lotta ci spettava entrare in piazza. Forti degli applausi e del sostegno dei presenti non ci siamo lasciati intimidire neanche quando polizia e i bodyguard CGIL si accordavano per capire come allontanarci, arrivando a minacciare il sequestro delle nostre bici. Chi avrebbe dovuto, come ormai capita troppo spesso, malmenare o impaurire una voce di dissenso ormai interna al corteo?

Alla fine scandite le nostre ragioni e incitati da una piazza che chiedeva di sentirci raccontare il vero volto della precarietà, siamo riusciti ad entrare in piazza. Dal palco abbiamo sentito ipocritamente parlare di lotte e diritti quando nei fatti sono stati proprio i sindacati confederali per primi a scendere a qualunque compromesso pur di non entrare in conflitto con aziende e governo e avere una poltrona sicura. CIGL, CISL e UIL per quello che ci riguarda hanno incentivato un tavolo di contrattazione con governo e aziende, nonostante fosse chiara fin dai primi incontri l'impossibilità di trovare una soluzione condivisa. Il risultato di oltre sei mesi di contrattazione sono stati: in primo luogo la costituzione in associazione di parte delle aziende del settore che ha consentito un'omologazione peggiorativa delle condizioni retributive, in secondo luogo ha fornito sempre alle aziende una "valida scusa" per mitigare ogni rivendicazione dei lavoratori e delle lavoratrici (come successo ai colleghi e le colleghe di Just Eat). Come rimanere inermi e zitti a pochi metri dal palco da cui blaterano delle nostre vite senza saperne nulla? Polizia e servizio d'ordine avrebbero voluto rilegarci in un angolo, ma ogni minuto passato in piazza è passato senza perdere l'occasione di gridare quanto le loro parole fossero vuote.

"VENDUTI, VENDUTI, VENDUTI!"

"BASTA TRATTARE È ORA DI LOTTARE"

Queste solo alcune delle parole scandite con forza dai e dalle rider e mai contestate dai presenti, che anzi incuriositi ci invitavano a prendere il palco.

Ma oltre alla contestazione urante il corteo unitario, per oggi era in programma uno sciopero contro Just Eat e la sua partner Food Pony

I e le rider, nonostante la differente configurazione contrattuale, hanno deciso di rivendicare migliori condizioni di lavoro e chiedere un incontro all'azienda per un confronto in merito alla lettera di richieste mandata ormai due mesi fa e ancora senza risposta.

Prima che cominciasse il turno dei dispatcher ci siamo presentati davanti alla sede di Food Pony (azienda di cui sono dipendenti i lavoratori di Just eat) per rafforzare lo sciopero e far sentire in gruppo la nostra voce. Tramite quest'azione siamo riusciti a mandare una comunicazione direttamente ai manager dell'azienda e interferire nel regolare funzionamento del servizio.

Già nei giorni scorsi avevamo dimostrato la nostra determinazione con lo sciopero di Glovo partito dal Mc Donald di Piazza Santa Rita. Proprio sabato con questa iniziativa siamo riusciti a bloccare il servizio in una parte della città (visibile dalla mappa dell'app) e poi a partire in un corteo per le strade della città, coinvolgendo rider e le persone che ci circondavano. Le nostre lotte non si fermano, vogliamo contratti all'altezza del nostro lavoro, tutele e assicurazioni. Non possiamo rischiare la nostra vita per due pizze. E troppe volte è successo negli ultimi anni che politici ed i sindacati che si riempiono la bocca parlando di noi, soprattutto in questi giorni di campagna elettorale in cui è facile ergersi a paladini dei diritti, dispensino promesse solo per racimolare un po' di consenso.

Vogliamo vedervi a pedalare, a sudare tutti i giorni con il sole e sotto la pioggia!

 

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Il Ministero della Difesa pubblica con orgoglio le anticipazioni sull'esercitazione Joint Stars 2019 e la Sardegna ovviamente sarà il centro delle operazioni. A maggio si svolgerà la prima parte della Joint Stars 2019, quella che viene definita LIVEX, ossia le esercitazioni sul campo.

 

INFORMAZIONI FRAMMENTARIE

Da qualche anno a questa parte, come non ci stanchiamo di ripetere, non c'è più alcuna informazione organica su tempi e modi di svolgimento delle esercitazioni militari in Sardegna. Colpa di una politica regionale completamente asservita agli interessi del Ministero della Difesa e della Nato.

Per quanto riguarda la Joint Stars 2019, le prime informazioni utili risalgono al 5 febbraio, quando in un suo comunicato la Difesa informa che la prima parte dell'esericitazione, quella LIVE, si svolgerà sul campo in Sardegna.

In un altro documento scopriamo l'entità delle forze coinvolte e i numeri sono impressionanti: più di 2 000 uomini, non solo dell'esercito italiano.

Ci saranno infatti anche alcuni marines americani e personale dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e dell'ENAV, l'ente che gestisce il traffico aereo civile in Italia.

DOVE E QUANDO

Cosa accadrà di preciso, in che giorni e in quali poligoni purtroppo non è dato saperlo in maniera ufficiale. I sardi infatti non sanno cosa accade in quelle migliaia di ettari che sono state sottratte alla loro vita quotidiana.

Ciò che è certo è che la Joint Stars 2019 verrà svolta durante tutto il mese di maggio, per il luogo c'è solo l'imbarazzo della scelta: tutti i poligoni sardi sono attivi e pronti ad ospitare l'invasione militare per tutto il mese.

 

  A Foras - Contra a s'ocupatzione militare de sa Sardigna

 

 

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Pubblichiamo dalla pagina di Non una di meno Torino la testimonianza di una mamma che è venuta con suo figlio in piazza vittorio per partecipare primo maggio notav

 

Per i bambini e le bambine difficilmente esistono le sfumature. Esiste il bianco e il nero. Il mondo si divide in buoni e cattivi. Da una parte il bene, dall’altra il male.

Non vado alle manifestazioni con la volontà di indottrinare mio figlio ma con il desiderio di condividere con lui una parte fondante della mia vita.
Ogni volta che mi accompagna ad una manifestazione cerco sempre di spiegargliene le ragioni e di raccontargli perché per la sua mamma è cosi importante essere presente.
La mattina del primo maggio è stato proprio lui a pormi la prima di una serie di domande che lo avrebbero poi accompagnato per tutta la giornata.
Mamma mi vuoi dire perché è cosi importante andare a questo corteo? Il tono – devo dire – era pure un po’ scocciato…gli stavo mettendo fretta e al risveglio la sfida tra draghi e dinosauri è troppo importante per essere interrotta…
Ho tentato di spiegargli cosa siano i diritti e di come vadano difesi, che cosa sia la festa delle lavoratrici e dei lavoratori e a modo nostro forse ci siamo capiti.
Gli ho anche detto che ci sarebbero state tante bandiere notav, ambiente che fin da piccino ha imparato a conoscere frequentando campeggi, presidi e marce.
Cerco sempre di essere sincera con lui, nei limiti di quanto possa essere compreso da un bimbo della sua età…gli racconto di me quando mi chiede, perché oltre a essere la sua mamma sono un sacco di altre cose e ormai se trova qualche parrucca o fazzoletto fucsia in giro per casa sa di che si tratta. “Le cose delle donne di mamma e delle sue amiche delle manifestazioni.”
Non ho mai pensato di dimenticarmi chi ero solo perché stavo avendo un figlio.
La maternità crea solitudine e isolamento, soprattutto all’inizio e se ho potuto viverla in un certo modo, è stato anche grazie al femminismo e alle mie sorelle, che mai hanno smesso di guardarmi come donna e come compagna oltre che come mamma. Il loro sguardo è stato per me uno specchio prezioso attraverso il quale ho potuto riflettermi e continuare a essere me stessa, aldilà degli ovvi limiti di tempo e di spazio all’ attivismo che volontariamente mi sono posta nel decidere di mettere al mondo e prendermi cura di una creatura.
Uno specchio che mi ha fatta sentire sempre libera di scegliere, mai fuori posto o incatenata ad un ruolo che mal avrei sopportato.

Dicevo che in occasione del primo maggio le domande sono state tante. Tanti i perché nati da un’esperienza che mai gli avrei augurato di vivere alla sua età.
Sono arrivata in piazza accolta dal racconto di un’amica che era appena stata bloccata dalla polizia perche il figlio di 10 anni aveva al collo un fazzoletto no tav. Un celerino le ha intimato di togliergielo immediatamente, altrimenti non avrebbe potuto proseguire sotto i portici di via Po.
Immaginate il pericolo che può rappresentare un fazzoletto al collo di un bambino?
Durante le cariche di Piazza Vittorio ce ne siamo stati ovviamente a debita distanza. Ma nonostante non si sia accorto del sangue, dei manganelli, delle urla, è giunta puntuale la seconda domanda del giorno.
Perché la polizia fa passare tutta la gente e noi no? Perché la polizia è in mezzo che divide? Noi non siamo i cattivi perché non vogliono la manifestazione di questa parte?
Io voglio che sia lui a decidere chi sono i buoni e i cattivi, non voglio che le mie risposte siano le sue.
Ma cosa si può rispondere di fronte a domande di questo tipo? Come si può negare un’evidenza che è tale anche agli occhi ancora ingenui di un bambino?
La verità orrenda di un confine invalicabile immediatamente vissuto come un’ingiustizia non comprensibile.
Il resto del corteo in Via Po siamo riusciti a gestircelo camminando serenamente tra la folla, serenità talvolta offuscata dalla presenza asfissiante di decine di celerini sotto i portici…gli stessi che avevano bloccato quel facinoroso di 10 anni di cui raccontavo prima.
Il clima in Piazza Castello e Via Roma era disteso, la folla ai lati applaudiva al passaggio del corteo, si cantava e si chiacchierava…insomma nulla lasciava presagire cosa sarebbe successo da lì a poco in Via Roma.
Ero con altre amiche con figl* a seguito quando veniamo travolte dalle persone che iniziano a scappare per la carica. Improvvisa, violentissima e immotivata.
Mi vola addosso un signore anziano con la bici che mi chiede pure scusa, subito dopo mi ritrovo addosso decine di persone.
Istintivamente scelgo di non correre indietro per evitare la folla e non rischiare di ritrovarmi in mezzo alla celere che avanzava velocemente ma di prendere mio figlio in braccio e correre in avanti per provare a ripararci nel furgone, di fianco a chi in quel momento stava guidando.
In un attimo ci troviamo la celere davanti che non solo cerca di tirarci giù dal furgone ma, appena riusciamo a salirci, inizia furiosamente a manganellare i vetri del furgone, la portiera, il parabrezza che fortunatamente si crepa solo, senza distruggersi in mille pezzi.
Da dentro urlo di smetterla che c’è un bambino ma loro nulla. Il gruppo di celerini che circonda il furgone continua a provare ad aprire la nostra portiera e a manganellare i finestrini. Il nostro, quello di chi guida, il parabrezza…siamo circondati. Insomma a nulla servono le mie urla e i miei pugni contro il vetro per richiamare l’attenzione sulla presenza di mio figlio. Anche la compagna alla guida urla e per fortuna nostra ha la prontezza di chiudere le portiere per impedirne l’apertura dall’esterno.
Abbiamo vissuto in diretta tutta la carica con la gente che veniva manganellata sul cofano, ai lati e davanti a noi. Mio figlio aveva gli occhi sbarrati e non diceva una parola.
Hai paura? Come stai?
Sto bene mamma.
Siamo rimasti dentro il furgone fino all’arrivo in Piazza San Carlo.
Una volta scesi abbiamo ritrovato il babbo e vedendolo mio figlio gli si è buttato al collo e ha solo chiesto di andare via perché aveva fame.
Ho provato a tranquillizzarlo ma forse quella più scossa ero io, pensando a cosa aveva appena visto e vissuto.
Hamburger e patatine hanno risollevato il morale e lui mi ha detto che non aveva più voglia di parlarne ma che si era sentito protetto dalla mia presenza.
Alla fine era lui che tranquillizzava me e mi ripeteva che non aveva avuto paura. Quanto coraggio cucciolo mio.
Il pomeriggio è trascorso giocando con gli amichetti. Spensierato e preso bene come sempre.
La sera a casa sono arrivate le domande, credo più dettate dall’incomprensibilita’ di quanto aveva visto che dalla paura maturata.
Che cosa ci facevano se ci prendevano? Perché ci volevano buttare giù?
Perché volevano rompere il camion?
Perché hanno picchiato le persone?
Ma chi erano i cattivi?
Chi ha vinto alla fine?
…chi ha vinto alla fine…mi ha strappato un sorriso e insieme abbiamo cercato di raccontarci cosa avevamo vissuto.
Il peso della rabbia che mi portavo dentro dal mattino per un attimo si è alleggerito di fronte al suo sguardo sereno e ai suoi commenti sulla “battaglia”.
Ho poi saputo che ad un amico la digos aveva detto che avrebbe fatto meglio a lasciare la figlia a casa.
Grazie per la lezione non richiesta di genitorialità. Maledetti.

Ho 41 anni. Due lavori entrambi precari, di uno prendo lo stipendio se va bene due volte l’anno.
A 18 anni dalla laurea ho collezionato decine e decine di esperienze lavorative.
Eppure un funzionario strapagato del Pd ha più diritto di me a stare in piazza il primo maggio, per lo più difeso da energumeni in pettorina dalla cinghia facile e da uno stuolo di caschi blu.

Quando dico che mi hanno rubato il futuro, come a tant@ della mia generazione, non sto facendo prendere aria alla bocca. Sto dicendo una verità talmente evidente che se solo la voleste vedere vi acciecherebbe lo sguardo.

Non ho molto da offrire a mio figlio, di sicuro tanto amore…ma anche la promessa di lottare ogni giorno perché possa vivere in un mondo migliore.

Chi sono i buoni e chi i cattivi avrà modo di sceglierlo da solo.
Certo è che al primo maggio qualche suggerimento gliel’avete dato.

Con rinnovato disprezzo.
Ci vediamo in giro.

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