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Articoli filtrati per data: Wednesday, 29 Maggio 2019

Il 12 aprile scorso è stato licenziato senza preavviso dall’Università di Torino il tecnico NoTav sospeso il 14 dicembre scorsosospeso il 14 dicembre scorso. La RSU dell’Università ha indetto una raccolta fondi per sostenere le spese legali del collega (vedi più in basso).

Oltre ai comunicati dei sindacati di basecomunicati dei sindacati di base e dell’FLC riconquistiamotutto Torino, si susseguono le prese di posizione di diverse RSU (Politecnico di Torino, e delle Università di Torino, Milano, Padova e Siena che riportiamo in calce) che hanno il merito di centrare l’obiettivo politico della campagna: la correzione dell’articolo 13 del CCNL

I passati e venturi sindacati firmatari sapranno cogliere l’invito dei lavoratori e delle lavoratrici?

Per aggiornamenti: facebook.com/iostoconpierpa/

 

 

La raccolta fondi:

La RSU dell’Università di Torino ha aperto una raccolta fondi per sostenere le spese legali del nostro collega Pier Paolo Pittavino. Oltre ai costi per il ricorso davanti al giudice del lavoro, si è resa necessaria la consulenza di un giurista indipendente da contrapporre al parere negativo espresso dai due docenti del Dipartimento di Giurisprudenza.

Per contribuire puoi farlo tramite:

PayPal: PayPal.Me/sostieniPittavinoPayPal.Me/sostieniPittavino Bonifico: IT31G0503401600000000256883

(Carta prepagata Banco BPM intestata a: Stefano Vannicelli)

Direttamente tramite un/una delegato/a RSU

 

 

 

      Di seguito i comunicati delle RSU:

Mozione dell’assemblea del personale

Al Rettore

Alla Direttrice Generale

Ai componenti del Senato Accademico

Ai componenti del Consiglio di Amministrazione

L’assemblea del personale dell’università di Torino, riunita mercoledì 22 maggio dalle ore 11 alle 13 nell’aula magna del Rettorato ha votato all’unanimità il seguente Ordine del Giorno:

Con provvedimento del 12 aprile 2019 il collega Pier Paolo Pittavino è stato licenziato senza preavviso. Cioè prima ancora che fino a prova contraria venga considerato colpevole dalla giustizia. Il collega è stato condannato in 1° grado in relazione a un’iniziativa No Tav (una condanna non definitiva contro cui ha già presentato ricorso in Appello).

Oltre a esprimere la propria vicinanza a Pier Paolo l’assemblea chiede agli Organi dell’Ateneo di ritirare il provvedimento di licenziamento nei confronti del collega Pittavino.

_____________

Il licenziamento di Pier Paolo è avvenuto sulla base di quanto previsto dall’art. 13, comma 9, punto 2, lettera e) inserito nel CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) 2016/2018. In sostanza questo articolo, richiamando una disposizione della cd legge Severino (d.lgs. 31/12/212, n. 235) sulla “Incandidabilità alle cariche elettive regionali”, la trasforma in licenziamento senza preavviso per ”condanna, anche non passata in giudicato”.

Sinceramente l’introduzione nel CCNL di un articolo in cui viene previsto il licenziamento prima che la sentenza diventi definitiva per i lavoratori e le lavoratrici del comparto Istruzione e Ricerca, così come per gli altri comparti, ci sembra esageratamente severo.

A queste considerazioni generali dobbiamo aggiungere l’esperienza concreta vissuta nel nostro Ateneo. Esperienza che rappresenta un gravissimo precedente per tutti i lavoratori. Tale articolo infatti è stato interpretato a dismisura e applicato fino a ricomprendere un reato diverso da quello espressamente previsto dalla Severino per reati di particolare gravità e allarme sociale (mafia, traffico di droga, armi e esplosivi), che il legislatore ha ritenuto incompatibili con la possibilità di accedere ad alcune cariche elettive. Poi, come ormai accade sempre più spesso nelle nostre amministrazioni, viene scelta l’interpretazione più severa e sfavorevole al dipendente.

Infatti, il nostro collega per il reato indicato dalla Severino (“la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione, la vendita o cessione, nonché, nei casi in cui sia inflitta la pena della reclusione non inferiore ad un anno, il porto, il trasporto e la detenzione di armi, munizioni o materie esplodenti”) è stato assolto dal Tribunale con la formula perché il fatto non sussiste. È stato invece condannato, tra l’altro, per esplosione di ordigni o materie esplodenti (si trattava di petardi!).

L’Amministrazione ha chiesto al Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo un parere sulle argomentazioni difensive prodotte dall’avvocato del collega. Il Direttore del Dipartimento ha coinvolto esclusivamente due docenti penalisti (una ordinario e un associato) i quali hanno confermato l’interpretazione iniziale degli uffici, cioè che anche se il reato per il quale è stato condannato il lavoratore non è quello previsto dalla Severino, e di riflesso dal CCNL, vada comunque applicata la sanzione del licenziamento. Non ci addentriamo nelle disquisizioni contenute nella relazione dei due docenti. Tipo: il reato per cui è stato condannato il collega (esplosione di ordigni o materie esplodenti, che prevede una pena da 1 a 8 anni), è vero che non è incluso nella Severino, ma “La esplosione presuppone – nel naturalistico – il porto e la detenzione” (inclusa nella Severino) e che invece prevede da 2 a 10 anni di reclusione. Cioè un reato minore ne includerebbe uno più grave!

Quello su cui tutti dobbiamo riflettere è una norma (l’art. 13, comma 9, punto 2, lettera e) inserito nel CCNL 2016/2018) che così come scritta e così come nei fatti è stata applicata lede diritti costituzionali dei lavoratori e presta il fianco ad interpretazioni assolutamente arbitrarie.

Per questo abbiamo inviato un appello a tutte le OO.SS. affinché nel prossimo rinnovo contrattuale sia cancellata questa normativa. Su questo chiederemo alle RSU degli altri atenei un sostegno per questa campagna di civiltà giuridica.

Le lavoratrici e i lavoratori e dell’Università di Torino riuniti in assemblea sindacale

Torino, 22 maggio 2019

 

 

 

COMUNICATO DI SOLIDARIETÀ

SI È INNOCENTI SINO A PROVA CONTRARIA

L’RSU e i rappresentanti del Personale Tecnico, Amministrativo e Bibliotecario in Senato Accademico dell’Università degli Studi di Milano ritengono che quanto accaduto al collega dell’Università degli Studi di Torino, licenziato sulla base di un pronunciamento giudiziario di primo grado e per fatti che nulla hanno a che fare con la sua vita lavorativa, sia un grave atto repressivo e intimidatorio per tutti i lavoratori di questo e di altri comparti.

Ricordando che si è innocenti sino a prova contraria, chiediamo ai colleghi, ai rappresentanti del personale T.A.B. a vari livelli e alle R.S.U. di tutti gli atenei di esprimersi in difesa del diritto di espressione e di manifestazione e di sostenere il principio di presunzione di non colpevolezza sino all’ultimo grado di giudizio.

Rappresentanze Sindacali Unitarie
Università degli Studi di Milano
e Rappresentanti del Personale Tecnico, Amministrativo e Bibliotecario
in Senato Accademico

 

 

 

PIER PAOLO DEVE TORNARE A LAVORARE

 Perché:

LA COSTITUZIONE ITALIANA DICE:

Art. 3 –: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.

Art. 27 –: L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Abbiamo citato questi articoli della costituzione perché consideriamo perlomeno fuori luogo l’art.13 dei contratti nazionali del Pubblico Impiego che prevede la possibilità (citando la Legge Severino) di licenziare senza preavviso un Lavoratore condannato a più di un anno di reclusione in qualunque grado di giudizio per reati anche se svolti al di fuori del ambito lavorativo.

Questo articolo del CCNL, di cui chiediamo il superamento nel prossimo rinnovo contrattuale, è stato applicato per la prima volta in Italia dall’Università di Torino, che ha zelantemente licenziato il Collega Pier Paolo Pittavino, condannato in primo grado per scontri avvenuti nel 2015 in una manifestazione NO TAV.

In attesa di una sentenza definitiva, in risposta al ricorso in appello, chiediamo ai firmatari del CCNL di abrogarne o adeguarne l’art.13 comma 9, ma soprattutto auspichiamo l’immediato annullamento del licenziamento del collega Pier Paolo Pittavino come strumento di auto-tutela dell’Università di Torino.

Riteniamo già eccessiva la sospensione dal lavoro affibbiata a Pier Paolo in attesa della sentenza di primo grado, ma consideriamo inaccettabile il licenziamento senza preavviso avvenuto immediatamente dopo la sentenza di primo grado, licenziamento accompagnato dalla disabilitazione all’accesso al sistema informatico dell’Ateneo.

Va anche considerato che un lavoratore pubblico a tempo indeterminato licenziato non ha diritto alla NASPI (Indennità di disoccupazione) grazie a riforme previdenziali e del Pubblico Impiego discriminatorie.

Per queste motivazioni offriamo a Pier Paolo tutta la nostra solidarietà e ribadiamo l’auspicio che il Rettore dell’Unito Prof. Gianmaria Aiani e i candidati alla sua successione si impegnino per far ritirare il licenziamento di Pier Paolo Pittavino in nome del buon senso e del rispetto della Persona, evitando interpretazioni peggiorative di un CCNL fatto per punire i Lavoratori Pubblici in nome di false meritocrazie.

Torino 21.05.2019.

RSU Politecnico di Torino

C.so Duca degli Abruzzi, 24 – TORINO

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PIER PAOLO DEVE TORNARE A LAVORARE

La RSU dell’Università di Padova esprime solidarietà al collega Pier Paolo Pittavino per l’ingiusto licenziamento subito.Non entriamo nel merito dei motivi per cui è stato condannato, certo è che ogni cittadino deve poter beneficiare del principio costituzionale di presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, pertanto riteniamo che il disposto contrattuale inserito nell’ultimo CCNL sia altamente lesivo dei diritti dei lavoratori e deve essere al più presto abrogato. Ci associamo alla richiesta di reintegro in servizio del lavoratore.

il Portavoce della RSU – Università di Padova

 

 

 

La RSU dell’Università di Siena si associa a quanto espresso dalla RSU dell’Università di Padova

sia in merito alla solidarietà e alla richiesta del reintegro del collega Paolo Pittavino che nella

richiesta della abrogazione del disposto contrattuale inserito nell’ultimo CCNL.

il portavoce/presidente della RSU-Siena

 

da notav.infonotav.info

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Le elezioni non ci hanno mai spaventato in tutti questi anni e nemmeno questa volta, nonostante alcuni titoli di giornale e dichiarazioni di politici che ci tengono in maniera particolare a legare il voto con la forza del movimento notav.

Il nostro movimento, e la nostra Valle si dimostrano ancora una volta popolari, in quanto composti in maniera trasversale dal “popolo” e attenti alle dinamiche che più ci riguardano da vicino.

Il voto alle Europee è in linea con il voto nazionale, né più né meno, dove Salvini acquisisce consensi sulla praticità delle sue dichiarazioni, sulla pancia di chi vede nell’Europa un problema e non un’opportunità.

Ma soprattutto questo avviene perché le alternative sono deboli e già provate.

Le europee sono un voto legato alla realizzazione o meno del Tav Torino Lione?

Assolutamente no!

Lo abbiamo capito in tutti questi anni in cui di elezioni ne abbiamo viste tante e nessuna si è mai rivelata un consenso o un diniego esplicito alla nostra vicenda.

Diverso è per i partiti che si sono esposti e se dobbiamo vedere realmente chi ha fatto del Tav il suo punto principale, allora dobbiamo leggere nella batosta di Chiamparino un dato positivo, che non ha creato quella breccia che il Pd e il centro sinistra “madamino” volevano aprire, anzi.

Stesso discorso per i vari residui come Gioachino e simili, tanto rumore per nulla.

E’ il trend nazionale che ha portato a questi risultati così come tutti i danni fatti in questi anni dal PD e simili.

Del resto non ci stupiscono le dichiarazioni di personaggi come Ferrentino ed Esposito, che sono più contenti del voto alla Lega in ottica si tav che tristi per la batosta presa, segnale chiaro di come il partito del cemento non abbia colori.

Altro discorso è quello del Movimento 5 stelle, che evidentemente ha pagato la mancanza di decisione e di risultati rispetto alle aspettative create, sul Tav come su tutto il resto.

E su questo tema, il voto in Valle rispecchia la completa indipendenza del movimento, che non firma cambiali in bianco con nessuno.

Le elezioni amministrative invece sono una cartina di tornasole della vita politica in Valle, contaminata dal movimento senza dubbio. E qui i dati sono ben diversi visto che le amministrazioni notav si sono praticamente riconfermate, con l’aggiunta di una vittoria significativa a Bussoleno e Giaglione e la perdita, purtroppo, invece di Susa.

Una politica chiara sul territorio che premia chi si batte contro il Tav per salvaguardare la nostra Valle e soprattutto per collaborare insieme per un futuro diverso, sostenibile e innovativo, che guardi al benessere di tutti e non agli interessi di pochi.

Negli scorsi mesi abbiamo sorriso parecchio nel leggere chi accusava il movimento notav di essere diventato filogovernativo. Noi che di governi ne abbiamo visti passare tanti eravamo certi che i nodi sarebbero tutti venuti al pettine. A giudicare dalla dichiarazioni post voto, il TAV si annuncia già da ora come il principale terreno di scontro e di resistenza, anche contro l’avanzata di Salvini.

 

da notav.infonotav.info

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Jorge Fraile Iturralde sta scontando 25 anni di carcere per la collaborazione con un gruppo armato, possesso di esplosivi, danni e tentata strage, in carcere dal novembre dello scorso anno presso la prigione di Badajoz.

Come riportato dalla Corte di Strasburgo nel 2016, l’ETA (Euskadi Ta Askatasuna), nell’arco dei negoziati, ha richiesto un cambiamento di prigione per essere più vicino alla sua famiglia a Durango (Vizcaya), sostenendo che la difficoltà di un viaggio di 700 chilometri per la moglie e la figlia e i suoi genitori, di età avanzata, che non erano mai stati in grado di fargli visita a Badajoz, devono essere portate a soluzione. Ciononostante, le loro domande sono state respinte dalla Corte Nazionale di Madrid, che continua a fare dietrofront sul passaggio chiave dell’intero processo di risoluzione, rappresentato dall’avvicinamento dei prigionieri della formazione basca verso le galere di Euskal Herria, sottoponendo a continue sollecitazioni la tenuta stessa della fragile “tregua permanente” dell’ETA. Il tribunale, da far suo, sostiene che la politica generale penitenziaria applicata ai membri dell’ETA e la lealtà del detenuto nei confronti del gruppo terroristico, non lascerebbero spazio per l’avvicinamento del detenuto politico.

Ha anche tenuto conto del fatto che secondo i rapporti del carcere hanno dimostrato che “Fraile Iturralde aveva avuto contatti regolari con parenti e amici intimi”. La Corte Costituzionale ha quindi respinto la richiesta ritenendo che il mantenimento della distanza non rappresentava una violazione dei diritti fondamentali, perché l’etarra basco, Jorge Fraile Iturralde, contrariamente all’appello presentato alla CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) relativo alla decisione arbitraria ed eccessivamente formale dei tribunali spagnoli. Tuttavia, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha emesso il suo giudizio sul ricorso per il trasferimento da Badajoz ai Paesi Baschi aprendo il sipario de facto sull’ennesimo braccio di ferro tra Strasburgo e Madrid in tema Etxerat dei detenuti della storica formazione armata di sinistra, europea.

 

da lesenfantsterribles.org

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Domenica 26 maggio è andata in scena una manifestazione di protesta davanti ai cancelli dell’azienda di distribuzione Glovo, nella sede di Barcellona da parte di un centinaio di lavoratori delle consegne a domicilio, dopo che un ragazzo di 22 anni è stato investito e ha perso la vita proprio mente stava facendo una consegna.

Il ventiduenne stava probabilmente sostituendo un collega in una consegna a domicilio, quando è stato investito da un camion per la raccolta dei rifiuti,forse per la poca visibilità.

Durante la protesta i raider hanno lanciato uova e pomodori all’indirizzo della sede di Glovo, bruciato gli zaini per le consegne e scatole di cartone in segno di protesta.

Poco dopo è intervenuta la polizia per sgomberare il presidio in difesa della multinazionale delle consegne. Da tempo i colleghi denunciavano il pericolo e la poca formazione dei fattorini, è quindi una tragedia annunciata, quando non vengono investiti soldi da parte delle aziende nella formazione sulla sicurezza stradale e non muniscono gli addetti alle consegne di giubbotti catarifrangenti e indumenti protettivi il rischio di incidenti mortali sarà sempre elevato. Ricordiamo che anche in Italia sempre più spesso i raider di Glovo, Foodora e Just Eat scendono in piazza per chiedere più sicurezza sul lavoro e meno sfruttamento in quanto far consegne in bicicletta è un pericolo continuo, tra strade dissestate e automobilisti bisogna avere mille occhi.

 

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Guardate questa foto. Premessa: quello davanti con il cartello non è "un cinese". E' un padrone. Precisamente della Tintoria Fada, una delle più grandi di Prato.

Sessanta operai, che lavorano 12 ore al giorno per sette giorni alla settimana per 1200 euro. Quelli dietro non sono "dei pakistani". Sono degli operai e stanno scioperando dopo anni di sfruttamento e prepotenze padronali.
La Tintoria Fada è vicina alla DL. Qualche settimana fa, dopo sedici giorni di sciopero, i lavoratori sconfiggevano la schiavitù e imponevano una vittoria storica: contratti regolari, otto ore, due giorni di riposo settimanali, ferie e malattie pagate. Fino al giorno prima, a Prato, era opinione diffusa che "cambiare le cose in quei posti" fosse impossibile. E poi gli operai l'hanno fatta diventare possibile. E la possibilità del riscatto è arrivata anche al cancello accanto. Da qui arriva lo sciopero a Fada, dopo quello del giorno prima in una vicina fabbrica di grucce. Lo sciopero è un virus che sta contagiando il tessile pratese. E i padroni hanno paura.

Come lui. Che ha preso cartone e pennarello per andare a inscenare il ruolo della vittima davanti a giornalisti e telecamere. Ah, i giornalisti. Non vedevano l'ora. I titoli e i servizi oggi sono tutti per lui. Poco importa se le stesse telecamere hanno avuto modo, poco dopo lo scatto di questa foto, di riprendere le violenze con cui la polizia ha sgomberato il picchetto operaio. Ma non sono loro, nemmeno oggi, la notizia da raccontare. Non sono le braccia rotte, gli operai senza coscienza portati via in ambulanza. Non sono le loro storie, che li hanno portati a scegliere lo sciopero. E' il padrone con il suo cartello la tragicomica storia di "disperazione" da raccontare al lettore. Il padrone è disperato, chiede aiuto alle istituzioni. Il suo diritto di fare impresa è calpestato dallo sciopero. Una vergogna. E infatti ci penseranno circa 40 poliziotti a ristabilire l'ordine di lì a poco. Usando la forza contro gli operai, ovviamente. Quando i padroni chiamano, la polizia risponde. E veloce.

Questa foto è importante perché spiega come funzionano i media. E i media ci spiegano come funziona la società in cui viviamo. La "protesta" di un padrone (uno) con il suo cartello (uno) va in prima pagina. La sua impresa per circa due ore non ha prodotto, non ha macinato cash. E' questo suo grido di disperazione che conta più delle sofferenze operaie che si protraggono per anni e anni, nel silenzio e nell'invisibilità. Senza voce. E per riprendersi la voce, agli operai, non basta un cartello. Devono essere tanti, uniti, ed essere anche disposti a rischiare qualcosa. E' più difficile. Ma lo stanno facendo, come alla Tintoria Fada e prima alla DL.

"COBAS COMANDA PRATO. AIUTO ISTITUZIONI". I padroni sono viziati. Anni passati a sfruttare gli operai come si sfruttano animali da soma. E poi lo sciopero, che a un certo punto rivela un fatto banale: senza gli operai, la fabbrica non funziona. Niente soldi, niente potere. Il giorno, durante lo sciopero alla fabbrica di grucce, lo sciopero è stato accolto dal padrone e i suoi capi reparto con un lancio di pietre e spazzatura. Lo sciopero per il padrone è diventato come il momento in cui a un bambino si rompe il giocattolo preferito, non lo accetta, si dimena, fa i capricci, impazzisce. Il loro gioco si chiama sfruttamento illimitato, possibilità di arricchirsi spremendo gli operai.

Ovviamente non è vero che i COBAS comandano Prato. Ma il padrone con il cartello in realtà non è del tutto impazzito: lui non comanda più. Non più come prima. Perché quelli dietro nella fotografia non sono più i suoi schiavi. Non lo temono. E il suo potere, senza la loro paura, presto diventerà niente.

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In queste febbrili ore post elettorali si susseguono gli iperboli sul voto alle elezioni europee di domenica 26 maggio, e Roma non fa eccezione. Si va dalle celebrazioni per l’exploit della Lega di Salvini alla riscossa del PD come primo partito nella Capitale, passando per la disfatta a 5 Stelle marchiata a fuoco col nome di Virginia Raggi.

Ma possiamo davvero ridurre tutto a una dinamica così chiara e superficiale? Prendiamo una lente di ingrandimento e proviamo a capirci qualcosa in più.

Partiamo da alcune considerazioni di carattere generale. Il voto delle europee, almeno in Italia, può essere considerato a tutti gli effetti un termometro fallato del Paese. In questa tornata elettorale l’affluenza è stata del 56,1%, in calo di quasi due punti percentuali rispetto al 2014, nonostante la generale crescita in tutto il continente (51% di media contro il 42% delle scorse consultazioni). Siamo ben lontani dall’ “europeissima” Italia delle elezioni del 1979, quando più dell’86% degli aventi diritto si recò alle urne. Da allora una costante flessione, fino al dato odierno: una direttrice confermata, con diverse percentuali, anche alle elezioni politiche. In una fase di crisi profonda della rappresentanza, l’elettorato di certo non si spende per nominare i “rappresentanti” di un’istituzione percepita, mai quanto oggi, lontana dalle proprie necessità, responsabile di buona parte dei problemi strutturali del Paese e incerta tanto sul presente quanto sul futuro. Probabilmente, se non si fossero accorpate le europee con numerose elezioni amministrative (Regione Piemonte + 3.844 comuni di cui 24 capoluoghi di provincia e 6 di regione), parleremmo di affluenze ancora più basse. E la città di Roma lo dimostra ampiamente, con un’affluenza al 48,91%, dunque ben al di sotto della media nazionale. La metà degli aventi diritto, decine di milioni di persone, non si è recata alle urne.

Il voto nella Capitale ci restituisce un quadro parzialmente diverso rispetto al nazionale, confermando alcuni trend già in corso e previsioni facilmente calcolabili alla vigilia. Il primo dato lampante è, anche qui, la crescita esponenziale della Lega di Salvini, che passa dall’1,42% delle europee 2014 (16.728 voti) al 25,78 % (285.318 voti). Considerando anche il passaggio intermedio delle elezioni politiche e regionali del 2018, in cui la Lega prese percentuali intorno tra l’8 e il 12%, il dato, ad una prima analisi, sembra davvero incredibile. Ma non lo è poi così tanto. Come non lo è la scomparsa di Casapound e Forza Nuova dai radar elettorali, formazioni che, nonostante l’ormai costante sovraesposizione mediatica, sono ormai relegate a fare i topolini per la montagna salviniana.

Andiamo avanti. Il PD di Zingaretti esulta per quella che definire una “vittoria di Pirro” è dire poco. I resti dell’elettorato di centro-sinistra hanno una composizione fortemente europeista, dunque attratta dalle elezioni europee come un’ape al miele. E infatti l’intero blocco dem ha risposto presente: sul nazionale i voti sono sostanzialmente inalterati rispetto alle politiche, 6.161.896 contro i 6.045.723 di ieri. Gli occhiali indossati per vedere la realtà, però, cambiano radicalmente la percezione. E così quello che solo un anno fa era un risultato mediocre, adesso diventa l’occasione per “rilanciare il PD nel bipolarismo del Paese”. La maschera viene giù anche su Roma: i voti totali sono sostanzialmente gli stessi tra la consultazione di domenica e le politiche/amministrative del 2018 (intorno alle 340.000 unità), mentre rispetto alle precedenti europee c’è una flessione importante (all’epoca i voti furono 506.000).

E arriviamo finalmente al dato che più ci interessa: il crollo del M5S. Ferma restando una generale flessione del consenso bruciato sull’altare del governo gialloverde, se sul nazionale è veritiera la penalizzazione del Movimento per l’astensione del Meridione, a Roma non è così. Con un’affluenza sostanzialmente stabile (1.200.000 voti nel 2014 contro 1.125.000 voti nel 2019), alle scorse europee i pentastellati ottenevano 293.241 preferenze, contro le 194.545 attuali. Se consideriamo anche le elezioni amministrative del 2016, in cui la Raggi prese 412.285 voti, e le elezioni del 2018, in cui gli stellati romani furono in linea con la media nazionale ma presero solo 4 collegi uninominali alla Camera e 2 al Senato (e 253.319 preferenze alle regionali), il tracollo è evidente.

Su un dato si possono giustificare i grillini: nelle periferie romane, roccaforte dei voti a 5 stelle, l’affluenza alle europee è stata molto bassa. Questo è vero, certo. Come è vero che il PD è primo partito a Roma per lo stesso motivo, e che gli stessi dem hanno fatto man bassa di voti nei due municipi centrali, dove peraltro l’affluenza è stata la più alta della città (52% nel I municipio e 56% nel II municipio). La frattura tra centro e periferia nella Capitale è evidente, lo era stata già nelle scorse tornate elettorali, prima fra tutte le amministrative del 2016 quando gli unici municipi conquistati dal PD furono proprio i due centrali. Il “nuovo” corso di Zingaretti rappresenta l’alternativa solo per le classi ricche, questo lo sapevamo già.

Tutto vero, ma solo in parte. Perchè, in realtà, alle scorse europee i pentastellati presero percentuali molto più alte nei municipi periferici. Prendiamo ad esempio il Municipio VI, al centro delle cronache degli ultimi mesi per i fatti di Torre Maura. Storica raccaforte pentastellata, nel Municipio delle “Torri” i voti M5S nel 2014 furono 28.869, mentre oggi 19.293. La Lega balza da 1.516 voti a 28.539, mentre il PD crolla da 29.919 preferenze a 13.575. Il VI è il Municipio degli estremi: astensione più alta (solo 42% di affluenza), più alta percentuale di voti alla Lega (36,8%), più bassa al PD (17,4%) e, nonostante tutto, la più alta in città per il M5S (24,9%). Ma quel quadrante è in testa alle classifiche cittadine anche per altri motivi, come il tasso di dispersione scolastica sopra il 7%, la disoccupazione giovanile intorno al 32%, la composizione migrante tra il 12 e il 15% con un’aumento, in alcune aree, del 1000% di presenze solo negli ultimi 10 anni. Fino ad arrivare all’enorme disagio sociale esploso in tutta la sua violenza ad aprile contro il centro di via dei Codirossoni.

L’analisi ci restituisce alcuni spunti di riflessione. Anzitutto: la retorica delle periferie come covi di fascisti, violenti e retrogradi, feticcio agitato da Repubblica e sodali per rimpolpare le fila del PD come unica alternativa al fascismo, è smentita una volta di più. Il travaso diretto di voti dal M5S alla Lega, e prima ancora da Renzi ai pentastellati, lo dimostra chiaramente: non è fascismo, è bisogno di risposte alla crisi, di cambiamento, di protezione. Che assume anche toni duri, reazionari. Ma stiamo parlando di un’altra cosa. Lontano da logiche di opinione o di collocazione sociale, valide semmai per lo zoccolo duro degli elettorati dei partiti tradizionali come il PD o Forza Italia, il voto è ormai estremamente volatile, facilmente modificabile anche in maniera drastica rispetto alla “pancia” del momento. C’è una grossa forchetta di persone che fluttua spesso da un partito all’altro, incapace di immaginare un cambiamento che non passi per l’elezione dell’illusionista del momento. I partiti ora emergenti, e in questo, con sfumature differenti, Lega e M5S sono identici, viaggiano sul modello del cartel-party, con scarsa o svenduta base ideologica, che parlano per slogan e tendono a costruire consenso su politiche di parziale redistribuzione del reddito (lodevoli, per carità, rispetto alle nefandezze della pseudo-sinistra) o sulla logica della paura senza affrontare le questioni centrali: casa, lavoro, servizi, ambiente, patrimonio pubblico. Spendere e spandere senza toccare i nodi profondi della politica, magari lasciando a qualche governo tecnico l’impopolare compito di rientrare nel budget con provvedimenti lacrime e sangue. I pentastellati nascono con questa impronta, la Lega la assume dopo il maquillage di Salvini che la trasforma in un partito nazionale. E probabilmente sarà proprio quest’identità ibrida, finita l’ubriacatura dei picchi elettorali, a creare più di un grattacapo al Capitano, che al Sud si affaccia ma non sfonda, mentre al Nord la solida base storica, quando si parla di Meridione, rumoreggia non poco.

La seconda considerazione riguarda l’inesorabile declino dell’illusione grillina. A Roma, come avevamo già detto qui, la fallacità delle promesse pentastellate si è palesata già molto prima del livello nazionale con Virginia Raggi. La sindaca è rimasta incastrata tra i poteri forti, le inchieste della magistratura e i pesanti attacchi delle opposizioni, persino dall’alleato politico del suo partito al Governo. Roma è al collasso, i pentastellati hanno perso di recente un altro municipio (l’XI) oltre ai due già persi lo scorso anno (III e VIII) e in più di qualcuno ci sono profondi mal di pancia, soprattutto il IX per la questione stadio della Roma. Una situazione difficile, proprio ora che inizia una stagione complicata, la cui onda lunga porterà alle elezioni comunali nel 2021 (a meno di possibili cadute), non solo per la questione stadio, ma anche per i rifiuti, di cui a breve dovrà sciogliere le riserve sugli impianti da utilizzare, la nomina dell’assessore all’ambiente, il rinnovo del CdA e l’approvazione del bilancio 2017 di AMA.

Un’altra considerazione si può fare relativamente al dato generazionale e alla composizione sociale del voto. Nel primo caso si possono analizzare le elezioni attraverso quelli che l’accademia chiama “effetto generazione”, ovvero l’influenza del periodo di politicizzazione dell’elettore sul proprio voto, e “effetto ciclo di vita”, per cui si è più propensi ad un voto radicale negli anni di gioventù e ad un voto più moderato nell’età adulta. La tornata europea ci dice che la Lega sfonda un po' in tutte le fasce di età, ma il picco massimo è nei Millennials: per i nati dal 1997 in poi, la percentuale di voti leghisti è oltre il 38%. Così come sfonda tra gli operai (48%), mentre nel ceto impiegatizio le differenze con gli altri partiti si assottigliano. Proprio in questi due segmenti, i più delusi e disillusi dalle politiche dei partiti tradizionali, fino alle politiche del 2018 era il M5S ad avere le stesse percentuali plebiscitarie che oggi osserviamo per la Lega.

Come non citare, infine, il dato sull’astensione. Che non può essere una giustificazione perenne, ma può fornire alcuni dati incontrovertibili, soprattutto perché le formazioni di governo hanno trasformato le europee in un referendum sul proprio operato. Nella Capitale, come in tutto il Meridione, l’affluenza è stata ben al di sotto della media nazionale. Una larga fetta di popolazione che subisce quotidianamente gli effetti della crisi strutturale, e che non a caso aveva votato in massa (più al Sud che a Roma) per i pentastellati alle politiche, non ha premiato Di Maio & co. dopo un anno di governo. La fotografia su Roma è l’ennesimo segnale di insofferenza verso una giunta che continua a non rispondere alle periferie romane. Il voto alle europee non ha portato conforto alla sindaca: la forte astensione nei quartieri lontani dal centro è anche frutto di una sfiducia nei suoi confronti. La Raggi vuole ripartire dalle periferie, ma le periferie non ripartono dalla Raggi.

Tu quoque, Roma, hai messo la freccia verso la Lega? Probabilmente si. Ma in maniera transitoria. A Roma come in tutto il Paese assisteremo ancora a tornate elettorali decisamente curvate a destra, ma non per questo siamo di fronte a un Paese o a una città di fascisti. Il voto e l’astensione di domenica scorsa sono gli ennesimi segnali di protesta, anti-UE e contro l’establishment tradizionale. Salvini risponde in maniera veloce ed efficace a tutte le esigenze, così come lo faceva il Movimento fino a un anno fa. O, nel caso di Roma e Torino, come facevano Raggi e Appendino fino a due anni fa. Poi la realtà è “tutto un altro paio di maniche”, come si dice da queste parti. Prima si prende coscienza della fenomenologia del politico, prima si esce dall’inutile dicotomia tra chi pensa che l’espatrio sia l’unica soluzione e chi dice che Salvini è un problema da affrontare con i relitti della sinistra istituzionale. Ieri il tappo al conflitto verticale per le diseguaglianze erano i 5 Stelle, oggi è la Lega, domani ne esisterà un altro? Costruire dal basso una risposta negativa a questa domanda significa dare un immaginario a chi crede di non avere alternative alla pantomima elettorale. Significa parlare direttamente ai milioni di astenuti, ai disillusi, al soggetto giovanile, agli operai. Significa praticare l’obiettivo, per un cambiamento reale.

Fonti: 
-Dati elettorali : Comune di Roma e Ministero dell’Interno
-Dati composizione voto: analisi flussi SWG
-Dati sociali VI Municipio: mapparoma.blogspot.commapparoma.blogspot.com

 

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