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Articoli filtrati per data: Tuesday, 28 Maggio 2019

28 maggio 1974 – 28 maggio 2019. 45 anni fa, a Brescia, la bomba fascista, di Stato e della Nato, posta in un cestino della spazzatura di piazza della Loggia. Un’esplosione contro alcune migliaia di persone arrivate in piazza per la manifestazione indetta dal Comitato unitario antifascista, dopo una lunga serie di violenze e provocazioni fasciste, a Brescia e in provincia.

E’ la strage di piazza Loggia: 8 vittime, oltre 100 feriti. Sono antifasciste-i: studenti, insegnanti, operai, pensionati, ex partigiani. La verità storica e politica è chiara fin da subito: come per piazza Fontana, 5 anni prima, e per tante altre stragi di quegli anni, la mano è fascista, con la collaborazione attiva dello Stato e dei suoi apparati. Ci vorranno decenni di depistaggi perchè diventi anche verità istituzionale e giudiziaria, con una – seppur molto parziale – individuazione penale e specifica per alcuni dei responsabili.

Ogni 28 Maggio, a Brescia, la piazza si riempie di contenuti diversi. C’è l’iniziativa ufficiale, con i sindacati e le istituzioni, e il pomeriggio di musica e parole, con Piazzadimaggio, a partire dalle 17.30, confermato anche in caso di maltempo (sotto il porticato di Palazzo Loggia).

C’è anche il corteo antifascista e antagonista, contro ogni memoria condivisa e per fare vivere, ogni giorno, le lotte. Corteo che stamattina, martedì 28 maggio 2019, è partito attorno alle ore 9 da piazza Garibaldi, convocato da csa Magazzino 47, Diritti per Tutti e KSL. In testa lo striscione: “Ieri le bombe, oggi porti chiusi e guerra ai poveri. Le stragi sono di Stato”. Duecento i partecipanti al corteo che ha attraversato il quartiere del Carmine arrivando poi in piazza Loggia.

Lo speciale di “Storia di Classe” di oggi, 28 maggio. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

9,30: Collegamento da Piazza Garibaldi dove si sta preparando il corteo delle realtà antagoniste e antifasciste bresciane. La corrispondenza con Michele della redazione. Ascolta o scaricaAscolta o scarica
10: interviste raccolte dal corteo di movimento. Ascolta o scaricaAscolta o scarica
10,30: ancora interviste dal corteo antifascista che sta attraversando le strade del centro sotorico cittadino. Ascolta o scaricaAscolta o scarica
10,45: nuovo collegamento dal corteo antagonista con Giulia della nostra redazione.

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h.11: interviste raccolte da Rosangela da Piazza della Loggia dove si sta svolgendo la commemorazione istituzionale. Ascolta o scarica Ascolta o scarica 

11: Ancora un collegamento dal corteo antifascista che è entrato in Piazza della Loggia, con  noi Michele. Ascolta o scaricaAscolta o scarica
12: Collegamento da Piazza della Loggia ai nostri microfoni Silvia Guarneri, avvacata di parte civile nel processo per la strage di Piazza Loggia, intervistata da Umberto della redazione. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

da radiondadurto.orgradiondadurto.org

 

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Tanto tuonò che non piovve. Ma il terreno del dopovoto delle Europee di domenica è arido e crepato.

Dopo mesi in cui i leader della destra sovranista come Salvini e Le Pen (che ora appunto ripiegano sul terreno delle relative vittorie nazionali) avevano illuso il proprio elettorato di poter cambiare il volto dell'Unione le consultazioni riportano un'istantanea in cui i "poteri forti" di Bruxelles restano al comando. Al netto però di tutte le contraddizioni e le perplessità di un quinquennio aperto dall'austerità genocida imposta alla Grecia, spaccato in due dai referendum scozzese, catalano e sulla Brexit, dalla crisi migratoria e dallo stato di emergenza; e che si appresta a chiudersi in un 2019 all'insegna del ripiego nazionalista e in cui i caratteri e le soluzioni delle emergenze sono sempre più radicalizzati e sistemici.

L'evidente frammentazione dell'emiciclo di Bruxelles consegnataci dalle consultazioni lavora in più direzioni. Da una parte verso l'ulteriore svuotamento di politicità dei partiti tradizionali PPE e PSE - storicamente in virtuale alternanza, poi in grosse koalition ed ora insufficienti a comporre una propria maggioranza. I loro deludenti risultati in Francia ed in Germania ed il maggiore peso specifico dei liberali (incluso l'exploit dei liberaldemocratici inglesi, che però rischia di essere vanificato dalla Brexit), di cui l'azionista di maggioranza è il pur logoro Macron, indicano la probabilità di una presidenza di compromesso. Il cui cardine sia la rilegittimazione di una narrazione europeista tecnocratica, prosecutrice del rigore e della blindatura dei confini dell'Unione. Al massimo con una spruzzata di verde per tentare di rilanciare una prospettiva di crescita a colpi dell'ennesima incarnazione della green economy; per riassorbire le domande delle piazze ambientaliste riempitesi dopo l'appello di Greta e le loro traduzioni elettorali (uno degli exploit di questa tornata); e per guardarsi le spalle da mine vaganti come il Fidesz di Orban e la CSU bavarese - ancora formalmente in seno al PPE nonostante l'intensificarsi negli anni delle loro pulsioni autoritarie.

Dall'altra impedendo sulla carta una sintesi del fronte delle opposizioni - in cui convivono opzioni diverse, dai nazionalisti di destra agli stessi verdi, dai conservatori euroscettici alla sinistra. Con il vaso di coccio di un Movimento 5 stelle, dissanguato di voti ed alleati e che vede sfaldarsi il proprio gruppo parlamentare e quindi i propri ultimi terminali di influenza a Bruxelles. Non è escluso che questa conformazione non possa mutare anche a breve, pur senza mettere in discussione gli equilibri complessivi dell'emiciclo.

Tuttavia la contrapposizione tra europeismo e sovranismo è un falso problema laddove la dicotomia reale è tra vincitori e perdenti dell'integrazione europea e dalle politiche estere da essa agite negli ultimi anni. I sovranisti e gli euroscettici subiscono le maggiori battute d'arresto nel nord Europa, in cui rimangono lontani dalla maggioranza o arretrano - come in Germania, Svezia, Olanda e paesi baltici, capisaldi di una possibile "Lega Anseatica 2.0". Mentre in una Francia spaccata a metà tra astensione e voto nessuna forza politica è riuscita nell'intento di riportare nelle urne il malcontento dei gilet gialli.

Fattore poco affrontato dai media nostrani è quello della Brexit: paradossalmente il Brexit Party di Farage porta all'europarlamento la rappresentanza più ampia (assieme alla CDU tedesca), a cui fa da contraltare quella pro-remain dei liberaldemocratici: una fotografia che rende ancora più aleatoria l'eventualità di un secondo referendum. Quali equilibri costruiranno questi attori, e quali smuoveranno a Bruxelles in caso di uscita britannica dall'UE? Ancora una volta all'angolo sono finiti i partiti tradizionali: quello laburista, di fatto spaccato e incapace di indicare un percorso coerente rispetto alla questione europea; e quello conservatore, ormai avviato sulla strada dell'implosione - con una dozzina di candidati a contendersi le macerie lasciate dal catastrofico premierato della May.

Affonda infine la sinistra populista nelle varie salse periodicamente brandite in Italia, dallo stesso Corbyn a Podemos (che perde le amministrazioni amiche di Barcellona e Madrid) e da Tsipras (costretto alle elezioni anticipate da una posizione di svantaggio) fino a Melenchon (precipitato alle stesse percentuali del Partito Socialista).

In attesa che nei prossimi giorni si dipanino una serie di nodi sulla composizione e sull'operatività delle istituzioni di Bruxelles è dalla piazza della stessa capitale belga che fridays for future e gilet gialli pongono una sfida a vecchi e nuovi padroni d'Europa; e persino alla stessa rappresentanza verde appena ringalluzzita dal voto.
Come potrà questa sedere a fianco di quelle forze le cui politiche hanno portato alla catastrofe climatica e fungere da loro comprimaria?
Come potrà il costo della transizione ecologica essere distribuito senza politiche di spesa contrarie ai dettami del rigore fiscale (tema furbescamente colto persino da Salvini nella sua conferenza stampa di ieri)?
Le risposte a queste domande potrebbero rappresentare un buon viatico per un secondo tempo dei movimenti esplosi nei nostri venerdì e nei nostri sabati a partire da quest'autunno.

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Se il risultato del voto in Piemonte è univoco, altrettanto non lo sono le interpretazioni. La Lega vince e stravince quasi ovunque, salvo a Torino, dove comunque raggiunge cifre molto significative e in Val Susa dove non sfonda. 

Il risultato era sufficientemente scontato per chiunque non si facesse assorbire dalla bolla mediatica montata dai giornali. La scelta del Pd di ricandidare Chiamparino e quella di Chiamparino di centrare la campagna elettorale interamente sul TAV avevano il sapore di suicidio politico già da subito.  Mentre lo stato della regione per quanto riguarda sanità, abitare e occupazione è a livelli disastrosi, Chiampa ha tentato la mossa tutta politicista di eterodirigere un movimento civico che, dietro il volto delle madamine, lucidasse i pomelli del Partito Democratico.  Tutto lavoro utile per la concorrenza, che senza doversi impegnare più di tanto o esporsi significativamente ha potuto godere anche di questo slittamento di consenso. 

L'idea del Chiampa di agitare il modello TAV come quello adatto a un rilancio del Piemonte ha toccato il cuore solo di quelli già convinti di votarlo, ma invece ha tagliato fuori chiunque direttamente o indirettamente ha vissuto i rovesci di quel modello, dai disinvestimenti nelle periferie e nelle provincie alle grandi cattedrali nel deserto torinesi. Dunque il PD vince di misura solo a Torino, anzi solo in centro a Torino e in un paio di quartieri ormai residenziali nella periferia Sud. Solo i pochi che hanno goduto di qualche vantaggio di questo modello di sviluppo riconfermano la propria fiducia, tutti gli altri vogliono solo che Chiamparino molli la sua poltrona. 

Il problema è che non siamo nel 2016 e i Cinque Stelle sono già stati messi alla prova, sia sul governo della città, sia sul piano nazionale con effetti a dir poco sconfortanti. In Piemonte, curatori fallimentari della disastrosa gestione centro destra e centro sinistra degli scorsi decenni, hanno dimostrato di essere guidati da una sola stella polare: garantire il pagamento degli interessi dell'ingente debito cittadine alle banche. È il cosiddetto "consolidamento dei conti", unica azione politica tangibile della sindaca, che si è concretizzata in tagli ai servizi, razionalizzazioni, concessioni di aree comunali ai giganti della grande distribuzione organizzata. C’è poco da fare, i voti che dal PD erano transitati ai 5 stelle nelle periferie di Torino adesso finiscono dritti dritti nella pancia della Lega, in alcuni casi nelle province saltano anche il passaggio intermedio. 

Le mutande verdi di Cota sono un ricordo archiviato ormai. Salvini, sornione, nel celebrare la vittoria attribuisce il voto a una presunta convinzione SI TAV dell'elettorato, prendendosi oltre che la poltrona anche lo scalpo di Sergio, ma sa bene che non è così. Anche perché d’altronde non è certo il SI al supertreno, assolutamente trasversale tra i politici a palazzo, che può spiegare la differenza del voto tra coalizione di centro destra e di centro sinistra. 

A combinarsi è piuttosto una volontà di venire prima degli altri nell’assegnazione di risorse sempre più scarse assieme all'aspettativa, in alcuni settori, della riapertura di una fase di crescita e sfruttamento del territorio. E così Cirio, candidato di per sé abbastanza insipido della coalizione di centrodestra, si trova tutto il lavoro già fatto dagli avversari. Basta non esporsi troppo e lasciare che sia sul piano nazionale lo svolgimento della campagna elettorale. 

Nuove tornate di privatizzazioni sono alle porte, nuova disuguaglianza e impoverimento. Starà a noi non cementare un muro di contrapposizione e agire una proposta di riscatto collettivo che dobbiamo elaborare, all'altezza dei tempi. Neanche la Lega, come prima i 5stelle e prima ancora il PD sarà la risposta ai bisogni proletari aggravati dalla crisi. Dire di voler fermare la guerra tra poveri non basta se non si fa la guerra ai ricchi.

 

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