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Articoli filtrati per data: Monday, 27 Maggio 2019

Bando alle ciance. Tocca essere sinceri nell'analizzare questa tornata elettorale senza cercare facili consolazioni, ma guardando in faccia la realtà e cercando di comprenderla.

Baloccarsi dell'astensione, tutto sommato stabile, o tentare astruse geografie elettorali dell'opposizione al salvinismo non può che essere illusorio.

Sicuramente queste elezioni europee non "pesano" quanto delle politiche e evidentemente le strategie di voto sono differenti, ma bisogna prendere atto del significato profondo di questo voto che si disloca su due piani: in primo luogo è un voto per "fare male" all'Europa, in secondo luogo è stato quasi un referendum sull'operato di Salvini. Una conferma di un mandato popolare, momentaneo e transitorio, che può essere ritirato, ma per il momento è saldo.

Nei nostri ambienti circola l'idea di una similitudine tra Renzi e Salvini in termini di parabola elettorale, ma ci si dimentica una circostanza di fondo: mentre Renzi parlava a una precisa base sociale che era via via sempre più ristretta, Salvini dà alcune risposte, falsificate, ma efficaci per il momento, al bisogno generalizzato di protezione che c'è nel paese.

Entriamo nel merito.
Di fatto l'unico progetto di rimessa in discussione degli assetti europei era quello, confusionario e contraddittorio quanto si vuole, portato avanti dai partiti sovranisti e organizzato da Salvini. Il PD e Forza Italia si sono posti nella loro abituale collocazione, mentre il 5stelle manca quasi completamente di un progetto politico di respiro europeo, sia in termini di proposta, altalenante e mediata, sia in termini di organizzazione, in pratica inesistente. Perché qualcuno avrebbe dovuto mandarli all'europarlamento?

Fin qui niente di nuovo, ma sarebbe illusorio pensare che queste elezioni abbiano valenza solo europea. Vanno integrate nel quadro internazionale e ricondotte anche alle questioni interne del nostro paese.
Nelle scorse settimane si era creata l'illusione complessiva, che non ci aveva lasciato affatto immuni, che il M5S fosse in recupero sulla Lega, che la battaglia politica a tutto tondo, e percussiva, di Di Maio avrebbe sortito qualche effetto, se non nel raccogliere i voti degli antileghisti, per lo meno nell'incrinare il consenso del Capitone. Così non è stato, anzi. Nonostante l'evidente nervosismo Salvini ha in un sol colpo chiarito chi comanda nel governo e ristabilito il comodo ordine naturale per cui l'avversario diretto è il PD di Zingaretti, perfetto bradipo avvinghiato al ramoscello.

Se da un lato le mobilitazioni antifasciste ed antirazziste delle ultime settimane hanno dimostrato la riemersione di una soggettività giovanile indisponibile al restringimento delle libertà proprio del securitarismo leghista, dall'altro lato hanno deformato il campo ottico, lasciando immaginare un inizio della fine di Salvini. Ma questi sono episodi che nel piano complessivo della politica e del consenso contano poco, spesso utilizzati da sinistra per tentare un recupero e un governo dei rapporti di forza. Già nella scorsa occasione (le elezioni politiche) si era dimostrato fallimentare urlare all'emergenza fascista e aveva se mai rafforzato la Lega. Tanto più in questa mandata, in cui il secondo Matteo si è trasformato in un moderato a chiacchiere, ha soltanto evidenziato una disconnessione.

Non è quello dell'antifascismo di per sé il campo del contendere su cui si può formare un'opposizione, ma soprattutto i codici super usurati della sinistra non generano consenso, persino quando agitati dai grillini in una nuova chiave spolitica e mediatrice, dei ragionevoli.

Il primo fatto che rimane è che almeno al Nord gran parte del voto operaio e proletario dopo essere transitato dai cinque stelle si è spostato su un nuovo vettore. Una tendenza dettata dall'inconseguenza dei grillini, ma non solo, anche da una volontà di ricontrattare sul piano europeo e di mantenere una stabilità interna. Un bisogno di protezione che per i (proletari) garantiti significa di non volere vedere i propri soldi delle tasse spesi nel reddito di cittadinanza, e in quelli non garantiti di non dover competere al ribasso con i migranti, in una millimetrata e frammentata guerra tra poveri. Una fusione a freddo piuttosto strana, ma per il momento efficace.

Il secondo fatto è una certa resistività del Sud Italia a Salvini, di cui però non bisogna eccessivamente bearsi, come se fosse un dato invariabile. Sicuramente la difficoltà del progetto salviniano nel conciliare le pulsioni autonomiste della base storica con il tentativo di rafforzarsi al sud rimane uno dei più grandi scogli e dei più evidenti limiti. Nonostante questo non c'è da illudersi, una base sociale di riferimento si sta delineando anche al Sud con medie che sfiorano il 20% e performance particolarmente significative nei territori dove la questione migranti assume più peso. Sarà da vedere se Salvini sarà in grado di trovare una sintesi assai difficile e un'eventuale contropartita alla autonomia differenziata, per il momento ci pensano i grillini a bilanciare il governo.

Sicuramente l'astensione ha punito brutalmente i Cinquestelle, specie a Meridione, troppe promesse mancate, troppi territori delusi. Ma nell'economia complessiva a farsi avanti è per ora un nuovo keynesismo "crescitista" nazionale con tratti corporativi che frammentano e organizzano i diversi settori di classe. Misurata la proposta riformista dei grillini adesso tocca ad altri.
Anche qui, però, non bisogna scandalizzarsi o tentare di rimuovere il dato.

Come lo stesso Salvini, con sbruffonaggine, ha dichiarato subito dopo la vittoria il quadro economico - politico che si prospetta è tutt'altro che liscio, sia sui piani superiori, europei, dove a farsi spazio come novità tendenziale è la crescita dei partiti verdi e dunque di un rilancio capitalistico in questa chiave, potenzialmente da scaricarsi ancora sul Sud del continente, e dove la competizione intercapitalista ristruttura gli assetti geopolitici pre-esistenti, sia sui piani più bassi, là dove comporre organicamente i diversi interessi in ballo nella società diventa sempre più difficile senza una grande promessa di medio periodo. In questo senso è necessario mantenere sì la calma e capire quale può essere una traiettoria anticapitalista che attraversi le contraddizioni che si approssimano.

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A margine del voto europeo, analisi dei dati e qualche considerazione politica.

L'esito delle elezioni europee restituisce per quanto riguarda l'ambito italiano il più grande successo elettorale della storia della Lega. Il partito di Salvini supera ampiamente il 30%, diventando così principale formazione nazionale e all'interno del governo gialloverde. Si registra infatti dall'altro lato il crollo dei 5 Stelle, che si attestano intorno al 17%, facendosi superare di gran lunga dal Partito Democratico, che arriva quasi al 24%.

Si crea inoltre in ipotetiche elezioni politiche (ma cambierebbero diversi fattori) una maggioranza sovranista, grazie al fatto che la Meloni con Fratelli d'Italia sfonda il muro del 6%. Maggioranza che potrebbe in teoria ancora allargarsi, ma difficilmente succederà, a Forza Italia, che arriva al 8,5%. Ancora una volta non pervenuti partiti di sinistra più o meno "radicale", si segnala solo al di là dei piccoli numeri il 2% dei Verdi che si lega in ad una tendenza all'aumento di queste forze politiche in tutta Europa (circa 70 seggi). Poco o niente per partiti neofascisti, ma come detto da Fiore in un recente comizio elettorale, le loro idee con Salvini sono già al governo..

Che succede ora? Difficilmente quanto successo non avrà ripercussioni sulla politica istituzionale. Complicato dire però se ciò porterà a una caduta immediata dell'esecutivo, dato che come del resto è storica prassi, il voto europeo ha risentito di una astensione molto forte (quasi uno su due non ha votato). Un dato che soprattutto al sud ha penalizzato il Movimento 5 stelle, il cui risultato è sicuramente falsato rispetto a quello che sarebbe probabilmente in una elezione per le Politiche nazionali. Il 5 Stelle rimane primo partito al sud nonostante la grande crescita della Lega anche al Meridione. Detto questo, ciò non vuol dire che un voto nazionale il 5 Stelle potrebbero raggiungere la Lega, anzi. Il dato di 6 milioni di voti persi in un colpo solo in 14 mesi è assolutamente shock.E permette anche di capire quanto l'astensione e il non-voto abbiano determinato la nostra visione delle percentuali, influenzando anche il "trionfo" di Salvini e la "rinascita" del PD.

Piuttosto quello che sembra è che con questa elezione il discorso grillino si sia plasticamente sgretolato, tra la mancata realizzazione di una promessa elettorale di qua, la delusione sul reddito di cittadinanza di là, la difesa di Salvini di su e un vero e proprio tradimento sulle questioni ambientali e della difesa dei territori di giù. Salvini potrebbe essere dunque tentato di far cadere il governo a breve. Sarebbe un rischio, ma è anche una ipotesi realistica. Altra idea per il ducetto padano potrebbe essere cercare di capitalizzare il più possibile questo successo minacciando i grillini di far cadere il governo quando vuole, e spingendo politicamente sui suoi cavalli di battaglia. Ovvero la questione della flat tax, e quindi della redistribuzione verso l'alto della ricchezza. Spingere sull'approvazione del decreto sicurezza bis. Il tema delle autonomie regionali. Ma anche il dossier TAV, che a questo punto diventa di nuovo argomento di scontro (la Lega ha preso più voti dei 5Stelle a Chiomonte..). Ciò a maggior ragione per il fatto che il centro-destra vincerà probabilmente, a traino leghista, le elezioni regionali in Piemonte.

Il PD di Zingaretti ottiene un voto in teoria positivo, in quanto riesce tornare seconda forza nazionale superando i 5 stelle. Eppure va detto che questo è un voto che tradizionalmente premia i partiti con elettorati europeisti, e quindi i voti generali del Partito Democratico sono probabilmente questi. Tralaltro neanche gli stessi ottenuti nel 2018 alle ultime elezioni, bensì 200.000 in meno. Vale dunque anche sulla percentuale piddina il discorso sul voto "drogato" dei cinquestelle. Finora il partito di Zingaretti si è dimostrato davvero troppo timido rispetto ai roboanti toni adottati per smarcarsi dalla precedente gestione renziana. Sembra decisamente fuori sincrono con la gran parte degli sfruttati del paese, e si afferma come partito "delle ZTL", ovvero dei centri urbani.

Infatti, altro elemento da tenere in considerazione è la riproposizione della frattura centro-periferia. Se la Lega ha guadagnato in un anno 3 milioni di voti, lo ha fatto riconfermandosi forza in grado di drenare consensi soprattutto in periferia e nei centri medio-piccoli. Nelle grandi città, infatti, al nord vince il PD (per esempio a Milano, a Firenze, a Bologna) mentre al sud il 5stelle è ancora primo partito seppure in calo (Napoli e Bari). Di fatto si ripropone quella separazione tra centri e periferie che a livello globale sta premiando partiti abili nel giocare, spesso da posizioni di destra sovranista, su quelle che sono le diseguaglianze di classe, scagliandone le vittime contro falsi nemici.

Ad esempio, l'immigrato. La vittoria leghista a Riace e Lampedusa è un segnale della presa del discorso salviniano come dello stato comatoso di qualsivoglia alternativa partitica politica sulla questione. Da questo punto di vista è evidente che il tentativo grillino di recuperare, attraverso la politica del reddito di cittadinanza, alcune fasce di queste aree geografiche alla destra sovranista è evidentemente fallito. L'ennesima sconfitta interna ad un crollo pentastellato verticale quanto lo era stata la sua ascesa, solo un anno fa. E che lascia dietro sè un enorme spazio politico da conquistare.

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