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Articoli filtrati per data: Sunday, 26 Maggio 2019

La sera del 10 maggio, mentre i mass media confermavano l’ennesima strage causata dalle politiche di chiusura delle frontiere: il naufragio di una imbarcazione al largo delle coste tunisine con almeno 70 persone decedute in mare, le agenzie di stampa battevano la notizia di un nuovo decreto sicurezza presentato dal Ministro degli Interni e vicepresidente del consiglio Matteo Salvini

Una prima bozza che evidenzia come più che di sicurezza, si tratti di rappresaglia. Il crescente nervosismo di un ministro che insegue i suoi oppositori: sulla terra ferma, ma anche per mare. Un attacco riservato a chi incarna nella vita e nella lotta l’opposizione alle politiche razziste promosse dal suo dicastero, alla negazione dei diritti fondamentali che si ripercuote sulle vite non solo di chi arriva alle nostre coste, ma anche di tutti i migranti e le migranti già residenti in Italia da tempo, destinati all’isolamento, allo sfruttamento e alla clandestinizzazione.


Dalle anticipazioni di stampa il decreto sembra essere un vero e proprio decreto “ad personam” contro coloro che il ministro considera i propri oppositori politici: da un lato le ONG e tutti coloro che operano e invocano l’accoglienza e dall’altro i movimenti sociali e territoriali, i movimenti per i diritto all’abitare e gli spazi sociali occupati.
Il decreto proposto è composto da 12 articoli e contiene:

Nuove norme contro le Organizzazioni Non Governative che prevedono per chi ponga in essere «azioni di soccorso di mezzi adibiti alla navigazione ed utilizzati per il trasporto irregolare di migranti, anche mediante il recupero delle persone» multe tra i 3500 e i 5500 euro per ogni migrante trasportato, inoltre sono previste anche la revoca o la sospensione da 1 a 12 mesi della licenza rilasciata dall’autorità amministrativa italiana.

Una pesante modifica al codice di navigazione che avoca al ministero degli Interni il potere di vietare o limitare il transito o la sosta di navi e imbarcazioni nelle acque territoriali per motivi di ordine pubblico, sottraendolo al ministero delle Infrastrutture

Il finanziamento con tre milioni di euro in tre anni per l’avvio di «operazioni sotto copertura a contrasto dell’immigrazione clandestina» attraverso l’impiego di agenti di polizia straniera.

Nuove norme relative all’ordine pubblico e al controllo sociale che trasformano da violazione amministrativa a reato penale qualsiasi azione posta in essere che si opponga alle forze dell’ordine con qualsiasi tipo di resistenza, attiva o passiva:

«chiunque nel corso di manifestazioni, per opporsi a pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio, utilizza scudi o altri oggetti di protezione passiva ovvero materiali imbrattanti o inquinanti è punito con la reclusione da 1 a 3 anni» «chiunque lancia o utilizza illegittimamente razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile è punito con la reclusione da 1 a 4 anni».

Inoltre un nuovo intervento sul Tulps, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, inasprisce le sanzioni per i reati di danneggiamento, devastazione e saccheggio, commessi nel corso di riunioni effettuate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

In ultimo il decreto propone, attraverso un impegno di spesa di 25 milioni di euro, l’istituzione di un commissario straordinario e l’assunzione di 800 persone con il compito di consegnare le notifiche, ai condannati attualmente in libertà, delle sentenze di condanna.

Questo decreto è l’ennesima proposta indegna di un governo e di un ministro che considerano “un crimine” salvare vite umane in mare e criminali tutti coloro che esprimono dissenso nei confronti del ministro, dello stato e delle sue leggi. Un insieme di provvedimenti che in continuità con i governi precedenti ignorano la semplice considerazione che salvare vite umane in mare è un dovere di ogni marinaio oltre che un obbligo umanitario ai quali tutte e tutti siamo sottoposti; chi di noi non si muoverebbe in mare per soccorrere qualcuno in difficoltà. I dati dimostrano una drastica riduzione degli sbarchi nell’ultimo anno a fronte di un tragico aumento del numero di coloro che perdono la vita nel tentativo di attraversare il mare che separa il nord Africa dal sud Europa, salvare vite umane non può e non dovrà mai essere considerato un crimine.

Nuove norme che dimostrano chiaramente quanto poco interessanti siano per il ministro i reati finanziari, la corruzione nella pubblica amministrazione e la contiguità degli organi dello stato con coloro che gestiscono il malaffare nel paese, mentre ben altra attenzione viene riservata a coloro che si oppongono a provvedimenti quali la costruzione del TAP in Salento, l’esistenza di fabbriche di morte come lo stabilimento Arccerol MIttal (ex Ilva) a Taranto e della centrale ENEL a carbone di Cerano, nei pressi di Brindisi così come a tutte e tutti coloro che manifestano la propria opposizione alle scelte razziste e classiste del governo M5S-Lega nella nostra regione così come nel resto del paese.

Prendere posizione e manifestare contro questo ennesimo attacco ai diritti e alle libertà fondamentali di tutte e tutti, essere solidali con coloro che sono vittima della repressione dello stato è un dovere a cui non è più possibile sottrarsi.

Non Solo Marange – Collettivo di mutuo soccorso e cassa di resistenza, Bari

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Squadre e atleti palestinesi chiedono il boicottaggio del marchio Puma per il suo sostegno alle colonie illegali israeliane che scacciano le famiglie palestinesi dalle loro terre.

 Il noto produttore di abbigliamento sportivo Puma è lo sponsor principale della Israel Football Association (IFA), che associa anche squadre delle colonie israeliane costruite illegalmente su terre palestinesi.

Il mese di giugno segna 52 anni di brutale occupazione militare israeliana.

Sabato 15 giugno, partecipa anche tu alla Giornata internazionale di azione #BoycottPuma!
Iscrivi il tuo gruppo!

Quando aziende come la Puma sostengono e traggono profitti dalle colonie illegali israeliane, in pratica acconsentono a che il regime di estrema destra israeliano possa impunemente continuare all’infinito i suoi furti di terra e gli attacchi contro lo sport palestinesi.

In più di 20 paesi in tutto il mondo si stanno organizzando azioni per chiedere a Puma di dimostrare che il suo dichiarato impegno per la giustizia sociale non sia solo uno stratagemma di marketing.

Unisciti alla Giornata internazionale #BoycottPuma! Iscrivi il tuo gruppo!

Organizza azioni nei negozi Puma, negli uffici Puma o negli uffici dei team sponsorizzati da Puma. Spazio alla creatività! Organizza una finta partita e fai la diretta sui social media. Organizza un workshop sugli attacchi israeliani allo sport palestinese. Cerca di coinvolgere squadre popolari, tifoserie e associazioni sportive. Partecipa alle azioni sui social media.

Facciamo sì che il 15 giugno sia un giorno che Puma ricorderà!

Intanto, invia un messaggio a Puma, impegnandoti a boicottare i suoi prodotti fino a quando non termini il suo sostegno alle colonie israeliane, e unisciti all’evento FB internazionale per la giornata #BoycottPuma.

Alcune idee su come agire per la Giornata #BoycottPuma

Cerca di coinvolgere gruppi sportive locali, squadre popolari, tifoserie o altre realtà del mondo dello sport.

Organizza un’azione creativa in un negozio PumaSpazio alla creatività! Organizza una finta partita o maratona presso un negozio Puma. Cerca negozi Puma nella tua città sul sito di Puma oppure su google maps. Organizza una protesta presso una sede della PumaConsegna la lettera firmata da 200 squadre palestinesi agli uffici della Puma. Organizza un workshopCoinvolgere organizzazioni sportive per un workshop o un incontro sugli attacchi israeliani sullo sport palestinese e la campagna #BoycottPuma. Contattaci per possibili relatori: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Fa appello alle squadre sponsorizzate dalla Puma a recedere dal contrattoPuma sponsorizza squadre, giocatori, atleti e artisti. Contattaci per maggiori informazioni e per una lettera facsimile: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Organizza una “social media house party”Organizza un’azione collettiva #BoycottPuma sui social media con i tuoi amici.
 

Fonte: Campagna palestinese per il boicottaggio acdemico e culturale di Israele (PACBI)
Traduzione di BDS Italia

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È entrata nel vivo questa settimana la campagna di solidarietà alla lotta che va avanti da mesi nel complesso alimentare modenese.

A partire da sabato 25 maggio, iniziando dall'epicentro emiliano, si sono susseguite numerose azioni in tutta la penisola, con volantinaggi e interventi all'interno dei punti vendita dei prodotti dell'azienda.

È anche e soprattutto nella distribuzione infatti che il profitto prodotto speculando sulle spalle di lavoratori e lavoratrici può sostenersi, un ulteriore pezzo della catena ben garantita ,come visto in questi anni di scioperi, da istituzioni, politica del territorio e forze dell'ordine.

Nella giornata di venerdì nuova giornata di sciopero con nuovi interventi del reparto celere nel tentativo di garantire il trasporto delle merci, oltre a cariche e lacrimogeni si segnala il blocco mirato della circolazione nell’arteria della vicina via Vignolese.

Le continue minacce di arresti e di applicazione dei decreti sicurezza non fermano però la mobilitazione, nella serata di venerdì infatti il picchetto, arricchito da un centinaio di solidali da tutta la città e la provincia, ha dato vita a un'assemblea e un momento di socialità al presidio fisso ormai da settimane per dare seguito alla mobilitazione nelle prossime settimane.

Di seguito il comunicato di lancio della campagna:

La vertenza Italpizza scavalca i confini della mera sfera sindacale: gli interessi in gioco non sono solo quelli di un’azienda, ma riguardano gli equilibri di potere del nostro territorio e la capacità dal basso di contrastarli e piegarli al bene comune.

Il modello Italpizza si presenta come il nuovo, agguerrito modello emiliano di sviluppo: graduale sostituzione dei contratti nazionali con i parametri del contratto Multiservizi (che comporta una compressione di circa il 40% dei salari, come succede ad esempio già ai bibliotecari comunali o agli addetti di Hera), radicamento della criminalità organizzata ai più alti livelli economici, tenuta del potere delle grandi centrali cooperative (Legacoop e Confcooperative) e della governance dei partiti che le sostengono, sacrificio di ogni bene comune (ambientale, dei diritti e della dignità) all’altare del massimo profitto, criminalizzazione e repressione violenta delle lotte sindacali e sociali – con l’uso combinato delle intimidazioni mafiose, delle procure e della forza pubblica – in linea con la dottrina Minniti-Salvini.

Dall’altro lato del campo ci siamo noi: le lavoratrici e i lavoratori da ogni angolo del mondo, collettivi, movimenti e comitati civici che lottiamo ogni giorno per il diritto a vivere con dignità e senza paura. La determinazione e il coraggio dimostrato davanti a quei cancelli, la capacità di non piegarsi davanti alla violenza poliziesca, alle offerte di denaro, alle denunce e agli attentati mafiosi devono essere il nostro modello di sviluppo. Lo sviluppo di un fronte di lotta sul territorio, per combattere e vincere uniti, proprio a partire da questa vertenza. Che Italpizza sia la nostra Valsusa.

Chiediamo quindi a tutte le realtà e singol* solidali con questa lotta di farsi nodi della rete di pressione su Italpizza, attraverso i propri canali e con i propri contributi. Scopo della campagna è colpire i marchi e le catene di supermercati che vendono le pizze surgelate prodotte in Via Gherbella 454/a – San Donnino (Modena), sia a marchio Italpizza che con i propri marchi: Coop, Esselunga, Conad, Carrefour, Findus, Selex, Lidl, Pam, Eisman, ecc. La posta in gioco è alta, ma sappiamo bene che solo uniti si vince: se toccano uno, toccano tutti!

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Testo di lancio della prossima assemblea nazionale della Rete Non Una di Meno, che si ritroverà a Torino l'1 e il 2 Giugno.

Nell’anno appena trascorso Non Una di Meno è stata protagonista di un grande percorso di affermazione politica che ha travalicato i segnali già incredibili raccolti negli anni precedenti. L’abbiamo detto fin dall’inizio e lo ripetiamo con sempre maggiore convinzione: la rivoluzione sarà femminista e transfemminista, o non sarà. Ne troviamo conferma nella nostra quotidianità, nelle lotte che attraversiamo, nelle relazioni, sui luoghi di lavoro, in casa e per le strade: negli anni precedenti. La prospettiva intersezionale che stiamo cercando di costruire e praticare è imprescindibile per trasformare le nostre vite e il mondo che ci circonda.

Le assemblee territoriali si sono moltiplicate e ampliate, crescendo non solo nei numeri, ma soprattutto nella capacità di innescare processi di soggettivazione e lotta. Lo stato di agitazione permanente non è stato solo uno slogan: dal corteo che ha attraversato Verona il 13 ottobre, in opposizione al duro attacco sferrato dall’amministrazione locale alla salute e all’autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività Lgbtqia+, alla giornata di mobilitazione contro il ddl Pillondel 10 novembre; dalla marea che si è riversata a Roma il 24 novembre, in occasione della giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, al percorso di costruzione dello sciopero transfemminista globale; dalla tre giorni Verona Città Transfemminista, durante la quale, con un corteo oceanico, abbiamo reagito alla violenza del World Congress of Families, alle centinaia di iniziative, lotte, percorsi che riempiono la quotidianità dei tantissimi nodi locali di Non Una di Meno.

Questo movimento ha aperto uno spazio di azione sociale e politico non identitario che si oppone con la sua forza globale a tutti i governi neoliberali, misogini, omolesbobitransfobici e razzisti, con i quali non potrà mai scendere a patti. Sono sempre più frequenti e sdoganati gli attacchi alla libertà e alla vita stessa di donne, soggettività lgbtqia*, migranti, di tutte le persone che, con le loro lotte, travalicano ruoli e confini e rifiutano quotidianamente di stare al posto che è stato loro assegnato. Il movimento femminista transnazionale si oppone all’ascesa delle destre reazionarie che stringono un patto patriarcale e razzista con il neoliberalismo: dall’Argentina all’Ungheria, dall’Italia alla Polonia, le politiche contro donne, lesbiche, trans*, la difesa della famiglia e dell’ordine patriarcale, gli attacchi all’aborto vanno di pari passo con la guerra aperta contro persone migranti e razzializzate.

Fin dal Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, abbiamo riconosciuto il carattere strutturale della violenza patriarcale, radicata nelle gerarchie di potere che plasmano la società. Una violenza che attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, intersecandosi e rafforzandosi con altri sistemi di oppressione. Lo riscontriamo negli stupri sistematicamente subiti dalle donne migranti nei loro viaggi, nella coercizione del permesso di soggiorno legato al matrimonio, nelle molestie sul lavoro che si moltiplicano sotto il ricatto della precarietà, nei tagli al welfare che aumentano il carico di lavoro domestico e di cura gratuito o ipersfruttato per le donne, nel sistema di produzione insostenibile basato sull’abuso di corpi umani e non, territori e del pianeta stesso.

Una delle nostre risposte più incisive a tutta questa violenza è lo sciopero transfemminista globale: una giornata di sottrazione dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo, dalle imposizioni dei generi. Il valore dello sciopero femminista non risiede soltanto nell’aver riattivato una pratica che negli ultimi anni aveva perso di senso e significato, allargando la prospettiva oltre la dimensione vertenziale e concertativa classica. La sua forza dirompente sta anche, e soprattutto, nell’aver rivoluzionato un processo, scardinato gerarchie e verticalità e promosso una pratica dal basso che parte e prende forma dalle persone come soggettività individuali e collettive.

Lo sciopero non è solo l’otto marzo, ma vive in un processo globale e quotidiano che amplifica ogni presa di parola singolare e locale, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce. Dopo aver gridato insieme “D’ora in poi l’otto marzo sempre” in quella giornata, non siamo disposte a tornare ai ruoli che ci sono imposti. La vera scommessa è che l’azione di sottrazione diventi esperienza quotidiana, che la forza globale dello sciopero sia tanto dirompente da innescare pratiche di ribellione, liberazione, trasformazione radicale del mondo e delle nostre vite. Per avanzare in questa direzione, dobbiamo interrogarci su come lo sciopero possa esprimere la sua dimensione tanto politica quanto sociale, riuscendo contemporaneamente ad affrontare le questioni più sentite nei luoghi di lavoro, un grande esercizio di messa in discussione personale e collettiva, in cui ogni istanza e ogni soggettività deve trovare posto, spazio di visibilità, diritto di esistenza, parola e voce.

Se parliamo di un processo globale è perché nei fatti già esiste un movimento femminista transnazionale, che ha fatto dello sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dal consumo e dai generi, la sua forza e il suo tratto distintivo. Ogni azione di Non Una di Meno, dalle grandi manifestazioni nazionali alle tantissime iniziative locali, è parte di questo percorso, traendone forza e rafforzandolo allo stesso tempo. A tre anni dalle prime chiamate allo sciopero, dobbiamo ora interrogarci su come la dimensione transnazionale di questo movimento faccia la differenza a livello locale e su come rafforzare le relazioni che stringiamo a livello globale, facendo sì che i momenti di incontro e confronto non si limitino a creare alleanze tra movimenti, ma mettano a tema questioni politiche e lotte che travalicano necessariamente i confini nazionali.

Da tre anni questi obiettivi ci pongono di fronte a un’altra sfida: immaginare e costruire pratiche, forme di lotta e di comunicazione politica, modalità di autorganizzazione se non completamente nuove, quanto meno capaci di mettere in discussione i modelli più tradizionali dell’agire politico. Se siamo il metodo che scegliamo di darci, la scelta di essere una rete femminista e transfemminista ci interroga su cosa significhi partire da noi per rendere politica e collettiva un’esperienza soggettiva. Per questo vogliamo riflettere sulle pratiche con cui costruiamo le nostre lotte, sulle relazioni che intessiamo, sul tipo di comunicazioneche produciamo, sul rapporto con istituzioni, mezzi di comunicazione, organizzazioni politiche.

Lo sciopero, la comunicazione/organizzazione e la dimensione transnazionale saranno quindi in sintesi le questioni che affronteremo insieme durante l’assemblea nazionale di Non Una di Meno che si terrà a Torino l’1 e 2 giugno prossimi. I momenti di lavoro e confronto saranno aperti e liberamente attraversabili, perché tutte, tutti, tuttu sono Non Una di Meno, perché il contributo di persone nuove e l’apertura della nostra rete è uno degli aspetti più importanti che ci contraddistingue e che vogliamo continuare a costruire con forza.

Ci vediamo a Torino! Ancora e sempre saremo marea!

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