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Articoli filtrati per data: Thursday, 23 Maggio 2019

Giovedì 23 maggio a Genova si svolgeva il teatrino elettorale di casapound e gli/le antifascist* della città hanno deciso di farsi sentire per respingere un comizio indegno in una città da sempre antifascista.

È stato così convocato un presidio in piazza Corvetto, molte le sigle scese in strada dai sindacati ai portuali anpi e Genova antifascista,i manifestanti si sono poi mossi in direzione della piazza occupata dai neofascisti e della prefettura, creando così due spezzoni. Come ci si poteva aspettare la città era blindata, tutto ciò non ha scoraggiato le migliaia di persone scese in piazza e al grido “Genova è antifascista” hanno tentato di forzare il blocco posto a protezione dei neofascisti.

La polizia ha sparato gas lacrimogeni caricando poi violentemente i manifestanti, ci sono stati diversi feriti tra cui un giornalista che ha ricevuto manganellate e calci dopo esser stato buttato a terra dalla polizia mentre tentava di documentare il fermo di un manifestante. Il corteo nonostante le cariche ricevute è rimasto compatto e dopo la notizia dei fermi si è diretto sotto la questura dove ha trovato digos e celere schierati. Le richieste dei manifestanti era la liberazione dei compagni fermato, il presidio pacifico è poi proseguito fino alle 22 circa per poi sciogliersi ma dando appuntamento a tutte e tutti sotto il tribunale in quanto i due fermati sembra verranno processati per direttissima.

Insomma una grande giornata oggi per il movimenti antifascista Genovese, migliaia le persone in piazza, determinate a portare a casa un risultato non del tutto scontato visto l’aria che tira ultimamente nel bel paese. La polizia come al solito ha dato un lampante esempio di stato democratico a suon di manganellate non risparmiando nemmeno sui lacrimogeni.

Molte sono in serata le dichiarazioni arrivate da giornali e parlamentari per il comportamento della polizia, ma sappiamo benissimo che l’antifascismo non si pratica nei talk show o nei salotti di palazzo ma bensì nelle strade delle nostre città,PD e altri devono smettere di riempirsi la bocca con termini che non gli appartengono,oggi la Genova antifascista ha dimostrato nuovamente di odiare il fascismo e come in occasione della commemorazione al missino ucciso negli anni ‘70 ha risposto con una partecipazione numerosa e con un corteo compatto e determinato.

 

Auguriamo ai feriti dalla polizia una svelta guarigione e un saluto speciale ai fermati della giornata che ci auguriamo di rivedere presto liberi.

L’antifascismo non è reato, è lotta contro ogni tipo di ingiustizia e ogni tentativo dei neofascisti di uscire dalle fogne.

 

Tutti liberi!!

Liberi subito!!

 

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Nuove opportunità di lavoro a Torino. Il detenuto è il miglior dipendente: senza alternative, ricattabile e sempre disponibile.

Il cerchio si chiude e la disciplina del lavoro così torna a legarsi in maniera plateale alla disciplina penitenziaria. Michel Foucault non avrebbe saputo fare di meglio.

Di recente Amazon sembra aver iniziato un dialogo con le carceri Italiane per “portare lavoro” e “riinserimento nel mondo lavorativo” a chi sta scontando una pena detentiva,ma sappiamo bene il perché  questa grande compagnia commerciale stipuli accordi con le carceri:  l’abbattimento di costi a discapito dei lavoratori.

Chi in carcere c’è passato sa bene che una delle domande che ti fanno quando ti identificano, “immatricolano” come dicono in carcere, è la richiesta lavorativa in quanto all’interno del carcere tutto ha il suo prezzo, dai generi di prima necessità ai generi di conforto, quindi se non hai nessuno che dall’esterno può aiutarti o lavori dentro le carceri sottopagato e sfruttato o sopravvivi con quel nulla che ti passano.

Da qui la “brillante idea” di Amazon di iniziare a sfruttare i carcerati per imballaggio e spedizioni dei pacchi, forse proprio per la mancanza di un eventuale conflitto sui diritti lavorativi e la possibilità di scioperi, cosa che nel torinese a fine anno 2018 ha portato un conflitto negli stessi magazzini di questo colosso. La popolazione carceraria viene vista come manodopera per chi vuole lucrare speculando sulla miseria altrui e non creare posti di lavoro dignitosi che possano aiutare i carcerati una volta finita la condanna a inserirsi nel mondo lavorativo, in quanto sappiamo benissimo che una volta finita la condanna fuori dal carcere per lui non ci sarà più un contratto di lavoro con Amazon.

La Repubblica di torino oggi riportava una firma quasi sicura a fine mese per l’apertura di un magazzino all’interno del penitenziario Lorusso Cotugno ma il DAP smentisce tutto, si legge in una nota: "Con diverse realtà commerciali sono state avviate, in modalità del tutto riservata, singole e separate interlocuzioni gestite direttamente dal Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini. Incontri che, allo stato, possono definirsi solo come interlocuzioni informali e che hanno riguardato genericamente il valore dei prodotti lavorati all'interno del sistema penitenziario italiano. Proprio in mancanza, al momento, di iniziative oggettive in merito, le dichiarazioni del direttore dell'istituto, Domenico Minervini, saranno ora oggetto di esame da parte del Dap".

Vogliono quindi far intendere che utilizzeranno Amazon e altre realtà commerciali per la vendita di oggetti creati nelle carceri, quando sappiamo benissimo che saranno i detenuti ad essere usati per ingrassare le tasche di chi gestisce i penitenziari e agevolare le multinazionali con lo sfruttamento umano.

I lavoratori liberi creano problemi, benissimo, usiamo i carcerati sono più ricattabili!

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In occasione del secondo sciopero globale del clima pubblichiamo Struggle for Future.

 

Si tratta di un ebook scaricabile qui che raccoglie interventi, interviste ed approfondimenti su ecologia politica e lotte sociali nel capitalismo della devastazione climatica pubblicati negli ultimi sei mesi. Ne riportiamo indice ed introduzione qui di seguito. Buona lettura!

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INDICE

- Introduzione. Per salvare il pianeta va indicato un nemico


Sezione 1: Interventi
- Il clima c’è
- Tutti pazzi per il clima?
- Il TAV e la fine del mondo


Sezione 2: Interviste
- Prospettive su un marzo ecologista. Conversazione con Emanuele Leonardi
- Una questione non solo tarantina. Conversazione con un compagno verso il 4 maggio


Sezione 3: Approfondimenti
- La nuova economia politica: formazioni predatorie che espellono ambiente e umanità
- Tra negazionismo climatico e green economy. Intervento di Massimo De Angelis
- Catastrofe ecologica: la natura parla

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Per salvare il pianeta va indicato un nemico

Stando al Carbon Majors Report del 2017, negli ultimi 30 anni il 70% delle emissioni di gas serra è stato dovuto alle operazioni di solamente cento aziende. Ci troviamo di fronte ad un dato che dovrebbe fare riflettere. In particolare, su come la tanto decantata "etica dei comportamenti", quella che descrive le scelte collettive a livello soggettivo come determinante cruciale nella lotta ai cambiamenti climatici, viva una profonda contraddizione.

Infatti, questo modo di pensare è a sua volta derivante dall'idea per la quale la responsabilità del cambiamento climatico e delle sue conseguenze debba essere comune a tutti e tutte. Esisterebbe di fatto un "interesse generale" che tutti e tutte saremmo chiamati a difendere con le nostre buone azioni. Certo, i comportamenti virtuosi non sono in alcun modo da criminalizzare. Eppure, il compito di chi si intenda mettere in marcia politicamente contro il cambiamento climatico e le sue conseguenze non può esaurirsi in questo.

Non può prescindere, crediamo, dal tema della responsabilità differenziata di fronte allo sfacelo attuale. La colpa di quanto avviene non è da condividere con quelle cento aziende. La colpa è solamente loro. Ed è solo questa assunzione che permette di delineare un campo della nemicità, propedeutico ad ogni espressione conflittuale. La salvaguardia dell'ambiente è un tema di interesse generale se ragioniamo sui termini della sopravvivenza della specie, ma sono alcuni precisi attori privati ad avere creato il danno, e sono sempre questi privati che lo devono riparare.

Decenni di interesse particolare mascherato da "interesse generale" hanno portato non solo alla distruzione di interi territori e di intere comunità, come rappresentato plasticamente, alle  nostre latitudini, dal caso di Taranto, o dalla Terra dei Fuochi. Peggio, hanno spoliticizzato la questione, impedito l'affermarsi di una lettura dell'ambiente come campo di battaglia piuttosto che di bene comune. Il mantra della crescita, la dittatura del prodotto interno lordo, hanno prodotto pratiche politiche mistificatorie della realtà sottostante di interessi contrapposti.

È un discorso che ha anche una base filosofica precisa. Da sempre l'uomo agisce sulla natura, la trasforma, e a sua volta ne è agito e trasformato. Se il concetto di Antropocene, tanto in voga oggi, si è sviluppato a partire da una lettura  dell'incremento sostanziale dell'attività umana sull'ambiente, analizzare politicamente quell'incremento significa leggerlo come né irreversibile né finalizzato a una qualsivoglia forma di progresso sociale collettivo.

Quell'incremento è piuttosto figlio della tendenza capitalistica a costruire mercato dovunque ci possa essere un bene commercializzabile. Per questo l'idea del Capitalocene come descritta da Jason Moore ci sembra molto più convincente. Il problema non è agire o meno sulla natura, non è un ritorno primitivo verso una Valle dell'Eden mai esistita, e dove magari si moriva a 30 anni di vita. Il problema è come si agisce il rapporto con l'ambiente, è un problema politico di organizzazione del vivente.

Se c'è organizzazione capitalistica del territorio, c'è chi vince e chi perde da una distribuzione sbilanciata delle richzze e delle opportunità. C'è scontro di classe, latente quando non agito direttamente. E non esiste "bene comune" dove esiste un chiaro scontro di classe, impersonato nella sua forma più  esplicita dai negazionisti di tutto il globo, per il quale tutto è sacrificabile al profitto.

Ma la necessità di indicare nemici è funzionale anche all'evitare il rischio peggiore per un movimento che si riferisca al tema dell'ecologia politica da un punto di vista genuinamente voglioso di invertire la rotta. Ovvero, quello di essere risucchiato nel vortice della delega, in cui l'impulso al cambiamento si risolve, alla meglio, in un capitalistico greenwashing. Esiste, in questo caso ancor di più, un problema di costruzione del bersaglio da colpire, di capacità di diradare i finti amici, di andare oltre la performance e l'idea di un cambiamento profondo di lungo periodo da realizzare per via migliorista. Progetto che si scontra con gli stessi dati a partire dai quali ci si sta mobilitando in tutto il mondo.

Se la nostra casa sta andando in fiamme, è poco utile aprire una discussione filosofica sulle virtù del fuoco. A Greta Thunberg, al complesso di interessi che le sta dietro va dato il merito di aver attivato un processo di mobilitazione globale, di aver contribuito alla costruzione di hype intorno alla questione dei cambiamenti climatici in maniera adeguata alla forma della comunicazione politica odierna. Ma anche il demerito di averlo sempre più chiaramente fatto in termini di spinta elettorale verso la consultazione europea di maggio.

Interessante da questo punto di vista ci sembra sottolineare come lo stesso linguaggio di Greta, per funzionare, non sia potuto essere esso stesso orientato alla mediazione. Non c'è attivazione possibile senza una retorica ostile all'idea della mediazione. Pena la non credibilità. Quando Greta si scaglia contro "i politici che non ascoltavano ieri e che non ascolteranno domani", critica una classe politica vecchia con l'implicito obiettivo di favorirne una nuova. Ma il suo messaggio non è in toto sussumibile, c'è una sfiducia profonda che non può essere oggetto di facile e rapida pacificazione elettorale.

Perché il tempo sta finendo, e la transizione non è rimandabile. Ora il tema è capire come riuscire a torcere antagonisticamente quel processo, come dargli organizzazione e durata. Da Friday for Future a Extinction Rebellion già si vede qualche passaggio in avanti, nel discorso e nelle pratiche, nel provare ad individuare un agire allo stesso tempo performativo e processuale, capace di andare oltre l'Evento come di usarne la cassa di risonanz Il percorso è però aperto, che cento fiori sboccino. Il punto politico, come sottolineaato dal movimento dei gilet gialli, non è questionare la necessità della transizione. E' decidere chi debba pagarla, e se la risposta scontata è "il ricco!" allora il problema diventa come organizzarsi nella maniera più efficace affinchè ciò avvenga. Chi sono i ricchi intorno a noi? Come ne colpiamo gli interessi?

Questo ebook prova a dare delle letture, degli sguardi, delle analisi finalizzate proprio a questo ultimo obiettivo. Raccoglie alcuni dei contributi pubblicati negli ultimi mesi su Infoaut.org sul macrotema dell'ecologia politica.

Dopo questa introduzione, la prima sezione raccoglie alcuni ragionamenti a cavallo tra analisi delle posizioni in campo nella sfera politico-istituzionale e prospettive dei  movimenti. Nella seconda sezione interviste che entrano nel dettaglio sui temi indicati nella prima sezione, con uno sguardo su alcuni processi di lotta attivi sul tema in ambito globale e locale. Nell'ultima sezione proponiamo una serie di approfondimenti che evidenziano i legami tra la questione dell'ecologia politica e il macrosistema di nocività rappresentato dal capitalismo contemporaneo.

Il lavoro è ovviamente temporalmente limitato al 23 maggio, giorno che precede il secondo  sciopero globale organizzato sotto la sigla del Friday for Future. Se non sappiamo se il 24 maggio replicherà il successo dello scorso 15 marzo, siamo certi che il conflitto in ambito ambientale è destinato a  durare e a produrre smottamenti in tutte le nostre società. Aprendo di conseguenza, per chi avrà l'abilità di coglierli, importanti spazi di radicamento e di azione politica.

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Fino al 25 maggio una mostra nell'atrio dello Spazio popolare Neruda. Intervista agli artisti di Mattia B. foto di Alberto D. B.

Le attività non autorizzate del collettivo Guerrilla Spam appaiono sui muri di molte città in Italia ed Europa, colpiscono per il loro stile e denunciano i problemi che affliggono la società, rifiutano la mercificazione dell’arte muovendosi in un terreno  fatto di buio, illegalità e anonimato. 
Questi attacchinaggi diventano pratiche di riappropriazione dello spazio urbano, e al contempo di un immaginario che il capitalismo attraverso la pubblicità moltiplicatrice di loghi e simboli in primis ci sottrae continuamente.

Un’esperienza nata dalla street art ma che si sgancia dai soliti circuiti dell’arte e si conferma ad oggi una delle più interessanti nel panorama italiano.

Dalla street art i lavori si sono poi evoluti negli anni incrociando occupazioni, lotte e tematiche sociali. Il progetto Ultrabandiere rimarrà in mostra allo Spazio Popolare Neruda, dove è nato e si è sviluppato, in C.so Ciriè 7 a Torino. La mostra sarà poi allestita a Roma il 25 giugno nella sede del Macro, Museo di Arte Contemporanea. Questo progetto, a cui siamo molto affezionati rappresenta per noi l’incontro di arte e militanza in una dinamica politica collettiva che si è compiuta partendo dal basso, omaggio all’autogestione, allo spazio occupato e al superamento di ogni confine imposto.
Nelle opere prodotte si incontrano tratti delle bandiere Asafo dei Fante, popolazione del Ghana, ma quello che si è voluto fare è stato decostruire e superare la bandiera nazionale, aggiungere possibilità in un immaginario collettivo, per arrivare a qualcosa di nuovo e risignificato, delle Ultrabandiere appunto. 

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Che cos'è Guerrilla Spam?

Guerrilla Spam (guerrillaspam.blogspot.com)  è un progetto e un collettivo che nasce nel 2010 a Firenze come azione spontanea di attacchinaggio di poster negli spazi pubblici, quindi nelle strade, principalmente a Firenze spostandosi poi in tutta Italia e in Europa. Nasce come esigenza di dire qualcosa, di esprimersi su idee e su tematiche di attualità principalmente sociali attraverso il disegno, poster in bianco e nero attaccati quasi sempre in modo non autorizzato negli spazi della collettività. Oltre a questo, negli anni, il progetto si è ampliato attraverso opere di muralismo dipingendo murales in spazi pubblici.

Dedichiamo inoltre molto tempo a laboratori con italiani e stranieri soprattutto africani nei centri di accoglienza, nelle scuole e in altre realtà. Questo ultimo progetto l'abbiamo realizzato nello Spazio Popolare Neruda.

Come avete incontrato lo Spazio Popolare Neruda, stabile occupato e totalmente diverso da quelli istituzionali?

Il tutto è nato quando un ragazzo del collettivo PrendoCasa, che non conoscevamo direttamente, ma che seguiva il nostro lavoro, ci ha portato a conoscere il posto. Da questo incontro è nata l'idea di fare un murales all’interno dello stabile (https://www.infoaut.org/culture/la-scala-degli-antenati-quando-lo-spam-segue-fini-altri) e abbiamo poi pensato di fare qualcosa di più, perché lo spazio si prestava per la realizzazione di un lavoro più articolato, dove restare, conoscere le persone e la realtà del Neruda che è molto complessa e variegata. Da qui è nato il progetto “Ultrabandiere” iniziato molto lentamente, durato due anni, coinvolgendo prima i bambini,  poi gli adulti e le famiglie. Con loro abbiamo disegnato le bozze per arrivare a realizzare le 14 bandiere che sono state cucite a mano da un ragazzo di nome Masrè del Gambia e da una signora che abita al Neruda di nome Fatima.

Attraverso le bandiere si vogliono raccontare le storie reali di queste persone, i loro sogni, ricordi o scene di fantasia; un modo per portare persone del quartiere e della città al Neruda, e successivamente gli abitanti e queste storie fuori in altri contesti.

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Il progetto “Ultrabandiere” è stato un progetto collettivo, vuoi raccontarci qualche aneddoto su questa esperienza e le sue differenze rispetto ad altri progetti?

Diciamo che qui è stato tutto molto spontaneo: il posto si prestava ad una conoscenza lenta e non troppo programmata, non come capita quando lavoriamo nelle scuole, nelle associazioni o in un contesto istituzionale dove tutto deve essere deciso e pianificato. Siamo arrivati con l’idea vaga di fare delle bandiere ma nessuno di noi sapeva cucire, nessuno aveva mai preso un ago in mano e non sapevamo nemmeno come gli abitanti avrebbero reagito a questo progetto. Approcciando prima i bambini e poi gli adulti abbiamo realizzato i primi bozzetti, raccolto i materiali e poi casualmente, incontrato il sarto, anche fratello di un occupante. Lui ci ha detto “Proviamo a farle” e siamo partiti; aveva una macchina da cucire a pedale che gli era stata regalata ma da tempo non aveva occasione di utilizzarla. Nonostante questo sembrava che non avesse mai smesso e grazie alla sua abilità, il tutto si è realizzato passo dopo passo. 

Un esperimento il cui risultato non era chiaro benché l'idea lo fosse. Anche gli occupanti all'inizio non sapevano bene quale sarebbe stato il risultato: vedevano che arrivavamo al Neruda, ci mettevamo a disegnare, a cucire e poi, giorno dopo giorno, il progetto ha preso forma. 

Siamo rimasti sorpresi, non solo loro ma anche noi, nel vedere le 14 bandiere allestite nell'atrio dell'occupazione, cuore pulsante e luogo di transito per recarsi nelle proprie abitazioni o per le persone che vengono per partecipare alle iniziative e alle attività.

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Rispetto alla “street art” il progetto “Ultrabandiere” dove si colloca?

Innanzi tutto non ci piace definire il progetto delle “Ultrabandiere” come street art,  lo concepiamo come un esempio di arte collettiva e pubblica. Le bandiere adesso sono esposte qui, ma in futuro potranno essere esposte in altri luoghi come ad esempio nei musei di arte contemporane 

Lo scopo del progetto è quello di portare le bandiere, gli occupanti e le loro storie, in posti differenti. È un'opera diversa da tante azioni, tanti progetti di street art o muralismo che oggi gli artisti realizzano “mordi e fuggi” nelle periferie dipingendo grandi facciate, di grande impatto, ma poi andandosene via subito dopo. Il nostro progetto, invece, è totalmente autofinanziato, autoprodotto, non ci sono sponsor e la conoscenza del luogo e stata lenta e graduale. Le persone che lo vogliono sostenere possono contribuire acquistando alcune delle nostre serigrafie rientrando in questo modo delle spese sostenute.

Siaka uno degli autori delle bandiere, abitante dello Spazio Popolare Neruda ci racconta:

“Io sono Siaka, abito qua da quasi tre anni, mi trovo bene, ho costruito diverse amicizie importanti, che per me sono come fratelli e sorelle, perchè lottando insieme abbiamo una casa.

Facciamo diverse attività e anche questo progetto delle bandiere per me è stato una possibilità di esprimermi.

Ho deciso di mettere la storia di Kuntakinte, che è antica e molto lunga: parla di schiavismo e di quello che gli americani hanno fatto agli schiavi. Non devono mai più accadere cose del genere, non ci possono essere schiavi solo perchè hanno un colore diverso della pelle.

Sono contento che attraverso la mia bandiera posso far vedere questa storia e cosa è il Neruda oggi per me”.

Invitiamo tutt* a passare a trovarci!

 

ULTRABANDIERE - FINO AL 28 MAGGIO ORE 18:00-20:00 (o su appuntamento scrivendo alla pagina FB dello Spazio popolare Neruda) - C.so Ciriè 7 - Torino

Orari : 11- 20 fino a sabato 25 maggio.

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