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Articoli filtrati per data: Tuesday, 21 Maggio 2019

Per 68 giorni centinaia di contadini delle comunità vicine alla miniera Las Bambas (Apurímac, Perú), hanno bloccato la strada attraverso cui l’impresa statale cinese Minerals and Metals Group (MMG) esporta rame attraverso il “corridoio minerario” fino al porto di Matarani nell’oceano Pacifico. I comuneri di Fuerabamba hanno sollevato piccole capanne di paglia ai lati della via, dalle quali resistono all’impresa mineraria per obbligarla a negoziare.

 

 

Las Bambas fu installata nel 2004 ad opera dell’impresa mineraria svizzera Xstrata Cooper, ma nel 2014 fu ceduta alla cinese MMG per quasi sei miliardi di dollari. Poco dopo, scoppia il conflitto tra le comunità e l’impresa. Nel febbraio del 2015, un gruppo di 400 comuneri bloccò per cinque ore cento lavoratori e a settembre fu fatto uno sciopero provinciale con un saldo di tre morti e 33 feriti (15 civili e 8 poliziotti), per scontri tra poliziotti e comuneri.

Lo stato d’emergenza e la repressione sono il nucleo del repertorio statale di fronte alle comunità. Lo scorso gennaio il conflitto è tornato a scoppiare con scontri tra i comuneri di Fuerabamba, che hanno lasciato 11 poliziotti feriti e un accampamento della polizia bruciato. I comuneri hanno rifiutato la costruzione di una strada che attraversa il loro territorio senza che nemmeno fossero stati consultati.

La comunità di Fuerabamba è stata trasferita dalla località, giacché era insediata giusto nel luogo dove è stata insediata la miniera di rame. Si tratta di 450 famiglie comunere alle quali sono state costruite nuove abitazioni in “stile svizzero”, sono state compensate con denaro e nel nuovo insediamento (a due chilometri dall’originale, a 3.800 metri di altitudine) contano su un centro sanitario, istituti educativi e perfino il cimitero che è stato completamente trasferito.

Il caso Las Bambas può servire da termometro di quello che succede in tutto il “corridoio minerario”, una strada di 500 chilometri che attraversa tre province  (Apurímac, Cusco e Arequipa) e 215 centri popolati dove vivono 50 mila persone, nella loro maggioranza appartenenti a comunità indigene quechua che, secondo l’ONG CooperAcción, “hanno sospesi i propri diritti alla libertà e alla sicurezza personale, all’inviolabilità del domicilio e alla libertà di riunione e di transito nel territorio”, per l’applicazione di stati d’emergenza.

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Il corridoio stradale si è trasformato in Perù in una parte strategica, giacché include cinque grandi unità minerarie in sfruttamento (tra loro Las Bambas) e congiunge non meno di quattro importanti progetti di sfruttamento. In questo quadro, la Polizia Nazionale ha in segreto firmato 31 accordi con imprese minerarie per la protezione dei loro affari. I poliziotti si muovono su fuoristrada delle imprese e hanno la base in accampamenti delle imprese minerarie, fatto che trasforma la Polizia Nazionale in una guardia privata delle imprese. Questi meccanismi permettono di parlare di un “governo minerario” nella regione, a cui partecipano stato e imprese.

Con uno sguardo ampio sul conflitto minerario intorno a Las Bambas, spiccano due questioni. Da un lato, 500 comuneri hanno processi per aver partecipato alle proteste contro l’impresa mineraria. Ma la repressione è appena una faccia del conflitto. Le conseguenze più profonde della presenza mineraria possono riassumersi nello smembramento delle comunità per la divisione che provocano le iniziative.

Il giornalista Jaime Borda, direttore dell’ONG Diritti Umani Senza Frontiere di Cusco, afferma che “dal 2006 fino al 2014 la maggioranza dei dirigenti comunali hanno terminato male il proprio mandato, con accuse di sfruttamento dell’incarico, di cattiva gestione economica e di negoziare solo a favore dei propri familiari”. Per le abbondanti risorse che gestiscono le imprese, gli incarichi di direzione nelle comunità sono altamente contesi, ma anche le imprese minerarie operano nelle comunità affinché eleggano persone vicine ai loro interessi.

Borda conclude che in molti casi “la comunità non reagisce più come un gruppo coerente ma come una somma di individui che curano ciascuno i propri interessi”. I terreni comunali, inoltre, sono lottizzati e sono titolati come proprietà privata, perché per l’impresa mineraria “è più facile negoziare con le famiglie che con la comunità”.

All’apparenza, questo è il destino che attende le regioni dove le mega iniziative estrattive si impongono. Tutta una cultura e una storia sono trasformate per favorire il capitale.

13 maggio 2019

Desinformémonos

di Raúl Zibechi

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: Raúl Zibechi, “Gobierno minero, resistencia indígena” pubblicato il 13/05/2019 in Desinformémonos, su [https://desinformemonos.org/gobierno-minero-resistencia-indigena/?fbclid=IwAR2iZhWcRMTc2MQlv7CZbsm0hPd2AuT1Z7niPOS9JjMVxRXWQpEwswG9cqU] ultimo accesso 17-05-2019.

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Migliaia di persone hanno raccolto nella giornata di ieri l'invito a scendere in piazza contro il comizio dello stragista nero Roberto Fiore.

La passerella elettorale dell'ex Nar in una città che ha vissuto eventi come l'infame strage del 2 Agosto non poteva passare sotto silenzio. Se già l'anno scorso, in occasione delle politiche, la Bologna antifa aveva reagito con forza alla presenza di Fiore, anche questa volta ha risposto sul livello necessario.

Sin dalla mattina studenti e studentesse dell'università hanno iniziato a portare per le vie della città le ragioni della mobilitazione antifascista. Al concentramento delle ore 17, promosso da tutti i centri sociali bolognesi, e nonostante la pioggia battente, si sono poi radunate migliaia di persone nella centralissima piazza Maggiore.

La determinazione della piazza nell'impedire a Fiore di parlare ha portato agli scontri con le forze dell'ordine. Queste, anche attraverso l'utilizzo di grate, mezzi idranti e lacrimogeni si sono schierate a difesa del neofascista, che parlava di fronte a 30 suoi sodali. Le cariche contro chi portava cartelli che ricordavano la strage del 1980 hanno portato al ferimento di diverse persone.

Una compagna è stata fermata su via dell'Archiginnasio, per poi essere liberata dopo circa un'oretta. Durante la quale il corteo si è mosso in corteo selvaggio per la città. Il corteo si è poi ripreso piazza Galvani, dove è terminato facendo il punto sulla giornata e rilanciando la pratica di un antifascismo militante e radicale.

Dopo le giornate di Napoli, Roma e Firenze, quella di ieri a Bologna segna un ulteriore e importante momento di antifascismo militante. Che siano piazze contro Forza Nuova, contro Casapound o contro il protettore delle ultradestre italiane e internazionali attualmente al Viminale Matteo Salvini, si esprime nelle piazze una composizione sociale, molto giovane, animata dall'antifascismo radicale.

Lo stesso teatrino istituzionale da parte della giunta comunale, che si è limitata a non concedere palco e amplificazione a FN sulla base di una "mancata dichiarazione di antifascismo" (strano!), è stato scavalcato di gran lunga da una piazza in grado di capire cosa è antifascismo di facciata e quale invece radicale. Un buon segno.

Il video delle cariche di ieri:

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