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Articoli filtrati per data: Sunday, 19 Maggio 2019

Una nave carica di armi, la Bahri Yambu, è in arrivo nel porto di Genova.

Grazie all’impegno e all’impulso di alcuni lavoratori del porto che hanno sollevato la gravità dei fatti, è in corso una mobilitazione contro l’arrivo della nave saudita e il suo carico. Una mobilitazione giusta e doverosa che dovrà porsi fino in fondo, e non solo a parole o a mezzo stampa, con quali mezzi raggiungere il proprio obiettivo: non far attraccare quella nave a Genova, bloccare il suo carico di morte!

Alcune precisazioni però, mentre prendono parola in molti e persino illustri deputate PD come Raffaella Paita e Lia Quartapelle, vanno fatte.

I traffici di armi a Genova non sono una novità: la compagnia Bahri fa toccate costanti al Genoa Metal Terminal – Steinweg e in questi anni ha già imbarcato armi e mezzi militari – non ultimi una quindicina di carri armati italiani quest’autunno e altri mezzi d’assalto diretti in Pakistan.
Le bombe della Rwm (Rheinmetall) prodotte tra Ghedi (Brescia) e Domus Novas (Sulcis) passano abitualmente dal nostro porto, con la linea Bahri ma anche con la linea Messina con la nave Jolly Cobalto; anche qui: bombe Rwm prodotte in Italia e vendute per le commesse dell’Arabia Saudita che le utilizza per bombardare lo Yemen, o mezzi Iveco, utilizzati con gli stessi fini in altri paesi arabi.

Ha quindi ragione la Capitaneria di Porto a ricordare che questi traffici ci sono già stati: ma si sbaglia di grosso quando dice che nessuno ha mai sollevato il problema.
Lo facemmo più volte e in diversi modi e, inoltre, diversi portuali si sono più volte rifiutati di lavorare con “merce” di questo tipo. Sia per motivi etici, sia per motivi di sicurezza.
Forse tutte le altre volte non siamo arrivati a far preoccupare gli alti vertici di partito, purtroppo non c’erano scadenze elettorali vicine: le uniche occasioni in cui i politici si ricordano della sorte dei lavoratori.
Aggiungiamo, proprio perché non abbiamo la memoria corta, che il PD è l’ultimo partito che può farsi paladino della pace, avendo il ministro della Difesa (2014/2018, governi Renzi e Gentiloni) Roberta Pinotti avuto un ruolo cardine nel supportare e formulare quegli accordi con i sauditi in cui la fornitura di armi era un pilastro. Un pilastro da 400 milioni di euro all’anno.
Il fatto che il tutto avvenga, o meno, nel rispetto delle leggi internazionali è fatto che non ci interessa come, immaginiamo, non interessa alle decine di migliaia di morti di Sana’a, capitale yemenita distrutta dalle bombe italiane.
La spesa militare annua italiana è calcolata intorno ai 26 miliardi di euro (dati 2017) e ogni anno aumenta. Sono circa 70 milioni di euro al giorno!!! Settanta milioni di euro al giorno spesi per produrre armi e mezzi che servono ad uccidere altri esseri umani, perché le armi e i mezzi militari, e gli eserciti che li usano esistono per assolvere questo ruolo: uccidere, distruggere case, provocare esodi di massa.
Ricordiamocene la prossima volta che sentiremo qualcuno dire “se ne stiano a casa loro”.

Questa nave va fermata, e invitiamo tutti coloro vogliono realmente e genuinamente raggiungere quest’obiettivo a farsi avanti e unirsi in questa lotta.
Senza ipocrisie e, soprattutto, senza ipocriti.

 

del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali – Genova

da labottegadelbarbieri.orglabottegadelbarbieri.org

 

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L’arresto di Josu Urrutikoetxea  ha provocato numerose reazioni in Euskal Herria, dove ieri sera si sono svolte le prime proteste contro la sua detenzione.

Euskal Herria Bai ha convocato manifestazioni a Maule, Donibane Garazi e Baiona. Sotto la prefettura di Lapurdi, il suo portavoce, Anita Lopepe, ha denunciato l’arresto e convogliato la sua solidarietà alla famiglia di Urrutikoetxea. Dopo aver ribadito l’impegno della formazione alla pace, ha invitato tutti a partecipare alla catena umana che con lo slogan “Orain presoak” si svolgerà l’8 giugno a Biarritz. Sortu ha anche organizzato dei raduni ieri sera nei villaggi, mentre sabato ci sarà un corteo a Ugao, la città natale di Urrutikoetxea. LAB ha esortato tutti a sostenere queste mobilitazioni “a favore della pace e della libertà”. Il sindacato nazionalista ha definito come una “vendetta” l’arresto del Urrutikoetxea, mentre il segretario generale della Sortu, Arkaitz Rodriguez ha detto che con l’arresto di una persona di riferimento nella ricerca della pace si afferma che mostrano di voler “ostacolare il processo di risoluzione e il cammino intrapreso dalla la società basca.”  Anche l’ex presidente del PSE Gesù Eguiguren, che ha incontrato Josu Urrutikoetxea sia nella fase alla Camera di Gasteiz, che e soprattutto come principale referente della delegazione negoziale del’ETA prima in Svizzera e poi in Norvegia, ha riconosciuto il veterano militante nazionalista come un “pezzo chiave “nel processo che ha portato alla fine dell’ETA, tanto che definito dai microfoni Euskadi Irratia, Urrutikoetxea come “un’eroe”‘. Vicent Bru, deputato della maggioranza di La République en Marche (LRMS) e membro della delegazione basca che mantiene un dialogo aperto con il Ministero della Giustizia francese ha evitato di entrare nalla discussione procedimento giudiziario, ma ha riconosciuto che l’arresto di Urrutikoetxea “arriva in un brutto momento”, quando, spiega, c’erano stati “segnali positivi” derivati da quel dialogo con Parigi. In ogni caso, si e’ augurato che l’arresto dell’ex leader dell’ETA non nuoccia “alla  questione dei prigionieri e al processo di pace”.

La capo delegazione basca, Anaiz Funosas, ha  ricordato, nel frattempo, che la registrazione con la dichiarazione finale di ETA è stato letta nel centro Henri Dunand di Ginevra e quel messaggio dalla voce di Urrutikoetxea, “ha permesso alla società basca di entrare in un nuovo contesto”. Sia Bake Bidea che Artisans of Peace hanno ribadito, attraverso un comunicato, il loro impegno per raggiungere una pace definitiva e costruire la stabile convivenza di cui Euskadi ha bisogno. Le organizzazioni hanno accusato “gli stati spagnolo e francese di non capire gli otto anni di lavoro svolto dalla società civile.” Le piattaforme hanno incoraggiato tutti i settori della società basca  di convergere alla grande manifestazione che si terrà invece il 7 giugno a Biarritz. Da parte sua, il coordinatore generale di EH Bildu, Arnaldo Otegi, è apparso davanti ai media per definire l’arresto di Josu come un tentativo di tornare al passato. “Non abbiamo intenzione di far compromettere questo percorso di pace”. L’Ibarretxe della Comunità autonoma basca, Iñigo Urkullu, ha espresso fiducia nell’arresto di Josu Urrutikoetxea e nel processo giudiziario “sviluppato nella normalità dei principi, procedure e garantisce lo stato di diritto” ha detto , mentre difende la risoluzione di “tutto ciò che è in attesa di chiarimenti, se commesso dall’ETA o da altre organizzazioni terroristiche o bande criminali”. Il lehendakari di Nafarroa, Uxue Barkos, ha rifiutato di commentare l’arresto.

 

da lesenfantsterribles.org

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Il Comitato di lotta per la casa

Negli anni ’70 la condizione abitativa a Cagliari aveva raggiunto livelli inaccettabili, soprattutto per i ceti medio-bassi della città.
5000 famiglie erano costrette ad abitare in grotte, scantinati e baracche; altrettante vivevano a Sant’Elia in case ritenute assolutamente inabitabili. Come già scritto nel precedente capitolo, la principale caratteristica della città erano i cosiddetti sottani, pericolanti e privi dei servizi più elementari, in cui abitavano addirittura seimila persone. I sottani si trovavano principalmente nei quartieri del centro storico, Marina, Castello e Stampace1.
Altrettanto drammatica era la situazione per chi desiderava abitare in città: centomila le persone che ogni giorno chiedevano all’amministrazione comunale e allo IACP una casa in cui poter vivere2. Secondo le inchieste della stampa isolana, per risolvere il problema abitativo nel capoluogo sardo sarebbero state necessarie diecimila abitazioni3.
Ciò nonostante, circa il 5% delle abitazioni presenti in città erano inutilizzate e sfitte4. La presenza di questi locali aveva come conseguenza un notevole aumento degli affitti: il prezzo di un appartamento con tre camere, cucina e bagno costruito dopo il 1960 si aggirava intorno alle 100-120 mila lire mensili, più alto rispetto ad una città come Milano il cui prezzo risultava essere di 97 mila lire5.
Per molte persone l’occupazione delle case era l’unica soluzione per abitare a Cagliari: secondo le dichiarazioni dell’assessore al patrimonio e alloggi dell’epoca, Mario Orrù, tra il 1972 e il 1977 furono 280 gli appartamenti spontaneamente occupati in città6.
Gli stessi protagonisti delle lotte per la casa ponevano l'accento sulla drammatica condizione abitativa presente a Cagliari.
Così ci dice Antonello Pu.:

Il problema principale era la casa, da lì nasceva tutto l'insieme, che non era solo casa come quattro mura, era l'abitare il problema, quindi ciò che lo circondava, spazi verdi, inquinamento dell'aria, una serie di problemi, quindi lavoro e via di seguito7.

Luigi S, invece, ci descrive la sua situazione personale:

Per esempio, io abitavo in via Dante, è crollato il tetto e una parete della casa e quindi abbiamo dovuto lasciarla. Mi sono trovato in locanda, e quindi abbiamo sentito altre persone che avevano lo stesso problema nostro, e ci siamo un po’ aggregati. Abbiamo formato il Comitato tramite però persone che ci avevano aiutato dall'esterno, avevano molta volontà, senza di loro... Il periodo moltissimi aiuti dall'esterno, ma moltissime famiglie... Era il periodo che non stavano più costruendo case. C'erano molti locali sfitti8.

casteddu lotta per la casa2

In questo contesto storico e sociale nacquero nel 1976 le prime occupazioni a carattere politico: il 4 aprile cinque famiglie, sostenute dal Comitato di quartiere di Castello e dal Movimento lavoratori per il socialismo, occuparono un appartamento sfitto in via Mazzini9; il 22 dello stesso mese quattro famiglie, che in precedenza abitavano nei sottani della Marina, presero possesso di un edificio di proprietà dell’Italjolly S.P.A. in via Porcile 61, sfitto da quattordici anni10; il giorno dopo altre cinque famiglie occuparono una vecchia villetta ai margini dello stagno di Santa Gilla, inutilizzata da sette anni11.
Il 25 aprile, in un’assemblea tenutasi nella sede della Scuola Popolare cui partecipò anche il Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere, gli occupanti dei tre edifici crearono il Comitato di lotta per la casa. Il primo documento politico dell’organizzazione traccia i principali obiettivi che si volevano raggiungere: l’affitto della casa al dieci per cento del salario; l’immediata requisizione degli appartamenti sfitti; l’attuazione di un vasto piano di edilizia popolare; il blocco di tutte le manovre speculative in atto; l’esproprio di tutti quegli stabili costruiti con una licenza edilizia rilasciata irregolarmente; una verifica dei criteri di assegnazione delle case popolari e la denuncia dei non aventi diritto12.
Nel corso degli anni fecero parte dell’organizzazione moltissimi senzatetto, sfrattati e abitanti dei sottani del centro storico o delle case fatiscenti nei quartieri popolari.
Per spiegare al meglio le principali caratteristiche del Comitato, è fondamentale lasciare la parola ai protagonisti di quella stagione di lotte.
A proposito della composizione sociale del Comitato, ad esempio, così ci dice Marco M.:

E poi ci si occupò soprattutto dei senzatetto, di quelli che avevano grandi problemi, non trovavano, avendo un lavoro precario già allora e avendo perso il posto di lavoro o non avendo neppure il posto di lavoro si arrangiavano e vivevano in situazioni di grande difficoltà. Per cui si iniziò questo percorso con il Comitato di lotta per la casa13.

Marisa D., invece, ci racconta che il problema della casa riguardasse persone appartenenti a fasce di reddito differenti:

Molti erano anche garantiti a livello economico, però non si potevano permettere, perchè nasceva sempre la problematica che era quasi mezzo assurdo reperire alloggi14.

La principale azione politica sostenuta dal Comitato era l’occupazione di alcuni edifici sfitti - la maggior parte di essi pubblici - e il loro successivo risanamento.
Così ci dice Marisa D.:

Si occupava in punti strategici, senza togliere il diritto alla casa a nessuno, non abbiamo mai occupato case popolari assegnate. Erano scelte, c'era il riuso del patrimonio pubblico esistente, perchè non aveva proprio senso che tu lasci inutilizzati questi stabili15.

casteddu lotta per la casa1

Luigi S. ci racconta il modo in cui si sviluppavano le occupazioni:

Noi avevamo un quaderno, venivano le famiglie, per esempio venivano una persona che mi conosceva sono in mezzo ad una strada, voglio occupare anche io qui e là. “Dai, dammi nome e cognome” e si scriveva nel libro, si parlava, li si diceva ci sono alcune regole da rispettare noi siamo tutti compagni e al momento dell'occupazione si deve fare così e così, ti avvisiamo il giorno prima dell'occupazione, un paio d'ore se è possibile, alle volte che questi fossero messi lì da qualcuno e si faceva. Poi allora andava la ronda oppure a controllare il palazzo oppure quelli che ci abitavano, vedevano questa palazzina sfitta, o guardate che c'è questa sfitta, e andavamo a vedere un po’ come si poteva fare, di chi era, di chi non era, e come si poteva fare per entrarci dentro, quante famiglie ci stavano. Allora fatto tutto questo, avvisavamo le famiglie, la notte prima, la sera prima, dipende com'era l'occupazione, e così si occupava. Però il fatto che si sapeva è che magari molta gente, magari la sorella aveva occupato in tale posto. E come hai fatto? Chiedeva alla sorella, eh sono andato dal Comitato su in via Logudoro, c'è la riunione e così passaparola16.

Anna P. aggiunge:

Si faceva una riunione, solo le donne, individuavamo uno stabile, solo donne, si faceva una riunione e dicevano a tale ora si parte e andiamo a fare un'occupazione, però solo le donne, portatevi i materassi e la cosa più necessaria17.

Maria Teresa T. ci parla dei lavori di riqualificazione fatti negli edifici occupati:

Non erano appartamenti erano uffici grandi, poi hanno fatto lavori. Anche noi abbiamo fatto lavori. Sono state suddivise le case, hanno messo le porte, chi non aveva la cucina ha messo il lavandino18.

Tra le occupazioni più significative sostenute dal Comitato, possiamo citare quella compiuta il 9 maggio 1976 da sei famiglie del Palazzo Doglio, edificio appartenente all’industriale Franco Trois situato in via Logudoro, nella zona centrale della città. Negli anni successivi, nella stessa via fu occupata l’ex scuola media Regina Elena19 e nelle vie adiacenti l’ex scuola media n.420 e un appartamento in via Goceano21. Palazzo Doglio vide aumentare il numero delle persone presenti sino a circa trecento e all’interno dello spazio furono organizzate attività sociali e culturali, nacque un asilo e furono istituiti alcuni corsi per le 150 ore22.

Tra gli anni ’70 e ’80 il Comitato di lotta per la casa fu l’organizzatore d'importanti manifestazioni cittadine (come ad esempio il corteo che si tenne il 6 maggio 1976, a cui parteciparono mille persone, che si concluse con l’ingresso in aula Consigliare dei manifestanti, che costrinsero i rappresentanti del Consiglio a discutere del problema abitativo esistente23); fu promotore di alcune assemblee pubbliche sul problema della casa con altre realtà politiche e sociali (come ad esempio quelle tenutesi il 4 e 27 novembre 1977 insieme al Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere); divenne punto di riferimento per le famiglie che si ponevano l’obiettivo di superare la loro drammatica situazione abitativa (come ad esempio gli abitanti di alcune case presenti nel quartiere di Stampace, che arrivarono ad occupare il comune per circa una settimana affinché l’Amministrazione comunale risolvesse i gravi problemi strutturali che rendevano questi edifici ormai inabitabili24).

Il racconto della storia dei Comitati di quartiere e del Comitato di lotta per la casa si chiude qua. I cinque articoli pubblicati in queste settimane hanno provato a tracciare una sintesi dei conflitti urbani sviluppatesi a Cagliari tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’80. Una storia poco conosciuta perché raramente studiata dalla storiografia ufficiale. È invece necessario raccontare questi avvenimenti, sia per dotare i movimenti di lotta attuali di un bagaglio storico e teorico necessario per comprendere il presente, sia per riportare alla luce quei conflitti– e le soggettività che gli hanno prodotti – dimenticati dalla cosiddetta “storia ufficiale”, contraddistinta da una visione lineare del progresso e dall’eliminazione delle fratture e dei conflitti che nel corso del tempo si sono prodotti.

 

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