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Articoli filtrati per data: Tuesday, 14 Maggio 2019

Il 10 maggio il Ministro degli Interni Salvini ha rilasciato la futura bozza del secondo Decreto Sicurezza. Il Decreto-legge prevede un ulteriore inasprimento delle misure di sicurezza costiera e di gestione dell’ordine pubblico, colpendo con pene pecuniarie chi presta aiuto e salva i migranti in mare e aumentando le pene detentive connesse a fatti avvenuti durante le manifestazioni.

La bozza si suddivide in tre parti, la prima inerente l’immigrazione, la seconda l’ordine pubblico e la terza la risoluzione degli arretrati amministrativi nell’esecuzione delle condanne penali definitive.

Per quanto riguarda la questione sbarchi, verranno colpite direttamente le persone, organizzazioni e semplici imbarcazioni che presteranno aiuto ai barconi con migranti presenti nel Mediterraneo. Questo viene fatto attraverso la formulazione di una pena pecuniaria, che può variare tra i 3500 e 5500 euro per ogni migrante aiutato, e di sequestro dell’imbarcazione medesima fino ad 1 anno con revoca di licenza di navigazione. Tutto questo può avvenire nel caso le navi non rispettino il diritto di navigazione internazionale, ovvero non lascino le persone salvate nel porto sicuro più vicino al punto di navigazione. Per le autorità porti sicuri sono considerati anche quelli libici, a dispetto delle condizioni disumane con coi sono trattati i migranti nei centri di detenzione del paese nordafricano e della situazione stessa del territorio, ormai in guerra civile dal 2011. Obiettivo del decreto è dunque quello di obbligare le navi che prestano soccorso a riportare le persone in Libia, eliminando così gli sbarchi sulla penisola.

Ulteriore modifica è l’allargamento dei poteri del Ministro dell’Interno che potrà limitare, per motivi di ordine pubblico, la navigazione e il transito di qualsiasi imbarcazione all’interno delle acque territoriali nazionali. Questo articolo prevede quindi una limitazione dei poteri del Ministero dei Trasporti e da a Salvini il controllo pressoché totale delle frontiere.

Un ultimo articolo, inerente la questione immigrazione, sostiene lo stanziamento di un milione di euro annui fino al 2021 per le operazioni sotto copertura delle forze dell’ordine con l’obiettivo di individuare i migranti e i soggetti che li aiutano. Il tutto attraverso il coordinamento con le forze di polizia libiche e l’intervento diretto su tale territorio.

La parte che riguarda la gestione dell’ordine pubblico prevede un inasprimento delle pene per reati avvenuti nell’ambito di manifestazioni. In particolare si sostiene la reclusione fino ad un anno nel caso di: manifestazioni non preavvisate o autorizzate e nel caso di atti di danneggiamento o ascrivibili al reato di devastazione e saccheggio. Si punisce inoltre con pena fino ai due anni l’uso di caschi nell’ambito di manifestazioni e con pena da 1 a 3 anni l’uso di scudi o oggetti di protezione passiva per proteggersi dalle cariche degli agenti di polizia; punito inoltre l’uso di qualsiasi oggetto pirotecnico, per es. i fumogeni, con pene da 1 a 4 anni di reclusione. Infine viene aumentata la pena massima per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale da 3 a 4 anni.

Il decreto-legge si sofferma poi sugli stanziamenti per l’ordine pubblico per le Universiadi a Napoli nel 2019, autorizzando quindi la spesa di 1 milione e 200 mila euro, e infine proroga l’abrogazione dell’art. 57, che sostiene la responsabilità penale del direttore di un mezzo di stampa per quanto pubblicato dal suo periodico, al 1 gennaio 2020 al posto che il 18 maggio 2019. Un ultimo stanziamento di fondi di 25 milioni e 660 mila euro è formulato poi per la costituzione di un commissario straordinario, con relativi 800 dipendenti, per l’esecuzione dei provvedimenti di condanna penale definitivi.

Il decreto è ad oggi solo una bozza e deve essere ancora vagliato dal Consiglio dei Ministri. Se dovesse essere approvato così come formulato finora, rappresenterebbe un ulteriore stretta sulla libertà di movimento, di manifestazione e di espressione del dissenso, già profondamente colpite con il Decreto Sicurezza approvato dal Parlamento il 27 novembre 2018.

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Riceviamo e pubblichiamo alcune considerazioni da un compagno di Taranto attivo nella costruzione della giornata di lotta dello scorso 4 Maggio e nelle discussione dell'Assemblea Permanente Taranto Libera. Buona lettura.

Consumo, dal logoramento dei territori al logoramento dell’essere umano. Invertire i rapporti di forza è l’unica soluzione!

Come sottolineato più volte nel corso della manifestazione, il corteo che ha sfilato a Taranto il 4 maggio, nei pressi del mostro siderurgico, è solo un passo fatto tra i tanti che ci sono ancora da compiere.

Ma dove ci porteranno questi passi? Qual è il giusto sentiero da seguire, costruire, percorrere e immaginare insieme, da un punto di vista antagonista e di classe? Come costruire l’alternativa?
Queste domande credo siano, generalmente, nell’agenda politica di tutti i movimenti che combattono contro lo sfruttamento della macchina capitalista. E, probabilmente, sono questi interrogativi che hanno permesso un basilare sviluppo di solidarietà tra noi tarantini e le realtà in lotta di tutta Italia.

La questione Ilva (ora ArcelorMittal), nella mia città, è sempre stata comunemente sentita, soprattutto da quando si iniziò a scoprire in maniera certificata (guarda un po’, l’acqua calda!) che il siderurgico non avesse solo “ottime risorse” da offrirci, in termini di “sviluppo territoriale” e redistribuzione di occupazione/reddito, ma anche conseguenze nefaste che popolazione e ambiente circostante avrebbero subito con il passare del tempo. Basta dire che, secondo il rapporto “I tumori in provincia di Taranto” del 2017, tra il 2006 e il 2012 sono stati registrati quasi 21.500 nuovi casi di cancro, con un’elevata specifica concentrazione di operai dello stabilimento. Questo numero è aumentato anno per anno.

Le catastrofi, però, non si fermano qui: è ovvio che costruire un’industria che è il doppio della città stessa che la ospita porti immutabili cambiamenti anche sul territorio, sia modificandone completamente il paesaggio (e rendendolo del tutto industriale), che bloccando qualsiasi altra forma alternativa di sviluppo che non sia la produzione di acciaio (con il ricatto occupazionale salute/lavoro che ne segue e che ha caratterizzato da sempre Taranto).

L’Ilva, in quasi sessant’anni di attività, è stata capace di consumare letteralmente ogni forma di vita che ha avuto affianco e su cui ha impattato, anche in termini politico-economici: ha colonizzato e monopolizzato il mercato del lavoro e contemporaneamente a questo il senso comune della popolazione, che per anni è stata sottomessa al dicotomico bivio “morire di fame/morire di tumore” (detta “alla tarantina maniera”). Binomio che, con le dovute e complesse evoluzioni, è riuscito ad allargarsi e sconfinare in più sfere di vita: si è manifestato concretamente nella sua potenza più corrosiva, ad esempio, nell’occasione dei giorni di Wind Days, in cui l’autorità consigliava espressamente di tenere i bambini chiusi in casa e di non aprire le finestre prima delle 12 del mattino. Si è arrivati, persino, a chiudere delle scuole del quartiere Tamburi in quei giorni (zona che più risente dell’inquinamento industriale). E’ palese, quindi, che ormai è proprio il diritto di vivere liberamente che ci è stato negato.

Il logoramento che questa industria ha prodotto, quindi, ha bisogno di essere analizzato ampliamente uscendo da qualsiasi forma di semplificazione e minimizzazione. Oltre ad uccidere noi e la nostra terra, è stata capace di “normalizzare” uno scenario fatto di ricatti, morte e continuo impoverimento e consumo di risorse alternative, che accetta la sua presenza quasi passivamente, afflitta dalla convinzione thatcheriana del “there’s no alternative”. Ad avallare questa convinzione, però, sono stati anche (forse, soprattutto) i vari partiti, politici e sindacati che hanno deciso di speculare sulle nostre vite e speranze, assorbendo la rabbia popolare e trasformandola in voti e dinamiche elettorali che (come ben sapevamo) non hanno prodotto nessun tipo di cambiamento richiesto.

Tornando a prima, come dicevo, quello del 4 maggio è solo uno dei passi compiuti in mezzo a tanti altri da fare e tanti altri già fatti. E’ un’altra tappa percorsa su un “continuum storico” che precede il 2012, anno caldo per Taranto che vide la nascita del Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.

La nostra sfida e il nostro impegno politico, personalmente, in quanto Assemblea Permanente Taranto Libera, credo debba inizialmente insistere e vertere sul cambiamento del senso comune dei cittadini e delle cittadine di Taranto: riuscire a dotarci in primis di una immaginazione collettiva che riesca a incidere sulle visioni di futuro possibile e che soprattutto riesca a costruire, nel senso materialista del termine, strumenti di reale cambiamento dal basso.

Se partiamo dall’asserire che i corpi sono strumento e terreno di battaglia politica da sperimentare e reinventare, allora la prima considerazione da fare è che la rivendicazione della decisionalità di controllo sul proprio corpo non può slegarsi dalla rivendicazione della decisionalità di controllo sui nostri territori.

Questo perché gli effetti scatenati dalla delega e dall’assenza di decisionalità popolare, legano intrinsecamente popoli e territori, stringendoli in una morsa schiacciante capace di transitare e redistribuire le stesse orribili conseguenze tra un soggetto e l’altro. In soldoni, come faccio a dire di decidere sul mio corpo se poi mi ammalo di tumore a causa di un’industria che vorrei chiusa?

Sull’onda di questo ragionamento, va fatto un focus su una particolarità: la violenza ambientale che le industrie inquinanti provocano hanno specifici e terribili effetti sui corpi delle donne, soprattutto in una città come Taranto. Le tarantine, a causa della nocività dei fumi dell’Ilva, corrono maggiormente il rischio di ammalarsi di endometriosi e di rimanere infertili; chi sceglie di diventare mamma, inoltre, potrebbe scoprire di avere tossine nel proprio latte materno.

Ampliare la dialettica e l’orizzonte delle istanze di un movimento servirebbe sia per includere soggettività plurime che per rafforzare la composizione politica dello stesso, sfondando le barriere e le gerarchie sessuali, razziali e abiliste. E, se è vero come dicevamo in “Tracce”, che determinate condizioni e situazioni facilitano lo sviluppo di una lotta di classe, allora le carte in gioco sono ancora tutte da scoprire e determinare. La rabbia che accomuna la popolazione tarantina deve essere trasformata in riflessione strategica e organizzazione, e deve assolutamente pensare e preventivare un futuro post-ILVA che sia libero dalla logica del profitto e dello sfruttamento del lavoro salariato, coscienti del fatto che il sistema capitalista sia una macchina composta da ingranaggi difficilmente scomponibili. Ma, almeno per ora, questi ingranaggi iniziamo a bloccarli e sabotarli, sfidando anche la repressione e la criminalizzazione delle leggi liberticide che hanno sempre colpito soggetti e movimenti e contemporaneamente sempre protetto l’ingiusto status quo che la democrazia neoliberale garantisce.

Riuscire a costruire un altro livello di immaginazione collettiva, un’utopia, un’iperstizione, sarebbe già un passo in avanti, perché permetterebbe (per dirla alla Fisher) di uscire dai parametri del “realismo capitalista” (almeno per quanto riguarda l’estetica materiale degli scenari presenti e futuri).

Insomma, il mio augurio è che questo possa essere un inizio che non abbia fine. Il mio augurio è che, in questo clima generale che risente di una forte tensione politica e che vede un rapido avanzamento delle destre e un contemporaneo smantellamento di classe, si riesca a creare uno spiraglio di lotta anticapitalista, antifascista, antirazzista e transfemminista. Il tempo è adesso, lo spazio è questo e la sfida è dura, ma è nostro compito starci dentro al fine di creare le basi per un cambiamento radicale del sistema e dei rapporti verticali di potere che lo mantengono in vita. La sovversione è l’unica risposta.

Mylos

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Gentile Redazione de “il Manifesto”,

siamo un gruppo di italiane/i che risiedono a #Parigi per ragioni di studio o di lavoro e che partecipano da ormai più di cinque mesi al movimento dei #GiletJaunes. Vi scriviamo per manifestarvi il nostro sdegno a fronte del trattamento riservato nella pagine del vostro giornale, nella penna di Anna Maria Merlo, vostra corrispondente a Parigi, al sollevamento in atto - e in Atti – dei Gilet Gialli, nonché alla questione politica e sociale che, con inedita forza, esso continua a porre, in #Francia e in #Europa – dunque, potrebbe darsi, anche in Italia. Ci rivolgiamo a voi, e non ad altri quotidiani nazionali, perché convinti che “il #Manifesto” sia luogo di confronto e diffusione di informazioni critiche, nonché voce delle lotte del presente. Tuttavia, malgrado alcune rare ma felici eccezioni , la maniera in cui il vostro quotidiano ha parlato finora del movimento francese, attraverso gli articoli dell'autrice, ha prodotto in noi sconcerto e rabbia.

Prima di entrare nel merito, e per capirci meglio, lasciateci un attimo “contestualizzare”.

Il movimento dei Gilet Gialli continua a manifestare la sua forza nell’insieme del territorio francese e in alcuni territori d’oltremare da ben venticinque sabati consecutivi: ciononostante, quando se ne parla in Italia, lo si fa soltanto basandosi sulle cifre del Ministero dell’Interno francese, dati certamente poco attendibili ad oggi.

Per comprendere come non si tratti di qualcosa di passeggero ma di una profonda trasformazione nella storia sociale e politica del paese, dovrebbe bastare, in controluce, la reazione del potere costituito: da novembre ad oggi il sovrano #Macron ha dovuto reagire con due “solenni” discorsi alla nazione, una lettera indirizzata ai francesi, una lettera agli europei, e un “Gran Dibattito Nazionale”, che ha assunto il senso di un confuso rilancio, nella crisi profonda del suo governo, della sua politica “start-up”. Nel mezzo l’attentato di Strasburgo, l’incendio di #NotreDame e i contestuali appelli alla solidarietà e all'unità nazionale, che la maggioranza dei francesi ha interpretato come l'ennesima provocazione. Insomma, fuor di metafora, il presidente ha giocato con il fuoco, e ne è risultata una nuova giornata di sommossa popolare, il Primo Maggio scorso, promossa, sostenuta e partecipata dai Gilet Gialli. Ci teniamo a ricordare, a tal proposito, che il Primo Maggio è una giornata internazionale della lotta di classe rivoluzionaria – ed è proprio in questi termini che è stata interpretata dal movimento, mentre Merlo parlava della giornata parigina come di una spy story fatta di riunioni segrete di cui solo lei sembra conoscere i dettagli (?) e botte indiscriminate tra “ultrà” (!) gialli, neri, rossi, sindacalisti e poliziotti.

Per quanto sdegnati per la narrazione data di questo movimento, siamo ben coscienti della profonda sfasatura tra ciò che viviamo in Francia e la sua ricezione all’estero. Tra questi due poli, quello dell’esperienza e quello della comunicazione, sembra esserci oggi un abisso, tanto profondo quanto lo smarrimento della sinistra europea. Mentre nelle reti sociali le informazioni circolano in maniera relativamente autonoma, anche se frammentaria, negli organi di stampa i confini fisici e mentali, costruiti ad immagine dei dibattiti politici nazionali, sono solidi e altrettanto insopportabili quanto quelli che Salvini erige quotidianamente contro i migranti.

Ci saremmo però aspettati di rintracciare ne “il Manifesto” una lettura, diciamo così, non allineata a quella dominante in Italia, che si nutre bulimicamente di cliché, omissioni e falsificazioni. Decine di migliaia di persone, in tutta la Francia, ogni sabato nelle strade insistono sulla rivalutazione delle pensioni, e la sera scoprono sui giornali di essere dei golpisti. Rivendicano salario e vengono tacciati di antisemitismo. Sperimentano, e pretendono, “più democrazia” e si sentono rispondere: fascisti!

Non scriviamo qui al fine di giustificare o ristabilire le giuste ragioni del movimento, in un quadro nel quale la comunicazione e la propaganda si fondano essenzialmente sull’assenza di ogni barlume di logica e di ragionevolezza. Se lo facciamo, è solo per fare il punto sul récit della stampa italiana, specie di sinistra, che nella sua disperazione, provinciale e cortigiana, ha fatto di Emmanuel Macron l’ultimo appiglio alla salvezza di un’Europa fatta a brandelli proprio dalla politica che egli incarna e persegue (si veda, tra tutti, la cosiddetta “intervista” di Fabio Fazio all’Eliseo). Una politica, quella di Macron, che non ha sostituto una nuova intermediazione alla liquidazione dei corpi intermedi, ma ha più semplicemente fatto della polizia la forma privilegiata della sua politica. Viste le premesse, è facile comprendere come essa possa combinarsi, e sempre più si combinerà dopo il 26 maggio, con i sovranismi e i nazionalismi.

Nel caso delle linee editoriali di organi di stampa come quelli riuniti nel gruppo Espresso non è difficile comprendere perché ciò accada. Rieccoci al dibattito politico nazionale – altrettanto surreale, anche se ancor più goffo, di quello promosso da Macron in Francia a reti unificate. Dopo che Luigi di Maio si è mostrato in foto con dei Gilet Gialli farlocchi, come sappiamo, ne è seguito un incidente diplomatico che ha rasentato il grottesco, che lo si guardasse dalla Francia o dall’Italia. L’incidente diplomatico, cioè l’atto di forza della Francia nei confronti degli ipocriti sovranisti giallo-verdi, ha così riallineato il dibattito in Italia.

Il cosiddetto centro-sinistra, “Repubblica” in testa, che fino a dicembre faceva dei Gilet un nuovo e romanticissimo Sessantotto, ha riscoperto le virtù, poco taumaturgiche, del sovrano francese, da queste parti assimilato più a un Luigi XVI che a un Luigi XIV.

I Gilet Gialli sono così diventati, per la stampa italiana ancor più che per quella francese, dei golpisti perché un tale di nome Chalençon, di cui in Francia nessuno ha mai sentito parlare, e che non ha mai trascorso un sabato in strada, avrebbe annunciato un colpo di Stato militare. Di solito, se si incontra un tizio che dichiara al microfono, “domani farò un colpo di Stato, abbiamo già pronti i militari”, la prima cosa che si fa è contattare il 118. Di Maio l’ha invece incontrato per siglare un accordo elettorale, e la stampa italiana l’ha incoronato leader dei Gilet Gialli. Ritornano in mente le parole di Carmelo Bene al Costanzo Show nel lontano 1994: il problema oggi nel mondo non è la libertà di stampa, ma la libertà dalla stampa!

Ma se “Repubblica” e sodali lo fanno perché sono ben consapevoli che la comunicazione è parte essenziale di una contro-rivoluzione preventiva, come spiegare invece la narrazione della vostra corrispondente? Non lo sappiamo, non ci interessa, e soprattutto non sta a noi trovare una risposa a questa domanda. Possiamo però, con questa lettera, invitare “il Manifesto” a verificare l’aderenza tra ciò che viene scritto e la realtà dei fatti.

Non possiamo in questa sede analizzare nel dettaglio gli articoli che Anna Maria Merlo ha dedicato in questi mesi al movimento dei Gilet Gialli. Ci limitiamo tuttavia a sottolineare che la passione dell’autrice si è scatenata quando si trattava di parlare di Notre-Dame, del concorso di architettura e delle donazioni dei magnati di lusso. Non ci risulta invece che abbia di recente scritto, magari anche con un sussulto di indignazione civile, della repressione del movimento, notata (udite! udite!) persino dalle Nazioni Unite, dal Consiglio d’Europa e da Amnesty International, e che ha superato di gran lunga ogni soglia di compatibilità con un regime democratico, colpendo anche molti giornalisti, come nel caso dell’arresto di Gaspard Glanz. Non forniamo le cifre degli imprigionati, dei mutilati e dei morti dall’inizio della rivolta: basta fare una ricerca su Internet per trovare ampia documentazione, anche in italiano, sui siti indipendenti.

In conclusione, mostriamo solo alcuni elementi dell’articolo pubblicato dall’autrice il 3 maggio e relativo al Primo Maggio parigino. Un articolo che ci sembra costruito a partire dalle agenzie e dalle dichiarazioni di stampa del Ministro dell’Interno Christophe Castaner, ricco di informazioni sommarie, imprecise e che falsificano i fatti.

Il sottotitolo dell’articolo afferma “Gilet gialli e black bloc rubano la piazza ai sindacati”. Rubano la piazza? Ma di cosa si sta parlando? Persino il segretario della CGT, Martinez, quest’anno non ha potuto prendersela con i soliti “black bloc” tanto erano estesi i cortei di testa, criticando invece la polizia e riconoscendo ormai i Gilet Gialli come un attore centrale nella difesa dei lavoratori francesi. Ma in Merlo trapela una certa simpatia per altri sindacati, CFDT e UNSA (una sorta di CISL francese), definiti più “saggi” proprio perché non hanno manifestato a fianco dei Gilet Gialli..

Nel corpo dell’articolo, i Gilet Gialli vengono poi definiti dall’autrice “ultrà gialli”. In Italia la “finezza” potrebbe sfuggire anche al lettore più attento, ma in Francia assume il senso preciso della citazione esplicita di una dichiarazione che Castaner aveva rilasciato alla vigilia del Primo Maggio, parlando di “ultra-jaunes” in arrivo a Parigi. Le decine di migliaia di donne e uomini di ogni età che prendono parte al movimento, così come i tanti cittadini che lo sostengono, si sono sentiti ancora una volta offesi (dopo essere stati definiti illetterati, folla rabbiosa, gente che non ce l’ha fatta, ecc.) da un illustre esponente del governo. Ma Merlo ripete in Italia le sue parole, e se ciò non bastasse lo fa dalle colonne del Manifesto.

Dovrebbe inoltre stupire che nell’articolo non si parli della violenta strategia di repressione messa in atto quel giorno dal governo, con i nuovi “gruppi mobili” d’assalto della polizia che hanno caricato il corteo nel suo insieme fin dai primi passi, investendo a più riprese anche gli spezzoni CGT. Mentre in Francia l’insieme delle realtà che hanno animato questa straordinaria giornata riconoscono che nessun errore è stato compiuto, che il corteo si è ricompattato più volte ed arrivato unito dopo ore di cariche e di scontri a Place d’Italie, Merlo parla della giornata come di una guerra tra bande, senza tra l’altro fornire nessun dettaglio, perché con ogni probabilità era una delle poche giornaliste a non essere in piazza.

Ma veniamo alla conclusione dell’articolo. Merlo sposa, il 3 maggio, quella che in Francia è stata definita una “menzogna di Stato” e che ha spinto tutte le opposizioni (di sinistra e di destra) a chiedere le dimissioni del ministro Castaner. Scrive Merlo: “Un gruppo di manifestanti ha persino cercato di entrare all’interno dell’ospedale La Pitié Salpêtriere, suscitando l’indignazione generale e un’inchiesta giudiziaria”. In realtà i manifestanti non hanno cercato di entrare all’interno dell’ospedale, ma sono stati costretti a rifugiarsi al suo interno, grazie a delle infermiere che hanno aperto i cancelli, a causa delle cariche poliziesche, con annesse granate, idranti e gas asfissianti. La polizia è entrata, ha prima picchiato i manifestati, li ha poi arrestati, e la sera Castaner ha parlato di un “attacco all’ospedale”.

La contro-inchiesta è subito partita e già nella giornata del 2 maggio, coraggiosamente, il personale ospedaliero ha smentito il Ministro dell’Interno, che dopo 48 ore, invece di dimettersi, ha solo rettificato, affermando che è stato un errore parlare di “attacco”. La Merlo non l’ha ancora fatto, più realista del Re che difende, sulle pagine del quotidiano comunista il Manifesto. Aspettiamo con ansia il prossimo episodio di questa saga della mistificazione… 
A meno che l’autrice, con un improvviso sussulto, non decida finalmente d'immergersi in questo movimento, andare a visitare una delle tante rotonde che sono state rioccupate dopo il Primo Maggio in Francia o, senza fare troppa strada, le decine di assemblee che pullulano anche a Parigi. Scoprirebbe allora un movimento mosso da rivendicazioni di giustizia, e prima ancora da un ritrovato sentimento di fraternità collettiva che ha incrociato il vento della Storia.

Recapitata alla redazione del manifesto il 7 maggio 2019.

 da global debout

 

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