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Articoli filtrati per data: Tuesday, 09 Aprile 2019

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo reportage sulle elezioni in Turchia

In occasione delle elezioni amministrative turche del 31 marzo 2019, l’HDP (People’s Democratic party) ha lanciato un appello internazionale di solidarietà per osservatori elettorali. Così, risondendo all’appello di Rete Kurdistan Italia, sono partito insieme a due compagne solidali come volontario indipendente per Amed (il cui nome ufficiale in turco è Diyarbakir), capoluogo del Bakur, nonché principale città del Kurdistan turco.

Le elezioni appena svolte rappresentano un fondamentale crocevia del panorama politico turco e della parabola al potere di Erdogan, già prima delle elezioni in una fase di forte crisi del consenso. La grave situazione economica e monetaria in corso in Turchia ha infatti fortemente minato la possibilità del sultano di vincere le elezioni e mantenere il controllo sulle città più importanti come Istanbul e Ankara.

In questo panorama, la città di Amed (Diyarbakir) rappresenta la roccaforte curda e, dunque, dell’HDP, ampiamente maggioritario in città e nella regione. Qui il partito ha la sua sede principale e organizzativa, alla quale facevano riferimento tutti gli osservatori internazionali, giunti per la maggior parte dall’europa. Erano presenti anche parlamentari tedeschi e norvegesi, attivisti francesi, islandesi e un membro del partito comunista colombiano. In totale il programma comprendeva centodieci persone, di cui quattordici sono state bloccate all’ingresso in Turchia e rimpatriate.


Lo scopo della nostra presenza e del programma di osservazione elettorale, non era solo quello di rendere le elezioni quanto più visibili e trasparenti, ma soprattutto quello di rompere l’isolamento mediatico in atto nel Kurdistan turco, in opposizione alla repressione politica, materiale e culturale che ancora oggi nega l’esistenza dello stesso territorio e ne perseguita la popolazione.
Già dopo le elezioni del 2015, praticamente tutte le città dove aveva vinto l’HDP sono state commissariate e i sindaci arrestati; decine di migliaia di persone sono state rimosse dai loro incarichi pubblici per motivi politici e gli attivisti arrestati, di cui circa 3000 in isolamento, riempiono le carceri. Un mese prima delle elezioni sono stati arrestati numerosi candidati in vari distretti del Bakur, sempre con la scusa di intrattenere rapporti di carattere terroristico con il PKK.
Erdogan, presente sui cartelloni e manifesti in tutta la città, è il quasi esclusivo protagonista dei media nazionali, monopolizzando il discorso pubblico e incitando apertamente all’odio verso un intero popolo, di cui non solo non si riconosce l’identità, ma che viene anche additato di terrorismo, quando è stato quello stesso popolo, appena poche settimane fa, a distruggere definitivamente l’Isis. Anche per questi motivi le contro-campagne mediatiche utilizzano quasi esclusivamente i social e le reti interpersonali per sostenere le lotte in atto e creare solidarietà. Tra queste la più ampia e importante è sicuramente lo sciopero della fame per i diritti e la liberazione di Ocalan, iniziato da Leyla Guven ormai più di 150 giorni fa. Lo sciopero coinvolge circa 700 prigionieri e diversi parlamentari, dei quali siamo riusciti a incontrarne tre nella sede del partito, insieme alle altre delegazioni; il 30 marzo erano al ventisettesimo giorno ma ci hanno tenuto ad incontrarci e spiegare le ragioni e le modalità di questo sciopero.

Date le premesse, il ruolo di osservatori sarebbe dovuto consistere nel visitare i seggi del distretto assegnato ad ogni gruppo verificando le condizioni di voto. In particolare, questo significava rilevare la presenza di forze di polizia o militari dentro ai seggi, il verificarsi di episodi violenti e la regolarità del processo elettorale nella fase di voto. La nostra presenza quali esterni ed europei risultava infatti scomoda e sgradita, pur nello specifico non avendo noi una copertura diplomatica o ruolo istituzionale di alcun tipo, in quanto avrebbe reso più difficili, se non impraticabili, azioni di intimidazione e brogli da parte delle autorità e dei militanti dell’AKP.

A questo fine, il 31, giorno delle elezioni, ogni delegazione è stata inviata nei diversi punti d’interesse. La destinazione assegnata al gruppo di cui facevo parte è stata Kulp, una cittadina di circa trentacinque mila abitanti, tra le montagne a nord-est a 140km da Amed. Accompagnati da due attivisti del partito, rispettivamente un autista ed un interprete, siamo arrivati intorno alle 11 del mattino dopo due ore di viaggio. Già all’uscita dalla città e per tutto il tragitto, man mano che si prosegue i check point si fanno più frequenti: trincee di sabbia, carri blindati, mitragliatrici e jersey disposti a zig-zag. Dopo più o meno metà del tragitto, si poteva notare una crescente e diffusa militarizzazione salendo verso la montagna. Ogni decina di chilometri spunta in cima ai poggi un forte con mura, filo spinato e torrette di guardia, debitamente blindato.
Arrivati in città siamo andati alla sede del partito per incontrare i locali del luogo ed essere aggiornati dagli attivisti sullo stato delle votazioni in quelle zone fino a quel momento. Alle 11 del mattino, dei 35mila abitanti, avevano votato circa 20mila persone e non c’erano stati episodi di violenze o intimidazioni espliciti. Parlando con alcuni militanti e anziani ci hanno spiegato che in quelle zone le pressioni non vengono esercitate tanto in città quanto nei villaggi circostanti. Il ridotto numero di case e di abitanti rende infatti più facile individuare le intenzioni di voto, praticare indisturbati repressione e brogli, il tutto lontano dai riflettori internazionali. La visita a due dei sei seggi in città non ha dato modo di osservare alcuna violenza e irregolarità, né una presenza massiccia ed eccessiva di forze dell’ordine. L’affluenza era alta e le scuole in cui si votava erano affollate nonostante la pioggia. Poco prima di mezzogiorno il compagno e traduttore che ci accompagna riceve una chiamata: in un villaggio vicino le guardie locali stanno forzando le persone dentro ai seggi a votare scoperto; la candidata sindaco per quel villaggio e l’avvocato dell’HDP si sono recati sul posto per condannare ed annunciare l’irregolarità in corso ma sono stati bloccati all’ingresso dalle suddette guardie e alcuni militanti dell’AKP (il partito di Erdogan) e aggrediti fisicamente. È stato possibile incontrare brevemente la candidata appena uscita dall’ospedale, mentre tornava al villaggio per verificare la situazione e mostrare la propria determinazione e l’inefficacia delle intimidazioni.

Al ritorno, dopo un confronto con le altre delegazioni, è stato possibile percepire un quadro più vasto e l’ampiezza dell’azione repressiva, come questa agisse nella penombra su tutto il territorio. La maggior parte dei gruppi aveva subito pressioni o controlli dalle autorità, alcuni sono stati perquisiti e altri trattenuti in commissariato. In tutto il paese, sei persone sono rimaste uccise nei vari scontri tra attivisti ed opposizioni, decine ferite. Ma la repressione non si è fermata con la chiusura dei seggi: in particolare a Diyarbakir, nella notte l’esercito è intervenuto con la forza contro la popolazione scesa in massa per le strade a festeggiare la vittoria.

Per quanto riguarda le elezini in quanto tali, in Bakur, nonostante le centinaia di arresti nei mesi precedenti, l’HDP ha vinto con ampio margine ad Amed e in tutta la regione, dimostrando una forte reazione sul territorio e una grande capacità di resilienza, non solo sociale, ma anche politica ed organizzativa.
Nonostante il mastodontico apparato di repressione e manipolazione mediatica messo in campo da Erdogan, queste elezioni hanno segnato certamente un duro colpo per l’AKP, che ha perso le città più importanti come Istanbul e Ankara e ha visto calare il suo consenso in tutto il paese, nonostante rimanga il primo partito del paese. Chi ne ha giovato sono stati sicuramente, tra gli altri, i repubblicani Kemalisti, che rappresentano comunque un elettorato nazionalista, ma laico.

La vittoria delle opposizioni è certamente un segnale importante e una fondamentale crepa nella struttura e capacità di governo di Erdogan, che, già in difficoltà a livello economico, sarà difficilmente in grado di mantenere e tantomeno consolidare il proprio potere, se non tramite una forzatura.
Due elementi appaiono allora evidenti e degni di nota nell’immediato: primo, arriverà sicuramente una reazione da parte del sultano, che verosimilmente comprenderà la contestazione dei risultati elettorali e un inasprimento della coercizione. Secondo, come solidali alla causa curda, è fondamentale capire quali forze parlamentari hanno maggiormente approfittato di questi risultati e come questi si possano configurare in nuovi equilibri di governo. Non bisogna scordare infatti l’orizzonte politico turco, dove le forze nazionaliste rimangono in ogni caso preponderanti e assolutamente chiuse, per usare un eufemismo, alla causa curda.

Tuttavia, nonostante la ‘battaglia elettorale’ appena svolta, la lotta del popolo curdo è ben lungi dall’essere conclusa. È allora fondamentale sostenere la causa curda e diffondere quanto più possibile le istanze di un popolo che, al momento, rappresenta l’avanguardia politica più forte e interessante del pianeta e della storia recente. Un popolo dal quale abbiamo tutto da imparare e molto da condividere. A partire dal ruolo centrale delle donne nella comunità e nella vita politica, sicuramente uno degli elementi più forti della realtà curda, in cui è ben visibile una coesione sociale che va ben oltre la partecipazione elettorale e che coinvolge ogni generazione e famiglia, in un tessuto sociale ricco di vita e consapevolezza. La forza e il valore della causa curda non risiedono però solo negli elementi di coesione identitaria e storica, quanto nella trasversalità e lungimiranza delle sue ragioni, della portata e potenza dei suoi ideali e, soprattutto, nella sua capacità di uscire dai confini imposti e parlare a tutto il mondo, alle generazioni passate e future, a donne e uomini. Parlare di una rivoluzione non solo possibile, ma realizzabile, in atto nonostante il deserto che il regime di Erdogan e i media internazionali hanno costruito tutt’intorno. È una forza reale, una forza storica creatasi in anni e anni di lotte quotidiane e costruzione dal basso, grazie al sacrificio di migliaia di donne e uomini, spinti dalla consapevolezza che un altro modello non è solo possibile, ma praticabile. Un nuovo modello di società che non verrà calato dall’alto, ma va conquistato passo a passo in modo lucido e determinato, ogni giorno, in ogni lotta.

La parte forse più difficile è riuscire a riportare questo genere di esperienze nella propria realtà e trasformarle in consapevolezza. Consapevolezza che la lotta paga, ma non è né semplice, né breve, né indolore. Richiede un impegno costante, un sacrificio incalcolabile di tempo ed energie, ma soprattutto, si nutre e vive di solidarietà.

Biji Biji Kurdistan!

 

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Introduzione al tavolo SALARIO, LAVORO E RAZZA all'interno della 2 giorni TRACCE. Territorio - Autonomie - Conflitti che si svolgerà a Cosenza il 13 e 14 aprile 2019

La storia ci insegna che la lotta di classe non procede mai per un tempo lineare, procede sempre per balzi ed esplosioni. Il problema che abbiamo oggi è dunque quello di come poter accelerare le esplosioni a venire a partire da rinnovate forme di intervento e organizzazione sul fronte di un “lavoro” trasfigurato ma pur sempre strategico.

Partiamo da un’ipotesi di sfondo: stiamo transitando all’interno di un nuovo scenario, in cui il capitale sembra sempre più consolidato e la classe sempre più divisa, ma dove in realtà il nuovo campo di battaglia che viene delineandosi può essere potenzialmente più vantaggioso per la lotta di classe.
Questo nuovo terreno in corso di definizione sta infatti, dopo decenni di apparente silenzio, facendo emergere nuovi antagonismi e nuove fratture nel conflitto lavoro/capitale. Insomma, la vecchia talpa là sotto continua a scavare. Ciò evidentemente non significa che tutta una serie di categorie e di strumenti non necessitino di un radicale ripensamento, se non anche di forti scarti. Salario, sciopero, forma-merce, forza-lavoro, sindacato, automazione, razzializzazione del mercato del lavoro, sono tutti riquadri che bisogna riconsiderare per coglierne sia ciò che rimane del passato sia ciò che di radicalmente nuovo si muove al loro interno. Quello che ci serve è una nuova lettura politica di ciò che accade nel “lavoro”. È quanto vorremmo provare a iniziare ad approssimare in questa discussione, contemplando sia i conflitti “espliciti” che la miriade di conflitti “invisibili” che quotidianamente si sottraggono, inceppano e rallentano il rapporto di capitale.

La cornice è quella di una nuova operaietà metropolitana emergente che ci impone di sintonizzarci sulle sue dinamiche, i suoi movimenti, le sue ritmiche. E dentro di essa si agitano e si nascondono disoccupazione di massa e un prolungato attacco alle forme di riproduzione sociale, processi di estrazione di plusvalore in cui è la razzializzazione della forza-lavoro a determinarne la base, nonché una costitutiva relazione del “lavoro” con il territorio e non ultimo la serie di trasformazioni tecnologiche che vengono ultimamente inquadrate nell’etichetta di “industria 4.0”. Vorremmo provare dunque ad avanzare alcune domande e alcune ipotesi, a partire dalla necessità di iniziare a guardare “il rovescio” di una serie di processi di trasformazione. Presentiamo di seguito alcune domande e questioni che rimandano a problemi determinati  da alcuni processi o eventi sociali e politici delle lotte di classe d’oggi nel conflitto sul salario, si tratta di un elenco esemplificativo e non esaustivo che chiama al confronto, all’integrazione e alla proposta protagonisti di lotte e osservatori partecipanti.

Dove si dissolve la concentrazione manifatturiera si fa spazio al divenire essenziale e strategico del settore dei trasporti e della logistica. Dove si flessibilizza emerge la questione dei servizi per la riproduzione sociale. Dove si estendono globalmente le catene globali del valore anche i punti più “bassi” del sistema produttivo diventano potenziali blocchi della catena. Dove si investe in innovazione tecnologica si aprono nuovi fronti di conflitto. E’ possibile rintracciare e interpretare politicamente questa dialettica nei conflitti per il salario oggi in Italia?

Le lotte della logistica, dei braccianti e molte altre mostrano come la razza sia un elemento sempre più cruciale per la stratificazione della forza-lavoro, ma come al contempo la forza-lavoro migrante possa rovesciare proprio questa razzializzazione in strumento di forza utilizzando le proprie risorse comunitarie e avendo una maggiore disponibilità al conflitto. Come si può orientare questo nuovo protagonismo assieme alle potenzialità ma anche ai limiti che sta mostrando il ritorno della forma del sindacato di base?

La mobilitazione di Non una di meno riporta in scena, tra le molte altre questioni, con forza l’elemento dello sciopero dislocandolo su un terreno inedito del lavoro riproduttivo e illumina un’altra linea di gerarchizzazione della classe, quella di genere, che può però essere nuovamente rovesciata in punto di forza. Come si può ripensare la forma-sciopero oggi?

La lotta dei pastori sardi ci parla nuovamente della potenziale debolezza delle supply chain globali e della ineludibile presenza della pratica del blocco per i conflitti sul lavoro oggi e della loro estensione sul territorio. Così come, lungo la filiera della nuova logistica metropolitana, la mobilitazione dei rider ci fa vedere come anche il digitale sia un campo di battaglia, e come anche il lavoro più flessibilizzato e in cui il padrone diviene un algoritmo, può essere una forma di espressione di una nuova forza di parte. Come è possibile mettere in connessione queste nuove istanze di lotta?

Infine, e in termini più generali, come possiamo tracciare scenari per combinare e articolare pratica del blocco, sciopero della riproduzione, processi di autorganizzazione, movimenti urbani, all’interno della costruzione di nuove forme di potere di classe?

13 APRILE Ore 16 Chiostro San Domenico Piazza Tommaso Campanella, Cosenza

 

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di Alexik

“Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono
alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia
ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti
infine
vollero sbarrare il cielo

non ci riuscirono del tutto
altissimi
guardiamo i gabbiani che volano”.

(Sante  Notarnicola, Galera. Favignana 1 Giugno 1973)

[Sono giunti da poco in libreria, rieditati da Pgreco, “La nostalgia e la memoria” e “Liberi dal silenzio” * di Sante Notarnicola. Contengono poesie e testi adornati dai disegni di Stefania Venturini e Marco Perrone, ed una lunga intervista rilasciata nel 1992 dall’autore a Radio Sherwood.]

Si dice che la poesia riesca a volte a pronunciare parole universali, valide in ogni tempo.
Succede ai versi di Sante Notarnicola, composti prevalentemente nel corso di una prigionia durata 21 anni – dal 1967 al 1988.
Versi che si rivelano ancor oggi necessari, e resteranno tali fino a quando l’ultimo carcere rimarrà in piedi.
Per quanto nelle galere sia cambiata la composizione del corpo prigioniero e i suoi livelli di combattività e di coscienza, per quanto siano state perfezionate e differenziate le forme del controllo, le sbarre restano fondamentalmente ancora le stesse.
Stessa è la reazione dell’umano alla negazione dell’aria e dei colori, e di tutto quel mondo esterno fatto di vastità di spazi, luoghi e persone amate.
Uguale è la violenza subita, la tensione e la rabbia, l’arroganza e l’arbitrio.
Uguale è l’apatia delle ore immobili, la tenerezza ai colloqui e il desiderio.

“Concreta è l’assenza del gesto, e del sorriso”. Per resistere bisogna imparare a ricostruirli nel sogno, nell’immaginazione, nei ricordi e nella speranza.
La poetica di Sante è un addestramento al carcere, ti insegna come l’istituzione totale può colpirti nella tua dimensione intima, e dove potrai trovar la forza per reagire.

Ma è anche memoria della rivolta, epopea dei Dannati della Terra, di quei prigionieri che alzarono la testa contro galere medioevali e codici fascisti.
Sul finire degli anni ’60 una nuova generazione di detenuti, figli un po’ riottosi di famiglie operaie e già alfabetizzati al conflitto, cominciò a scontrarsi contro il carcere punitivo – il carcere del bugliolo e della fame, dei pestaggi e delle celle di rigore sotterranee.
Incontrarono compagni con esperienza politica, come Sante, e capirono che se volevano migliorare la loro condizione dovevano fare come i loro padri nelle fabbriche, non più con gesti di ribellione individuali ma uniti in una forza collettiva.
Iniziarono così a fermarsi all’aria,  davanti ai guardiani sbigottiti, iniziarono a scrivere, comunicare con l’esterno, trasformando i processi in tribune di denuncia delle condizioni carcerarie.
In un crescendo di insubordinazione presero le prigioni, anche 20 alla volta in tutta Italia. E le distrussero, per il diritto al cibo e alla penna, ai colloqui e al libro, alla dignità e alla fuga.
Subirono pestaggi, isolamento, celle di rigore, trasferimenti continui, nuovi anni da scontare.
Lasciarono tre morti bruciati a San Vittore nella lotta per ottenere il fornello da campo, la possibilità di cucinare in cella.

“Nelle celle a San Vittore tre fiori di pietra” .

Fuori la rivolta permeava scuola, famiglia e fabbrica.
Ogni settimana, in decine di migliaia marciavano sotto le mura di San Vittore.
Lotta Continua e Re Nudo davano voce alle rivolte carcerarie, Soccorso Rosso il supporto morale e materiale.
Gli studenti si riversavano nelle carceri per gli arresti dopo ogni corteo, portando dentro i libri per la formazione politica. Frantz Fanon, George Jackson, Eldridge Cleaver, Bobby Seale e Malcom X contribuivano alla trasformazione dei detenuti comuni in compagni, che quando uscivano riconfluivano nel  movimento.
Nasceva la Commissione Carceri di Lotta Continua, le evasioni di gruppo aumentavano.
Dovevano essere fermati.

Nel maggio ’74 un tentativo di evasione dal carcere di Alessandria finì con sette morti e 15 feriti fra detenuti e ostaggi, dopo un blitz dei carabinieri di dalla Chiesa. In febbraio era già stato ucciso il detenuto Giancarlo Del Padrone da una sventagliata di mitra di un agente di custodia, durante una protesta sul tetto delle Murate. A fine anno fu il turno di Venanzio Marchetti a Piacenza.

La strage di Alessandria mandò definitivamente in crisi il rapporto tra il carcere e Lotta Continua, accusata di non saper difendere le lotte.
Lo sguardo dei detenuti cominciava a rivolgersi altrove: quell’anno nascevano i N.A.P., Curcio evadeva da Casale Monferrato grazie a un’azione spettacolare organizzata dall’esterno.

Ma nel frattempo lo Stato lavorava per far divergere definitivamente il percorso penitenziario dei prigionieri comuni da quello dei politici e dei ribelli.
Da lì a poco sarebbe stata portata a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere. Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società, una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Conteneva al suo interno anche un frutto avvelenato, l’art.90, che permetteva al Ministero di Grazia e Giustizia di sospendere ogni diritto o tutela a suo piacimento per “gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza“.

Giungeva a compimento anche il progetto, affidato nuovamente a dalla Chiesa, di individuazione e allestimento delle carceri speciali. Tombe destinate ai vivi dove venivano concentrati i militanti della lotta armata e della sovversione sociale, i veterani delle evasioni, le avanguardie delle agitazioni carcerarie.

“Tra il luglio e l’agosto del 1977 circa 2500 prigionieri vennero trasferiti con treni, elicotteri, aerei in cinque carceri: Fossombrone, Termini Imerese, Asinara, Favignana, Nuoro. Questi trasferimenti furono attuati con una vera e propria operazione militare“.

A Sante toccò l’Asinara: “Fu lì che ricominciai a sentire fame (e io sono uno abbastanza frugale, uno che si accontenta di poco…, ma lì la cosa era scientifica), perché proprio attraverso l’affamamento, oltre che i pestaggi e tutto il resto, volevano annientarci“.
E poi il silenzio obbligatorio, l’umidità e il freddo, i vetri divisori nei colloqui, le vessazioni e gli oltraggi ai familiari. Nessuna cura. Negli speciali  Fabrizio Pelli venne lasciato morire di leucemia.

“Oscillano
i resti del giorno
e
nella luce frugale
sentiamo un mare
rassegnato
alla spinta dei venti.
Osserviamo un muro bianco
Osserviamo un muro duro
Osserviamo un muro granuloso
Osserviamo un muro offensivo
Osserviamo un muro
un muro
un muro
martellante
muro
su cui continuiamo
a scrivere…
In questo paesaggio
straniero all’anima e
con un muro
vorrebbero spianare
le nostre coscienze.”

(Lager. Asinara 22 agosto 1977)

Quel muro saltò col plastico nel ’79, insieme a mezzo carcere. Nel 1980 gli ultimi detenuti vennero trasferiti sotto la pressione del sequestro d’Urso e della rivolta del carcere di Trani, sedata nel sangue (sempe più alto era il prezzo da pagare).
L’Asinara fu chiusa, ma non definitivamente, rimanendo a disposizione per le torture di un decennio successivo.
In compenso la carcerazione speciale servì davvero a spianare le coscienze.

“Con la Grande Svolta
venne la restaurazione
e furono necessarie
le pietre e gli acciai.
Smarrimmo alla svelta
gli scopi e non fu possibile
vivere sopra le righe.
In un angolo
una donna a tutt’oggi aspetta.
Una lacrima lunga
scivola via.
Troppo lunga da asciugare“.

(Una lacrima)

Poesie amare come il tradimento, un tema attuale nel quarantennale del 7 aprile.

“Incastrare Negri come il telefonista di Moro, volle dire costringerlo, per discolparsi, a spiegare – da quel lucido intellettuale che era – cosa era esattamente il movimento rivoluzionario. E lui si faceva 10-15 ore di interrogatori, spiegando tutto…
…  fino ad allora nessun prigioniero, dal grande dirigente al compagno più sprovveduto, aveva accettato un rapporto con la magistratura. Conosco decine e decine di ragazzi che per non aver risposto alle domande dei giudici si son presi 10-15 anni di galera e se li sono cagati tutti, senza dire una parola. Spiegare una circostanza gli avrebbe risparmiato anni, e non l’hanno fatto“.

Cosa rimane dopo tanto tempo, come eredita’ di queste vecchie storie ?

-La riforma penitenziaria del ’75 funziono’ effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.
E la situazione e’ ancora questa.

-La dissociazione ha attraversato i decenni, determinando non solo la sconfitta politica del tentativo rivoluzionario dell’epoca, ma adattandosi ai tempi che cambiano. E ci riguarda.
E’ ritornata durante il G8 di Genova  attraverso la logica della differenziazione fra buoni e cattivi che ha devastato il movimento, con Bertinotti che ci chiedeva di “dissociarsi dalla violenza di chi ha tirato un sasso“.
E’ ritornata in anni più recenti, riesumata da chi chiedeva ai lavoratori della logistica di “dissociarsi dalla violenza dei picchetti”.

-Le leggi dell’emergenza permanente si stratificano e ormai costituiscono la norma per affrontare qualsiasi problema sociale. Il populismo penale impazza.

-L’articolo 90 si e’ evoluto nell’alta sicurezza e nella tortura del 41bis.
C’e’ gente ancora dentro, da allora. Altra continua a finirci.

-In carcere si continua a morire e a subire violenza.
Storie di ieri a Viterbo:

«Ho subito violenze, gravi lesioni corporali e torture varie». «Mi hanno tenuto in mutande di inverno per giorni in una “cella liscia” e sono stato preso a pugni. Ho la testa piena di cicatrici». «Hanno tre squadrette solo per menare detenuti». «Aiutatemi ad andare via da questo carcere». «Se dico qualcosa qua mi menano». «Qui si cerca di sopravvivere alle ingiustizie e restare al proprio posto, sempre con i nervi saldi. Sempre più torno a convincermi di trovarmi in un mondo infernale. Si ricevono umiliazioni da parte delle guardie quando nelle perquisizioni che effettuano settimanalmente lasciano la tua cella sottosopra… La divisa che indossano dà loro un potere, non dà loro nessun onore e possono quindi infierire sul detenuto, come e quando vogliono, renderlo indifeso… sono diverse le storie di percosse che han subito alcuni detenuti della mia stessa sezione e rimangono celate nel silenzio. Qui si vive con la paura individuale, il buio, gli incubi. Per ora ancora sopravvivo, ma quando uscirò da questa struttura lotterò perché la verità esca fuori».1

Cosa rimane dunque ?
Libri di vecchi ergastolani, preziose cassette degli attrezzi.
Che ci insegnano a resistere con dignita’, rompere il silenzio, tenere la schiena dritta.

* “Liberi dal silenzio” racchiude “Materiale interessante“, edito nel 1997 per le Edizioni della Battaglia, e “…Camminare sotto il cielo di notte“, pubblicato nel 1993 dalla Calusca.

 

1)Patrizio Gonnella, Viterbo, un carcere dove vige il terrore, Il manifesto, 5 aprile 2019

 

 

da carmillaonline.com

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