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Articoli filtrati per data: Monday, 29 Aprile 2019

Il "Movimento di Lotta - Disoccupati 7 Novembre" accoglie l'arrivo di Zingaretti a Napoli con una contestazione. La polizia carica i disoccupati.

Nicola Zingaretti oggi è arrivato a Napoli per una conferenza elettorale al Teatro Sannazzaro. Non solo i militanti del Partito Democratico si sono però presentati all'evento. Diverse decine di disoccupati, organizzati nel "Movimento di Lotta - Disoccupati 7 Novembre", hanno raggiunto il teatro in Via Chiaia per contestare il neo segretario Pd Zingaretti. Dopo alcune provocazioni e spintoni tra i militanti Pd e i disoccupati, la polizia ha caricato ripetutamente e violentemente quest'ultimi. Diversi feriti tra i disoccupati, di cui due sono finiti all'ospedale.

Il "Movimento di Lotta - Disoccupati 7 Novembre" ha convocato una conferenza stampa domani alle ore 10 fuori la Rai di Via Marconi per denunciare le cariche delle forze dell'ordine e per invitare la città ad esprimere solidarietà ai disoccupati.

Probabilmente il Partito Democratico si aspettava di trascorrere l'ennessima passerella elettorale in tranquillità. Una giornata che i democratici avrebbero voluto si svolgesse con un innocuo monologo davati a telecamere e giornalisti. Di certo non si aspettavano di doversi confrontare con un pezzo di società che ha sofferto le politiche dei governi degli ultimi anni. In fondo Zingaretti ha fin dal primo giorno rivendicato l'operato dei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Nessuno strappo con il passato, nessun cambiamento. 

"Lavoro o non lavoro, dobbiamo campare!". Questo è il messaggio dei disoccupati al Partito Democratico. Proprio il Partito Democratico che negli ultimi mesi si è impegnato nelle campagne e raccolte firme contro il Reddito di Cittadinanza, considerato dannoso per il tessuto imprenditoriale e un "incentivo all'ozio" per i poveri. L'amara realtà per il Partito Democratico è quella di un profondo rifiuto e di una imbarazzante incapacità comunicativa verso gli ultimi della nostra società. 

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La CGIL «Il primo maggio è la festa del lavoro e non va assolutamente strumentalizzata»

La CGIL «Siamo certi che la polizia e i carabinieri garantiranno a tutti di manifestare serenamente»

Il PD Torinese: «Si profila un corteo in cui l’attenzione sarà monopolizzata da un tema divisivo come la Tav, relegando sullo sfondo i temi più generali del lavoro e della politica».

Il PD «Il Primo maggio deve essere quello per cui è nato: una manifestazione nazionale, pubblica, aperta a tutti, indipendentemente da quello che si pensa sul Tav, per rappresentare la centralità del lavoro nella nostra democrazia, un principio della Costituzione spesso trascurato»

Queste sono le reazioni “a sinistra” all’annuncio della partecipazione del Movimento No Tav alla manifestazione del 1 maggio. Lesa maestà da un lato e paura isterica dall’altro.

Entrambi ci fanno sapere di come il primo maggio sia la festa del lavoro e che la manifestazione cittadina possa parlare un solo linguaggio: quello ingessato dalle organizzazioni sindacali.

Scopriamo ancora che, seppur da mesi, sindacati e partiti non perdono occasione per presentare la Torino Lione come la soluzione di tutti i mali economici del Piemonte e dell’Italia intera, al primo maggio non se ne possa parlare, non si possa mettere in discussione un tema “divisivo”. Ma come? A Torino non erano tutti per il TAV? Quindi tutti i mesi scorsi, le prese di posizione nette a favore di un’opera inutile, e le manifestazioni di sostegno bipartisan cos’erano? E perché non se ne può parlare il primo maggio e si delega a polizia e carabinieri il tema?

Il primo maggio è di tutti e tutte, ed è giusto, come del resto avviene da anni, che i notav partecipino e portino con forza le proprie ragioni, maggioritarie e reali, rispetto a chi ha piegato la propria campagna elettorale e i propri interessi a favore dell’icona del super treno.

Siamo convinti che il primo maggio torinese abbia sempre rappresentato, in spezzoni ben diversi, il lavoro e il non lavoro, ma soprattutto idee e bisogni che non sono mai entrati in contatto con una rappresentanza, politica e sindacale, che si è sempre più distanziata dalle necessità reali dei giovani, dei lavoratori, dei pensionati, degli studenti e di quanti non hanno più garanzie.

Sarà proprio questa distanza che porta alle dichiarazioni avventate degli scorsi giorni? Perché forse sfugge che il Primo maggio non è la “festa del lavoro” ma dei lavoratori. Il lavoro non è bello in sé. Il lavoro può essere sfruttato, povero e degradante. E purtroppo troppo spesso oggi è proprio così a causa di chi non ha saputo tutelarlo e ha svenduto la vita di milioni di persone sull’altare della competitività e dello sviluppo a tutti i costi. Il lavoro può dare una vita dignitosa o arricchire le tasche di pochi, può essere utile al benessere di tutti o danneggiare irrimediabilmente la natura. Al centro del Primo maggio, da che mondo è mondo, non c’è il lavoro, ci sono le esigenze a una esistenza piena e ricca dei lavoratori e delle lavoratrici. Che per cominciare hanno bisogno di vivere in un ambiente sano invece di respirare l’amianto del TAV, che hanno bisogno di servizi per i propri figli e infrastrutture decenti per recarsi al lavoro ogni giorno, che hanno il diritto a decidere come vengono usati i propri soldi, se per un buco nella montagna che favorisce gli interessi di pochi industriali o per le mille piccole opere di cui il nostro paese ha disperatamente bisogno.

Secondo CGIL e Pd, dovrebbe essere il corteo dei sovrani, al quale debbono partecipare i sudditi, zitti e buoni.

Ci spiace ma non è così. Il tema Tav è divisivo ed è giusto che sia così. E’ una contraddizione in seno alla Città che va affrontata anche il primo maggio, perché parla linguaggi del presente e del futuro molto diversi, soprattutto sui temi del lavoro e dello sviluppo.

Mentre la nostra sanità è in emergenza, la Regione parla solo di Tav; mentre il lavoro è un miraggio per molti i sindacati propongono la Torino Lione come panacea di tutti i mali. Noi diremo altro, diciamo che il Tav non porta lavoro, non porta uno sviluppo sostenibile e duraturo e non creerà nessun beneficio, se non per i soliti noti. Anzi sarà l’ennesimo danno alle casse pubbliche e alle tasche di tutti.

E’ per questo che saremo in piazza con le nostre bandiere e la nostra gente, perché la montagna resiste da oltre 30 anni, la collina si arrende dopo 3 manifestazioni!

 

da notav.infonotav.info

 

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LUNEDì 29 APRILE - Il Psoe (Partito socialista operaio spagnolo) del premier uscente Sanchez vince con il 28,7% le elezioni politiche di domenica 28 aprile 2019 in Spagna, ma come da sondaggi non ha la maggioranza da solo, nè con Unidos Podemos. Tracollo del Partito Popolare sotto il 17%, al peggior risultato di sempre, e male anche la stessa Unidos Podemos, che passa dal 21% al 14%, superata dai liberisti e spagnolisti di Ciudadanos, al 16%. L’estrema destra franchista di Vox con il 10,3% entra per la prima volta in Parlamento dagli anni Ottanta. Il tutto con un’affluenza record, che ha superato il 75,7%, e punte altissime nei centri urbani – quasi tutti pro-Psoe – e in Catalogna.

IL VOTO – La Spagna si ritrova dopo il terzo voto politico in quattro anni con una netta affermazione socialista (dal 22% a quasi il 29%) ma senza una maggioranza chiara per formare il prossimo governo. La maggioranza è a quota 175 seggi: Psoe (123) e Unidos Podemos (42) arrivano a 165. Mancano quindi all’appello una decina di seggi. Centrali saranno i partiti autonomisti e indipendentisti, usciti rafforzati dal voto, in particolare proprio in Catalogna, con i catalani di sinistra di Erc – Soberanistes che arrivano addirittura al 4% e ottengono ben 15 seggi, approfittando anche della mancata candidatura della sinistra indipendentista e anticapitalista della Cup. Più indietro ma comunque forti i centristi catalani di Junts per Catalunya (7 seggi), gli autonomisti centristi baschi del Pnv con 6 seggi e la sinistra abertzale basca di Bildu, con 4 seggi. 6 i seggi, infine, per altri movimenti autonomisti tra Canarie, Navarra, Cantabria e Paese valenciano.

I sostenitori del Psoe, domenica sera in piazza per festeggiare, hanno scandito a chiare lettere che non vogliono un’alleanza con Ciudadanos, invitando Sanchez ad allearsi con Unidos Podemos e ad altre forze autonomiste, ma il premier uscente si tiene le mano libere e dice: “tenderemo la mano a tutte le forze politiche nell’ambito della Costituzione”.

L’analisi post-voto di Victor Serri, nostro collaboratore e fotogiornalista del settimanale di movimento “La Directa”. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

Le valutazioni di Rolando, compagno italiano dei movimenti libertari di Barcellona, dove vive da trent’anni. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

Il commento di Nicola La Torre, nostro collaboratore da Bilbao. Ascolta o scarica l’intervistaAscolta o scarica l’intervista

 

VENERDì 26 APRILE – Spagna: domenica 28 aprile 2019 si vota per le elezioni politiche. I sondaggi registrano che resta alto il numero di indecisi, circa un terzo dell’elettorato.  Si tratta del terzo voto in meno di quattro anni per il rinnovo del parlamento spagnolo e si tiene in un clima  incertezza diffusa, con il primo ministro, il socialista Pedro Sanchez, che spera di ottenere un mandato sufficientemente forte da consentirgli di continuare a guidare il governo. In coalizione, ovviamente, probabilmente con la sinistra di un Podemos diviso al proprio interno, ma anche oltre se necessario, cercando cioè intese nel variegato mondo dell’autonomismo. Perché pur confermandosi nei sondaggi come primo partito, il Psoe da solo non ce la fa, se i numeri saranno confermati dalle urne.

Il percorso di coalizione a sinistra si presenta tuttavia di questi tempi accidentato, stretto com’è fra la questione catalana e l’avanzata dell’ultradestra. Sul fronte opposto si prospetta infatti una possibile affermazione non tanto dei Popolari o di Ciudadanos quanto di Vox, la formazione spagnolista e parafascista che spera di ottenere per la prima volta una rappresentanza alla Camera. Sarebbe, in tal caso, il primo ritorno in parlamento dagli anni ’80 per esponenti dell’estrema destra.

Al riguardo Facebook ha bloccato almeno 17 pagine presenti sulla sua piattaforma appartenenti a tre diverse reti di estrema destra spagnole. Nel comunicato Facebook ha comunque specificato che la decisione di bloccare le pagine non si è basata “sui contenuti che hanno condiviso”, ma piuttosto sulla condotta di chi le gestiva in quanto venivano utilizzati account doppi e falsi, violando le regole del network. La decisione è scaturita comunque da una segnalazione presentata dalla Ong spagnola Avaaz. Nel complesso le pagine interessate contavano circa 1,5 milioni di follower, accumulando circa sette milioni di interazioni dall’inizio dell’anno.

L’analisi pre-voto di Victor Serri, nostro corrispondente e fotogiornalista del settimanale catalano di movimento “La Directa” Ascolta o scarica Ascolta o scarica

Il quadro politico pre-elettorale con Luca Tancredi Barone, giornalista de Il Manifesto e corrispondente dalla Spagna. Ascolta o Scarica.Ascolta o Scarica.

 

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