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Articoli filtrati per data: Sunday, 28 Aprile 2019

L'asse Lega-Fratelli Musulmani e la nuova fase del conflitto nel paese nordafricano



Da poco i riflettori mediatici si sono riaccesi sulla sponda sud del Mediterraneo. Che da "porto sicuro" per i barconi migranti, secondo il vicepremier Salvini, è divenuta nel giro di una decina di giorni polveriera del potenziale esodo di "800.000 persone" - in base alle dichiarazioni del premier di Tripoli al Serraj, alleato proprio del segretario leghista. Il quale, nel completo asservimento dell'informazione nostrana, non ha di mancato di smentirsi - né di ululare (complice il periodo pasquale) allo spauracchio del radicalismo islamico. Eppure è proprio quest'ultimo il suo principale referente nel contesto libico, e non solo.

Nel marzo 2011 l'intervento militare francese, statunitense e britannico contro il rais Muammar Gheddafi, a cui si accodò prontamente il governo forzaleghista allora in carica, fu determinante per depotenziare le sollevazioni nordafricane che avevano già rovesciato i regimi tunisino ed egiziano; le cui piazze presidiate da giovani, donne, operai ed ultras avevano messo inizialmente in crisi l'opposizione istituzionale designata, quella di stampo prettamente islamista della Fratellanza Musulmana.

Un movimento le cui milizie nel contesto libico - dopo il periodo turbolento seguito alla caduta di Gheddafi, inclusa la sanguinosa parentesi locale dell'ISIS - costituiscono la spina dorsale del Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Serraj, contrapposto al Governo di Tobruk sostenuto dal maresciallo Khalifa Haftar. E che dal proprio quartier generale in Qatar, sotto la protezione della monarchia assoluta dell'emirato, propugna un modello di Islam conservatore e suprematista da conseguirsi sia per via elettorale (come in Turchia con l'AKP) che militare (come in Siria con le formazioni a sostegno di una rivoluzione teocratica anti-Assad).

A fine ottobre scorso Salvini ha visitato il Qatar, confermando entusiasticamente i rapporti privilegiati delle istituzioni nostrane con la monarchia reazionaria del Golfo. Un "lavoro per le imprese italiane" dell'ammontare di 9 miliardi di euro nel solo settore delle commesse militari, ed a cui fanno eco il via libera alla speculazione immobiliare dell'emirato in Lombardia (complesso di Milano Porta Nuova) e Sardegna (Costa Azzurra) ed i 22 milioni di euro stanziati, secondo il libro "Qatar Papers" dei giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot, per la penetrazione dell'ideologia della Fratellanza Musulmana nelle moschee italiane: per questi flussi incrociati sì che i porti sono aperti.

L'altra carta di scambio è appunto la Libia, in cui il Qatar e la Turchia di Erdogan (altro principale esponente della Fratellanza) sostengono anch'esse il governo Serraj - nei cui campi di concentramento finiscono i migranti provenienti dai paesi sub-sahariani. Chiudendo un ideale cerchio di continuità con il doppio binario "interno-estero" delle politiche di Minniti - e solo in apparente stridore con la propaganda islamofoba della Lega - si è così consolidato un asse con due tra i peggiori regimi del Medio Oriente.

Relazioni pericolose (per noi e per i libici) a cui non è immune nemmeno la Francia "globalista" di Macron, che nonostante il Bataclan e le successive retoriche su sicurezza e stato di emergenza ha continuato ad intessere fortissimi legami economici e militari con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Finendo per allinearsi ad esse - in contrapposizione a Salvini - proprio al fianco di Haftar, assieme alla "sovranista" Russia e all'Egitto di al Sisi, desiderosi di imporre il proprio protettorato sul paese. Ultimi arrivati gli Stati Uniti, in cui Haftar è stato esule ed ha ottenuto la cittadinanza.

Dopo aver occupato nel 2017 i terminali petroliferi della Sirte, ed imposto il suo dominio sulla Cirenaica, Haftar ha così approfittato delle cosmetiche conferenze internazionali "di pace" come quella di Palermo del novembre scorso per impossessarsi dei giacimenti di greggio del Fezzan, stringere un accordo con le milizie Tuareg della zona e prepararsi all'avanzata su Tripoli.

Cosa succederà ora? E' difficile che le armi ed i finanziamenti esteri ai due contendenti possano sbloccare rapidamente il conflitto, dato il carattere tribale ed opportunista delle milizie che sostengono sia Serraj che Haftar. Nel lungo termine il maresciallo potrebbe però essere avvantaggiato dal maggior peso dei suoi sponsor internazionali e dalla frammentazione del blocco pro-Serraj - tenuto in piedi dalle formazioni armate delle città di Misrata e Zawia, tra le meglio armate e rodate nella breve guerra del 2011.

Otto anni più tardi la Libia quindi ritorna, anche per reazione ai nuovi moti rivoluzionari in Algeria e Sudan, baricentrale nello scontro tra le potenze internazionali per rifondare uno status quo autoritario nella regione. E non è detto che l'aspirante uomo forte di casa nostra non ne trovi altri più potenti e spietati di lui.

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L'occupazione della sede dell'organizzazione proseguiva dal 24 aprile



Nel cuore della notte di ieri decine e decine di poliziotti si sono schierati davanti al quartier generale di Amnesty International a Londra, accorrendo all'appello dell'organizzazione; per poi farvi irruzione e procedere alla rimozione coatta e brutale di rimuovere quanti li occupavano.

Ma negli uffici non si trovavano pericolosi terroristi bensì attivisti curdi, turchi e solidali; dei quali alcuni provati dallo sciopero della fame iniziato, assieme ad altri 7000 in tutto il mondo, sulle orme di quello della parlamentare anatolica dell'HDP Leyla Guven 166 giorni fa. Una campagna che non richiedeva altro che condizioni di prigionia rispettose delle disposizioni internazionali in materia per il leader curdo Abdullah Ocalan, recluso in completo isolamento da 20 anni nell'isola-prigione di Imrali senza mezzi di comunicazione verso l'esterno e privato da otto anni della possibilità di ricevere visite dai suoi avvocati: detto altrimenti, una mobilitazione che dovrebbe essere la ragione stessa dell'esistenza e della quotidianità di enti come Amnesty. Il cui silenzio ha portato appunto al presidio degli attivisti nella sede, trasformatosi in occupazione dopo il rifiuto dei dirigenti di prendere una posizione in merito.

Infatti non solo l'ONG si è mostrata cieca e sorda per oltre sei mesi davanti alle innumerevoli segnalazioni ed agli appelli in merito di attivisti, personalità e cittadini della protesta della Guven; ma da anni, in barba alla sua presunta "indipendenza" ha glissato sulle atrocità compiute dal regime dell'AKP nel sud-est della Turchia: città rase al suolo, sommerse dalle dighe delle imprese filo-Erdogan, permanentemente sfigurate nella loro identità e nel loro tessuto urbano. E ancora oppositori lasciati a morire di stenti, senza luce né acqua, nei seminterrati durante le operazioni militari, torture ed esecuzioni di prigionieri a sangue freddo, cadaveri di donne mutilati e trascinati per le strade a seno reciso dai blindati di Ankara.

Piuttosto spendendosi per documentare presunti "rastrellamenti" e "requisizioni" da parte delle SDF curde e arabe durante la lotta di liberazione della Siria del Nordest dall'ISIS - nella pressoché totalità rivelatesi disposizioni di coprifuoco e bonifica dei territori dalle cellule dormienti di al Baghdadi e tacendo completamente sull'invasione di Afrin e dall'instaurazione di un regime di terrore da parte dell'esercito turco e delle bande fondamentaliste sue gregarie: niente male per un'organizzazione come Amnesty, che si era spesa proprio per la liberazione di Erdogan quando quest'ultimo era finito in carcere negli anni della sua opposizione ai partiti dell'establishment militare.

La mobilitazione contro il silenzio però continua: nelle ultime ore è stata occupata anche la sede parigina di Amnesty. Ed è stato lanciato l'hashtag #AmnestyUKBreakSilence, per mantenere la pressione sull'ONG e l'attenzione sui 20 attivisti detenuti dopo l'irruzione di ieri notte (alcuni, ribadiamo, gravemente messi a rischio dallo sciopero della fame che hanno intrapreso) e per continuare la battaglia in favore di Ocalan, parte essenziale di un processo di pace duratura per la Turchia e la regione tutta.

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in varie

 

Seconda puntata di una ricognizione a cura di Gavino Santucciu sulle esperienze di autorganizzazione nei quartieri popolari del capoluogo sardo nei decenni dello sviluppo edilizio e della formazione del nuovo proletariato urbano. Leggi qui la prima puntata sul comitato di Sant’Elia.

 

La Scuola Popolare dei lavoratori e il Comitato di quartiere a Is Mirrionis

Il quartiere di Is Mirrionis alla fine degli anni ’60 presentava problemi di carattere sia edilizio sia urbanistico. Privo di spazi verdi, non aveva un’adeguata illuminazione e viabilità, erano assenti servizi essenziali, le strade erano spesso impraticabili, la manutenzione nelle scuole inesistenti e la situazione abitativa caratterizzata da gravi problemi di sovraffollamento.

All’interno del quartiere si svilupparono forme organizzative autonome che si avvalsero di pratiche e strumenti fino allora sconosciuti, in grado di attivare importanti forme di solidarietà e pretendere risposte da un’amministrazione comunale che da troppo tempo si era disinteressata alle problematiche del quartiere. Anche in questo rione si sviluppò tra gli abitanti il desiderio di partecipare ai processi decisionali riguardanti le proprie condizioni di vita, respingendo con forza quel ruolo di “ghettizzati” che opinione pubblica e ceti dirigenti avevano impresso loro.

La Scuola Popolare dei lavoratori di Is Mirrionis fu la prima organizzazione a svilupparsi nel quartiere. Nacque ufficialmente l’11 ottobre 1971 grazie all’impegno dei lavoratori del quartiere, degli studenti appartenenti ai movimenti extraparlamentari di sinistra e dell’area cattolica dissidente rispetto alle decisioni assunte dalla Democrazia Cristiana1.

Così ci descrive quell’esperienza Franco M., uno dei suoi principali animatori:

Però da noi si stava insieme. La Scuola popolare che prevalentemente era orientata alla sinistra extra-parlamentare, in realtà c'era gente del PC, cattolici impegnati, perché quando c'era da lavorare si trovava l'unità, quindi lo consentiva anche questa impostazione eclettica, un po’ di vedere cosa c'era da fare e di ispirarci a chi faceva le cose2.

L’obiettivo che la Scuola si poneva, era quello di dare ai lavoratori la possibilità di ottenere la licenza media e di permettere loro di discutere insieme su temi di carattere generale quali la società, il quartiere, la fabbrica e i luoghi di lavoro. Ispirati in particolare dalla figura del sacerdote Lorenzo Milani e dalla Scuola popolare di Barbiana, gli organizzatori accusavano la scuola ufficiale di essere uno strumento attraverso cui le classi dominanti rafforzavano i propri privilegi e mantenevano la propria posizione di potere. Gli appartenenti alle classi subalterne, invece, erano esclusi o respinti attraverso le bocciature, le sospensioni o gli alti costi degli strumenti per lo studio.

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Le principali differenze con la Scuola ufficiale riguardavano anche i metodi e i contenuti delle lezioni: l’insegnante, perdendo il ruolo di unico dispensatore di conoscenza che aveva all’interno della Scuola ufficiale, divenne un semplice coordinatore delle varie attività; la figura dello studente-lavoratore, invece, era esaltata poiché portatore di una sua cultura e d'importanti esperienze politiche e umane3.

La Scuola popolare era sensibilissima a quello che accadeva nel mondo e in città. Ogni cosa diventava argomento anche dei corsi di studio oppure di assemblee. Era molto importante allora questa, non c'era solo quella di Cagliari, c'erano varie scuole popolari, quello di Sant'Elia fu molto istituzionale, ma ce ne furono anche altre, anche nel centro storico, e poi in giro per la provincia, infatti, si costituì una sorta di coordinamento delle scuole4.

Come ci racconta Marco M., nacquero in Sardegna altre Scuole Popolari: a Sant’Elia, Stampace, Elmas, Quartucciu, Bindua, Morgongiori e Villacidro, che insieme a Is Mirrionis si riunirono nella “Federazione delle Scuole popolari sarde” e diedero vita a una lotta che si poneva come obiettivo la creazione di commissioni d’esame alternative a quelle della scuola ufficiale. Queste ultime non erano in grado di comprendere i problemi e le esigenze degli studenti-lavoratori e, inoltre, rifiutavano programmi differenti da quelli tradizionali.

Le “commissioni speciali” furono istituite ufficialmente nel giugno del 1974. In questo modo era riconosciuta l’esistenza di una cultura appartenente ai lavoratori differente da quella ufficiale. Da allora la Scuola Popolare divenne un centro culturale, che attraverso la creazione di gruppi di studio e attività culturali fosse in grado di produrre analisi e interventi politici soprattutto all’interno del quartiere di Is Mirrionis.

La storia della Scuola popolare terminò nell’estate del 1976. Nel corso dei suoi cinque anni di esistenza, era stata in grado di coinvolgere più di duecento lavoratori attraverso le lezioni e altre attività esterne alla scuola5. È interessante ciò che ci racconta Franco M.:

C’è un passaggio nella Scuola popolare che non c'entra niente, però dà l'idea. Questo lavoratore che dice "io mi faccio un culo a lavoro, ma poi non ne avevo voglia di andare alla scuola, ma ci andavo, perchè questi ragazzi che non avevano niente da guadagnare, avevano il loro studio, la loro vita e venivano a fare lezione a noi, io non potevo essere da meno, quindi anche controvoglia non ho perso mai una lezione”. Bello questo rapporto qui per cui diventavamo credibili per le cose che si facevano, non tanto per i discorsi che si facevano6.

Nel quartiere, però, le esperienze politiche non terminarono. Il 5 giugno 1976, molti protagonisti della Scuola crearono il Comitato di quartiere di Is Mirrionis, che portò avanti una politica di carattere maggiormente rivendicativo sui tanti problemi che il quartiere presentava.

Due iniziative in particolare meritano un approfondimento maggiore. La prima riguardò l’organizzazione dei mercatini dimostrativi sia di libri usati durante l’apertura delle scuole sia di generi di largo consumo nelle piazze, in modo da sollecitare una maggiore politica calmieratrice dei prezzi. Alla metà degli anni ’70, infatti, anche Cagliari e in particolare i quartieri popolari stavano subendo le conseguenze legate alla diminuzione del potere d’acquisto di redditi e salari, causate dall’aumento dell’inflazione, del carovita e delle tariffe pubbliche.

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A ciò si aggiungeva la totale incapacità del Comune di far fronte a questi problemi. L’ente comunale di consumo, nato nel 1966, non fu in grado di attuare una seria politica calmieratrice dei prezzi e solo cinque furono le rivendite al dettaglio aperte nel corso dei primi sei anni di attività7. In questo senso l’organizzazione dei mercatini da parte del Comitato rappresentava una forte opposizione dei ceti subalterni rispetto alla politica dei sacrifici portata avanti all’epoca dai ceti dominanti.

La seconda attività riguardò l’organizzazione delle feste di primavera nel 1976 e 1977. Nel piazzale antistante alla sede del Comitato furono organizzati dibattiti, mostre, creazioni di murales, animazione per ragazzi e spettacoli teatrali e musicali. Il Comitato organizzò diverse altre iniziative: per ottenere la manutenzione degli alloggi dello Iacp, il potenziamento dei trasporti pubblici e l’aumento di servizi come scuole, asili, uffici postali e ambulatori; per impedire la costruzione di un distributore in via Campania, ritenuto un esempio di speculazione edilizia in città. Il Comitato fu inoltre protagonista, insieme al Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere, dell’apertura di un ufficio legale attraverso cui difendere gli inquilini dagli sfratti8.

Il settembre del 1979 segnò la conclusione delle attività dell’organizzazione. Cinque famiglie di senzatetto occuparono i locali della Gescal in cui il Comitato teneva le riunioni. Nonostante incontri con l’amministrazione comunale dell’epoca, assemblee pubbliche e una raccolta di firme in cui si chiedeva che «si trovi una sistemazione adeguata per gli occupanti, con provvedimenti urgenti prima e con una regolamentazione degli alloggi successivamente per poter consentire loro di vivere in alloggi di fortuna9», il Comitato fu costretto a ripiegare su altri locali, diminuendo notevolmente le proprie attività.

Nella prossima puntata avremo modo di raccontare un’altra importante organizzazione politica: il Comitato di quartiere della Fonsarda.

1 M. T. Arba, C. S. Viola, Frammenti di storia sui muri, Cagliari, GIA Editrice, 1985.

2 Intervista con Franco M. (direttore di Aladdin Pensiero, ex appartenente alla Scuola Popolare dei Lavoratori di Is Mirrionis e al Coordinamento dei Comitati e Circoli di quartiere), registrata a Cagliari il 7-12-2017.

3 Claudio Pilleri, La scuola popolare dei lavoratori di Is Mirrionis, Tesi di laurea discussa alla facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Cagliari, Anno Accademico 1981-1982.

4 Intervista con Marco M. (pensionato, ex-membro della Scuola Popolare dei Lavoratori di Is Mirrionis e del Coordinamento dei comitati e circoli di quartiere), registrata a Cagliari il 26-01-2018.

5 C. Pilleri, Op. Cit.

6 Intervista con Franco M., cit.

7 Nuove rivendite al dettaglio a Is Mirrionis e nei mercati, Unione Sarda, 07-01-1972.

8 M. T. Arba, C. S. Viola, Op. Cit.

9 Incontro al comune per risolvere il problema dei senzatetto, Unione Sarda, 21 settembre 1979.

 

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