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Articoli filtrati per data: Friday, 26 Aprile 2019

La Redazione di Infoaut ha intervistato Paolo Perri, Ricercatore di Storia Contemporanea dell'Università della Calabria, a proposito dei recenti scontri in Irlanda del Nord dove una giornalista di 29 anni ha perso la vita nella cittadina di Derry.

 

 

1) Per capire cosa sta succedendo in Irlanda in questi giorni facciamo un passo indietro per chi ci legge. Cosa c'entrano gli accordi di pace del 1998 con l'Unione Europea?

L’accordo di pace del 1998, il cosiddetto Good Friday Agreement, ha di fatto sancito la fine dei Troubles, quello stato di guerra civile latente che dal 1969 al 1998 ha causato circa 3.500 vittime e più di 50.000 feriti nelle sei contee nordirlandesi rimaste sotto il controllo britannico. L’accordo, che prevede la condivisione del potere tra gli unionisti e i nazionalisti, ha visto proprio nella dimensione europea uno dei suoi più importanti pilastri. Il fatto che sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda fossero paesi membri dell’Unione – nel testo si fa esplicitamente riferimento al ruolo dei due stati in quanto «partners in the European Union» – ha di fatto consentito lo smantellamento di uno dei confini più militarizzati d’Europa dopo la caduta del Muro di Berlino, con tutte le positive ricadute anche economiche che ciò ha comportato. Un altro aspetto fondamentale della questione è poi quello dei diritti umani. L’accordo, infatti, ha costretto il governo britannico a riconoscere e applicare la Convenzione Europea sui Diritti Umani (ECHR), garantendo ai cittadini nordirlandesi la possibilità di ricorrere alla Corte Europea per i Diritti Umani. Proprio la protezione dei diritti umani, che a prima vista questo potrebbe apparire come un aspetto di secondo piano, rappresenta invece uno dei punti di capitale importanza nel complicato dedalo politico nordirlandese perché è stato, ed è ancora oggi, la pietra angolare dello stesso processo di pace. Il riconoscimento e la successiva adozione della ECHR da parte britannica, infatti, hanno permesso di smantellare un sistema politico basato sulla discriminazione sistematica della minoranza cattolico-nazionalista, sostituendolo invece con uno fondato sulla condivisione, seppur forzata, dei poteri.

2) Perché l'indipendenza dell'Irlanda non fu completa?

Tra il 1919 e il 1921 si combatté quella che è passata alla storia come la Guerra d’indipendenza irlandese. Un conflitto che ha visto il variegato universo nazionalista – che comprendeva una maggioranza più conservatrice ma anche agguerrite avanguardie socialiste e rivoluzionarie eredi del celtomarxismo di James Connolly e che ha visto confluire all’interno dell’Irish Republican Army (IRA) una delle prime milizie operaie d’ispirazione marxista nate in Europa (l’Irish Citizen Army) – scontrarsi con l’esercito britannico fino alla tregua del luglio 1921. Dopo lunghe ed estenuanti trattative, che causarono numerose divisioni nel fronte irlandese, il celebre Anglo-Irish Treaty sancì la nascita dell’Irish Free State (lo Stato Libero Irlandese) che comprendeva le 26 contee a maggioranza cattolica e nazionalista, escludendo però sei delle nove contee che costituivano la storica provincia dell’Ulster, a maggioranza protestante e unionista. Proprio la divisione dell’isola rappresentò una delle cause della guerra civile che vedrà i sostenitori del trattato e la fazione contraria alla sua ratifica confrontarsi militarmente per più di un anno. Quando nell’aprile del 1949 si costituì ufficialmente la Repubblica d’Irlanda il destino dell’isola sembrò definitivamente segnato, e la rinuncia alle sei contee un dato di fatto. Il solco economico e sociale tra le “due Irlande”, andò accentuandosi nel corso degli anni Cinquanta, con l’Ulster che poté beneficiare dei vantaggi del welfare e degli incentivi industriali britannici, mentre la Repubblica conservava la propria struttura prevalentemente rurale e confessionale. I governi di Londra, nel corso degli anni, hanno sempre appoggiato i politici unionisti, garantendogli la massima libertà d’azione, e finendo così per creare nel nord un anomalo e singolare sistema politico a partito unico che ha causato la sistematica discriminazione della popolazione cattolica, la sua esclusione dalla vita politica e ha finito per innescare i Troubles alla fine degli anni ’60.

3) Cosa è successo qualche giorno fa in Irlanda che tu sappia?

Quello che chiunque segua l’evolversi della situazione politica in Irlanda del Nord si aspettava ormai da tempo. La maggioranza della comunità nazionalista ha, infatti, appoggiato il processo di pace e approvato l’accordo del 1998, ma una componente minoritaria, e sicuramente marginale, ne ha sempre rifiutato la valenza. Diversi gruppi nel corso degli anni hanno attaccato la politica di power sharing dello Sinn Féin, denunciando sia la rinuncia al completamento dell’unificazione nazionale, sia l’abbandono di una prospettiva socialista e rivoluzionaria, che avevano entrambe caratterizzato il corso politico e ideologico del nazionalismo radicale nei decenni precedenti. Questo variegato fronte dissidente è cresciuto in sordina negli ultimi anni, in una serie di sigle, movimenti e gruppi paramilitari che sono riusciti proprio a cavallo del recente dibattito sulla brexit a darsi una struttura unificata sia dal punto di vista militare – la New IRA – che da quello politico, con la nascita di un nuovo partito repubblicano dai caratteri apertamente rivoluzionari, Saoradh. Le conseguenze della crisi economica e lo stallo politico che ha di fatto paralizzato la vita politica nordirlandese – dopo le elezioni del 2017 il Democratic Unionist Party (DUP) e lo Sinn Féin non sono riusciti a trovare un accordo lasciando le sei contee senza un governo – hanno contribuito ad acuire le tensioni sociali latenti e negli ultimi mesi gli scontri tra i gruppi dissidenti, composti soprattutto da giovani e giovanissimi, e le forze di sicurezza sono andati moltiplicandosi e intensificandosi. La stessa New IRA ha messo a segno una serie di rapine di autofinanziamento e degli attentati – come l’autobomba al tribunale di Derry dello scorso gennaio – che hanno riportato il livello di violenza politica nella regione indietro di quasi vent’anni. La città di Derry si è trasformata nel centro operativo della dissidenza repubblicana ed è proprio in uno dei più popolosi quartieri popolari della città, Creggan, che ha tragicamente perso la vita la cronista Lyra McKee, colpita da un membro della New IRA durante uno scontro a fuoco con la polizia nordirlandese (PSNI), al culmine di una nottata di violentissimi scontri che hanno sconvolto l’intera area con lanci di molotov e ripetuti scambi di colpi di arma da fuoco.

4) La stampa parla di un ritorno alle tensioni del passato a causa della Brexit. Che relazione c'è?

Una relazione sicuramente molto forte. La brexit rappresenta una seria minaccia per il processo di pace in Irlanda del Nord, forse la più seria dal 1998, proprio perché mette a serio rischio il processo di cooperazione e integrazione tra le due parti dell’isola d’Irlanda, che è alla base dell’Accordo del Venerdì Santo. Il ripristino del confine, infatti, potrebbe avere delle catastrofiche conseguenze sia sul piano economico – l'economia dell'Irlanda del Nord è più integrata nel mercato comune di qualsiasi altra regione del Regno Unito e dipende in particolare dall'accesso al mercato della Repubblica d'Irlanda – sia su quello militare, visto che gli oltre 200 ceckpoint che costellavano le strade transfrontaliere prima del 1998 hanno sempre rappresentato uno degli obiettivi principali delle organizzazioni paramilitari. Facciamo un passo indietro, in Irlanda del Nord in occasione del referendum sulla brexit la maggioranza dei votanti (56%) si è espressa a favore del “remain” nell’UE, abbattendo per una volta le rigide barriere comunitarie che caratterizzano e polarizzano il voto nordirlandese. I due maggiori partiti nazionalisti, lo Sinn Féin e il Social Democratic and Labour Party, hanno sostenuto la campagna anti-brexit, insieme a due partiti unionisti minori – l'Ulster Unionist Party (UUP) e l’Alliance Party – mentre il principale partito unionista, il DUP, il più piccolo Traditional Unionist Voice e il movimento anticapitalista People Before Profit hanno sostenuto l’uscita dall’Unione, seppur da posizioni differenti. L’intera campagna referendaria ha assunto, come di consueto, un carattere estremamente peculiare in Irlanda del Nord. Le questioni al centro del dibattito, infatti, sono state radicalmente diverse da quelle che hanno caratterizzato la discussione pubblica nel resto del Regno Unito. La questione dell’immigrazione, uno dei temi principali del dibattito britannico, non è stata quasi mai citata dalle diverse parti in causa, mentre l’intera campagna si è concentrata sulle conseguenze della brexit sul processo di pace, sull’impatto economico dell’uscita dal mercato unico, sulle implicazioni per le politiche sociali e, soprattutto, sul tema dei diritti umani. L’uscita senza condizioni dall’UE (la cosiddetta Hard Brexit), quindi, seppur respinta dalla maggioranza dei cittadini nordirlandesi si è subito trasformata nella principale rivendicazione del DUP, sui cui preziosissimi voti si regge la maggioranza conservatrice di Theresa May. Lo stesso Sinn Féin, membro della sinistra europea (GUE/NGL), ha accantonato in occasione del referendum il suo storico anti-europeismo proprio per le ricadute locali che un’eventuale uscita del Regno Unito avrebbe causato sull’isola ancora divisa. La brexit ha rappresentato quindi un inequivocabile vettore di radicalizzazione e inasprimento dei rapporti intercomunitari, contribuendo a dare nuovo vigore alle formazioni dissidenti che, sia negli ambienti repubblicani che in quelli unionisti, vedono nel ritorno a una netta divisione territoriale un’ottima occasione per mettere in discussione l’intero processo di pace.

5) Secondo te l'Unione Europea ha garantito all'Irlanda la possibilità di essere indipendente in termini economici e politici?

Dipende cosa intendiamo qui per Irlanda. Se ci riferiamo alla Repubblica d’Irlanda, ovviamente la sua indipendenza non è mai stata in discussione dagli anni ’30 del secolo scorso. Per ciò che concerne l’Irlanda del Nord, invece, il contesto comunitario e i vincoli economici e politici che l’UE come organizzazione sovra-statuale ha imposto, hanno certamente favorito e agevolato il processo di pace e lo sviluppo di un economia transfrontaliera, riavvicinando di fatto le sei contee del nord al resto della repubblica e garantendo al contempo la fine delle violenze.

7) Che analogie ci vedi con la Catalogna rispetto al rapporto che queste "regioni" hanno con l'Unione Europea?

Si tratta di situazioni radicalmente differenti. Nel caso catalano, infatti, ci troviamo di fronte a un movimento indipendentista che mira alla secessione della Catalogna dalla Spagna, mentre per l’Irlanda del Nord è più corretto parlare d’irredentismo. La minoranza nazionalista, infatti, vorrebbe la riunificazione dell’isola, mentre l’idea di un Ulster indipendente ha raccolto in passato pochissimi consensi e per lo più negli ambienti unionisti. Nel caso catalano il movimento indipendentista, nelle sue due componenti principali (Esquerra Republicana de Catalunya e Partit Demòcrata Europeu Català), ha sempre mantenuto un indirizzo fortemente europeista, al contrario invece dell’indipendentismo radicale di estrema sinistra (Candidatura d'Unitat Popular) che ha sempre considerato l’UE come una struttura asservita e funzionale agli interessi del capitalismo internazionale. L’idea di una repubblica catalana indipendente all’interno di un’Europa federale ha rappresentato, infatti, uno dei principi portanti del catalanismo politico di orientamento progressista e liberale. C’è da dire che l’europeismo catalanista ha subito un grave colpo in occasione del referendum del 1 ottobre 2017, quando l’Europa e i rappresentanti dell’Unione sono rimasti ovviamente in silenzio davanti alle violenze delle forze di sicurezza spagnole, salvo poi garantire il pieno supporto al governo di Mariano Rajoy durante tutto il corso della campagna repressiva che è ancora in corso. Per l’Irlanda del Nord il discorso è, ancora una volta, differente. Come abbiamo visto, il quadro giuridico comunitario ha rappresentato una vera e propria garanzia per la tenuta stessa degli accordi di pace, minati ora seriamente dall’imminente uscita della Gran Bretagna dall’UE e dall’oltranzismo del DUP e dell’unionismo radicale.

 

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In occasione del 25 aprile in diverse piazze del nostro paese è stato letto un appello alla mobilitazione permanente per il Rojava. Lo riportiamo di seguito:

Nel settantacinquesimo anniversario della liberazione dall´ oppressione nazifascista, ricordiamo l´ esempio e il sacrificio delle tante e tanti partigiani che decisero, con coraggio e umanita, di prendere la via della montagna, la via della lotta contro il fascismo, sacrificando le loro vite per la costruzione di una societa diversa, piu umana libera e giusta.

Oggi come allora siamo chiamati a fare una scelta, non possiamo essere miopi difronte all´ascesa delle nuove forme di fascismo a livello mondiale. Noi dobbiamo stare dall'altra parte, dalla parte della Resistenza, al fianco dei lavoratori, degli studenti, dei migranti, e ovunque ci siano persone oppresse che desiderano un futuro più umano e giusto.
La Federazione della Siria del Nord, sta vivendo oggi lo stesso scontro che ha visto i partigiani combattere piu di settanta anni fa. Il nemico è lo stesso come anche la sua mentalità, e le sue pratiche: il fascismo di oggi in Siria ha la faccia di Erdogan, e del fondamentalismo islamico. Mentre la popolazione prosegue la sua lotta per l'autodeterminazione, la liberazione delle donne e la democrazia dal basso e la difende contro gli attacchi di bande jihadiste e dallo Stato fascista turco, i rappresentanti dei nostri governi, quotidianamente tradiscono I valori della resistenza, facendo affari con questo fascismo e tacendone i crimini. Per loro la rivoluzione della Siria del Nord e` un pericolo perché rappresenta la speranza di una società libera, democratica in cui diversi popoli possano vivere in  amicizia.

Mentre ad Ankara vengono architettati piani per liquidare la rivoluzione in Siria, le industrie belliche europee, russe e statunitensi ogni giorno diventano più ricche come conseguenza diretta della guerra in Medio Oriente; facendo profitti che costano milioni di vite umane. Mentre centinaia di migliaia di persone sono state scacciate dal cantone di Afrin da forze jihadiste, sostenute, equipaggiate e controllate dall'esercito turco, questi jihadisti e le loro famiglie hanno iniziato a insediarsi, a sfruttare le risorse delle persone e a vendere il simbolo di Afrin, l'olio d'oliva, attraverso la Turchia alla Spagna e ad altri Paesi europei.  Questo è ciò che intende lo Stato turco quando mette in sicurezza il suo confine: pulizia etnica e bande jihadiste che attaccano le persone sul posto.

Non solo ad Afrin ma in tutta la Federazione della Siria Del Nord è in corso una grande resistenza che vede migliaia di donne e uomini appartenenti ai diversi popoli che abitano questa terra ma anche tante e tanti internazionalisti provenienti da tutte le parti del mondo che hanno identificato questa rivoluzione come una delle principali lotte contro il fascismo del nostro tempo, combattere fianco a fianco per difendere questa rivoluzione che, grazie al sacrificio di migliaia di martiri e` stata in grado di sconfiggere la minaccia globale rappresentata dallo Stato Islamico.

Con il successo della rivoluzione crescono anche le minacce di Erdogan di altri attacchi militari su vasta scala contro la Siria del nord, che perseguono l'obiettivo della distruzione completa di questo progetto. La collaborazione militare e diplomatica tra il governo AKP-MHP, gli USA e I paesi dell'Europa occidentale deve essere smascherata e attaccata politicamente. 

Contro la collaborazione dei nostri governi dobbiamo costruire una resistenza collettiva.  La lotta fisica contro l'aggressione turca e jihadista in Medio Oriente deve essere collegata in modo diretto con la lotta contro la politica dei governi coinvolti in tutto il mondo.  Se mettiamo l'argomento all'ordine del giorno nei media, nelle piazze, nelle fabbriche e nelle aule scolastiche dei lnostri Paesi, possiamo costruire un secondo fronte contro il fascismo turco e l'imperialismo in Medio Oriente.
Dobbiamo sviluppare in questo modo la nostra azione, collegarla e internazionalizzarla.  Dobbiamo passare dalla protesta alla resistenza politica permanente. L'esercito turco spara e la NATO fornisce le armi per farlo.  La popolazione della Siria del nord risponderà a questi attacchi, e noi, come antifascisti e rivoluzionari, dovremo occupare, disturbare e bloccare i luoghi della collaborazione militare, diplomatica ed economica con il fascismo turco nei nostri Paesi.

I nemici della rivoluzione in Siria sono anche nostri nemici, la nostra unità è l'internazionalismo antifascista!
Facciamo appello a tutte e tutti ad essere parte attiva della campagna di solidarieta` #riseup4rojava!

La rivoluzione in Siria del nord vincerà, il fascismo sarà distrutto!
Viva la resistenza partigiana!
Viva l'internazionalismo antifascista!

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