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Articoli filtrati per data: Friday, 19 Aprile 2019

Di seguito riportiamo un testo di analisi politica a livello transnazionale, presentato tra le relazioni introduttive alla due giorni cosentina Tracce- Territori, Autonomie, Conflitti. Il testo, ampliato in alcune sue parti rispetto all'esposizione originale, si propone di analizzare in maniera sommaria le tensioni esistenti in ambito globale, le prospettive di innovazione da parte delle èlites, le mobilitazioni in corso rispetto alle questioni di genere e a quelle ambientali, le possibilità che emergono quantomeno in controluce dai sommovimenti all'interno della classe.

Non possiamo non partire, rispetto ad una analisi delle tensioni, dei processi di ordine e disordine dell'ambiente globale, delle trasformazioni in corso e delle sfide in campo, dallo scontro tra Cina e Stati Uniti. Narrato da molti commentatori ingenui come un conflitto puramente commerciale, esso riguarda in primis il dominio tecnologico, e le ricadute ampie di questo dominio sull'esistente. A livello politico, economico, militare. E' uno scontro sulla guida sui futuri, possibili, ma non scontati quanto a riuscita, processi di globalizzazione e di innovazione capitalistica.

Uno scontro la cui frontiera più avanzata è quella in merito allo sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione e della cosiddetta Industria 4.0, che implica rivoluzioni logistiche come produttive. Il caso Huawei ad esempio, che riguarda la lotta per chi costruirà le nuove infrastrutture tecnologiche e che quindi avrà anche la possibilità di “controllarle”, di bloccarle e sabotarle, è un esempio di questo scontro. Questo assume anche profondo valore strategico, dato che queste novità si applicano anche allo scenario bellico, al come si fa e al come si vince la guerra.

E' un argomento davvero decisivo, perché è uno dei temi che si immagina possa permettere alle élites capitalistiche di trovare una uscita ad una crisi che invece, ad oggi, a questo punto, essere solo prossima ad un nuovo avvitamento. Non ci sono stati infatti nel recente passato scatti in avanti di ristrutturazione capitalistica a lungo termine, nuove prospettive di patti sociali capaci di sostenere esigenze di profitti e irregimentazione sociale sul lungo periodo. Le condizioni che portarono al crollo del 2008 sono difatti addirittura peggiorate al giorno d'oggi. Non c'è stato un processo che abbia attaccato le radici delle crisi e degli smottamenti attuali.

Finora è infatti stata la finanza a gestire la situazione, aumentando artificialmente l'accesso al credito nonostante la distribuzione della ricchezza sia a livelli di diseguaglianza inauditi. Si è risposto quindi all'attuale periodo di stagnazione permanente creando nuove bolle, e assicurando i debiti con politiche come il Quantitative Easing in Europa. Ma oggi che le bolle di un sistema economico drogato iniziano a scoppiare, e lo si vede dalla Turchia alla Argentina, ma anche dai rinnovati rischi sul debito italiano, l'enfasi sulla necessità di trovare nuove soluzioni di lungo periodo è ai massimi.

C'è in gioco la tenuta delle elites, che implica anche scontro intercapitalistico, in cui in questo momento sono Usa e Cina come detto sulla prima linea. Se c'è difficoltà a uscire da crisi sistemica, il cosiddetto internet delle cose si prefigura come nuovo campo di battaglia, come nuovo strumento d'innovazione, di valorizzazione ed espropriazione capitalistica. In particolare in riferimento alla divisione globale del lavoro, che si ristrutturerà attraverso l'approfondimento di nuove forme di razionalità logistica e con l'utilizzo di intelligenza artificiale ed automazione nei processi produttivi.

Questi possono significare anche ulteriore sfruttamento e irregimentazione della forza lavoro su scala globale. Inoltre, una tendenza sembra potersi vedere nell'inserimento ulteriore rispetto al passato nei circuiti di valorizzazione capitalistica di aree come l'Africa, dove non a caso la Cina si è costruita un'enorme influenza e dove Usa e Unione Europea cercano in maniera disperata di difendere quanto rimasto dall'eredità coloniale e neocoloniale.

Ma non è detto che ciò basterà, che ciò avvenga, o che avvenga un maniera liscia. Si tratta di un quadro che si innesta in processi di impasse e di smottamenti geopolitici enormi. Entrambi i giganti hanno infatti profondi problemi. Per Trump c'è la realtà di una mancata riuscita del suo Make America Great Again. Al di là dei numeri più o meno credibili sui dati economici, e dell'impatto che ciò può avere in termini elettorali, è evidente il fallimento della promessa di ritorno di una organizzazione del lavoro e di un patto sociale in stile fordista. Di fatto Trump vinse le elezioni proprio su questo tema.

A questo declino si accompagna la difficoltà americana a sostenere uno sforzo di azione globale anche in termini militari che vede la Russia, la Cina, lo stesso Iran come nemici davvero arcigni. Il Venezuela è la prima spia di una difficoltà yankee a imporre le sue volontà in maniera liscia anche nel tradizionale giardino di casa, anche in un momento di forte arretramento dell'opzione del socialismo del XXI secolo.

Per la Cina invece c'è un livello di sovrapproduzione troppo elevato, che si vorrebbe provare a sfogare con la Via della Seta, che trova proprio nel tentativo di mantenere alti i livelli commerciali nonostante i dazi Usa una delle sue principali ragioni. Ma questo si intreccia con gli alti livelli di debito soprattutto locale, con la necessità di bilanciare verso il consumo interno il sistema economico rispetto all'export, con l'aumento delle diseguaglianze interne e con un invecchiamento della popolazione che sembra mettere sempre più in crisi la tenuta sociale di lungo periodo. Siamo quindi di fronte a dei modelli di sviluppo con enormi contraddizioni, che ovviamente riguardano anche gli altri due principali attori geopolitici, la Russia e l'Unione Europea.

Possibili nuove turbolenze finanziarie globali potrebbero dunque essere all'orizzonte, per le deficienze interne dei sistemi economici dei due giganti, per la fine delle varie droghe sistemiche alla quantative easing e quindi dei livelli di speculazione sul debito. Ma anche per gli effetti del tema dell'automazione, con ciò che vuol dire in termini di sempre minore quote di ricchezza sociale destinata nel medio-lungo termine ai soggetti sociali meno ricchi che avranno in tendenza sempre più difficoltà a ripagare i propri debiti.

Il tutto accade poi all'interno di un contesto di doppia crisi, come fatto notare diversi anni fa anche da personalità come Luciano Gallino. Alla crisi finanziaria si aggiunge infatti quella ecologica. Tutta questa serie di tensioni, conflitti e contraddizioni appena descritta si riversa e diviene iconica all’interno di quella che possiamo definire la grande contraddizione ambientale. In questa emerge sempre più il limite tra esigenze di profitto del capitale e ambiente inteso come territorio della riproduzione della specie umana.

Il movimento globale che si sta sviluppando in questi mesi è qualcosa che probabilmente è lì per restare, anche perché c'è al suo interno anche una questione di scontro intracapitalistico che vede da un lato i negazionisti, dall'altro i paladini del Green New Deal che è anche la carta che probabilmente i democratici cercheranno di giocare alle prossime elezioni USA, che anche in Cina è una prospettiva ampia di sviluppo e che oltre all'internet delle cose è l'altra grande speranza di innovazione delle elites.

Sappiamo però che dentro l'assetto capitalistico questo cambiamento è impossibile. Che riguarderà tendenzialmente pochi “centri”, sacrificando contemporaneamente le molte “periferie”. E che di fatto porterà ad aumentare ulteriormente i flussi migratori, legando il tema della libertà di movimento e della tenuta dell'ambiente in maniera ancora maggiore. Diventando anche elemento di costruzione di soggettività in chiave reazionaria da parte delle elites stesse.

Teniamo inoltre conto che il tema del debito accennato prima implica anche pesanti ripercussioni sulla riproduzione sociale complessiva. Le elite scaricano a livello globale sempre più il carico della spesa sociale soprattutto sul corpo delle donne. L'attacco alle conquiste femminili è di conseguenza anche legati alle nuove crisi del debito. Scaricare debito significa scaricare austerità e controllo tramite ulteriori processi di irregimentazione dei corpi e del ruolo sociale della donna. Nel movimento globale femminista vanno rintracciate dunque anche motivazioni sistemiche che hanno portato il corpo delle donne ad essere terreno di scontro politico. Non si tratta di un ritorno al MedioEvo, quanto dunque di un allineamento con i desiderata del sistema neoliberale che è pienamente attuale.

Tornando alla questione dello scontro intercapitalistico. Come detto gli USA come soluzione alla crisi utilizzano quella di scaricare debito su paesi terzi: è successo con Argentina e Turchia come detto, ma anche nel 2011 con Unione Europea. Ma esiste, ed è sempre più emergente, il tema della guerra come meccanismo di risoluzione delle controversie. Il tentativo americano sul Venezuela e la sempre maggiore assertività cinese nei mari che la circondano e in Africa implicano l'aumento anche della dimensione militare in questo quadro. Lo scontro tra Arabia Saudita, Israele e Iran è un'altra faccia di queste tensioni. Si va a delineare quindi un ritorno del discorso imperialista, dove differenti opzioni si confrontano contribuendo all'aumento dell'instabilità internazionale, anche attraverso uno sfruttamento politico della questione migratoria che ne deriva.

Su questo tema ovviamente si compatta poi una ondata nazionalista europea nata anche sulla opposizione, per quanto simulata, agli effetti della globalizzazione neoliberista e alle sue conseguenze sociali. C'è da segnalare come non ci sarà realisticamente uno sfondamento reazionario alle prossime elezioni europee, quantomeno non si darà in termini di governo. Inoltre, si affacciano le prime crisi quantomeno di credibilità di alcuni percorsi, basti pensare al tema della Brexit. Esiste allora spazio per spezzare, per rompere tenaglia in cui ci si trova tra tecnocrazia ultraliberale e nuove prospettive nazionaliste e etno-identitarie?

Alcuni processi hanno iniziato a fare balenare spazi e prospettive nuove. Il movimento dei gilet gialli sembra essere anticipatrice di un qualcosa che è destinato a restare. Hanno materializzato l'ipotesi dell'emergere di nuove composizioni sociali, trasversali, spurie, che si inseriscono su una linea di scontro fortemente di classe. Hanno avuto anche il pregio di mostrare come temi a volte inquadrati in termini di interesse generale, ad esempio quello dell'ambiente, siano, debbano invece essere affrontati proprio su linee di classe (la transizione la paghino i ricchi). Allo stesso tempo vivono le contraddizioni tipiche di questi neopopulismi, ovvero il rifiuto dell'ordine esistente ma anche la mancanza di una prospettiva trasformatrice che vada oltre questo e che quindi rischia di essere risucchiata all'interno di spirali sovraniste e reazionarie.

Se come detto il green new deal potrebbe essere proposta che mette tutto insieme, un afflato ecologista con l'esigenza da parte di alcune sezioni del capitale di andare in quella direzione, per trovare nuovi margini di profitto, allora immaginare un ambientalismo di classe, che non vuole dire solo opposizione alla grande opera ma usare il tema ambientale come opposizione ad un modello di sviluppo complessivo, come terreno su cui situarci fa la differenza. Il tema del reddito poi, nello scenario di automazione e riduzione del lavoro che abbiamo ipotizzato in tendenza anche grazie alla rivoluzione dell'intelligenza artificiale, si imporrà probabilmente con sempre maggiore forza nei discorsi potenziali di queste nuove composizioni di classe, iperproletarie nel senso della pervasività dello sfruttamento che tiene insieme produzione e riproduzione, sempre più masse inutili, passibili di espulsione, in lotta però per il loro riconoscimento in senso rivoluzionario.

Un’ultima considerazione più nostra. L'Italia che ritorna terreno di contesa? Quanto avvenuto sul tema della Via della Seta, delle polemiche rispetto all'adesione italiana al progetto cinese, mostra che la storia non è finita, che le collocazioni internazionali e il dibattito su di esse dipendono dagli smottamenti globali e dai processi storici. Chissà che nei prossimi anni, se l'Unione europea non farà dei passi avanti in un senso unitario al momento difficilmente ipotizzabile, se le tendenze disgreganti americane, russe e cinesi nel rapporto tra Italia ed Ue proseguiranno, non ci si possa ritrovare in una situazione di profonda instabilità internazionale capaci di rimettere in discussione quello che fino a ieri sembrava assodato...

 

 

 

 

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Migliaia di giovani tornano in piazza a Roma per il Friday for Future. Tra le ipocrisie e le contraddizioni delle conferenze istituzionali e la spinta di un movimento giovanile che chiede un futuro diverso da quello già scritto.

L'arrivo di Greta Thunberg è stato accolto da migliaia di giovani a Piazza del Popolo. Una giornata cominciata alle 10 del mattino con tanti interventi e stacchi musicali. Una grande manifestazione di una generazione che pretende di avere un futuro e che non vuole pagare gli effetti e i costi della crisi climatica. Una generazione stanca di vivere in città e territori avvelenati e pronta a giocarsi fino in fondo la partita per una trasformazione profonda del sistema in cui viviamo. "Non c'è più tempo" è stato uno degli slogan che hanno accompagnato la piazza e che suonano come un'urgenza non più rimandabile.  

Circa il 70% delle emissioni inquinanti globali sono un danno provato da grandi imprese e multinazionali. Molti cartelli e striscioni si sono soffermati su questo aspetto attaccando tra le altre l'Eni, la Bayer e Unicredit.

Sul palco si sono susseguiti tanti interventi di attivisti arrivati da tutta Italia. Gli attacchi al governo e alle politiche sulle grandi opere sono stati i momenti che hanno entusiasmato maggiormente la piazza. E' stato letto anche un contributo arrivato da Taranto che invitava a partecipare alla manifestazione nazionale del 4 Maggio.   

Greta è arrivata alla manifestazione dopo un breve soggiorno a Roma in cui era stata invitata al Senato. Durante la conferenza con i parlamentari Greta aveva già attaccato i politici:"Noi parliamo di economia circolare, e di riportare la natura al suo ciclo naturale, e voi guardate solo alle soluzioni che vi permettono di continuare a fare quello che fate!". Dal palco è stata sottolineata l'ipocrisia della conferenza, in cui da una parte i parlamentari riempivano l'aula per farsi i selfie con Greta mentre gli attivisti di Friday for Future venivano ignorati e lasciati fuori. 

Il prossimo appuntamento sarà il 24 Maggio, quando si terrà il prossimo sciopero globale. Sarà un'altra occasione per parlare di cambiamento climatico e per inondare le strade del nostro paese. Sarà un'altra occasione per spingere in avanti un movimento con il quale dovremo confrontarci nei prossimi anni. 

L'intervento di uno studente del Liceo Virgilio di Roma.

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Il 22 febbraio a Torino un corteo antifascista cingeva d’assedio il comizio finale di un partitino neo-fascista che aveva affittato un lussuoso hotel per chiudere la propria campagna elettorale. In tempi di vortici social, la memoria si fa corta e l’indignazione diventa merce deperibile quindi ricordiamo brevemente il contesto in cui quel corteo ebbe luogo.

Due settimane prima, a Macerata, un uomo di ventott’anni, già candidato con la Lega nord, prende la sua auto e comincia a sparare su tutti i neri che gli capitano a tiro e ferendone sei. Prima di arrendersi fa il saluto romano e si avvolge in un tricolore. Indignazione, lacrime di coccodrillo della politica ma la campagna elettorale va avanti. Anzi, l’agibilità dei vari partitini neo-fascisti, formazioni che spesso non potrebbero neanche mettere il naso fuori dalle rispettive sedi se non fossero protetti da ingenti schieramenti di polizia, viene garantita manu militari dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti. È esattamente quello che succede il 22 febbraio a Torino quando centinaia di agenti in assetto anti-sommossa vengono schierati per difendere il nazi meeting. Nonostante la sinistra cittadina butti acqua sul fuoco da giorni chiedendo che l’antifascismo rimanga nel platonico regno delle idee, per ore una corposa marcia antifascista prima chiede a gran voce di passare poi prova concretamente ad arrivare all’hotel NH. Al corteo segue un’isteria nazionale senza precedenti. Una maestra elementare che ha avuto l’ardire di insultare la polizia dopo aver preso una manganellata viene licenziata tra le acclamazioni giornalistiche, l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi va in TV chiedendo bava alla bocca pene esemplari contro gli antifascisti, i sindacati di polizia pretendono la testa dei manifestanti sostenendo di aver subito attacchi con armi letali degne di jeeg robot. La procura di Torino si mette subito in moto e a qualche settimana dal corteo arresta sei persone riconosciute in piazza perché per lo più attive nella lotta notav, nei collettivi studenteschi e nei picchetti anti-sfratto. Poche settimane dopo Matteo Salvini, che con il partitino neo-fascista del comizio aveva scattato selfie e intrattenuto stretti rapporti, diventa ministro dell’interno.

L’impianto accusatorio mosso contro gli arrestati appare da subito semplicemente grottesco. Ad alcuni manifestanti vengono imputati interventi al megafono troppo “aggressivi” contro i fascisti, altri vengono riconosciuti fantasiosamente su alcuni video. Tutto ruota attorno al cosiddetto “concorso morale” di cui si sarebbero resi colpevoli i manifestanti partecipando a un tale corteo senza che siano imputabili loro singole condotte criminose. L’importante è comunque inscenare uno spettacolo che risponda alle attese di giustizia sommaria invocate dalla politica. Un liceale diciottenne viene arrestato all’alba, esibito come un trofeo di caccia nei video ufficiali della questura di Torino. Messo agli arresti domiciliari, per giorni gli viene impedito di frequentare la scuola. Una studentessa subisce una perquisizione domiciliare durante la quale il possesso di adesivi “io sono antifascista” del celebre fumettista zerocalcare viene considerata una prova della sua “radicalità ideologica”. Un falegname poco più che vent’enne viene tradotto in carcere dove viene detenuto per tre mesi e per poi essere messo agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Durante la detenzione la procura di Torino riesce a fargli perdere due posti di lavoro negando pervicacemente i permessi. Tutti vengono sottoposti a pesantissime misure cautelari chi rimane detenuto, chi è costretto all’obbligo di firma per mesi prima che inizi qualsiasi processo. Processo la cui sentenza è arrivata proprio ieri. Cinque dei sei arrestati sono stati semplicemente assolti per non aver commesso il fatto.

Poco ci interessa fare dei distinguo giuridici. Per noi quel corteo era giusto e necessario, le pratiche messe in campo la minima risposta necessaria davanti ai fatti di Macerata e alla palese connivenza delle autorità italiane alla presenza neo-fascista nel nostro paese. Tutti i manifestanti arrestati, l’abbiamo detto fin dal primo giorno, non avevano altra colpa se non quella di aver fatto seguire alle parole i fatti. Se altri come loro non avessero aspettato di avere i fascisti nelle istituzioni prima di riscoprirsi antifascisti probabilmente non ci troveremmo nella situazione attuale.

Rimane l’ennesima figura imbarazzante della Procura di Torino che usa ormai le misure cautelari come clava per le proprie personali crociate politiche. Procura che non si è fatta problemi a giocare con le vite di sei giovani torinesi separandoli dagli affetti, costringendoli per mesi dietro le sbarre o tra quattro mura per salvare la “democrazia”: quella che garantisce ai fascisti di continuare ad agire indisturbati, alla polizia di fare della prepotenza la cifra della propria azione e ai PM di continuare a fare porcate come questa senza che nessuno chieda loro di renderne conto. A pochi giorni dalla festa della Librazione ci sembra una buona fotografia dello stato dell’arte nel nostro paese.

CSOA ASKATASUNA

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