ssssssfff
Articoli filtrati per data: Monday, 01 Aprile 2019

Ennesimo atto di violenza di un uomo che non si rassegna alla fine di una storia, è ciò che è accaduto ieri, domenica 31 marzo 2019 in Sardegna, quando un agente della polizia ha deciso che l’ex compagna non aveva alcun diritto di rifarsi una vita.

Sembra la solita trama, un ex marito/fidanzato che non si rassegna e decide di porre fine alla vita di una donna, proprio quando il governo a targa LEGA/M5S dichiara di inasprire le pene sui maltrattamenti alle donne e maggior aiuto ad esse in caso di un ex troppo invadente, nel periodo in cui anche le armi vogliono essere date con più facilità a chi all’interno della propria abitazione vuole difendersi dai ladri e magari poi punta l’arma verso una ex fidanzata/moglie per farle del male.

Il femminicidio di ieri è stato commesso da un agente di polizia che il più delle volte sono persone violente,possessive e cresciuti in ambienti puramente maschilisti,uomini che per lavoro maneggiano armi e non per niente l’arma utilizzata è proprio l’arma di servizio. Non è forse il caso di interrogarsi se realmente dobbiamo e vogliamo armare ulteriori persone in questo paese ormai allo sbando, dove la maggior parte della popolazione è cresciuta in un ambiente maschilista e macista, con un idea deviata della donna, dove viene considerata una proprietà o un oggetto da usare esibire e scartare, dove sempre più spesso si parla di donne aggredite, picchiate e uccise da ex fidanzati/mariti che non sanno rassegnarsi alla fine di una storia.

Non per niente in questo agguato ha perso la vita una donna che si stava ricostruendo una vita e il suo nuovo compagno è ora grave in ospedale. La sua colpa è forse proprio quella di aver deciso di costruirsi una nuova vita, ma può essere mai una colpa quella? Purtroppo in Italia molte donne hanno il timore di ricostruirsi una vita per la paura di una rappresaglia da parte dell’ex geloso, troppe donne perdono la vita nel tentativo uscire da una relazione malata. Il problema forse va ricercato a monte, invece di inasprire le pene,invece di armare la gente, perché non si prova ad insegnare agli uomini che la donna non è un surrogato dell’uomo, che la donna non è una proprietà privata e che la donna ha il diritto di scegliere con chi stare e cosa fare del proprio corpo.

Siamo stufe/i di sentir parlare di protezione alle donne da parte di uno stato che non si cura di creare una società di pari diritti, dove si parla di quote rosa e non di autodeterminazione della donna, dove non si insegna nelle scuole alle nuove generazioni il rispetto vesso il prossimo/a, dove troppe donne subiscono abusi e maltrattamenti. Forse è il caso di togliere le armi a uomini che già le hanno invece di darle a chi ancora non le ha.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale
in varie

Impronte digitali più vicine per gli statali, in funzione antifurbetti. Le commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera hanno dato disco verde all'articolo del disegno di legge Concretezza, che prevede la sostituzione del badge con sistemi di controllo biometrico. Manca il passaggio in Aula e poi quello definitivo del Senato, ma a palazzo Madama il testo dovrebbe arrivare blindato. L'altro capitolo chiave del provvedimento riguarda la riforma del reclutamento.

Analizziamo bene quindi cosa sta accadendo oggi col GOVERNO DEL CAMBIAMENTO: introducono nel mondo del lavoro con una scusa becera e volta a dividere i lavoratori in produttivi o fannulloni una nuova forma di controllo, oggi utilizzano dipendenti pubblici e testano su di loro la reazione della massa lavoratrice, tra qualche anno perché no la sdoganeranno pure con i dipendenti privati,sdoganano l’utilizzo della videosorveglianza sul luogo di lavoro in un mondo lavorativo dove in questi ultimi anni abbiamo visto sparire moltissimi diritti fondamentali dei lavoratori.

Cosa significa per noi oggi l’utilizzo dell’iride o delle impronte digitali in sostituzione del cartellino per timbrare la presenza sul luogo di lavoro e l’utilizzo di videosorveglianza?? Innanzi tutto minor privacy sul luogo di lavoro,vuol dire maggior controllo su lavoratoti e lavoratrici, sappiamo molto bene che le impronte digitali vengono prese per identificare chi viene accusato di aver commesso reati e da due anni a questa parte,grazie all’allora ministro degli interni Minniti,è stato introdotto il prelievo forzato del DNA proprio per il contrasto delle lotte sociali. Il riconoscimento poi tramite l’iride comporta invece un maggior controllo su tutte e tutti noi in quanto poco ci vorrà a prendere da dei filmati l’impronta dell’occhio e vista ormai la massiccia presenza di videocamere nei nostri paesi e nelle nostre città si potrà sapere momento per momento dove siamo e cosa facciamo. La domanda ora sorge spontanea, vogliamo realmente vivere in un “GRANDE FRATELLO”??Non dimentichiamo che tutto ciò è voluto anche per scoraggiare nuove forme di lotta e l’aggregazione sui luoghi di lavoro, se siamo maggiormente controllati saremo maggiormente ricattabili.

Insomma, eliminano la libertà dei cittadini e delle cittadine in nome di una legalità inesistente,tutt* quest* “FURBETTI & FURBETTE” andassero a cercarli altrove invece di spiare la vita privata dei lavoratori e delle lavoratrici del pubblico impiego.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, dichiara archiviato il Ddl Pillon. La notizia viene diffusa appena dopo il Congresso sulla Famiglia di Verona che ha visto 100.000 persone contestare l'evento mentre si apriva l'ennesima crisi di governo tra le forze di maggioranza. Arriva quindi un riconoscimento chiaro alle lotte femministe che hanno riempito le strade di Verona e di tutte le città d'Italia negli ultimi mesi.

Il Movimento 5stelle sembra essersi svegliato, con un notevole ritardo, ed essersi reso conto di dover prendere posizione per non perdere una larga fetta dell’elettorato. E così stamattina, durante la trasmissione “Omnibus” a La7, il sottosegretario della presidenza del Consiglio Spadafora prova a prendere le distanze dal congresso delle famiglie tenutosi a Verona e dichiara che “il ddl Pillon, così come è stato formulato, non arriverà mai in aula, è archiaviato”.Aggiunge che l’obiettivo è quello di scrivere un nuovo testo che “prenderà anche qualcosa di buono, ma molto poco” del vecchio testo.

Già la presunta fermezza delle affermazioni di Spadafora si ammorbidiscono in un velato tentativo di salvare qualche punto di un ddl da buttare. Ancora una volta per “non un passo indietro” si intende “indietreggiamo piano e nessuno se ne accorgerà”.
 La dichiarazione inoltre arriva qualche giorno dopo che la marea transfemminista ha invaso la città di Verona e mesi dopo decine e decine di piazze che si sono mobilitate contro il disegno di legge, da Catania qualche settimana fa, alla contestazione romana di febbraio, alla giornata di mobilitazione nazionale di novembre.


Chiaro è come la forte opposizione del movimento di Non una di meno abbia costretto i 5stelle a uno scontro con la Lega sul tema, sperando forse di superare il calo di consenso pentastellato provocato dal pacchetto di promesse tradite in campo economico e sociale, per costruirne uno nuovo tutto rosa. 
Come ogni dibattito politico giocato sui binari mediatici del botta e risposta delle due facce del governo, una definitiva polarizzazione necessita la prova che a queste parole seguiranno dei fatti concreti.

Tra le voci attese sicuramente c’è la Lega che dovrà mettere sul piatto una formula lessicale e politica un po’ più costruita del delirio d’onnipotenza del ministro dell’interno “qua comando io” e che sempre più faticosamente riesce a mascherare i suoi interessi economici nella partecipazione del congresso di Verona. L’ unica certezza è che nel dibattito entrano a pieno titolo le migliaia di donne scese in piazza: l’unica voce che si dimostra in grado di non agire compromessi tanto meno di essere rappresentata dalle rinnovate forme di strumentalizzazioni dei partiti d’opposizione, ufficialmente invitati alla riscrittura del nuovo testo di legge.

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Alla vigilia della Marcia per il clima e contro le grandi opere inutili, abbiamo incontrato Emanuele Leonardi durante “Cosmopolitiche. Pratiche e movimenti della transizione ecologica” giornata di discussione organizzata da Genuino Clandestino sulle pratiche e i movimenti della transizione ecologica. Ne abbiamo approfittato per fargli alcune domande sull’inedito stato di mobilitazione ecologista e politica che sta attraversando il nostro paese e non solo.

Questo marzo 2019 è stato un marzo di movimento. Che lettura ti stai dando dei diversi momenti di moblitazione? È possibile tracciare un qualche legame tra di loro?

Penso che le mobilitazioni di questo marzo esprimano un nucleo comune molto importante, un medesimo spazio politico che si è aperto e va consolidato. Questo nucleo, in una parola, è il protagonismo della riproduzione sociale. Questo è il terreno su cui si approfondirà il rapporto tra i tre movimenti che si sono presi le piazze: l’8 marzo lo  sciopero transfeminista e transnsazionale, il 15 marzo lo sciopero climatico globale di F4F e infine la Marcia per il clima e contro le grandi opere inutili del 23 marzo. Benché questo piano della riproduzione sociale sia maggiormente espresso dal movimento Nudm, gli altri due movimenti presentano tratti di continuità e di discontinuità l’uno rispetto all’altro.

Friday for future e i comitati ambientalisti contro le nocività, la cementificazione e le grandi opere hanno difficoltà a incontrarsi. Secondo te c'è una continuità tra questi due cicli di lotte ambientaliste che si stanno sovrapponendo?

La continuità sta nel fatto che rispondono alla stessa crisi del modello di governance implementato dagli anni ’90 ad oggi, egemone nei due momenti chiave del protocollo di Kyoto del ’97 e dell’accordo di Parigi del 2015. Questo modello di governance si basava sull’idea che il cambiamento climatico fosse un problema causato dal mercato (incapace di contabilizzare le esternalità negative ambientali) e che tuttavia la soluzione fosse “più mercato”, cioè un’altra ondata di mercatizzazione: il carbon trading, il pagamento per i servizi ecosistemici, il REDD+ per quanto riguarda le foreste, la geoingegneria e le biotecnologie sia “verdi” (agricole) sia “rosse” (mediche). Questa idea che ha strutturato le politiche pubbliche a livello globale per 20 anni è oggi drammaticamente in crisi, per questioni sia interne sia esterne. La figura di Trump è il simbolo che ne certifica la fine.

Il tema dell’IPCC, che alla Coop 24 non è stato più assunto come base scientifica delle negoziazioni, certifica la fine di quest’opzione dall’interno, come si intende dal fatto che sia stato reso possibile dall’intervento di Russia, Usa, Kuwait e Arabia Saudita. Molti movimenti della società civile, largamente intesa, da cui per varie vie e non direttamente proviene la figura di Greta Thunberg, avevano in qualche modo interloquito con la scommessa di base della green economy e quindi con l’idea di un cambiamento climatico risolvibile attraverso il mercato. Il problema è che dopo 20 anni di implementazione, non si è stati capaci non solo di ridurre le emissioni, ma nemmeno di rallentarle rispetto al periodo precedente: è evidente che si è fallito.

Oggi si ha la risposta di chi, in passato, aveva interloquito con questo modello, potremmo chiamarli i disillusi. Nelle parole di Greta questo è chiarissimo, le élites di questo processo delle COP  (Conferenze delle Parti) non sono più considerati degli interlocutori del movimento F4F perché hanno fallito: si rivolgono ad altri, cioè alle donne e agli uomini del pianeta. Questa è dunque la composizione del 15 marzo: spuria e molto variegata dal punto di vista dei temi, come dimostrato dai cartelli nelle varie piazze. Se questi sono i disillusi, quelli che scendono in piazza a Roma sono i disincantati, quelli che non hanno mai veramente creduto alla scommessa della green economy. Alcune ONG nel tempo hanno intavolato dei discorsi con le istituzioni, ma non si può dire che questo pezzo di movimento, anche a livello internazionale, abbia fatto parte del sistema delle COP: ne ha preso le distanze e ne ha combattuto gli effetti negativi che si sono susseguiti negli anni. Questo movimento mantiene un riferimento alla questione della diseguaglianza, da intendersi come diseguaglianza sociale complessiva interna alle società, e lo accompagna a una critica radicale del modello di sviluppo.

Se il 15 marzo prende il clima come obbiettivo singolo molto specifico, la manifestazione del 23 marzo mette a tema il rapporto distruttivo tra il modo di produzione capitalista e l’ambiente in generale. La composizione sociale di questo movimento è più definita. Lo zoccolo duro di militanti, in crescita anche se ancora relativamente circoscritto, cerca di ingrandirsi basando la propria strategia sulla radicalità delle vertenze e mi sembra trovarsi oggi nella condizione di fare quel passo per cui non era evidentemente pronto nel 2006. In quell’anno si tentò di creare un Patto di mutuo soccorso contro tutte le nocività, a guida di quelle che erano le vertenze più significative del tempo (No Tav, No Dal Molin, No Ponte) e di tantissimi altri comitati. Penso che oggi siamo nelle condizioni di riproporre un progetto politico come quello: una dinamica di integrazione delle singole istanze a livello più ampio, che miri a creare una forza di interposizione, un coordinamento nazionale (e non solo) molto più forte e potenzialmente in grado di durare. Questo è possibile perché le gambe sociali di questi movimenti sono cresciute enormemente negli ultimi 10-15 anni, in particolare dopo il crollo dei mercati finanziari del 2007-2008.

Questo marzo è stato anche segnato dal proseguimento della mobilitazione dei Gilets Gialli in Francia. Come inserisci questa mobilitazione nell’analisi che hai appena fatto del caso italiano?

Per prima cosa è fondamentale sgombrare il campo rispetto all’ipotesi più diffusa, quella che legge i gilets gialli come un movimento anti-ecologista, in ragione del fatto che si sia originato in risposta alla proposta di innalzamento del prezzo del carburante attraverso una tassa sulla benzina. 

Riprendo un articolo[1], molto interessante, della Plateforme d’enquêtes militantes, sviluppata da compagn* di base a Parigi, che sostiene che i gilets gialli esprimano tre aspetti centrali rispetto alla questione ecologista. Per prima cosa viene finalmente diviso il campo secondo la giusta linea di demarcazione, quella delle diseguaglianze sociali: il crollo della governance internazionale di cui parlavo prima ha dei risvolti a livello di politica interna – specialmente laddove capi di stato e figure politiche di rilievo avevano fortemente investito nella scommessa della green economy.

Il caso di Macron è esemplare. Macron infatti, in seguito all'elezione di Trump, invitò gli scienziati americani a trasferirsi in Francia, nazione a suo avviso all’avanguardia nella lotta contro i cambiamenti climatici. Qui c'è da tener conto di un passaggio concettuale importante elaborato da Andrew Ross. Egli sostiene che quando è uscito il rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, nel ‘72, le élites politiche capirono perfettamente che stava accadendo qualcosa di epocale, ma non seppero prevedere quale sarebbe stato l’effetto prodotto. Decisero quindi di fare quello che di solito fanno nei casi di incertezza: arraffarono il più possibile, portarono un attacco senza precedenti alle organizzazioni di classe e alle organizzazioni di movimento, per ristabilire un rapporto favorevole al capitale e riallargare una forbice sociale che nell’area euro-atlantica si era ristretta. Quello che in sostanza dicono i gilets gialli è quindi che se si vuole fare la transizione ecologica sulla pelle di chi è già impoverito, questa transizione non interessa e verrà osteggiata. Interessa, eccome, se invece la pagano i ricchi, che sono poi quelli che stanno all’origine del problema. C’è una linea di demarcazione sociale nella causalità del cambiamento climatico.

Il secondo punto che i compagn* della Plateforme mettono in evidenza riguarda le forme di lotta dei gilets gialli (il blocco dei flussi, l’utilizzo del territorio in una forma alternativa rispetto a quello del sistema di circolazione e produzione delle merci) come un tentativo di assumere la centralità dei territori nella produzione di valore (e come una conseguenza del divenire politicamente rilevante della questione ecologica). Il loro obbiettivo è quello di aggredire la produzione e la circolazione di valore laddove queste si danno in maniera più evidente che altrove. Una forma di lotta che aggredisce le modalità produttive contemporanee nel loro cuore.

Il terzo punto riguarda il compito politico che ci viene consegnato: lavorare queste potenzialità espresse dai gilets gialli, ma anche dagli altri movimenti citati in precedenza, per arrivare a una convergenza che separi nettamente l'ecologia politica di classe dall'ecologia politica delle compatibilità sistemiche. Questi 3 movimenti comunicano “oggettivamente” perché parlano della stessa crisi, ma questo non significa che debbano necessariamente convergere sul piano politico. La convergenza politica di questa comunicabilità dipende in gran parte dall’azione politica delle soggettività militanti. Questa è l’occasione politica, in tutti i sensi fondamentale, che ci viene consegnata.

 

[1]http://www.platenqmil.com/blog/2018/12/26/force-jaune--vert--rougehttp://www.platenqmil.com/blog/2018/12/26/force-jaune--vert--rouge

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Domenica sera è andato in onda un’intervista a Jean Claude Juncker nel programma televisivo Che tempo che fa.

In pochi secondi il presidente della Commissione europea ne ha sparate talmente tante e talmente grosse che non credevamo alle nostre orecchie, pur abituate a tutto dopo le bestialità degli improvvisati esperti sitav degli ultimi mesi. Juncker ha affermato tra le altre cose:

– La seconda TAV Torino-Lione “è l’anello mancante tra Portogallo e Ungheria”: il presidente della commissione UE pensa che il TAV faccia parte del leggendario corridoio 5 ma il progetto è stato cancellato da anni visto che il Portogallo si è ritirato nel 2012 perché la linea non è economicamente conveniente

– “L’Unione europea, concede 888 milioni”. I fondi approvati sono di 813,8 mln di euro. Juncker tra l’altro smentisce anche che ci sarà lo strombazzato aumento del co-finanziamento dal 40% al 50% millantato da Chiamparino e dato per certo da tutti i giornali sitav. Fazio chiede se sono stati stanziati “fondi UE ulteriori” e Juncker conferma che i fondi sono sempre gli stessi, anzi che sono stati stanziati meno di un quarto dei 3,32 miliardi promessi visto che i fondi ogni volta dovranno essere negoziati in sede di bilancio.

 Con il TAV “il 40% delle merci sarebbero trasportate su ferro”. Neanche nei sogni bagnati di TELT e dell’Osservatorio (un organo che ha ammesso nel marzo dell’anno scorso che le previsioni di traffico su cui si basa il progetto “sono state smentite dai fatti”) la proporzione di merci tra Italia e Francia su rotaia si sposterebbe dal 8% al 40%. Il TAV è stato progettato nel 1994 quando sulla linea ferroviaria  esistente tra Torino e Lione circolavano 7,6 milioni di tonnellate di merci prevedendo un aumento a 17 milioni di tonnellate che avrebbe saturato la linea storica, rendendo necessario un nuovo tunnel. Oggi il traffico ferroviario tra Torino e Lione è di soli 3 milioni di tonnellatesoli 3 milioni di tonnellate e anche il traffico su strada è diminuito del 17,7%.

Juncker ha poi concluso dicendo che fare il TAV “è assai importante per ragioni economiche, per ragioni sociali, e per ragioni ambientali”. Difficile capire a quali si riferisca. A un cantiere che emetterà almeno 20 milioni di tonnellate di CO2 mentre c’è una linea ad alta velocità mista merci passeggeri che scorre sotto-utilizzata a pochi chilometri di distanza? Oppure a un progetto imposto alla popolazione locale che ha dato luogo all’opposizione più intensa e duratura degli ultimi vent’anni nel nostro paese?

 

da notav.infonotav.info

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

I popoli indigeni del Cauca si trovano mobilitati per rivendicare i propri diritti mentre il governo colombiano raddoppia la repressione.

 

 

I popoli che fanno parte del Consiglio Regionale Indigeno del Cauca (CRIC) hanno affermato che, di fronte alla critica situazione che si vive in questa regione del paese, il presidente colombiano, Iván Duque, non è serio con i suoi annunci.

Secondo il CRIC, la commissione dell’Esecutivo che è stata inviata questo mercoledì non è giunta fino alla zona di concentrazione di El Pital, municipio di Caldono. Il rappresentante indigeno Yovany Yule ha affermato che, fino a quando non ci sarà volontà di dialogo, le comunità manterranno la propria protesta nelle strade, dopo che la ministra degli Interni, Nancy Patricia Gutiérrez, gli aveva notificato che non sarebbero andati in detta zona per le condizioni di sicurezza.

In questo modo, il secondo incontro tra i delegati del governo e i dirigenti è terminato senza nessuna conclusione che permetta di trovare una soluzione alla crisi che si vive nel sud ovest del paese per la chiusura della via Panamericana da più di dieci giorni.

Ieri, la ministra Gutiérrez, accompagnata dall’alto Commissario per la Pace, Miguel Ceballos, si è trasferita nel municipio di Santander de Quilichao, dove ha affermato che continueranno ad aspettare le delegazioni degli indigeni per installare il tavolo di dialogo.

“Veniamo ad organizzare la guardia, tutto quanta riguarda la sicurezza affinché entri la commissione, ma ci dicono che non andranno. Stiamo pensando che il governo, il presidente, i ministri stiano ostacolando la possibilità di stabilire questa conversazione”, ha affermato Yule.

Dal 10 marzo, almeno 15.000 indigeni stanno protestando nel Cauca, nella cosiddetta Minga Sociale, per chiedere all’Esecutivo di rispettare gli accordi raggiunti, come l’aggiudicazione di terre e il loro diritto ad essere consultati riguardo ai progetti minerari nei loro territori.

In varie occasioni i portavoce dei popoli originari hanno denunciato di essere sottoposti alla violenza, al saccheggio delle loro terre e a persecuzioni e assassinii.

“Questi terreni ci furono consegnati negli anni 1500 e 1600, quando ci fu un’occupazione dei nostri antenati. Ora, questi luoghi si sono trasformati in globi di terra e le comunità sono in uno stato di confino. Ci sono, inoltre, nuove riserve che si trovano in estrema povertà. Stiamo parlando di un debito storico che ancora non è stato saldato”, ha detto la portavoce consigliera delle comunicazioni del Consiglio Regionale Indigeno del Caldas (Cridec), Érika Giraldo.

Secondo la catena Telesur, le autorità indigene chiedono, inoltre, al governo di Duque di patteggiare degli accordi che sostengano l’attività territoriale delle comunità per sviluppare le loro stesse economie.

Il dirigente del CRIC, Feliciano Valencia, ha dichiarato che “dentro al capitolo indigeno del Piano Nazionale di Sviluppo 2018-2022, sono stati approvati 10 miliardi di dollari da consegnare ai popoli indigeni del paese, dei quali hanno ricevuto solo il 30 per cento, l’altro 70 per cento è stato ritirato il mese dopo dal governo”.

A loro volta, i popoli del Cauca hanno ricordato che la Corte Costituzionale della Colombia ha stabilito che gli indigeni devono essere consultati previamente prima di prendere delle decisioni su spazi che danneggino i loro territori e l’ambiente. Al riguardo, Yule ha segnalato che, da parte delle comunità, pensano “che il presidente stia usurpando il potere dell’alta Corte Costituzionale e stia prendendo dei poteri che non sono previsti in ambito legale”.

“Il Governo non sta rispettando i nostri diritti. Sta consegnando le nostre terre alle multinazionali affinché sfruttino l’oro, l’ossigeno, i boschi, la biodiversità e la madre terra. Per loro, è una mercanzia che scambiano per denaro che dopo scialacquano”, ha ribadito il portavoce del CRIC.

Allo stesso tempo, i popoli indigeni chiedono al governo di Duque di rispettare gli accordi di pace firmati all’Avana tra le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) e l’ex presidente Juan Manuel Santos.

Da parte del CRIC, hanno messo in allerta sul fatto che “dei 527 dirigenti che a livello nazionale sono stati assassinati, il 30 per cento sono caduti nel Cauca. Di questi casi, per lo meno 44, secondo l’indagine, sono stati perpetrati da servitori pubblici, come dire, da militari”.

Per la consigliera dei diritti umani dell’Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia (ONIC), Aída Quilicue, ciò che avviene nel Cauca va molto al di là degli assassinii. “Non si tratta solo degli omicidi, ci sono anche costanti minacce, sfollamenti, confini, e tornano ad apparire fattori ed attori della guerra in Colombia”, ha affermato.

Mercoledì scorso, la repressione scatenata dalle forze di sicurezza colombiane ha lasciato come saldo sei comuneri feriti da armi da fuoco. Nel frattempo, il poliziotto Boris Alexander Benítez è stato ferito, secondo i manifestanti, da un proiettile al collo e al torace in un fatto confuso. Successivamente, Benítez è morto nella città di Cali.

Da parte dell’ONIC, hanno denunciato che le forze di sicurezza hanno sparato raffiche di fucile “direttamente sui partecipanti alla minga per la difesa della vita, i territori, la democrazia, la giustizia e la pace”. In un comunicato, hanno dichiarato che le forze pubbliche hanno un atteggiamento “criminale” di fronte alla protesta, “in aperta violazione dei diritti umani e del diritto fondamentale alla vita dei partecipanti alla minga”.

Nel testo, l’ONIC ha avvisato riguardo ai mezzi di comunicazione che “mettono in relazione i fatti che hanno causato la morte” di Benítez “in modo irresponsabile con le proteste legittime, pacifiche e di carattere civile”. Si è anche messo in allerta sulla “presenza di civili armati non identificati con fucili d’assalto nelle vicinanze delle forze dell’ESMAD (Squadrone Mobile Antisommossa), della polizia e dell’esercito colombiano, posti lungo la via panamericana”.

Da parte sua, l’Associazione dei Consigli Indigeni del Valle del Cauca Regione Pacifico (ACIVA-RP) ha denunciato il sorvolo di droni della forza pubblica sulla riserva Nasa Embera Chamí La Delfina, nella comunità Nasa Kiwe. In un comunicato, hanno affermato che è un “atto di provocazione e di violazione della nostra autonomia territoriale”, che vuole “intimidire e creare pretesti per giustificare azioni di intervento nei territori della riserva indigena”.

Lunedì scorso, centinaia di organizzazioni sociali della Colombia hanno appoggiato le proteste indigene con una lettera inviata al presidente Duque. Un totale di 1.200 enti e organizzazioni sociali, dei diritti umani, congressisti e dirigenti politici, hanno giudicato totalmente legittima la Minga Indigena che ha come epicentro il Cauca.

“Sono molto conosciute dalla società colombiana le condizioni di ingiustizia e militarizzazione che vivono i popoli indigeni”, hanno segnalato nel testo. Rifiutano anche l’azione repressiva dell’ESMAD e “il trattamento militare che il suo governo sta dando alla protesta contadina, nera e indigena, con un alto saldo di persone ferite, colpite e arrestate”.

22 marzo 2019 

La tinta

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca: “Colombia: Pueblos indígenas del Cauca protegen sus derechos en las rutas” pubblicato il 22/03/2019 in La tinta, su [https://latinta.com.ar/2019/03/colombia-pueblos-indigenas-del-cauca-protegen-sus-derechos-en-las-rutas/] ultimo accesso 29-03-2019.

 

Informazioni aggiuntive

  • notizia Live normale

Infoaut 2017 - Facciamo Movimento per il Movimento infoaut 

Licenza Creative Commons

});})(jQuery);