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Articoli filtrati per data: Saturday, 09 Marzo 2019

Sembra una barzelletta macabra l’intreccio tra le “grandi opere” disseminate nel Sud dello stivale, e le nocività devastanti che causano. Non una partita che si gioca solo tra infrastrutture, e devastazione ambientale, ma anche e soprattutto sulla pelle degli abitanti dei territori prescelti per essere un luogo di morte.

L’ILVA di Taranto è uno tra i mostri più famosi per la scia di nocività e morte che lascia dietro di sè, dal giorno della sua costruzione. Da ormai decenni sono riconosciute le gravi nocività dell'impianto siderurgico di Taranto, eppure istituzioni, governi e chi per loro non hanno mai fatto nulla perché si proteggesse l'ambiente e la salute dei cittadini. Una tragedia quotidiana per chi vive a Taranto e nelle zone limitrofe, ma soprattutto l’ennesimo teatrino elettorale su cui ci si espone per amore di accaparrare qualche voto e che, al giorno dopo delle elezioni, viene rimesso da parte.

L’ Ilva si porta dietro, e dentro, un portato di questioni e di contraddizioni però, e questo non può passare in secondo piano. Ci sono persone, uomini e donne, vecchi, giovani, bambini, che si sono visti crescere un mostro di morte alle loro spalle. C’è il ricatto lavorativo. C’è la tutela e la difesa dell'ambiente e della salute. C'è lo sfruttamento devastante e senza pietà di un territorio: l'Ilva sta consumando qualsiasi risorsa del territorio circostante, inquinandolo nel frattempo e distribuendo morte, continuando a prosciugare in attesa che non ci sia più nulla da prendere. Nel frattempo c’è un pendolo sulla testa di tutti gli abitanti, che oscilla tra malattia e disoccupazione, tra emigrazione e morte, e che è uno dei tanti equilibri tutti costruiti dall’alto su cui politica, imprenditori e compagnia varia giostrano i loro giochetti, tutti mirati solo a guadagnare il più possibile finché ancora ce n’è.

Si è forse arrivati a un punto di non ritorno: le carte sono ormai chiare a tutti, e nessuno crede più ai giochetti. Da più di una settimana gli abitanti di Taranto si sono mobilitati contro l'ecomostro e le istituzioni che non li hanno mai difesi. A dare il via a questa settimana di agitazione è stato il corteo che si è tenuto in memoria delle migliaia di vittime di cancro che ha provocato l'impianto industriale, corteo avvenuto ad un mese dall'ultima morte: un ragazzo di 15 anni che da tre anni combatteva un sarcoma. Dopo il corteo, tuttavia non ci si è fermati, e si sono susseguiti azioni tra le cui più importanti l'occupazione del Municipio e la chiusura degli impianti con un catenaccio.
"Se chiudono le scuole, noi chiudiamo l'industria" sono queste le parole che tantissime donne pronunciano quando appongono i lucchetti e le catene nei cancelli dell'industria. Perché, da una settimana a questa parte, le scuole del quartiere Tamburi, limitrofo all'Ilva, sono chiuse. Ma non solo, per quegli abitanti non si esclude un'evacuazione di massa.
Cosa produce l'ecomostro?

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"Tutto l'acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino" è lo slogan scritto negli striscioni e che si grida durante le manifestazioni. Produce acciaio, produce morte, devastazione, espropriazione. Per il profitto di pochi, si mette a rischio un territorio, migliaia di persone: la barzelletta dell’ILVA sta arrivando alla fine? O è solo l’epilogo di una brutta storia, ma come ce ne sono a centinaia in tutto il Sud?
Basta poco per guardare come la costruzione della Tap distrugga i secolari uliveti presenti in Puglia; basta guardare un po’ più a Ovest per immergersi nella terra dei fuochi; basta spostarsi di qualche centinaia di kilometri per osservare il triangolo industriale di petrolchimici di Augusta-Priolo-Melilli (Sicilia), o alle trivellazioni a largo delle nostre coste, o agli inceneritori mangia rifiuti e produttori di morte. E il gioco al massacro non finisce qui: se da un lato si aprono sempre più luoghi di devastazione come quelli sopracitati, dall’altro lato si costruisce una sanità sempre più scadente, si chiudono i centri oncologici e si privatizzano molti settori. Anche curarsi, nei luoghi in cui la malattia è indotta, diventa un lusso per pochi.
Eppure ancora c’è la forza di opporsi e di dire: “non siamo riusciti a salvarvi” a tutti i bambini e le bambine morte, ma dal dolore immenso che questo può provocare, fare ripartire la lotta. Forse non è più tempo di aspettare che sia qualcuno a chiudere l’ILVA, così come non è più tempo di affidare a nessuno le decisioni sulle trivellazioni o gli smantellamenti di impianti vecchissime e le bonifiche.
D’altronde lo striscione delle donne di Taranto, sotto il Comune, la mattina dell’8 marzo, lanciava un messaggio molto chiaro: Sulla nostra Salute, sui nostri territori e sulle nostre vite, decidiamo noi.

 

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l Porto di Catania si è svolto l’ultimo capitolo, in ordine temporale, della protesta che sta scuotendo l’entroterra di Sardegna e Sicilia. La protesta dei pastori sardi ha infatti da circa un mese coinvolto anche gli allevatori siciliani che a loro volta stanno provando ad allargarne il raggio.

Proprio questo l’obiettivo della manifestazione al porto, che oltre a denunciare il ricatto dell’importazione dei prodotti esteri sottocosto per fare abbassare il prezzo di vendita dai produttori agli industriali, ha voluto superare l’esclusività delle rivendicazioni dei pastori per rivolgersi a tutto il mondo dell’agroalimentare e non solo. Presenti infatti, oltre agli allevatori, agricoltori, pescatori e studenti.

La manifestazione, indetta dall’Unione Allevatori Sicilia per le 11:30 all’interno del porto, ha visto partecipare qualche centinaio di persone provenienti da tutte le latitudini della Sicilia. Un fronte compatto, una coalizione tra agricoltori, allevatori, pescatori e studenti, che sono scesi in solidarietà ai lavoratori in lotta, è quello che in questi mesi ha spaventato gli industriali ma non solo.

Presente, infatti, in numero quasi pari ai manifestanti, un impressionante schieramento tra digos, celere e carabinieri, segnale che il timore che l’onda d’urto e la fermezza della lotta in Sardegna possa contaminare il territorio siciliano.

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Prima ancora che cominciassero gli interventi, il protagonista diventa un pupo di pezza, stante a rappresentare i “politici fantoccio” che ci governano, pupo che ci ha messo ben poco a finire gettato nelle acque del porto sotto le grida di incitamento della folla.

Un gesto che manifesta tutto il rifiuto di quella politica che sostiene l'ingresso dei prodotti dall'estero a discapito di quelli locali, quella politica economica volta a favore della grande distribuzione organizzata, che taglia le gambe ai piccoli produttori e che instaura dei meccanismi perversi e insostenibili di concorrenza tra prodotti esteri a basso prezzo e prodotti locali sottopagati, innescando un insostenibile circolo di sfruttamento e di ricerca di mano d’opera sempre più a basso costo.
Di lì in poi è un proseguo di interventi, di sfoghi e di proposte che le diverse categorie presenti portano avanti.

Non solo i pastori, quindi, i protagonisti della mattinata di ieri, ma nuovo, possibile fronte di chi ha deciso di unire le proprie forze in una manifestazione svoltasi all'insegna del malcontento, ma anche della voglia di riscatto e della lotta.

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Il settimo tavolo di trattativa ieri in Prefettura a Sassari ha sancito la tregua definitiva nella guerra del latte che ha visto scontrarsi i pastori sardi con gli industriali dei caseifici sul prezzo del latte. Un accordo è stato raggiunto dai rappresentanti dei pastori e degli industriali: nuovo prezzo del latte a 74 centesimi a litro e 23 milioni del governo per rilanciare la filiera, ovvero ritirare il pecorino romano invenduto e fare aumentare sul mercato il prezzo al chilo del romano facendo salire così il prezzo del latte fino a un euro entro settembre. Così almeno auspicano gli uomini riuniti ieri al tavolo. Tra i pastori che hanno lottato duramente in quest’ultimo mese sembra però prevalere rabbia e delusione. I più non sono soddisfatti di un aumento di soli 14 centesimi al litro e c’è la sensazione che ancora una volta che ad avvantaggiarsi della situazione siano stati i grossi industriali. La notizia di una nuova cisterna del latte diretta al caseificio Pinna incendiata nella notte nelle campagne di Torralba nel sassarese sembra segnalare una riscossa non sopita che minaccia di tornare a farsi sentire nei prossimi tempi. Ospitiamo un photo-reportage che ripercorre volti, umori, e ragioni collaterali alla lotta dei pastori. Gli scatti ritraggono momenti di vita in comune nei presidi principali e nei centri in cui la lotta è stata più virulenta nella settimana a ridosso dell’apice della mobilitazione che ha attraversato l’isola, a metà del mese di febbraio. Foto e testo sono di Antonio Messana.

Gianni mi offre una Marlboro rossa. Ha 21 anni e la mattina si alza presto per lavorare in fattoria da suo padre a appena una quindicina di chilometri da qui. La sera viene qui al presidio con gli amici, si fa una bevuta e maledice i padroni, i politici, i moralisti, i ricchi, i fascisti, i comunisti, i negri, i rumeni, i cinesi. Insomma tutti quelli che si possono maledire oggi nel nostro paese. Adesso, il sole è appena tramontato dietro le colline. L’aria è fredda. Ci passa accanto rapido il signor Michele, che infilza su uno spiedo un quarto posteriore di una pecora. Attorno al fuoco, gli spiedi sono fissati in verticale e il signor Michele gira pazientemente intorno a questo spettacolare arrosto circolare, spostando i quarti in base al colore e al grado di cottura. Aspettando la carne, mangiamo pane e ricotta fresca. Ottima, per quanto mi riguarda.

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Gianni guarda l’arrosto e mi dice ghignando che: “Il pastore non muore di fame”. L’atmosfera è quella di una bella mangiata in famiglia, una serata piacevole in campagna, malgrado il freddo. La gente si raccoglie intorno al grande arrosto, i fuochi sono tenuti accesi ogni notte e il giorno le ceneri fumanti fanno pensare davvero a un campo militare durante un assedio. Effettivamente, se non fosse per gli occhi cerchiati e le espressioni gravi, ci si potrebbe quasi divertire.

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A un centinaio di metri da noi, i tutori dell’ordine chiacchierano in cerchio, alcuni sono appoggiati svogliatamente alle camionette blindate parcheggiate di fronte al caseificio Pinna. Il caseificio in questione è uno dei più grandi della regione, con un volume di affari di decine di milioni di euro. Lo stabilimento ha effettivamente proporzioni colossali. I Carabinieri presidiano l’entrata principale, mentre il movimento di protesta si è accampato poco più giù, su uno slargo in terra battuta accanto all’asfalto della provinciale. “Sono bravi” mi dice Gianni intercettando il mio sguardo. “Ci offrono da fumare, ogni tanto vengono a chiacchierare. Non lo dicono apertamente ma sono dalla nostra parte”. E non sono i soli. In tutta l’isola si vedono appesi ovunque le lenzuola bianche di sostegno alla protesta. #iostoconipastori.

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Lo scopo del presidio è semplice: nessun camion che trasporta latte può entrare nel caseificio, nessun camion che trasporta formaggio può uscirne. Per quanto i Pinna siano soltanto alcuni dei capri espiatori della questione, il blocco sembra avere la sua efficacia. “Blocchiamo tutto, questa è una guerra. Non vogliamo fare male a nessuno, ma rimane una guerra”. Martino ha la mia età, 29 anni. Mi racconta che la lotta dei pastori non è cosa nuova. “La gente se lo scorda, ma dieci anni fa noi volevamo andare a Roma sotto il ministero dell’agricoltura e ci hanno massacrato di botte. Dobbiamo ringraziare Maroni e Zaia”. Martino non ci crede alle strumentalizzazioni politiche della protesta. “Le promesse ce le fanno perché domenica ci sono le elezioni regionali, se no col cazzo che stavano qua ad ascoltarci”. Altri pastori come lui non sono dello stesso parere, magari hanno la memoria più corta.

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Martino mi racconta di come è nata la protesta, di come si sono uniti al movimento tantissimi giovani allevatori. “Ci avevano avvertito anche anni fa, altri pastori che protestano da anni. Ma siamo gente orgogliosa, ce ne sono alcuni che preferiscono stare muti piuttosto che dire apertamente che non ce la fanno più e che sono sull’orlo della bancarotta”. Piano piano, i ragazzi si sono riuniti, hanno cominciato a parlarne insieme, a discutere della loro situazione. “È cominciato tutto su WhatsApp. È così che comunichiamo”.

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Ora, a qualche settimana dall’apice della protesta, sembra opportuno fare alcune considerazioni sulla vicenda. Per prima cosa, fuori da qualsivoglia moralismo facile, è sbagliato considerare questi pastori come “i buoni”. Come per i gilets jaunes in Francia, si tratta di gente comune, nulla più nulla meno. Perché la protesta del latte, come quella della benzina in Francia, da una prospettiva più interessante e macroscopica, è così importante? Stiamo parlando di una protesta che viene dal basso, assolutamente priva di qualsiasi comparto ideologico. Se volessimo, potremmo classificarla come una moderna “rivolta dei forni”. Il prezzo della vita sale, la qualità della nostra esistenza sembra crescere, ma in definitiva ci si rende conto che le cose vanno sempre peggio, che non c’è nessuna fiducia nelle istituzioni e nell’intellighenzia (quanto suona male oggi questo termine) politica e culturale del paese. Altrettanta poca fiducia si può dare ai tentativi dei partiti politici di appropriarsi e di strumentalizzare la cosa. Al massimo, se ne può ridere.

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Per rispondere alla domanda, penso basti pensare a cosa ha voluto dire per gran parte dell’opinione pubblica quel gesto simbolico di versare il latte per terra. Milioni di italiani inorriditi da questo atto barbaro di spreco, di offesa, di insulto alla morale. Non si butta il cibo è un imperativo sacro, che effettivamente dovrebbe essere rispettato come una legge. Ma possiamo veramente inorridire di fronte a questo spreco, quando la FAO dichiara che siamo responsabili dello spreco di 1/3 del cibo prodotto in tutto il mondo1/3 del cibo prodotto in tutto il mondo? Osservando il versamento del latte con il dovuto distacco, sembra quasi che il gesto sia un attacco diretto contro la società del consumo. Buttare via il latte sotto gli occhi delle telecamere è pornografico. Le immagini che mostrano i fiumi di sangue bianco scorrere sull’asfalto sono documenti spontanei di una malattia del nostro sistema produttivo. Si produce tantissimo, troppo, fin quando il mercato è saturo e non si sa cosa fare delle eccedenze. E allora il modo quasi inconsapevole di protestare, di liberarsi dalle catene invisibili delle logiche di mercato, è quello di sfasciare tutto, di sfondare le vetrine degli Champs Élysées, di rendere spettacolare e ultramediatizzare lo spreco. Non si può pensare che un lavoratore non soffra a vedere per terra il frutto del suo lavoro. Non si può pensare che il pastore sardo sia contento di versare per terra il prodotto che gli dovrebbe garantire una giusta retribuzione.

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Per capire le proporzioni e le conseguenze economiche della cosiddetta “protesta del latte”, basta farsi un giro in macchina sulle provinciali sarde. Pecore. Pecore ovunque, a perdita d’occhio. I pascoli e i recinti occupano ogni spazio possibile. Sembra di stare nel far west, dove si allevava manzo a ogni costo e su ogni prateria. Non che le cose siano cambiate, a pensarci. Ci sono 2,7 milioni di pecore per 1,6 milioni di abitanti dell’isola. Fate voi i conti. La pastorizia in effetti regge in gran parte l’economia di tutto il territorio, insieme alle vacanze di ministri e vips in costa Smeralda. La pastorizia in Sardegna ha inoltre delle rilevanti conseguenze ecologiche. Più si alleva e si fa spazio ai pascoli, più le pecore e le capre si “mangiano” il verde, con buona pace degli agronomi preoccupati per la salvaguardia dell’ecosistema. Sembra un discorso da bar, già fatto mille volte, ma è ancora una volta la questione del consumo sfrenato a essere uno dei fondamenti più oscuri della vicenda.

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Oggi la protesta in Sardegna è stata riassorbita dalle trattative. Le elezioni sono andate e venute, l’amministrazione è cambiata, ma sarà sufficiente questo a risolvere il problema? Per quanto si possa sperare che il ping pong tra le parti riesca a trovare una soluzione soddisfacente, non sarà certo un aumento del prezzo del latte a sistemare la questione più profonda che la protesta esprime. E cioè un radicale problema di inadeguatezza tra la vita reale dell’individuo e l’estrema distanza dei sistemi politici, economici e culturali che la regolano.

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