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Quali sono le parti e gli interessi in gioco nella sollevazione del paese nordafricano?

In una fase di generale effervescenza delle piazze e di messa in discussione di equilibri politici pluridecennali del continente africano nei giorni recenti spicca l'Algeria; dove, ad un primo venerdì di mobilitazione per respingere la prospettiva di un quinto mandato dell'ottuagenario presidente in carica Abdelaziz Bouteflika, è seguita l'imponente giornata del 1° marzo - data in cui decine di migliaia di persone in tutte le più grandi città del paese hanno marciato alla vigilia della presentazione delle candidature. Chi c'era in quelle piazze? Che forma ha assunto dopo la lunga stagione post-rivoluzionaria e il decennio nero degli anni '90 il potere nel paese mediterraneo? Abbiamo chiesto a Tahar Lamri, scrittore algerino residente da anni in Italia, di parlarcene e di aiutarci a capire gli aspetti più sottaciuti dai sommari report dei nostri telegiornali come le dimensioni generazionali e femminili della protesta, il contesto economico-sociale algerino e le possibilità di generalizzazione e radicalizzazione della domanda di cambiamento.

La rivendicazione della piazza algerina è essenzialmente una: no al quinto mandato del presidente in carica, Abdelaziz Bouteflika. Cerchiamo di contestualizzare, di chi stiamo parlando?

Bouteflika è un vecchio lupo della politica algerina. Membro della vecchia guardia del Fronte di Liberazione Nazionale, e fortemente legato al potente presidente Houari Boumédiène, è Ministro degli Esteri praticamente dall’indipendenza fino alla fine degli anni ‘70, con risultati anche notevoli in campo diplomatico. Dopo la morte di Boumédiène torna a vita privata e vive all’estero fino al 1999, anno in cui viene richiamato in patria come figura di garanzia nell’ambito del processo di riconciliazione nazionale seguito agli anni della guerra civile, ovvero del periodo denominato “decennio nero”.

Inizialmente si trattava di una figura quasi simbolica, che pareva messa lì dai generali che reggevano il paese, ma lo scaltro Bouteflika si è rivelato in fretta qualcosa di più. È riuscito, nel giro di alcuni anni, a conquistare un forte consenso sia fra le élites del paese, che fra gli strati popolari. Si tratta, in sostanza, di un politico di razza, abile manipolatore e machiavellico.

Come è avvenuta questa costruzione del consenso e come si è arrivati, di conseguenza, alle piazze oceaniche degli ultimi giorni contro di lui? È doveroso, in effetti, ricordare che Bouteflika è uno dei pochi sopravvissuti al terremoto politico delle, cosiddette, “primavere arabe”…

Vorrei chiarirlo subito, sono passati nove anni dai sommovimenti del 2010 e il mondo è irriconoscibile rispetto ad allora, tante analogie che vengono tracciate ultimamente sono, quindi, forzate e arbitrarie. Inoltre, l’Algeria è un caso a parte e non è corretto operare facili generalizzazioni rispetto alla situazione dei paesi confinanti. Bouteflika è, come dicevo, un politico di razza, nonché un abilissimo comunicatore. I suoi discorsi sono toccanti, profondi e parlano spesso all’anima del paese, o meglio, lo erano, perché il problema è la grave malattia che lo ha colpito e che non gli permette di parlare in pubblico dal 2013.

Grazie al suo carisma è riuscito a convincere un paese sconvolto da una guerra civile lacerante e le parole sono state accompagnate da ingenti iniezioni di denaro nel corpo sociale: le case popolari distribuite negli ultimi vent’anni sono milioni, sanità e istruzione sono gratuite, i beni di prima necessità sono calmierati dallo Stato, sono state costruite università anche nel deserto, è stato portato il gas di città fino ai centri remoti del paese, sono state costruite infrastrutture che nessuno avrebbe mai immaginato prima, come autostrade, ferrovie, il nuovo aeroporto e la metropolitana di Algeri! Insomma, con il petrolio a più di cento dollari al barile ha avuto gioco facile nel redistribuire, anche se solo in minima parte, i proventi delle esportazioni degli idrocarburi e così, bene o male, il consenso lo ha conquistato: se so che Bouteflika mi ha dato la casa popolare mentre prima stavo in uno slum, alle prossime elezioni lo voterò per certo. Tutto ciò è stato possibile grazie all’estinzione del debito estero, che ha permesso al paese di sviluppare una politica economica autonoma, senza le ingerenze esterne del Fondo Monetario Internazionale o di altre istituzioni del genere, che sono la rovina per i paesi del terzo mondo.

Fino a qui, allora, sembrerebbe il paradiso…

Ovviamente non è così. Il potere in Algeria, è da sempre, fortemente opaco e si muove attorno ai clan che si contendono il potere. Quello che ha fatto Bouteflika è chiaro: ha costruito attorno a lui una solida cricca, che gli ha permesso di potare i rami secchi in alcuni settori dello Stato, per inserirvi persone a lui vicine, riempiendo gli apparati statali di fedelissimi. Ciò è evidente, ad esempio, in campo militare, in un paese in cui, è importante ricordarlo, l’esercito ha un peso determinante: è riuscito a ridimensionare lo strapotere dei generali, riconducendo la politica all’ambito civile, posizionando al comando delle forze armate persone a lui fedeli e tagliando la testa anche a personaggi che sembravano inamovibili. Emblematico è il caso del potentissimo Generale Toufik, capo indiscusso dei servizi segreti per venticinque anni, fatto fuori, con abilità, nel 2015. In sostanza, Bouteflika è riuscito a formare un vero e proprio clan attorno alla sua persona, composto principalmente da persone provenienti dalla sua regione, ovvero l’ovest del paese, che si è letteralmente appropriato dello Stato. È arrivato addirittura a nominare suo fratello come “Consigliere speciale”, una carica inventata ad hoc per inserirlo da qualche parte. È questo che viene fortemente contestato dalla piazza che grida a gran voce: «Non siamo una monarchia!».

C’è una serie di persone che si nasconde dietro la figura di un Presidente che ormai è incapace di intendere e di volere e che lo utilizza per continuare a restare lì dove è. In tanti si sono arricchiti a dismisura con Bouteflika e si è creata una classe di voraci imprenditori, che l’Algeria non aveva mai avuto, e che con i suoi governi hanno letteralmente fatto i milioni. Questi soggetti tremano, perché sanno che se il clan al potere cade, potrebbe trascinare con sé la precaria copertura che nasconde enormi spostamenti di denaro e scandali legati alla corruzione, che coinvolgono sia l’entourage del Presidente che questi nuovi rampolli del capitalismo algerino.

È molto interessante la questione del fratello. Si è detto che l’Algeria è un caso a parte rispetto a Tunisia, Egitto, Libia e, volendo, Siria. Questi paesi, in cui le sollevazioni del biennio 2010-2012 hanno ribaltato i rispettivi regimi, avevano due tratti in comune: la lingua araba e il fatto di essere paesi retti da regimi di stampo familiare. Il popolo algerino vuole prevenire una, eventuale, deriva del genere?

È uno degli aspetti che gli algerini non possono tollerare, anche se ognuno dei paesi che avete citato ha una storia peculiare e generalizzare non può che portare fuori strada. In Tunisia la tradizione della famiglia al potere è legata alla storia recente: la moglie dello stesso Bourguiba, fondatore della Tunisia moderna, comandava assieme a lui, e basti pensare al ruolo del potente imprenditore della comunicazione Tarak Ben Ammar, famoso in Italia per le collaborazioni con Berlusconi, che era suo nipote; Ben Ali e la sua famiglia avevano creato un sistema para-feudale in Tunisia, sulla scia, in un certo senso, di tale tradizione. In Libia, Gheddafi avrebbe preferito governare da solo, ma i troppi figli maschi che ha fatto lo hanno obbligato a integrarli nel governo del paese. In Siria la trasformazione forzata del regime Ba’thista in una specie di regno ereditario è stata operata dal padre di Assad, e si è visto come è andata a finire. Per quanto riguarda l’Egitto è possibile, invece, parlare di un caso simile all’Algeria: la fondazione dello Stato ha molti tratti comuni, specialmente con Nasser e il socialismo, e il fenomeno dell’appropriazione familistica degli apparati pubblici è arrivato solo con l’avvento di Mubarak, che ha trasformato i figli in potenti imprenditori e li ha inseriti nei gangli dello Stato.

La differenza rispetto alla questione della famiglia Bouteflika è che il caso egiziano è stato plateale e sotto gli occhi di tutti, mentre Said Bouteflika, fratello del presidente in carica, si muove con estrema discrezione: in Algeria non è tollerabile una deriva simile, a maggior ragione perché non è chiaro che cosa faccia, nascondendosi dietro la figura del presidente moribondo. Oltretutto, il sospetto nei suoi confronti si è aggravato perché girano voci e mormorii riguardo agli affari che egli svolgerebbe con Ali Haddad, il presidente del “Forum des chefs d'entreprises”, la Confindustria algerina, per intenderci. Altro oscuro personaggio arricchitosi a dismisura negli ultimi anni con denaro proveniente da non si sa dove.

Ali Haddad, il grande industriale coinvolto nello scandalo della telefonata ad Abdelmalek Sellal, il capo della campagna elettorale di Bouteflika, costretto a dare le dimissioni settimana scorsa?

Esattamente lui. È stata resa pubblica una telefonata in cui Haddad e il braccio destro di Bouteflika, Sellal, parlano di repressione delle piazze algerine e sabato alcuni importanti funzionari del FCE sono stati costretti a dimettersi, mentre Sellal è stato rimosso, pare dallo stesso presidente. Il punto della questione è che questi individui stanno diventando davvero importanti e che con Bouteflika hanno fatto montagne di soldi di cui nessuno conosce la provenienza, probabilmente parliamo di denaro che è frutto di ruberie e corruzione. La FCE, capitanata appunto da Ali Haddad, sostiene il presidente a spada tratta, perché nel caso in cui si verifichi un ricambio ai vertici della politica algerina, c’è il rischio che emergano le fonti, oggi oscure, delle loro fortune. Gli affari d’oro che questi nuovi capitalisti algerini stanno facendo con Bouteflika e con i suoi appalti finirebbero all’istante.

Abbiamo delineato, nei limiti del possibile, un profilo sommario dell’apparato di potere algerino che viene in questi giorni contestato. Ora passiamo ad altro, chi anima le piazze?

Abbiamo in piazza il popolo algerino, che si sente preso in giro. La composizione di coloro che protestano è estremamente variegata, e anche questo è un tratto di relativa novità. L’Algeria è un paese turbolento, che non ha mai conosciuto momenti di reale pacificazione sociale, ma i cui sommovimenti restano generalmente confinati nei rispettivi particolarismi, senza riuscire a trovare sintesi unitaria. Il carattere prettamente politico della mobilitazione che va creandosi negli ultimi giorni ha, invece, permesso a settori sociali molto differenti fra loro di connettersi e di marciare compatti contro il quinto mandato di Bouteflika. La mobilitazione è nata spontaneamente fra social network e passaparola e non vi sono né partiti, né sindacati dietro le proteste; l’unica figura politica che ha provato ad affacciarsi durante la manifestazione di venerdì scorso è stata Louisa Hanoun, del Parti des travailleurs, di orientamento trotzkista, ma è stata cacciata dalla piazza al grido di «dégage», probabilmente anch’essa identificata come membro della classe politica, e in quanto tale come soggetto da contestare. A livello sindacale l’UGTA, ovvero la CGIL algerina, supporta purtroppo il presidente in carica; esistono, inoltre, tanti sindacati di base, ma ognuno si occupa semplicemente dei propri interessi settoriali e non si è ancora schierato. In piazza, insomma, non sono presenti in alcuna misura i corpi intermedi della società.

E gli islamisti? Lo spauracchio del ritorno al caos degli anni del terrorismo è stato spesso agitato come strategia comunicativa e politica per legittimare coloro che oggi detengono il potere. Che fine hanno fatto?

Gli islamisti in questo momento sono rappresentati da due partiti, che hanno deciso di boicottare le elezioni. Tuttavia, in piazza non sono presenti se non individualmente. La forza di queste formazioni politiche è declinata dopo gli anni del terrorismo: si pensava che avrebbero sfondato nelle ultime elezioni, soprattutto nel periodo di ascesa dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ennahda in Tunisia, dopo le “primavere arabe”, invece questo exploit non c’è stato e il loro peso politico resta molto basso. Le moschee, invece, mantengono generalmente una posizione filogovernativa. Gli islamisti sono marginali e non sono in grado di mobilitare numeri importanti. Ripeto, caratteristica di questa mobilitazione di piazza sono la sua natura completamente autorganizzata e la sfiducia verso l’intero sistema dei partiti politici algerini, fra cui anche quelli religiosi, obsoleti tanto quanto quelli della coalizione di governo. Il mondo dell’islam politico istituzionale algerino è roba da vecchi, mentre queste piazze sono decisamente giovanili.

Sono i giovani algerini, quindi, a sfiduciare, da un lato, la gerontocrazia del clan di Bouteflika, mentre dall’altro sembrano sfidare anche i fantasmi del terrorismo. È possibile parlare di una sollevazione generazionale?

Vi sono ragioni anagrafiche fondamentali alla base del movimento contro il quinto mandato e stavolta pare essere arrivato il momento del cambiamento vero in Algeria. Il punto è che la legittimità rivoluzionaria di cui ha goduto Bouteflika, e che è stata determinante nella sua scelta come uomo del consenso, è definitivamente tramontata. Nei telegiornali il presidente è tuttora definito tramite l’appellativo «el moudjahid Abdelaziz Bouteflika», cioè «il partigiano Abdelaziz Bouteflika», uno che ha fatto la guerra di liberazione, ma questo chiaramente non può più bastare. Il paradosso è che nel suo ultimo discorso pronunciato nel 2013 prima di ammalarsi, egli stesso aveva affermato che era il momento di passare il testimone alle nuove generazioni, perché la legittimità rivoluzionaria non è più un carattere sufficiente in termini di legittimazione del potere, una situazione molto particolare legata alla forte eredità storica della resistenza contro i francesi, che è a fondamento, appunto, dell’Algeria moderna.

Siamo di fronte a una svolta di tipo generazionale. Sono ormai cresciuti quelli nati dopo il terrorismo: i ventenni di oggi non hanno memoria delle bombe e degli eccidi del “decennio nero”, dietro cui si nascondono i governanti di oggi, mentre al tempo stesso hanno visto sempre e solo Bouteflika al potere e oggi scendono in piazza per dire basta e rivendicare un cambiamento reale. Non solo non si fanno intimorire dallo spauracchio del ritorno alla violenza, ma rifiutano categoricamente il dualismo anacronistico fra islamismo e autoritarismo laico che non ha, se mai ne ha avuta, più ragione di esistere.

Dalle foto che circolano in rete sembra emergere una significativa presenza femminile. È solo una percezione o è un dato reale? Magari legato alla questione generazionale di cui parlavamo ora…

La presenza delle donne è direttamente collegata a ciò. Molte delle ragazze scese in piazza sono giovanissime, di cui in larga parte senza velo. Ho visto una cosa stranissima per un paese conservatore come l’Algeria: molte di loro manifestano sedute sulle spalle dei fidanzati, un atteggiamento non in linea con il pudore comune che caratterizza gli atteggiamenti pubblici; segno che i protagonisti di queste giovanissime piazze hanno un’attitudine nuova. In Italia può sembrare un discorso incomprensibile, ma in un paese del genere certi dettagli contano, e non poco.

Le donne sono presenti in massa e in maniera trasversale, con o senza velo. La loro quantità numerica in questi cortei è percepibile dall’intensità degli yuyu, ovvero il verso femminile utilizzato per intimidire l’esercito francese durante la resistenza, che conserva tuttora un forte valore simbolico, e che in queste manifestazioni è veramente forte.

È possibile parlare di un nuovo protagonismo femminile?

Non mi sbilancerei troppo, parlando di un nuovo tipo di protagonismo. Il ruolo della donna algerina durante i momenti più importanti della vita pubblica del paese è sempre stato determinante, sfociando talvolta in esempi di vero e proprio eroismo: basti pensare alla parte giocata dalla componente femminile della società nella resistenza o durante gli anni del terrorismo. Poi, però, generalmente i ruoli di genere tornano al loro posto durante i periodi, diciamo, di normalità. Negli anni di Bouteflika, tuttavia, le donne hanno iniziato a conquistare una posizione più importante rispetto al passato. Bisogna riconoscerlo, perché è la verità: nel campo del diritto di famiglia si sono verificate alcune innovazioni importanti, probabilmente dovute anche al minor peso politico degli islamisti, mentre il protagonismo femminile è aumentato anche ai piani più alti della scala sociale.

Ad ogni modo, tutto il popolo algerino esce in strada ed è normale che escano in strada anche le donne. Non è il caso di tracciare linee di tendenza forzata.

È la fine della sperimentazione di un modello che possiamo definire, fermo restando il fatto che andrebbero trovare definizioni alternative a certe formule semplificatorie, come populistico o, insomma, di un modello di consenso e legittimità trainato da una forma inedita di capitalismo nazionale?

L’era Bouteflika, come dicevamo all’inizio, ha portato con sé buoni miglioramenti per quanto riguarda la qualità della vita degli algerini, quindi per forza di cose gode di una qualche forma di consenso, più o meno evidente. Magari alcuni degli stessi che lo sfiduciano in pubblico per quanto riguarda questioni come la corruzione o l’uso spregiudicato del potere possono nutrire alcuni timori riguardo a una fase post-Bouteflika, che apre all’ignoto e alla potenziale perdita di alcuni benefici, soprattutto sociali, ottenuti.

Il, cosiddetto, populismo è sempre un cortocircuito e la partenza di Bouteflika, in questo senso, rappresenta un dilemma. È il ragionamento che fanno, per fare un esempio, molti italiani oggi: tanti elettori di sinistra possono odiare Salvini, ma hanno il terrore che il governo cada perché magari andrebbero in pensione a 67 anni, senza la cosiddetta “Quota 100”.

Bouteflika è riuscito a vincere soprattutto in un punto cruciale della sua strategia politica: mi riferisco al contributo fondamentale dato allo sviluppo di una classe media, che prima non esisteva. I figli di questi stessi pezzi di società, che hanno avuto accesso alle scuole e alle università statali e soprattutto a desideri di tipo nuovo, rappresentano le avanguardie del movimento che si sta formando contro di lui, e dietro ai quali si è coagulato il resto del malcontento che oggi occupa le piazze, gridando al potere di smetterla con le prese in giro e rivendicando una nuova pagina per la storia dell’Algeria. Non so se sia possibile parlare di paradigmi o modelli che cambiano, ma è sicuramente possibile parlare di una nuova società algerina, con nuove esigenze e nuove aspirazioni, che sarebbe ora di ascoltare.

 

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La studiata combinazione che ha visto inseguirsi lo scorso weekend la manifestazione milanese antirazzista e lo spettacolino delle primarie ha riportato l'attenzione sul Partito Democratico. La nomina di Zingaretti a segretario è stata narrata come la svolta progressista di un partito intenzionato a riportare nel suo alveo i delusi dal regno renziano.

 

Ma alcune evidenze ci dicono che il nuovo PD è nato già morto. E non solo perché di fatto è un ritorno al 2013, al centrosinistra, a Bersani e alle sue elezioni vinte e perse insieme. A un'era andata, e finita molto male. Ma perché credere nel PD di Zingaretti è credere in una (sinistra) sinistra che dietro il tema della difesa di un inesistente interesse generale della società, nasconde in realtà la promozione dei desiderata di una classe particolare, ovvero la classe padronale.

Vuol dire credere in una prospettiva antiquata e rivolta al passato, in una dirigenza che nel mentre finge di rinnovarsi non ha imparato e non vuole imparare la lezione, che non riesce a cogliere il senso profondo di una fase storica che la sta travolgendo in tutto il mondo occidentale. Che non coglie che la divisione tra popolo ed elite, tra basso e alto, tra sfruttati e sfruttatori, agita in senso reazionario dai sovranisti di ogni risma, non è aggirabile ma solo rideclinabile.

È una dirigenza che insieme a sindacati impegnati unicamente nella propria riproduzione burocratica continua a parlare di lavoro come dignità. Quando il suo essere sfruttamento e devastazione territoriale è verità sempre più evidente. Una visione fuori tempo massimo, anche rispetto ai suoi teorici referenti internazionali. Se persino negli USA infatti si riaffaccia qua e là il tema di classe, della distribuzione del reddito, anche a partire dalla polarizzazione dovuta a Trump, qui si sfrutta l'antipatia di alcuni settori sociali nei confronti di Salvini solo per ribadire un sostanziale neoliberismo, arrossato qua e là da un ammiccare a qualche diritto civile in stile Cirinnà. Senza però guardare alle contraddizioni di fondo di un modello di sviluppo insostenibile fondato dalla diseguaglianza e dalle porte in faccia soprattutto ai giovani.

L'unica speranza del PD di Zingaretti sembra quella di giocare al meno peggio, che poi in realtà è da anni l'unica strategia di un partito impegnato nel permettere lo spostamento in senso reazionario dell'opinione pubblica per poter apparire "migliore". Una strategia vecchia, oggi pensabile solo e soltanto grazie al suicidio dei 5s, ma che al suo interno ha troppe irrisolvibili contraddizioni per poter durare.

Come si può essere sitav e per l'ambiente? Come si può dedicare la vittoria alle primarie a Greta Thurnberg e poi subito rivolgersi alle energie del mondo imprenditoriale? Come si può voler ripartire dai delusi e come prima mossa andare a trovare Chiamparino? Come si può continuare a ragionare di capi, comunità, leader, partiti quando la realtà da affrontare sarebbe più che altro quella di una impostazione ideologica ormai morta e fallita in tutto l'occidente? Come si può pensare di crearsi una identità solo per giustapposizione, di fronte ad un sovranismo nativista che offre una risposta più immediata e promette anch'egli le stesse briciole? Si può quando si è di fronte alla volontà di una svolta puramente posticcia.

La manifestazione di Milano dello scorso sabato è ciò che aspetta chi porterà alcuna speranza in questo finto rinnovamento. Si prepari cioè, oltre ogni genuina voglia di cambiamento, a marciare con alla testa un nemico. L'antirazzismo di Sala, e già basterebbe chiuderla qui, afferma il suo "prima le persone" (quali? con quali risorse a disposizione? con quali precise idee su migranti, ambiente, sviluppo?) nel momento in cui intende affermare la negazione del conflitto di classe che si cela dietro il processo migratorio.

Questo, in quanto fatto sociale all'interno di rapporti capitalistici globali, riflette una attenzione ai diritti di cittadinanza che non può essere slegata dalla questione della redistribuzione del reddito e da prospettive di uguaglianza reale oltre la linea della razza. Fare scendere i migranti dalla Diciotti per poterli poi sfruttare non è antirazzismo. È solo la faccia più presentabile ma ugualmente omicida del neoliberismo.

La cittadinanza, criterio anch'esso assai discutibile, non è un dato solo formale, ma anche sostanziale. E parlare di cittadinanza senza discutere realmente di giustizia sociale, probabilmente non farà che rinforzare il campo opposto. Che forse, tutto sommato, è quello che serve allo stesso Zingaretti per darsi un senso, di riflesso..

 

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