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Articoli filtrati per data: Monday, 25 Marzo 2019

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questi appunti di Nicola Casale sui gilet gialli. Buona lettura!

L’avvento e la resistenza del movimento dei gilets jaunes mette a dura prova la politica di riforme che Macron è incaricato di promuovere per trarre fuori la Francia dal rischio di declino della sua potenza capitalistica e per contribuire a tirarne fuori l’intera UE. Questo genera preoccupazioni nelle élite europeiste, mentre produce soddisfazione negli Usa, dove, con perfetta continuità Obama-Trump, l’Europa la si vuole unita a condizione che sia sottomessa, e si è, in caso contrario, pronti a far di tutto per farla esplodere, essendo più semplice sottomettersene i singoli paesi (se necessario anche frammentandone qualcuno: Belgio, Spagna, Italia...). Su assi analoghe si dividono le borghesie nazionali, le quali, non di meno, devono misurarsi col rischio di effetto-contagio del movimento oltre i confini francesi.

Negli ultimi decenni la Francia ha già avuto forti movimenti di resistenza, ma quello in corso non ne è la semplice ripetizione. Ci sono molte differenze e sono quelle che generano più preoccupazione tra le elites.

I movimenti precedenti erano stati promossi e gestiti nell’ambito della sinistra. Il movimento dei gilets jaunes non la riconosce come guida e neanche come tutor (e perciò viene sbrigativamente etichettato di destra). Perché? Le sue rivendicazioni potrebbero figurare in programmi di sinistra, come Melenchon e Cgt si sono offerti di fare. Non hanno, infatti, alcun carattere esplicito o implicito anti-sistema, anti-capitalistico, si limitano a chiedere delle riforme nel senso classico del termine, tese a migliorare le condizioni di chi vive del proprio lavoro, di chi non ha un lavoro, o vive con misere pensioni o sussistenze, e che ci sia più eguaglianza nell’imposizione fiscale eliminando le riduzioni di Macron alle imposte su patrimoni e aziende. Nulla di diverso dalle rivendicazioni del movimento operaio novecentesco, se non che sono persino più moderate di quelle del decennio a cavallo anni 60-70.

Niente di diverso anche per l’impianto politico, la riforma del sistema e non il suo rivolgimento. Con quell’impianto il movimento operaio, dopo la seconda guerra mondiale, ha dato vita a conflitti che, fino a metà anni ‘70, hanno conseguito significativi successi e, dopo, ha contrastato le politiche di contro-riforme, riuscendo spesso a rallentarle. In Francia il rallentamento è stato più efficace che altrove, e proprio questo rende più urgente per le classi dominanti accelerarvi le contro-riforme, compito affidato a Macron, dopo i parziali fallimenti di Sarkozy e Hollande.

Una prima differenza con le attitudini del riformismo classico, i gilets jaunes l’hanno rivelata fin da subito ponendo le loro rivendicazioni economico-sociali su un piano immediatamente politico. Questo, come altre cose di cui più innanzi, non si è verificato per merito di una qualche avanguardia cosciente che abbia intelligentemente diretto il movimento, ma per la semplice presa d’atto che ognuna delle rivendicazioni non è compatibile con i piani governativi e può, dunque, essere conseguita solo stravolgendoli. Di qui la richiesta di dimissioni di Macron fin dal primo atto di lotta. Il legame tra piano economico e politico della lotta non era, in verità, estraneo al vecchio riformismo, ma questo lo declinava in due momenti, che per quanto collegati erano, non di meno, rigidamente distinti. La lotta economica delle masse serviva ad accrescere il peso elettorale e politico dei partiti riformisti in modo di dargli la forza di condizionare le politiche governative o, meglio ancora, di assumere il governo. I gilets jaunes hanno completamente unificato, nella pratica, senza previa riflessione teorica, i due piani e, seconda differenza, non hanno minimamente preso in considerazione l’opportunità di affidare a qualche soggetto politico esistente il compito di trattare le questioni sul piano politico o di occuparsi di mettere in crisi presidente e governo con le procedure parlamentari ed elettorali. Non si tratta di un rifiuto (né totale né parziale) della democrazia, ma, più semplicemente, del frutto delle innumerevoli esperienze negative accumulate dalla seconda metà dei ‘70 e con intensità crescente nei decenni ultimi, che il terreno delle negoziazioni, della ricerca del compromesso, tanto più quando affidato alla sinistra, è terribilmente scivoloso e porta, per lo più, a risultati negativi. Che si dimetta, quindi, Macron, e si dimetta sotto l’urto della piazza e non per i mercanteggiamenti parlamentari!

Per chiedere le dimissioni, terza differenza, il movimento non si preoccupa di precostituire i requisiti di un governo alternativo. Somma ingenuità, o indice di immaturità, si dice a sinistra. Né l’una, né l’altra. I gilets jaunes non aspirano a prendere il potere, non è in atto, consapevolmente o no, una rivoluzione, né sarebbe possibile, date le condizioni generali della lotta di classe a scala francese e mondiale. Si pongono il problema del governo sapendo di non avere i presupposti per rivendicarlo. Tuttavia, contemporaneamente, sanno che a decidere delle politiche governative sono i rapporti di forza, e un movimento in grado di diroccare un governo e un presidente costituirebbe un rapporto di forza favorevole di fronte a qualunque altro governo o presidente dovessero subentrare.

Il movimento, dunque, si muove all’interno del quadro riformista, ma lo fa sancendo delle cesure con alcune fondamentali attitudini del movimento operaio novecentesco. Cesure rese necessarie dal fatto che il riformismo storico, con la sua impalcatura ideologica, politica e organizzativa ha compiuto una completa conversione sottomettendosi alle richieste dell’avversario di classe per fronteggiare insieme le difficoltà finanziarie dello stato e provvedere al rilancio della competitività delle imprese.

Non s’è trattato di qualcosa catalogabile nella semplicistica, e deviante, categoria del tradimento, ma di un processo provocato dalla modifica delle modalità di sfruttamento capitalistico generata con la globalizzazione di produzione, capitali e mercati, in particolare del lavoro, che ha prodotto profondi cambiamenti nel rapporto proletariato/capitale, e, quindi, anche sulla rappresentanza politica e sindacale.

Il nucleo fondamentale del riformismo classico, un proletariato concentrato in grandi insediamenti produttivi, è stato sgretolato, e anche se le dimensioni del proletariato industriale sono state enormemente accresciute a livello mondiale, la sua forza organizzata è stata frammentata e dispersa. L’aggressione alle conquiste precedenti ha trovato così una resistenza sempre più debole e il proletariato è stato indotto dai nuovi rapporti di forza e dalla stessa coscienza riformista che l’aveva guidato nella fase precedente, a ritenersi co-interessato al rilancio della crescita in attesa del secondo tempo di ri-acquisizione. Il secondo tempo non è giunto, ma è avanzata, soprattutto in Occidente, la finanziarizzazione della vita che offriva l’opportunità di recuperare i diritti persi facendo perno sulle capacità auto-imprenditoriali nella finanza, nell’innovazione, nel mercato, fino al punto di intendere la propria forza-lavoro (non più solo fisica, ma intellettiva, affettiva, dell’intera vita) alla stregua di un capitale da investire per conseguire non un retrogrado salario ma una quota di profitto misurata su base meritocratica. Lo scioglimento della classe e delle sue forme organizzate in una pletora di individui imprenditori di sé stessi tra loro in competizione. Il rapporto di capitale che cessa di presentarsi nel suo conflitto con il salario e aspira a farsi capitale totale, sussumendo dentro di sé la vita stessa dei proletari, sottomettendone anche la riproduzione – prima consentita dal salario diretto e indiretto- ai meccanismi di profitto.

Questo nuovo paradigma è stato attuato in modo differenziato. Le continue ristrutturazioni hanno ridotto ma non eliminato la necessità di una quota di lavoratori di industria e servizi da impiegare con continuità. Questi conservano una parte di garanzie collettive, mentre per altre (pensioni, sanità, scuola) sono sospinti verso finanza e auto-imprenditorialità. Le funzioni che non abbisognano di lavoratori continui hanno, invece, subìto una generale precarizzazione, con l’assenza di garanzie collettive anche su salario e condizioni di lavoro, e sottomissione all’auto-imprenditorialità. Queste funzioni, grazie alle innovazioni tecnologiche, sono in continuo aumento e coinvolgono con particolare irruenza gran parte del ceto medio che si vede progressivamente retrocessa per condizioni economiche e capacità di consumo a livello proletario, e, per dipendenza dalla finanziarizzazione e dall’auto-imprenditorialità, in una situazione persino peggiore del proletario impiegato con continuità.

La crisi globale ha reso evidente l’impoverimento dei ceti medi, non arrestatosi neanche negli anni di ripresa, drogata dal denaro facile di Fed e Bce. Oggi che la ripresa inizia a mostrarsi evanescente si è costretti a fare i conti mettendo sulla bilancia promesse e risultati. Tanto eclatanti le prime, quanto deludenti i secondi. In pericolo inizia ormai a essere la stessa capacità di riproduzione della vita fisica, nonostante l’abnorme tempo di lavoro che si è costretti a dedicare per conseguire le risorse necessarie a riprodurla. Il movimento dei gilets jaunes si colloca in questo quadro. Si può a ragione considerare un primo tentativo, nell’Occidente capitalistico, di resistenza proletaria (nel senso ampio in cui va ormai considerato il proletariato) all’altezza dell’attuale livello di sviluppo del modo di produzione capitalistico e della sua crisi.

L’indagine e la riflessione su di esso è indispensabile per comprenderlo, per apportargli la solidarietà e il contributo concretamente possibili, e anche per derivarne tutti gli eventuali elementi utili a ogni resistenza a venire, in Francia e oltre. Proviamo, succintamente a cercare di cogliere i più importanti, tenendo anche conto delle piattaforme rivendicative apparse in rete.

Riformismo alla fine dell’epoca delle riforme

Il movimento è stato promosso e sostenuto dal ceto medio in via di impoverimento e proletarizzazione della periferia, ossia delle zone ove si addensano i perdenti della globalizzazione che hanno perso la speranza di futuro migliore e sono considerati dal potere “chi non è nessuno” (Macron dixit), a differenza dei vincenti dislocati nelle metropoli smart che concentrano finanza, servizi avanzati, comunicazione, innovazione, che credono di avere in pugno la certezza di un futuro di benessere. Non di meno, si è posto fin da subito come movimento generale. Non la lotta di categoria per interessi specifici, ma movimento che mette sul terreno rivendicazioni generali, comuni a una quantità di soggetti che costituiscono la grande maggioranza della società, senza farsi condizionare dall’effetto sull’andamento degli affari e dei profitti.

Il motivo che ha scatenato la mobilitazione è stata l’imposta ecologica. L’introduzione dell’imposta è stata accompagnata dalla solita campagna politicamente corretta sulla necessità di contrastare il riscaldamento globale causato dall’attività umana, in particolare dall’uso degli idrocarburi per combustione e carburazione, per contenere il quale sarebbe indispensabile il contributo di tutti. Con questo discorso stati, governi, multinazionali si sono riverniciati di verde non perché abbiano a cuore le sorti dell’ambiente ma perché devono fronteggiare la tendenza alla riduzione dei giacimenti di idrocarburi dai bassi costi di estrazione, che contiene il rischio di un innalzamento del prezzo dell’energia per la produzione e il commercio, con la crescita del capitale costante necessario e la conseguente caduta del saggio di profitto. Si cerca, quindi, di convincere i consumatori ad assoggettarsi a ogni tipo di imposizione fiscale per finanziare energie verdi e ridurre i consumi privati di idrocarburi. I gilets jaunes hanno strappato, almeno in parte, il velo di questa mistificazione, rifiutando una nuova imposta verde a carico di chi vive esclusivamente del proprio lavoro mentre alcuna seria politica viene messa in atto per far pagare i veri artefici dello spreco di risorse, i consumatori del lusso, le multinazionali e tutte le attività che generano profitti. L’imposta ecologica sul carburante è stata ritenuta, infatti, vessatoria non in sé, ma in quanto parte di una vessazione costante, un’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per questo la contestazione non si è limitata a essa ma è divenuta generale. Al governo non è stata chiesta solo la sua revoca, ma le sue stesse dimissioni.

Le rivendicazioni avanzate sono, come detto, di natura economica, ma declinate su un piano politico. Non solo per le richieste dimissioni ma soprattutto perché avanza una prima critica pratica alla meritocrazia. L’auto-imprenditorialità non salva dalla prospettiva di immiserimento, al punto che diviene sempre più difficile procurarsi i beni indispensabili alla riproduzione. Casa, sanità, pensioni, istruzione, che erano parte del pacchetto di certezze dello stato sociale, si stanno gradualmente trasformando in servizi o beni che ciascuno deve procurarsi in base alle proprie capacità di guadagno attuali o future (indebitandosi). Per ri-conseguirli il movimento non chiede integrazioni al reddito per procurarseli sul mercato, ma esige che siano incrementati i fondi sociali per garantirli a tutti, senza differenziazione tra francesi e non. Non, dunque, sulla base del merito, ma di una diversa redistribuzione della ricchezza. Con tutti i limiti e le debolezze connaturate a un primo tentativo di massa di scrollarsi di dosso l’ideologia -divenuta coscienza diffusa- della meritocrazia, quel che emerge è il bisogno di una riorganizzazione complessiva della società, per lo meno sul piano della redistribuzione della ricchezza, che va nella direzione di una sua socializzazione.

Con questo, non di meno, non si abbandona il terreno salariale, ma anch’esso è posto su un piano politico. Infatti, porlo a livello di conflitto aziendale o di categoria è, ormai, sistematicamente perdente. Il salario, diretto e indiretto, diviene, quindi, questione generale, politica e non più economico-sindacale, e dipende in ragione diretta dai rapporti di forza che si riesce a conquistare sul campo della mobilitazione di lotta. Ciò è immediatamente chiaro a milioni di lavoratori precari che non hanno un’unica azienda cui indirizzare richieste, e spesso, neanche un’unica categoria di cui ritenersi parte. Meno, o per nulla, chiaro è per il restante proletariato, di fabbrica o dei servizi, del privato o del pubblico, che, invece, conserva ancora un, per quanto limitato, potere di contrattazione aziendale e/o categoriale.

La natura delle richieste ha portato il movimento anche a doversi occupare del nodo del debito pubblico, il leitmotiv che giustifica le politiche pubbliche di compressione salariale e smantellamento dei servizi pubblici che costituiscono il salario indiretto. Ci si avvicina a un nodo fondamentale dell’attuale rapporto di capitale, la dipendenza dal debito, anche se solo nell’aspetto di debito statale. La richiesta che ne è scaturita non è certo il suo completo disconoscimento ma la più realistica di disconoscerne la parte illegittima e di restituire quella legittima senza gravare, però, ulteriormente sui non-ricchi ma prelevando le risorse dall’evasione fiscale, che notoriamente è privilegio ulteriore consentito ai soli ricchi.

Per sostenere le sue rivendicazioni il movimento ha dovuto confrontarsi anche con la questione della rappresentanza politica, avanzando proposte di modifica elettorale, introduzione di referendum di iniziativa popolare, e criteri di retribuzione che ancorino i rappresentanti al popolo che li elegge. Una riforma della rappresentanza che riduca il potere delle oligarchie e aumenti quello del popolo.

In buona sostanza, quella dei gilets jaunes non è una qualsiasi delle rivolte anti-tasse che piacciono tanto alla destra liberista e al padronato d’ogni dove per supportare la riduzione delle spese sociali dello stato e l’aumento dei trasferimenti a imprese, apparato militare e per l’ordine pubblico, ma un movimento che esige la riduzione dell’imposizione fiscale a vantaggio dei ceti non abbienti, il ripristino dell’imposizione sui ceti abbienti e un incremento di tutte le spese sociali. Un paradigma completamente opposto. Alcuni degli obiettivi del movimento trovano posto nei programmi elettorali della sinistra radicale, che, tuttavia, ha dato piena prova di incoerenza e/o impotenza. È come se ci fosse resi conto che non è il voto in grado di cambiare le cose, né possono cambiarle movimenti d’opinione e qualche sfilata in piazze più o meno piene. La forma di lotta prescelta è stata, infatti, quella molto più efficace di blocco degli snodi del traffico, e manifestazioni nelle città, in particolare Parigi, da ripetere fino al conseguimento di tutte le rivendicazioni e delle dimissioni di Macron. E se pure su voto e elezioni si continua a fare affidamento, meglio tenere sotto controllo (o sotto scacco) con la mobilitazione di piazza il meccanismo politico che dal voto si genera.

La richiesta di dimissioni del governo con la mobilitazione di piazza è apparsa eversiva agli apologeti dei meccanismi democratico-parlamentari e ha spiazzato i Le Pen e i Melenchon, rivelatisi, in quanto oppositori di Macron, inutili e superati da una protesta che, pure, cercano d’intestarsi e tradurre in voti.

Fin da subito il governo ha reagito, col blocco unito dei media, con una campagna denigratoria del movimento e con dura repressione, mettendo in chiaro che a scendere in piazza si rischiava arresti, persecuzioni giudiziarie, violenze fino a mutilazioni permanenti e, se del caso, anche la vita. Nonostante i rischi i gilets jaunes (gente comune e non certo professionisti della violenza) non hanno receduto, segnale di un raggiunto limite di esasperazione e della incipiente percezione, per lo meno in alcuni settori del proletariato, di non avere ormai più nulla da perdere.

La determinazione dei gilets jaunes e il consenso sulle loro richieste e forme di lotta, ha indotto Macron a compiere un passo indietro sull’eco-tassa e offrire aperture su alcune delle richieste, resistendo fermamente dal ripristinare il prelievo su ricchi e imprese. La Commissione europea ha promesso un occhio di riguardo per le necessità di bilancio della Francia nell’onorare le promesse, operando un’evidente inversione rispetto alla rigidità con cui stava trattando analoghe richieste italiane. Non si tratta di preferenze nazionali, ma dei rischi del movimento francese di sconvolgere il paese e contagiarne altri, rischi che, a converso, non presentano le dinamiche italiche, dove, anzi, i grillini si fanno merito di essere un baluardo contro rivolte come quella francese! Di questo merito la UE ringrazia e, in coerenza, non era disponibile a fare concessioni a M5S-Lega sulle politiche sociali. Se alla fine la Commissione ha accettato, sia pure edulcorati, due provvedimenti che vede come fumo negli occhi (reddito di cittadinanza e parziale correzione della Fornero) e un deficit (2%) maggiore di quello preteso (1,6%) è stato grazie alla mobilitazione dei gilets jaunes, che ha, così, avuto un primo effetto anche fuori delle frontiere francesi, con grave scorno dei tifosi italici dello spread e della fermezza della UE contro le pur miserrime misure sociali del governo.

Le offerte di Macron non hanno fermato la mobilitazione. I gilets jaunes ne hanno colto il carattere fortemente limitato rispetto alle rivendicazioni, e, soprattutto, il tentativo di Macron di provocare il riflusso del movimento per riprendere, poi, pienamente la sua politica di contro-riforme.

Perché Macron, scostandosi dall’iniziale reazione basata sulla sola repressione (in modo, tuttavia, solo apparente, perché la violenza repressiva non si è fermata mai), ha avanzato una proposta di compromesso?

Il governo francese e tutta la stampa europea, dopo ogni giornata di lotta hanno propagato dati che dimostravano il calo dei partecipanti. Se questo calo ci fosse stato davvero e se fosse stato così significativo Macron non avrebbe dovuto fare altro che aspettare il cadavere del movimento sull’argine del fiume. Se è, invece, intervenuto con proposte concilianti è perché si è reso conto che se pure il numero dei partecipanti era relativamente contenuto (ma, tuttavia, sufficiente a tenere alta la mobilitazione a centinaia di incroci in tutto il paese e a promuovere partecipati cortei a Parigi con l’obiettivo di raggiungere l’Eliseo) non scemava il consenso maggioritario nel paese. Infatti, il consenso a richieste e forme di lotta è stato, ed è tuttora, molto alto (riconosciuto pure dai sondaggi ufficiali che hanno registrato anche uno scontato rifiuto dell’uso della violenza, ma hanno dovuto registrare anche che un 90% di francesi riteneva lo stato responsabile delle violenze – segnale molto preoccupante per uno stato che si pretende depositario della violenza al solo scopo di contrastare quella che si potrebbe generare nella società!), ma è rimasto confinato nei livelli di passività, senza tramutarsi in supporto diretto alle mobilitazioni. Fino a quando, però, sarebbe rimasto passivo? Questa la vera preoccupazione che ha agitato Macron, che il consenso raccolto dai gilets jaunes si trasformi da passivo in attivo. Su questo si gioca la vera partita, su questo Macron spera di influire da un lato con la violenza repressiva che scoraggi dallo scendere in piazza chi non ha ancora maturato la convinzione di “non aver nulla da perdere” e, dall’altro, con le sue promesse: dividere il movimento, indebolirne il consenso per evitare che la mobilitazione cresca fino ad assumere i caratteri di vera e propria insurrezione, contro la quale, peraltro, è sempre pronto lo stato d’emergenza o, anche, il coinvolgimento politico delle forze armate, opportunamente fatto trapelare come una delle possibili ipotesi.

I gilets jaunes non si sono accontentati dei passi di Macron e hanno proseguito le mobilitazioni. Ma, non c’è dubbio che a decidere dell’evoluzione dello scontro sarà proprio il conservarsi o ridursi del consenso alla protesta e la partecipazione alle mobilitazioni.

Difficile generalizzazione

Le sorti del movimento dipendono, insomma, dalla sua capacità di tenere alto il livello di mobilitazione, consolidare il consenso e trascinare in lotta nuove crescenti forze. Una “convergenza delle lotte” è stata tentata con gli studenti mobilitati contro le riforme che modificano le scuole superiori, rendono più selettivo l’accesso alle Università e maggiore il costo degli studi universitari. Ma, finora, senza successo.

Un’altra convergenza è stata perseguita da militanti sindacali (soprattutto CGT) che, individualmente o in piccoli gruppi, partecipano alle mobilitazioni dei gilets gialli e premono sul sindacato affinché faccia suoi gli obiettivi del movimento e organizzi una lotta comune. Dopo molte resistenze, la CGT ha indetto una giornata di mobilitazione comune, e promette di continuare su questa strada. Ma, se assume alcuni degli obiettivi della lotta, la CGT rifiuta di far sue tanto le forme di lotta quanto gli aspetti più politici, come la richiesta di dimissioni di Macron. Il problema non è dovuto solo all’ottusità della CGT, ma rinvia a un problema che va al di là degli stessi sindacati e investe quella parte di proletariato che ancora conserva un certo numero di certezze e garanzie, che, se pur ridottosi enormemente, è ancora di dimensioni importanti ed è, inoltre, impiegato in gangli fondamentali di produzione e servizi pubblici e privati. Questa parte di proletariato condivide le rivendicazioni dei gilets jaunes e la sua mobilitazione, con scioperi che blocchino grandi e medie imprese di ogni settore e i servizi pubblici, potrebbe fare la differenza nel decidere le sorti dello scontro. Ma la simpatia non si trasforma in partecipazione, non solo e non tanto per l’azione frenante dei sindacati, quanto per il peso dei mille fili che legano la sua condizione di relative garanzie al buon andamento delle imprese e alla tenuta delle compatibilità di bilancio dello stato. Tra la Scilla di rivendicazioni condivise e la Cariddi del rischio di aggravio della situazione economica e finanziaria, causa scioperi generali, si preferisce rimanere a far tifo per un compromesso da cui si guadagni qualcosa piuttosto che entrare sul terreno di gioco per dar maggiore forza al movimento. Allo stesso tempo, questa parte di proletariato è poco disposta a farsi trascinare in dinamiche che mettano a rischio l’unità europea, non perché più vaccinata rispetto al rischio del nazionalismo, ma perché vede il pericolo di un salto nel buio che attenterebbe ancor più alle sue residue certezze. Del tifo passivo Macron ha finora beneficiato, evitando di soccombere al movimento, ma per prevalere contro di esso deve trasformarlo in tifo per lui o almeno in neutralità, ed è quanto si ripromette col “dibattito nazionale”, nel quale cercherà proprio di sollecitare la paura del caos generale che spezzerebbe anche la rete di relative certezze di quella parte di proletariato.

Il problema, quindi, non è la “convergenza” di lotta tra settori diversi -che per realizzarsi esigerebbe, peraltro, rinunce di programma e/o di forme di lotta da parte dei gilets jaunes- ma di una generalizzazione della lotta. Finora non c’è stata e nulla fa pensare che a breve possa avvenire in Francia o altrove, dove il movimento ha prodotto diversi tentativi di emulazione (non sempre coerenti al modello), ma, tranne alcuni episodi in Belgio, mai effettivamente di massa. A decidere di questo non sarà la quantità o l’efficacia delle sollecitazioni indirizzate al proletariato, ma solo il maturare di condizioni oggettive, economiche, sociali e politiche, che rendano indispensabile il ricorso alla mobilitazione anche del proletariato oggi passivo.

Allo stato delle cose, quindi, Macron potrebbe conseguire il risultato e ottenere che il movimento, almeno momentaneamente, rifluisca.

Una delle possibili modalità di riflusso è la scelta della via elettorale. Finora è stata ricusata, ma potrebbe ri-emergere di fronte alle difficoltà di prevalere nella lotta e/o di continuarla. Con una scelta del genere si finirebbe nella rete elettorale/parlamentare, coi suoi specifici rapporti di forza, riti, compromessi, il dover rispondere ad altri poteri nazionali e sovra-nazionali, con la certezza della dissoluzione del programma originario e la perdita dell’unico connotato di forza, ossia la mobilitazione di lotta. Non per caso anche un Di Maio ha lanciato ai gilets jaunes la sua polpetta avvelenata per sospingerli in questa direzione.

Nutrimento a neo-populismo e sovranismo

Anche in caso di riflusso i semi gettati produrranno frutti. All’immediato è più che probabile che siano capitalizzati dalle dinamiche sovraniste/nazionaliste. D’altra parte il quadro auto-rappresentato è quello dei cittadini contro un potere sordo, che cercano di recuperare qualche pezzo di sovranità sulla propria vita strappandolo ai poteri che l’hanno espropriata e che li sovrastano anche grazie ai governi che si succedono. Ciò colloca il movimento nella tendenza neo-populista che caratterizza l’emergere della resistenza dal basso dall’inizio della crisi nel 2007 (per una più articolata analisi si veda Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios). Rispetto a quella tendenza il movimento dei gilets jaunes rivela una più netta separazione di classe tra chi vive del proprio lavoro (anche quando si risulti proprietari di miseri “mezzi di lavoro”, per possedere i quali si è indebitati con i “padroni del vapore”, al cui potere e al cui prelievo si è comunque sottomessi per accedere ai mercati coi propri prodotti, materiali o cognitivi) e chi vive di profitti, interessi e rendite, i ricchi. Il cittadinismo sovranista dei gilets gialli si muove, dunque, su un terreno analogo a fenomeni del genere, con la denuncia di privilegi e incapacità dei politici, inetti e parassiti, ma, a differenza degli altri, individua nei politici non una casta a sé, ma gli artefici del governo dei ricchi. Sul punto in questione, tra loro e, tanto per dire, il M5S ci corre un abisso. Si apre, con ciò, un punto di contraddizione nella dinamica del neo-populismosviluppatasi finora, ma non se ne segna certo la scomparsa come orizzonte entro cui agisce la resistenza di massa nella situazione attuale. È molto più probabile che possa costituire un contributo a un secondo tempo del neo-populismo, con una più profonda dislocazione di classe e un maggiore intreccio tra questa e il recupero di sovranità da parte della nazione.

Alcuni degli obiettivi dei gilets jaunes contengono già elementi suscettibili di evolvere in quella direzione. Ciò non è dovuto a un genetico chauvinisme francese, ma è il portato della situazione attuale dei rapporti di classe. I settori di proletariato che iniziano ad avvertire di non poter più vivere come prima, sono costretti a fare i conti con l’ultima tegola che gli è piovuta addosso, la completa espropriazione del controllo sulla propria vita, che, invece di migliorargliela, secondo promesse, glie l’ha ulteriormente peggiorata. Di qui, l’esigenza di ri-conquistare la sovranità perduta. La ri-conquista sul piano individuale inizia a rivelarsi incerta, di conseguenza è posta come fatto collettivo, di una comunità che non ha la base strutturale della vecchia forma di fabbrica, o di categoria, o della classe che ha ormai dissolto le sue strutture organizzate (il cui orizzonte politico-organizzativo, peraltro, non avrebbe più senso nella nuova situazione), ma che può essere costituita dalla lotta comune. La comunità di lotta non aspira a farsi Comune perché ciò che esige sono correzioni del sistema, e nulla le fa pensare che non siano possibili. L’argine istituzionale in cui ri-conquistare la sovranità diviene così lo stato, a sua volta comunità fittizia, ma reale quanto a esistenza strutturata, con l’obiettivo di trasformarlo da stato delle élite a stato di tutto il popolo. A decidere, tuttavia, della direzione che prenderanno i frutti prodotti dal movimento dei gilets jaunes e del movimento stesso è soprattutto il quadro generale nel quale agisce, sia in rapporto all’avversario che in rapporto alle alleanze di lotta.

Per quanto riguarda il primo, i gilets jaunes hanno preso ad avversario il governo francese. Hanno evitato di prendere esplicitamente sotto mira la UE, ma, per le dinamiche in atto, in cui la UE sorveglia e indirizza le politiche economiche e sociali dei paesi associativi per assoggettarle alle esigenze della globalizzazione finanziaria, è del tutto naturale che essa sia vista, a sua volta, come avversario del movimento, e che la rivendicazione di sovranità dello stato del popolo sia agita essenzialmente contro di essa. Bannon e Trump festeggiano, ma se la lotta rimane all’interno di quell’orizzonte è per questa realtà fattuale e non per merito loro, per quanto sia probabile che abbiano nel movimento propri agenti. Tuttavia, la spinta dal basso trova, al momento dato, una corrispondenza in alto solo nel sovranismo à la Trump che punta a riformare la globalizzazione sostituendo la concertazione nell’ambito di istituzioni globali (con la partecipazione di quelle regionali, come la UE) con un’arena in cui ciascuno stato agisca da solo e sia, per ciò stesso, molto più soggiogabile agli interessi e alle scelte del più forte, gli Usa. Una globalizzazione, dunque, più competitiva, non nel senso di competizione da libero mercato, ma di più aperta competizione tra paesi e stati. Appare come un’idea di Trump (e di Bannon), ma, invece, nasce come tentativo di assolvere la necessità impellente per gli Usa di frenare il rischio di declino, rinnovare e incrementare la rapina a danno del resto del mondo, piegare il tentativo della Cina di risalire la catena del valore (ossia di liberarsi delle ragioni diseguali di scambio di cui è oggi schiava), incatenare ancora di più a sé gli stessi alleati europei, beneficiari finora dell’ordine imperialista Usa, costringendoli a rinunce a vantaggio dell’economia Usa e a spendere di più per godere della loro protezione. Il rischio che l’aspirazione alla sovranità dello stato del popolo finisca col portare, consapevolmente o no, acqua a questa riforma è, quindi, molto alto. Per evitarlo non saranno sufficienti quegli spunti che pure nel movimento dei gilets jaunes sono comparsi a guardareoltre la UE. Tale è, per esempio, il prendere di mira le multinazionali (anche francesi!) per esigere da loro maggiore contribuzione fiscale e per ridurne il potere a vantaggio del piccolo commercio di prossimità. Tale è la rivendicazione di difesa dell’industria nazionale che, ove declinata coerentemente, dovrebbe vedere come l’aggressione principale provenga dagli Usa che, con strumenti giudiziari e finanziari, condizionano gli affari – o si appropriano- di grandi imprese francesi (si veda https://www.voltairenet.org/article205186.html).

Il sovranismo nazionalista (non solo dei gilets jaunes) è, quindi, indotto, dalla dinamica dei fatti, a prendere una direzione esclusivamente anti-UE, e, in fondo, anti-tedesca, anche perché, al momento, trova a Washington una sponda interessata. Ciò non toglie che possa orientarsi in senso anti-Usa nel momento in cui qualche borghesia nazionale, per necessità di sottrarsi dall’egemonia Usa, dovesse cavalcarlo. Per quanto possa ora sembrare inimmaginabile, nella realtà vanno aumentando i presupposti del precipitare della crisi globale in uno scontro anche tra paesi imperialisti, con il rischio di rottura delle alleanze forgiatesi con l’esito della seconda guerra mondiale (non per caso, il sovranismo nazionalista sviluppatosi in Germania con AfD manifesta già molteplici elementi anti-Usa). Il terreno di un primo tentativo di nuovo avvio del conflitto di classe coincide col terreno su cui può svilupparsi la massima sottomissione del proletariato alle esigenze capitalistiche, carne da cannone in una guerra per una nuova spartizione del mondo tra potenze imperialiste e per rintuzzare il tentativo di soggetti statuali di scrollarsi di dosso il dominio economico, finanziario, militare e politico che ne condiziona o ne rallenta lo sviluppo capitalistico (Cina, Russia, India, Iran, ecc.). Nulla di nuovo, rivoluzione e contro-rivoluzione si sviluppano sullo stesso terreno.

Per uscire dalla trappola del sovranismo nazionalista sarebbe necessario l’emergere di una dinamica internazionalista. Anche per questa, in verità, tra i gilets jaunes sono apparsi alcuni spunti. Uno è relativo agli immigrati, sia quelli già in Francia (compresi come beneficiari di ogni rivendicazione, salario, casa, sanità, scuola) sia verso i richiedenti asilo, con proposta di respingere chi non ha diritto, ma con la rivendicazione di “affrontare le cause che determinano le migrazioni forzate”. Per quanto criptico possa apparire è, non di meno, lontano sia dalla propaganda farisea della migrazione come libera scelta, sia dall’attribuzione della responsabilità ai soli “trafficanti di uomini”, ma anche dal programma neo-coloniale “aiutiamoli a casa loro”. Non c’è una netta presa di distanza dalle manomissioni imperialistiche (nel caso francese di tutta evidenza con colonialismo in pieno vigore, e interventismo economico e militare in Africa e Medio Oriente), ma qualcosa che mostra di potervisi pericolosamente avvicinare. Segnali di disponibilità alla lotta che superi i confini nazionali ci sono, poi, stati con la partecipazione alla manifestazione No-Tav e con l’invito a una manifestazione internazionale a Lille nell’ambito dell’atto XVI, 2 marzo 19.

Se il movimento, e i suoi frutti, rimarranno costretti in quella trappola dipende, perciò, in ultima istanza da ciò che emergerà o meno in altri paesi. I segnali di simpatia e solidarietà sono stati diversi, sia quelli espressi pubblicamente, sia quelli che non possono arrivare sui media, nei commenti della gente comune. Se questa simpatia si tramutasse in movimenti di massa con analoghe caratteristiche in altri paesi non ci sarebbe un automatico trascrescere verso una dimensione internazionalista della lotta, ma, almeno, si porrebbero basi più concrete per un superamento delle dinamiche sovraniste/nazionaliste. In assenza di ciò, è inevitabile per i gilets jaunes rimanere isolati nello scontro con il governo, la UE e tutto il blocco degli interessi capitalistici mondiali, e costretti in un quadro angustamente nazionale, con il conseguente rischio di contribuire a rafforzare le dinamiche sovraniste/nazionaliste. Questo tipo di isolamento, anche da parte francese, è stato, d’altronde, già pagato a duro prezzo dal proletariato greco e, come è inevitabile, rischia di ritorcersi oggi contro i francesi, domani contro chiunque altro si incammini in percorsi di resistenza.

Ambivalenze del neo-populismo

L’evoluzione del movimento dei gilets jaunes e la direzione dei frutti da esso generati dipendono, dunque, anche, se non soprattutto, dalla propagazione in Francia e oltre dei suoi germi. Le manovre divisive di Macron e della UE potranno, all’immediato, avere successo nell’indebolirlo, ma è facile prevedere che nessuna concessione a questo o quel settore rimarrà stabile, né è alle viste un’inversione delle politiche di arretramento nelle condizioni economiche e sociali della grande maggioranza della società. Le ragioni che hanno prodotto l’esplosione della mobilitazione dei gilets jaunes continueranno ad approfondirsi, non solo in Francia. Questo è certo, ma non si può con uguale certezza prevedere che ciò dia il via a un proliferare di conflitti di classe. I dieci anni trascorsi dall’inizio del nuovo e non interrotto ciclo di crisi stanno lì a dimostrare come non ci sia alcun automatismo tra peggioramento delle condizioni proletarie ed esplodere dei conflitti. Se i conflitti non sono stati all’altezza del peggioramento, non di meno non si può parlare di dieci anni trascorsi nella “pace sociale”. Non c’è stata pace sociale in Asia e America Latina, ma neanche in Europa. Qui, però, più che i caratteri di scontro sociale il conflitto ha assunto quelli dell’emergente populismo. In questo termine, usato invariabilmente con intenti spregiativi, vengono catalogati fenomeni diversi per fondamenta e caratteri. Una cosa è, tanto per dire, il populismo latino-americano che deve fare i conti con l’oppressione imperialista, altra cosa è quello che emerge nei paesi europei, che beneficiano, sia pure in misura diversificata, dei vantaggi del dominio imperialista, che vede al primo posto gli Usa, che ne sono anche il principale sostegno, ma che a cascata si riversa anche su Europa, Giappone e Australia. In Europa il neo-populismo (per distinguerlo da altre forme storicamente determinate) ha colmato il vuoto lasciato dalla sinistra, esauritasi con l’esaurirsi del compromesso sociale che aveva contribuito a implementare, e si è inserito nella crisi della rappresentanza innescatasi a motivo dello stesso duplice esaurimento. Anche per l’Europa, tuttavia, non si può parlare di un unico fenomeno, ma vi sono diverse sfaccettature. In qualche caso ha prodotto nuove formazioni (M5S, Podemos, AfD, France Insoumise), in altri è stato fatto proprio da organizzazioni già esistenti (Le Pen, Lega). L’ossatura principale è costituita dai ceti di nuova proletarizzazione, soprattutto dai giovani che avendo fatta propria l’ideologia meritocratica, lottano contro la casta (politica ed economica) che altera a loro danno il gioco meritocratico e gli impedisce di emergere e di apportare il proprio contributo al miglioramento della vita economica, sociale e politica. A questo nucleo centrale si è, via via, associato anche il consenso di lavoratori dei servizi, di fabbrica, ma anche di artigiani e piccoli imprenditori, che hanno abbandonato i precedenti partiti non più in grado di rappresentarne gli interessi, in quanto sottomessisi a quelli della casta politico-imprenditoriale -e, ai poteri forti che la sovrastano. Con ciò il neo-populismo ha fatto propri anche i caratteri di giustizia sociale, sia pure in modo decalante dai neo-populisti di sinistra a quelli di destra. In associazione ai temi neo-populisti si è affermato anche quello della sovranità, sia per i motivi cui si è già fatto cenno, sia per porre rimedio all’esclusione da ogni influenza sul potere sancita dalla crisi della rappresentanza politica basata sul precedente compromesso sociale. Lo stato del popolo che su questa base si rivendica deve, a sua volta, riconquistare la sovranità espropriata dai poteri sopra-nazionali con i meccanismi della globalizzazione. Di qui il sovranismo nazionalista, sul quale, tuttavia, le tendenze divergono, tra neo-populisti che rivendicano un’UE diversa (con modifiche anche nella gestione della moneta comune) non dominata dalla burocrazia non eletta ma con un maggior ruolo dei singoli stati, e quelli che preferirebbero la scomparsa di UE ed euro. Come accennato le dinamiche aperte da queste tendenze vedono, al momento dato, il prevalere del rischio di favorire l’affermarsi della globalizzazione competitiva perorata da Trump/Bannon, ma può, in prospettiva, rivelarsi utile anche per dinamiche di recupero di sovranità anti-Usa.

Ciò rende il neo-populismo un incubatore di profonde modifiche con una forte ambivalenza. Da un lato, rappresenta la forma attuale con la quale il proletariato (nel senso ampio prodotto dalla sussunzione reale da parte del capitale della vita stessa dei proletari vecchi e nuovi) cerca di reagire alla perdita di ogni possibilità di far valere i propri interessi dopo l’esaurimento del compromesso sociale post-seconda guerra mondiale. Dall’altro rappresenta i primi fermenti del precipitare della crisi della globalizzazione in una dinamica di rinnovato scontro tra grandi potenze (sul versante commerciale, finanziario e geopolitico, un domani, se del caso, anche sul piano militare), possibile solo con un forte recupero del ruolo nazionale dello stato e della coesione nazionale delle classi. I due elementi sono oggettivamente intrecciati. Il nazionalismo nel suo sorgere difensivistico e nel suo trasformarsi inaggressivo non può prescindere dalla forte mobilitazione di tutte le classi, le quali, a loro volta, non possono concretamente sentirsi nazione se non trovano in questo anche un credibile modo per perseguire i propri interessi. Quest’intreccio è inestricabile? Detto altrimenti: un nuovo avvio di conflitto di classe ha come unica conclusione possibile di dare apporto alla soluzione più atrocemente anti-proletaria dell’assoggettamento agli schieramenti di un nuovo conflitto imperialistico (per rinnovare il dominio su un mondo in qualche modo ribelle) e inter-imperialistico (per ribadire o revisionare la gerarchia di dominio)? Oppure l’ambivalenza può essere sciolta nel senso di lotta contro il sistema capitalistico e, per ciò stesso, dalle dimensioni internazionali e internazionaliste?

Scioglimento dell’ambivalenza in direzione anti-capitalistica?

Per questa seconda possibilità non si può far di conto su forze organizzate, per quanto minoritarie, che possano influenzare il proletariato e orientarlo in una direzione coerente ai suoi interessi e a quello dell’intera specie umana di sottrarsi all’attuale modo di produzione e di organizzazione sociale. Non esistono forze del genere. Il processo di inclusione del proletariato, prima tramite il riformismo e, in seguito, con la sussunzione reale al capitale anche della vita proletaria, ha reso impossibile l’esistenza tanto di partiti di massa coerentemente di classe, quanto di significative minoranze organizzate anti-capitaliste. Gli uni e le altre possono riavere nuova vita solo se, e quando, si dovessero determinare le condizioni che rendano indispensabile per il proletariato organizzarsi politicamente come parte separata, distinta e contrapposta ai partiti delle altre classi e, quindi, in partito politico della classe, che, all’altezza dello sviluppo raggiunto dal capitalismo, non avrebbe da raccogliere gli interessi di un’unica classe su un piano meramente economico-sociale, ma quelli della maggioranza dell’umanità, della specie umana in difesa della sua sopravvivenza in un nuovo rapporto con la stessa natura. E, nel contempo, far iniziare a emergere il bisogno di fuori-uscita dall’attuale sistema, che favorirebbe l’emergere di nuove soggettività politiche organizzate all’altezza dello scontro e in grado, anche per questo, di far proprio il bilancio delle precedenti esperienze rivoluzionarie. Non resta, dunque, che far di conto sul procedere oggettivo delle contraddizioni di un sistema che vive una crisi profonda che rende sempre più difficile il prodursi e riprodursi del meccanismo della valorizzazione del capitale e che, per questo, è costretto a proseguire nella distruzione dell’ambiente naturale e nel produrre degli strappi radicali nei rapporti tra le classi e tra esse e lo stato, nonché sul piano geo-politico.

Come la crisi del capitale non può procedere con andamento lineare, allo stesso modo deve procedere per strappi e cesure drammatiche anche la ripresa del conflitto di classe.

Perciò, se fosse corretto considerare il neo-populismo come il contenitore dei primi fermenti di ripresa del conflitto, non ci si può aspettare una sua lineare trasformazione in qualcosa di più radicalmente classista e anti-sistema. Il suo sviluppo lineare non può che portare al sovranismo nazionalista e alla sottomissione all’esigenza capitalistica di affrontare la crisi con l’esacerbarsi dei conflitti inter-statali. Sono, di conseguenza, necessarie rotture nella sua dinamica. Il movimento dei gilets jaunes si è mosso su un terreno che contiene la possibilità di apertura di prime crepe tanto in relazione ai rapporti di classe, quanto all’interno del neo-populismo. La sua mobilitazione ha aperto, infatti, uno squarcio nella tela di un capitalismo che, archiviato il compromesso fondato sullo scambio tra crescita capitalistica e progresso proletario, declama l’avvenuta sostituzione della necessità di resistenza collettiva con l’opportunità per chiunque di accedere al personale progresso utilizzando al meglio le proprie individuali capacità. Resistere collettivamente è più necessario che mai, tanto dimostrano i gilets jaunes con la loro mobilitazione. Inoltre, pur muovendosi nell’ambito del neo-populismo la loro lotta ne mette in discussione quanto meno la modalità elettoralistico/parlamentare, e ne svela la debolezza nel voler ripercorrere la ricerca di compromesso con un potere economico e politico che prevede ormai l’unica chance di sottomettervisi. La trasformazione da possibili crepe a rotture reali dipende dal grado di generalizzazione, di coinvolgimento dell’insieme del proletariato, in Francia e oltre. A rendere difficile, al momento, la generalizzazione militano diversi fattori.

Quella dei gilets jaunes è una mobilitazione del ceto medio impoverito, il cui destino è di riduzione alla condizione di proletariato. Questo destino, in buona parte già concreto, non comporta automaticamente una dislocazione dalla parte dell’insieme del proletariato. I fili che legano questi strati al capitale si possono recidere fino in fondo solo in presenza di una crisi così profonda da non offrirgli altra via di uscita. Se, insomma, la condizione proletaria è destinata ad accrescersi smisuratamente, questo non vuol dire che si azzerino del tutto, sul piano materiale, le differenze esistenti. A rendere difficili, per esempio, i rapporti tra gilets jaunes e lavoratori di fabbriche e servizi contribuiscono anche i timori di quelle figure coinvolte nel movimento che hanno attività con lavoratori dipendenti (negozianti, artigiani, piccoli imprenditori). Se vedono di buon occhio che lo stato dia qualcosa pure a questi, vedono con preoccupazione lo sviluppo di un loro protagonismo che potrebbe causare ulteriori problemi alle proprie attività. Su questo piano sono necessari altri traumatici passaggi perché si realizzi una mobilitazione dell’insieme del proletariato e perché si realizzi una comunità di lotta che veda impegnati tutti i vari settori che lo compongono.

Internazionalismo, indispensabile e impervio

Ancora più complicata è la questione dello sviluppo in senso internazionalista della lotta. La dinamica naturale spinge i movimenti di resistenza a muoversi in una dimensione nazionale. Che le politiche nazionali siano fortemente condizionate da poteri sopra-nazionali è, tuttavia, del tutto evidente a chiunque, e ciò costituisce, in confronto a cicli precedenti di scontro, una condizione favorevole per lo sviluppo di un movimento di classe internazionalista. Tuttavia, sul piano immediato, l’influenza dei poteri sopra-nazionali non produce la ricerca di alleanze con il proletariato di altre nazioni, ma il tentativo di divincolare la propria nazione dai loro diktat. Una generalizzazione della lotta in più paesi produrrebbe, di conseguenza, lotte di singole nazioni ognuna mobilitata per sottrarsi ai poteri sopra-nazionali, e, perciò, suscettibile di divenire base del conflitto tra stati e alleanze di stati. Ciò non di meno, la generalizzazione della lotta in diversi paesi potrebbe favorire la cooperazione tra diversi proletariati nazionali. Una lotta su un terreno e su temi comuni, sia pure ognuno per la propria nazione, fornirebbe una base di una certa solidità per l’evoluzione di un internazionalismo conseguente soprattutto in caso di guerra. Il previo sviluppo di rapporti di lotta renderebbe, infatti, più problematico accettare di dover combattere militarmente contro coloro con cui si è costruito un percorso di lotta comune, e più probabile l’emergere di spinte alla fraternizzazione di classe.

Internazionalismo non è solo quello che riguarda il proletariato dei paesi occidentali, ma, anche, se non soprattutto, il rapporto tra questo e gli oppressi del resto del mondo. Sotto questo riguardo siamo in una situazione, se possibile, peggiore in rapporto al precedente. L’ultima significativa opposizione di massa alle manomissioni imperialistiche risale al 2003, anno dell’aggressione all’Iraq. Ci fu un grande movimento di protesta, che conteneva, però, un forte elemento di debolezza. Si lottava per la pace. Non si vedeva l’aggressione ma la guerra, come se si potesse chiamare guerra lo scontro tra soggetti così palesemente asimmetrici per potenza economica, politica e militare. Ciò che spingeva alla mobilitazione era la paura del tracimare della guerra a casa propria. Non si metteva in discussione la superiorità dell’Occidente, ma si chiedeva che fosse affermata pacificamente. Gli iracheni non erano visti come vittime dell’aggressione, ma, in condivisione con gli aggressori, come vittime di Saddam. Il paradigma ha continuato a funzionare. Da allora le aggressioni si sono succedute senza proteste di massa: Sudan, Libia, Siria, Yemen, l’intero Medio Oriente e Nord Africa sono stati sconvolti dalla distruzione creativa di Bush, proseguita dal premio Nobel Obama, campione di conflitti armati (ben sette paesi sotto aggressione durante la sua presidenza!) e che Trump sta cercando di completare con l’attacco all’Iran. Nessuno di questi interventi ha registrato proteste di massa. Né ce ne sono state per le aggressioni in Africa centrale condotte da Francia e Gran Bretagna con il sostegno decisivo degli Usa. Del pari, non se ne registrano, oggi, contro l’aggressione al Venezuela.

L’Occidente ha continuato a ribadire il proprio dominio con tutti i mezzi necessari, con la complicità o neutralità di tutte le classi, proletarie comprese. Su questo ha influito l’informazione a senso unico e fortemente centralizzata (ulteriormente rafforzata dai social e dal loro controllo) nel demonizzare l’Hitler di turno che massacra il proprio popolo, ma ciò che ha, in ultima istanza, fatto pendere la bilancia a favore dei propri governi o della neutralità rispetto alle loro aggressioni è stata la percezione di comporre assieme a loro un mondo superiore quanto a organizzazione sociale, libertà politica, personale, di stampa, ecc. Qui è il vero fondamento del razzismo che accomuna Salvini a Boldrini, Trump alla sinistra. La sovrastruttura ideologica poggia su una solida struttura materiale. Tenere bassi i prezzi delle materie prime è un’esigenza permanente per alti saggi di profitto, ma anche per contenere i prezzi dei beni necessari alla riproduzione della vita proletaria e della paccottiglia, tecnologica o no, che contorna la sensazione di benessere delle grandi masse. E i prezzi delle materie prime sono decisi molto più dalle ragioni ineguali di scambio che dal normale gioco tra domanda e offerta sul mercato. Sottomissione economica, finanziaria, politica, militare (diretta o per procura) sono i mezzi per economizzare nell'approvvigionamento delle materie prime.

Il capovolgimento di questa attitudine in una internazionalista, ossia a difesa dei popoli oppressi, può, dunque, prendere avvio solo dall’aprirsi di crepe nella sovrastruttura o nella struttura, o in entrambe. L’emergere di moti di rivolta anti-imperialista e/o di resistenza alle aggressioni, potrebbe innescarne per le conseguenze di crisi economica con drastiche misure anti-proletarie, oppure perché rendono inevitabile il ricorso alla leva obbligatoria (al cui ritorno si fa già cenno in Germania, e in Italia con Salvini), a trasformare, cioè, la guerra da esercizio esclusivo di minoranze professionali a coinvolgimento di grandi masse proletarie.

Un terreno su cui, potenzialmente, sarebbe possibile lo sviluppo di primi accenni di internazionalismo è quello degli immigrati. Al momento il proletariato è diviso tra umori di destra che cavalcano la concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro e rivendicano la chiusura delle frontiere e le politiche della sinistra di accoglimento dei profughi. In realtà destra e sinistra agiscono in materia come il poliziotto buono e il cattivo. Il buono prospetta l’accoglienza e favorisce l’arrivo, il cattivo contribuisce a tenerli sotto ricatto per costringerli a svendere la propria forza-lavoro (i ruoli non sono rigidissimi, ma del tutto scambiabili).

I flussi migratori servono a depredare i paesi oppressi delle risorse umane(soprattutto giovani e istruite) che potrebbero alimentare spinte anti-metropoli, e, allo stesso tempo, ingrossare l’esercito di riserva in Occidente. Ai paesi oppressi l’emigrazione viene offerta come compensazione alla rapina in loco. Almeno una parte degli autoctoni può partecipare alla ricchezza occidentale, prodotta anche grazie alla rapina ai danni dei paesi d’origine, venendo a lavorare in Occidente o percependo le rimesse degli emigrati. Per premere sul mercato del lavoro l’immigrazione non deve, però, essere libera, ma di lavoratori ricattabili, profughi dall’incerto destino, clandestini in perenne aspirazione di regolarizzazione. Non per caso la sinistra che intima a Salvini di “aprire i porti” si guarda bene dall’aprire tutte le frontiere alla libera circolazione. Il profughismo alimenta in modo adeguato l’esercito di riserva e … un apparato di accoglienza e assistenza che dà da vivere a un po’ di lavoratori locali e lauti guadagni a diversi speculatori del terzo settore.

L’immiserimento dei paesi oppressi e i conflitti necessari a tenerli in condizioni di debolezza (e a ostacolare l’espansione degli affari di Cina, Russia e India) fanno crescere la spinta all’emigrazione; in Occidente, però, il procedere della crisi per le classi popolari e dello smantellamento del welfare, rendono sempre più problematico l’accoglimento degli immigrati. Quindi, si fa sempre più largo la percezione che il problema di miseria e guerre nei paesi poveri non si può risolvere accogliendone qui tutta la popolazione o una sua grande parte. Ciò inizia a mettere in crisi il meccanismo della compensazione. Quale la soluzione alternativa? Migliorare le condizioni dei paesi d’origine. Qui si innesta, da destra e sinistra, il discorso “aiutiamoli a casa loro”, peloso quant’altri mai. Il modo per farlo è un altro: liberarli della rapina imperialista e restituirgli quello che gli è stato rapinato in termini di ricchezze materiali, ambientali e umane. Sarebbe il terreno naturale per un collegamento internazionalista di lotta tra proletariato occidentale, immigrati e popoli oppressi. Questo passaggio, di banale ovvietà, è, però, il più complicato a farsi. Esige, infatti, una condizione essenziale: che si inneschi, in Occidente, una separazione di classe, che, cioè, parti significative di proletariato inizino a prendere le distanze dall’attività dei propri stati e delle proprie imprese, in quanto spinte a comprenderne, con la lotta, come agiscano a danno sia del proletariato occidentale sia dei popoli oppressi. La scintilla iniziale può nascere tanto per questioni interne quanto per questioni esterne. Ossia, non è necessario un percorso di accumulo di coscienza a partire dalla propria condizione economico-sociale che poi si sviluppi anche in senso internazionalista, ma può succedere anche il contrario, che la separazione di classe avvenga prima sul terreno delle attività del proprio stato e aziende ai danni dei paesi oppressi.

Al momento qualche accenno sullo sfruttamento coloniale viene evocato tra i neo-populisti e in settori della destra, come sulla questione Francia e CFA. L’attacco è stato condotto, da Di Maio e Salvini, per cercare di contrastare i tentativi francesi di sostituirsi all’Italia negli interessi imperialistici in Libia e Egitto. Uno scontro tra predoni, sia pure di rango inferiore agli Usa. La sinistra dopo aver cancellato dal vocabolario la parola imperialismo (tranne che inresidue minoranze di estrema), la sta riscoprendo per associarla a … Cina e Russia. Nell’aggressione al Venezuela il consolidato refrain dirittumanista e democratico ha più difficoltà a fare velo alle reali intenzioni imperialiste e, di conseguenza, la lotta anti-imperialista si prende nuovo spazio, almeno in America Latina. Merito più che della particolare brutalità dell’aggressione (Bolton ha detto senza mezzi termini: a noi il petrolio!) della resistenza delle masse venezuelane.

Se a destra vengono agitati alcuni temi che contengono un nocciolo di verità, la loro declinazione è sistematicamente contro profughi e immigrati, nel tentativo di indirizzare contro di loro la rabbia proletaria e fomentare divisione e conflitto dentro il proletariato. Gli immigrati diventano, così, vittime una pluralità di volte: prima dello sfruttamento imperialistico nei paesi d’origine, poi degli organizzatori (occidentali, con in testa le ONG e filantropi vari) della tratta, e, in ultimo di chi ne rifiuta l’arrivo e la regolarizzazione.

In questo quadro di potenzialità e di difficoltà non è di poco conto che i gilets jaunes abbiano assunto nei confronti degli immigrati le posizioni richiamate, evitando di cadere nella guerra tra poveri perorata dalla destra ma anche nel profughismo della sinistra. E che abbiano approcciato al problema di rimuovere le cause dell’emigrazione riconoscendola come forzata. Non è poco, ma è ancora insufficiente ad avviare un serio legame di lotta comune. Per questo sono necessari altri passaggi. Della crisi, del conflitto tra capitali e tra stati, della resistenza proletaria e degli immigrati, della resistenza anti-imperialista, della lotta di classe.

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