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Articoli filtrati per data: Tuesday, 19 Marzo 2019

A partire dal prossimo giovedì 21 Marzo il presidente cinese Xi Jinping sbarcherà in Italia per una visita di Stato, prima tappa di un tour europeo che lo porterà anche in Francia e nel Principato di Monaco. Nelle scorse settimane la discussione politica si è molto concentrata sul significato di alcuni eventi previsti durante la permanenza di Xi nel nostro paese. In particolare, è la prevista firma di un Memorandum di Intesa con Pechino ad aver scatenato una serie di reazioni contrastanti.

Con questo Memorandum, l'Italia entrerebbe di fatto all'interno delle Nuove Vie della Seta (o Belt and Road Initiative), progetto geopolitico cinese di cui abbiamo lungamente parlato in altre occasioni. L'accordo dovrebbe includere investimenti cinesi in ambito infrastrutturale, energetico e delle telecomunicazioni. Per quanto non ci sia ancora un testo definitivo e ufficiale dell'accordo, dal punto di vista politico il governo italiano lancia comunque un segnale importante.

Il primo dato che interessa sottolineare a questo proposito è che una simile mossa sarebbe stata impensabile solo qualche anno fa. Personaggi come Romano Prodi, da sempre alfieri di un impegno tra Italia (attraverso l'Unione Europea) e Cina, si erano sempre dovuti scontrare con l'opposizione statunitense. Nonostante l'intervento di Mattarella, custode della collocazione geopolitica italiana, il governo sembra in questo caso tirare dritto. Un po' come – sebbene su altri livelli - riguardo alla questione venezuelana, quindi, la tradizionale influenza americana sulla politica mondiale e in particolare sui suoi “giardini di casa” sembrerebbe sempre più affievolirsi.

Ciò non vuol dire che sia annullata, anzi. La reazione statunitense, espressa da un intervento del portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale USA Marquis, ha di fatto costretto i gialloverdi a dei passi indietro quantomeno in termini retorici. A minimizzare, a parlare di accordo puramente commerciale, a negare l'esistenza di una svolta strategica. Lo stesso premier Conte ha stemperato i rischi di colonizzazione da parte cinese dell'Italia e in particolare dei suoi porti, affermando che la firma del MoU sia compatibile con la permanenza nella Nato e nella UE. Salvini e Giorgetti, benchè non campioni di atlantismo (sono noti i rapporti della Lega con Putin), si sono espressi in maniera scettica sull'accordo.

Ma sta di fatto che, se tutto sarà confermato, l'Italia sarà il primo paese del G7 a firmare una intesa con la Cina su quello che di fatto è un progetto assolutamente strategico, promosso dal principale rivale geopolitico americano. I cinesi non amano parlare di “ nuovo piano Marshall” in merito al loro progetto, come spesso viene fatto dai detrattori della BRI, da quelli che vogliono sottolinearne gli aspetti politici. La retorica utilizzata da Pechino è piuttosto quella della cooperazione win-win, vale a dire quella in cui entrambi i contraenti ottengono benefici, focalizzandosi principalmente su temi economici.

Eppure, se guardiamo al Pakistan, alla Malesia, allo Sri Lanka, a decine di paesi africani, vediamo che in realtà la Belt and Road Initiative è fondata sul debito. Debito contratto dagli stati con aziende cinesi per la costruzione di infrastrutture. Debito che poi si risolve nella cessione totale o nel controllo delle infrastrutture stesse. Debito che di fatto diventa poi strumento di influenza politica.

Anche un nostro vicino geografico, la Grecia, conosce molto bene queste dinamiche. Da anni ormai il porto del Pireo, uno dei principali snodi logistici del Mediterraneo, è in mano alla compagnia cinese Cosco. Negli anni questo si è tradotto in una sorta di “cinesizzazione” delle relazioni tra capitale e lavoro. Limitazioni al diritto di sciopero, riduzioni salariali, peggioramento delle condizioni lavorative e via dicendo.

Un destino che potrebbe toccare a porti come quelli di Genova e di Trieste, in procinto di firmare accordi con imprese pubbliche e private cinesi. Porti al centro degli interessi di Pechino, che potrebbero ricevere una pioggia di investimenti per renderli adeguati alle esigenze commerciali della BRI. Esigenze commerciali che significano collegamento logistico con i ricchi mercati nordeuropei. Ma anche una probabile invasione di merci cinesi all'interno del nostro mercato, in una logica di ultra-globalizzazione che è proprio quella che a parole gli esponenti gialloverdi criticano fortemente. Con probabile conseguenze proprio sui livelli occupazionali e sul tessuto economico del nostro paese, già provati da cicli continui di austerità.

Ma perchè l'Italia allora insegue a tutti i costi la Cina, al punto tale da non voler aspettare una posizione comune sulle relazioni industriali e commerciali sino-europee che è in costruzione, anche se tra mille difficoltà? Al punto di mettere in discussione anche l'attuale configurazione economica, basata su piccole e medie imprese che potrebbero entrare in grosse difficoltà? Perchè, banalmente, la Cina è un'occasione troppo ghiotta di profitti per il mondo imprenditoriale di livello alto, del Grande Capitale pubblico e privato.

Questo non ha più quello americano come mercato privilegiato, ed è anzi ansioso di sfondare il prima possibile in quello cinese. In occasione del meeting, dovrebbero infatti essere firmati più di venti accordi tra grandi aziende e la Cina. Accordi che riguardano enti come Cassa Depositi e Prestiti, Fincantieri, Eni, Enel, Unicredit e Intesa. Gli affari stanno sopra la politica e la geopolitica, anzi le ridefiniscono. Avere buoni rapporti con la Cina significa anche relazioni utili per ottenere appalti in continenti come quello africano ad esempio, dove la Cina è sempre più egemone.

Conte ha parlato di “opportunità per le imprese”, Tria di “treno su cui non si può non saltare”. Eppure, il vero tessitore della svolta geopolitica italiana è Michele Geraci, l'esponente del governo più focalizzato sulla questione. Un passato nella finanza e in diverse università cinesi, Geraci è sin da giugno promotore di un impegno attivo italiano rispetto alla Cina. Di quella che nel suo pensiero è una vera e propria svolta geopolitica, ma anche in termini di modello politico.

In passato, Geraci ha addirittura definito il modello cinese come ispirazione per risolvere differenti dei principali temi sull'agenda del governo, dalla crescita economica agli investimenti infrastrutturali, dalla disoccupazione fino al governo delle migrazioni. Un modello a base di sfruttamento sul lavoro, repressione sindacale, sradicamento, distruzione delle risorse naturali e dei territori. Un modello che, senza alcuna fascinazione occidentalista, è difficile reputare apprezzabile.

A quanto pare però, in cambio dell'inserimento italiano nella BRI Pechino potrebbe anche assumersi parte del debito sovrano italiano. Già qualche mese fa in occasione di una visita del ministro dell'Economia Tria si era paventata questa possibilità, poi smentita. Un qualcosa che coincide con uno smarcamento dal controllo europeo del debito, al centro della retorica politica gialloverde e proprio alla vigilia di elezioni fondamentali per il futuro delle istituzioni comunitarie.

Un qualcosa che permetterebbe alla Cina di avere in futuro potere di manovra sulla politica economica, e che per questo scatena le reazioni americane e del resto dell'Unione Europea. Non certo interessati a difendere la nostra indipendenza da Pechino. Piuttosto, sofferenti nel vedere come un paese strategico come l'Italia possa almeno in parte svincolarsi dal loro controllo, trovare nuovi alleati. Questo smarcamento da Bruxelles è già iniziato. La stessa Unione Europea ha lanciato negli scorsi mesi una sorta di screening sugli investimenti cinesi in Europa, registrando l'astensione italiana.

Al centro delle preoccupazioni atlantiche c'è soprattutto la questione dello sviluppo tecnologico. In particolare, delle reti 5G, vale a dire dei nuovi software digitali sui quali scorrerà il cosiddetto “internet delle cose”, quello che renderà possibile una svolta in nome dell'intelligenza artificiale in settori come la produzione industriale, la viabilità, le telecomunicazioni. E' su questo tema che si sta giocando ad esempio il caso Huawei, tra Usa e Cina. Con i primi che mettono in dubbio la neturalità dell'azienda cinese accusandola di spionaggio e i secondi che negando le accuse ricordano agli Usa lo scandalo Prism e protestano contro l'arresto della figlia del ceo di Huawei in Canada, un fatto che ha creato uno scontro diplomatico inedito tra le due superpotenze.

Il testo del MoU non dovrebbe contenere riferimenti alla questione del 5G, proprio per non irritare Washington. Ma questo memorandum sembra solo il primo passo di una politica che se non verrà stravolta da un eventuale caduta del governo, potrebbe iniziare a fare emergere la realtà della transizione verso un mondo multipolare anche alle nostre latitudini.

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Il 30 Marzo a Roma è stato lanciato un corteo dal Forum per la Tutela del Parco di Aguzzano per difendere il parco e suoi casali. Il concentramento sarà alle 15.30 a Metro Rebibbia. Riportiamo il comunicato diffuso nell'evento del corteo.

Siamo i membri del Forum per la Tutela del Parco di Aguzzano, coordinamento di realtà sociali, scuole, poli culturali, associazioni, comitati e abitanti dei quartieri Rebibbia, Ponte Mammolo e Casal dè Pazzi. Il Forum, istituito il 9 febbraio in una partecipata assemblea al Casale Alba 2, si pone come obiettivo la tutela del Parco e dei suoi Casali.

Nei mesi scorsi siamo venuti a conoscenza di un interesse della Giunta del IV Municipio per il Casale Alba 1, uno dei 5 casali del Parco di Regionale Urbano di Aguzzano. Il Piano d’Attuazione del Parco, punto fermo a tutela di quest’area verde, prescrive la destinazione d’uso dei casali: attività socio-culturali rivolte agli abitanti dei quartieri limitrofi.

Con la Delibera n.21 del 12/12/2018 la Giunta Municipale ha invece stabilito di mettere a bando la concessione in valorizzazione per il Casale Alba 1 con attività private, anche a scopo di lucro, a tema “food” focalizzate sulla pizza, senza consultare, come prescritto, né l’ente gestore RomaNatura né la Regione, né tantomeno gli abitanti e le realtà del territorio. Una delibera che viola i vincoli sul Parco e ignora la richiesta di processo partecipativo da parte del territorio; inoltre, consentendo l’ingresso nella gestione del Parco di privati a scopo di lucro o di finti “privati sociali” delle grosse fondazioni e cooperative, la delibera costituisce un pericoloso precedente non solo per Aguzzano, ma per l’intero sistema delle aree protette. Siamo di fronte, a tutti gli effetti, al preludio dell’indebolimento dei vincoli sul Parco e dunque al suo progressivo smantellamento. A nulla sono valsi i numerosi tentativi di aprire un’interlocuzione con l’amministrazione municipale sulla vicenda, nonostante anche la Regione e RomaNatura si siano dette disponibili ad aprire un tavolo sul futuro del Casale Alba 1.

La storia di Aguzzano è storia di una comunità che si è sempre battuta per la sua tutela, a partire dalla lotta per l’istituzione del Parco nel 1989, che ha strappato questo polmone verde alla cementificazione. Il Parco è, ancora oggi, tutelato dal basso dagli abitanti e da chi lo frequenta ogni giorno. Esistono già, ad Aguzzano, realtà che svolgono attività compatibili con una riserva naturale e con il Piano d’Attuazione: la Biblioteca Fabrizio Giovenale, l’Orto Giardino di Aguzzano, il Casale Alba Due. Da queste esperienze si dovrebbe ripartire anche per il futuro di Alba 1, su cui si può immaginare un progetto ampio che, coinvolgendo gli abitanti e le realtà sociali, rispetti le istanze del territorio e i vincoli di sostenibilità ambientale previsti per un’area naturale protetta.

Il Forum ha formulato una proposta alternativa a quella del Municipio IV: l’affidamento del Casale Alba 1 al Museo di Casal de' Pazzi, importante realtà del quartiere che ha l’esigenza di nuovi locali, per la realizzazione di un polo museale-didattico con possibilità di spazi multifunzionali e percorsi di partecipazione attiva del territorio, in particolare delle scuole, delle associazioni, dei comitati e degli abitanti. La proposta è in corso di implementazione da parte del Forum con dei tavoli tematici ed è stata presentata al Municipio e alla Regione.

Uno dei promotori del Forum è appunto il Casale Alba Due, nato nel Dicembre 2012 a seguito della battaglia contro un’altra speculazione nel Parco. Uno spazio in cui, grazie all’attività volontaria di decine di persone, senza alcun finanziamento né lucro, si stanno costruendo nuove modalità di organizzazione, condivisione, socialità. Un contenitore in continua evoluzione, riempito dalle centinaia di persone che partecipano attraverso laboratori, iniziative, attività tutte gratuite. Alba 2 collabora con varie istituzioni del territorio, come l' Istituto Comprensivo "Giovanni Palombini" , il Museo di Casal de' Pazzil, la Parrocchia di San Gelasio, il Centro anziani Ponte Mammolo - Rebibbia, l' Associazione di volontariato "A Roma, Insieme" che si occupa di far uscire, di tanto in tanto, i piccoli con meno di 3 anni figli di madri detenute nel carcere di Rebibbia. Dall’esempio di Alba 2 sono nate l' ASD Mammut Ponte Mammolo.

Nelle scorse settimane, a fronte di una totale chiusura al dialogo da parte della Giunta del IV Municipio, alcuni membri del Forum e del Casale Alba 2 hanno subito gravi attacchi intimidatori con identificazioni da parte della forza pubblica mandata direttamente dal Municipio. La grande partecipazione alle iniziative del Forum e la vertenza sul Casale Alba 1, evidentemente, non sono gradite alla Giunta e alla presidente Della Casa.

Si tratta purtroppo di una metodologia non nuova. Nell’affrontare i numerosi problemi del IV Municipio, come l’emergenza abitativa, l’ex Penicillina, la viabilità della Tiburtina, le sale slot, la carenza di spazi verdi e di cultura, la risposta dell’amministrazione municipale è sempre la stessa: muro di gomma e intimidazioni. Un comportamento paradossale per il Movimento 5 Stelle, che faceva dell’ecologia e del coinvolgimento dei cittadini due dei suoi principali cavalli di battaglia.

Ed è proprio sulla difesa dell’ambiente che in questi giorni stiamo assistendo ad una mobilitazione di livello globale che sta coinvolgendo migliaia di persone. Il Global Strike for Future del 15 marzo e la 23M, Marcia per il Clima e Contro le Grandi Opere Inutili segnano due date importanti per affermare che non siamo più disposti ad ascoltare le false promesse sulle devastazioni ambientali. Da Nord a Sud le vertenze ambientali si moltiplicano e cercano di connettersi per dare più forza ad un’istanza di rispetto dell’ambiente che non può più aspettare. Per ciò che riguarda i Parchi, rimanendo nel nostro caso, il tentativo di smantellamento delle aree verdi protette è di livello nazionale, come dimostra il disegno di legge (oggi ferma nelle commissioni parlamentari), risalente alla scorsa legislatura, che vuole riformare la legge 394/91. Tra le novità di questo disegno di legge vi è la possibilità di svolgere attività a scopo di lucro nelle aree protette e il progressivo coinvolgimento degli enti locali, strozzati dal pareggio di bilancio e dunque costretti alla dismissione del patrimonio pubblico, nella gestione delle aree. A Roma, il precedente di privati a scopo di lucro nella gestione delle aree verdi è il famigerato meccanismo dei Punti Verde Qualità, una vergogna che ha determinato la cementificazione o la chiusura di molte delle aree coinvolte oltre all’accollo, da parte delle finanze comunali, di ingenti debiti privati.

E’ inaccettabile. E’ inaccettabile che le richieste di partecipazione e l’attività sociale nei quartieri vengano trattati come problemi di ordine pubblico. E’ inaccettabile che il Movimento della partecipazione e dell’ecologia si rifiuti di aprire interlocuzioni con chi vive ogni giorno il territorio su una questione ambientale così delicata. E’ inaccettabile che un’amministrazione pubblica, peraltro sollecitata anche da altre istituzioni, si chiuda a riccio dietro le proprie competenze e in nome di queste violi ogni principio di trasparenza, partecipazione e democrazia. E’ inaccettabile che venga proposto il solito mantra della privatizzazione selvaggia come panacea di tutti i mali quando ci sono evidenti esempi, proprio a Roma, di cosa significhi consentire l’ingresso dei grandi privati nella gestione del verde pubblico.

La storia di questo parco e il suo valore per tutti e tutte noi ci impone di mobilitarci. Il Casale Alba 2, il Comitato Mammut, l’ASD Mammut Ponte Mammolo, il Forum, il Parco di Aguzzano e il suo tessuto sociale rappresentano una risorsa per il quartiere e la città, non un problema.

Per questo invitiamo tutti e tutte ad un corteo colorato, festoso e determinato che mandi un messaggio chiaro al Municipio: no alle speculazioni e alle intimidazioni, si ai percorsi partecipati e alla trasparenza, difendiamo Aguzzano e i suoi Casali!

Appuntamento sabato 30 marzo alle 15:30 alla fermata metro Rebibbia.

#suaguzzanoeisuoicasalinonsispecula
#sulterritoriodecidonogliabitanti
#siamoancoraintempo

 

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Centinaia di compagne e compagni di lotta, domenica 17 marzo, si sono ritrovati nelle campagne attigue a Melendugno per manifestare, a due anni dall’inizio di questa importante lotta, contro la costruzione di un abominio dal nome TAP.

Fa male e rabbia marciare accanto a piante d’ulivo sventrate, imprigionate dietro reti metalliche, violentemente estirpate da un territorio che meriterebbe rispetto e dignità e che, invece, si trova, drammaticamente, umiliato e vilipeso. Ciò che il malaffare e la speculazione, però, non sono riusciti fortunatamente a scalfire è proprio la dignità del popolo salentino che, con determinazione e costanza, continua a opporsi a questa grande e inutile opera imposta. Dal Belgio a Cosenza, dall’Abbruzzo a Potenza, passando, naturalmente, per Taranto, Brindisi, Bari e Lecce, il popolo NO TAP ha sfilato corposo e rumoroso attraverso la secolare e silenziosa antica via dei monaci basiliani. Le grida e gli slogan dei manifestanti sono riusciti a coprire l’irriverente frastuono proveniente dal solito elicottero delle solerti forze dell’ordine che ha provato a soffocare, con il rumore delle sue eliche, l’entusiasmo dei tanti compagni presenti. Una lotta difficile, una lotta che è riuscita ad aggregare al di là di fazioni e squadre, una lotta che, riguardando, la salute del territorio e la tutela del paesaggio, riguarda tutti, tutti coloro i quali amano la propria terra e intendono difenderla con le unghie e con i denti. Una lotta senza quartiere e senza partito che, in vista della grande marcia di sabato 23 marzo prossimo a Roma, assume un senso ancora più pregnante. È proprio dai territori, infatti, che dobbiamo ripartire per rilanciare un discorso forte di movimento che sappia allargare il fronte del dissenso aggregando tutte quelle singolarità, realtà, comitati, associazioni che, all’interno di paesi e città, lottano contro le nocività, contro le inutili grandi opere, per la salvaguardia e la tutela di ambienti, territori e paesaggi. Non possiamo più accettare, e questo il movimento NO TAP lo sa e lo esprime bene, che i nostri territori continuino a essere deturpati o svenduti in nome di un interesse superiore, quello della rendita, del profitto, quello delle multinazionali straniere, quello degli accordi sottobanco. Un giorno o l’altro, grida il popolo salentino, la Natura ci presenterà il conto e, se non interveniamo subito, si tratterà di un conto salatissimo, un conto che saremo costretti, nostro malgrado, ancora una volta, a pagare, a pagare sulla nostra pelle. Quello che chiamano il “tubicino”, in realtà, è un enorme e invasivo tubo, dal grosso diametro che, giorno dopo giorno, sta sventrando le campagne attorno a Vernole, Melendugno e, presto, purtroppo, arriverà fin nelle viscere della rinomata spiaggia di San Foca, paradiso naturale che, da qui a qualche anno, si trasformerà in un inferno che dovrà ospitare il passaggio del condotto, privando tutto il mondo di uno dei luoghi più incantevoli della Puglia. La spiaggia, infatti, denunciano gli attivisti, è stata data in concessione allo Stato per la bellezza di 50 anni. Vogliamo davvero che i nostri figli crescano con un mostro al loro fianco, che associno la bellezza del mare all’infinita e dannosa bruttezza di un’opera che tutto il Salento rigetta? Due anni di NO TAP e non sentirli. Ci vediamo a Roma il 23 marzo!

 

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