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Articoli filtrati per data: Friday, 15 Marzo 2019

 Le strade di tutta Italia si sono riempite oggi di centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze nel primo sciopero per il clima. Qualche impressione a caldo.

La composizione della piazza ha già da dirci molto. Generazionalmente omogenea, con pochissime persone sopra i vent’anni, con una creatività e una voglia di esserci che si leggeva nei cartelli, nei visi colorati, nei balbettamenti di cori ancora tutti da inventare. Il rifiuto di partiti e associazioni rimarca la voglia di contare, di costruire qualcosa di vero e di pulito lontano dalla sporca politica degli adulti. Giornali progressisti e altre compagini hanno fiutato l’affare un po’ in ritardo e hanno goffamente provato a metterci il cappello (“Le piazze d'Italia rispondono all'appello Instagram di Repubblica” è lo sguaiato titolo che campeggia sulla homepage del quotidiano). D’altronde la palese ipocrisia di un foglio che ogni giorno si fa cantore di tav, tap, trivelle e cemento nel nome dello Sviluppo e del Progresso ma che per due giorni si tinge di verde non avrà fatto sorridere solo noi.

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In realtà chi ha messo un po’ il naso nella mobilitazione ha subito sentito che si preparava qualcosa di grosso anche se non stava passando per i consueti canali degli ambienti militanti (e che proprio per questo meriterebbero di essere indagati…). Appelli che giravano nelle chat delle classi, professori pronti a prendere posizione, scuole intere chiuse. In fondo il tema unisce e proprio per questo vive di un’ambivalenza che ne ha gonfiato la partecipazione. Disegna una società liscia, certo. Tutti insieme per il clima. Il simbolo però è Greta. Perché è forte, perché è coraggiosa, perché nelle foto non sorride mai come i politici per imbonirti. Dice le cose come stanno: siamo nella merda.

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Lasciando da parte le paranoie complottarde di chi vuole sempre chiedersi il CHI per la pigrizia di non voler indagare il COSA c’è dietro fenomeni sociali ampi che interrogano le attuali forme della politica (comprese le nostre!), nei discorsi della sedicenne svedese si trova già un apprezzabile scarto rispetto a tante sicumere "ecologiste". C’è la richiesta alla politica tutta di fare qualcosa (di “tirare il freno a mano”) senza rimandare solo ai singoli comportamenti individuali la responsabilità di fermare il cambiamento climatico. È un discorso non morale ma politico in cui il problema non sono le persone ma il modello di sviluppo. C’è, insomma, una critica di sistema. Un’ipotesi anticapitalista? Certo il fatto di partire dai livelli alti delle contraddizioni è anch’esso portatore di una sua ambivalenza. Ha una radicalità intrinseca, in fondo ormai ineliminabile quando si parla seriamente di ecologia, ma rischia anche di galleggiare nel mondo delle idee. Oggi si è aperto un enorme spazio di politicizzazione. A chi ha ipotesi più radicali la capacità di fare da cerniera tra i livelli. Non dal basso verso l’alto, come nel ciclo dei movimenti contro le grandi opere, in cui la conquista collettiva è stato risalire insieme le gerarchie del dominio dal singolo progetto al sistema che ne faceva garante. Ma dall’alto verso il basso, nominando nomi, cognomi, responsabilità, imprese di chi sta cambiando il clima in nome dei propri interessi.

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Verso la stessa politica, d’altronde, tra chi ha promosso in Italia FridayForFuture abbiamo visto solo diffidenza. Basta con le parole, vogliamo i fatti. I commenti dei singoli esponenti politici in favore del movimento sono apprezzati (“sono loro che decidono”) ma senza ingenuità. Il fatto che non ci fossero bandiere o simboli è stata una precondizione per tutti, non si delega, si verifica: sono tutti già colpevoli e il movimento non è un facile purgatorio.

Nelle strade d’Italia abbiamo visto qualcosa di nuovo. Ancora presto per sapere se si tratta di un nuovo tornante dei movimenti ecologisti ma il tentativo di unire le istanze contro il cambiamento climatico a quelle contro le grandi opere inutili ci sembra oggi ancora di più una scommessa che vale la pena di giocarsi fino in fondo. Appuntamento al 23 marzo a Roma allora!

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Una risposta sbalorditiva oggi all'appello di Greta a Bologna, dalle tantissime studentesse e studenti che hanno svuotato gli istituti e si sono presi piazze e strade del capoluogo emiliano. Dopo un lungo inverno, incrinatosi solo lo scorso fine settimana con le migliaia di partecipanti alla marea femminista di Non Una di Meno, il nuovo sciopero del clima è riuscito a portare un'aria nuova e potente in città.

Fin dalle prime mosse in Piazza Maggiore, dove si è dato il concentramento, è stato subito chiaro il segno impresso alla giornata da una nuova generazione di protesta determinata e creatrice, più che creativa: nei cartelli contro il paradigma capitalista e banco-centrico che antepone i profitti all'ambiente; in quelli contro il negazionismo climatico e l'anti-ecologismo di Trump e Bolsonaro; nelle scritte in difesa del pianeta in diverse lingue; nei cori intonati dall'inizio alla fine del percorso e negli interventi ostili al modello di sviluppo delle grandi opere inutili...ovunque si leggeva la voglia e l'urgenza di cominciare qualcosa di diverso e migliore della vuota retorica del paternalismo liberale e sovranista.

Impressionante il colpo d'occhio della mobilitazione, che sul proprio cammino ha paralizzato tutti i punti simbolo del centro cittadino: le due torri, la zona universitaria di Piazza Verdi, le commerciali via indipendenza, ugo bassi, marconi, la stazione e il parco della montagnola. Ventimila studentesse e studenti - ma anche maestre e maestri ed i loro piccoli alunni delle scuole Dozza, Longhena e di altri istituti - hanno così infranto il percorso concordato e l'odioso reato di blocco stradale del Decreto Sicurezza di Salvini, finendo per irrompere in Consiglio Comunale e bloccare anch'esso. "Andiamo dove ci
pare!"

La battaglia contro il sistema ed il suo modello di sviluppo è iniziata e anche le bandiere no tav erano in corteo a ricordarlo: tutte e tutti a Roma il 23 marzo, da tutta Italia contro il cambiamento climatico e le grandi opere imposte!

Di seguito il comunicato del Collettivo Autonomo Sutdentesco di Bologna:

 

E' Sciopero Globale ambientalista (e anticapitalista)!

Almeno 20.000 persone. Una folla oceanica ha invaso Bologna questa mattina. Non semplice riuscire a ragionare a caldo e in maniera sintetica su quanto avvenuto. E' quasi impossibile trovare una sintesi nelle emozioni, nei volti, nella determinazione delle migliaia di giovanissimi che hanno paralizzato la città. Perché è questo il primo dato: una piazza principalmente composta da giovanissimi, soprattutto under 18.

L'altro dato lampante è la voglia di protagonismo, di autorganizzazione. Tutti hanno voluto portare il proprio cartello o striscione da casa o da scuola. Decine di slogan: da quelli che vanno da una generica denuncia del disastro ambientale, anche poco interessanti, spesso fuorvianti, a tanti altri, che con lucidità, hanno individuato i veri responsabili del disastro ambientale in corso. C'è da dire che questo è movimento nuovo e mai visto recentemente che sicuramente maturerà vista l'importanza di questa lotta, dato che senza essa andiamo incontro ad un futuro sempre più incerto. L'attacco complessivo al modello di sviluppo capitalista, al modello delle grandi opere. Tanti i cartelli e le bandiere No Tav. Ma anche tanti i cartelli e le prese di parole sulle scelte politiche cittadine: dal No al passante di mezzo, alla difesa del Bosco dei prati di caprara. Tanti gli attacchi anche a Salvini e all'attuale governo.

“15 marzo, sciopero globale, la nostra lotta non si può fermare”; “Ambientalismo, anticapitalismo”. Questi i principali cori che il corteo, con forza e rabbia, scandiva, trasmettendoli dalla testa alla coda. Quando la testa ha imboccato per la prima volta via Indipendenza la coda era ancora sotto le due torri.

Stupore per numeri impressionanti. Stupore per la lucidità e la consapevolezza che a larghi tratti ha dimostrato questo corteo. Ma fino ad un certo punto. Solo chi in questi anni, in questi ultimi mesi, non è stato presente nelle scuole, nei capannelli, sulle panchine di quartiere, non riusciva ad immaginare una esplosione simile. Perché va bene la spinta e lo sciacallaggio mediatico e politico, ma oggi c'era tanto, molto di più. C'era soprattutto una voglia di presa di parola e di protagonismo che per gli studenti e le studentesse manca da troppo tempo. Dentro l'apparente accettazione, pacificazione, disciplinamento cova una rabbia e una voglia che è pronta ad esplodere. Tutto bene? No, questo non significa certo negare la pressante spinta mediatica e politica. Del resto non si fa che parlare di ambiente. I giornali non fanno altro che mostrare i volti buoni e neutrali della protesta contro un generico disastro che però non sembra voler individuare responsabili e che anzi ai responsabili sembra volersi rivolgere; i politici fanno a gare per intestarsi la medaglia ambientalista mentre continuano a distruggere e devastare i territori.

Eppure quanto spazio c'è per riuscire a trattenere questo movimento dentro questi angusti paletti? La piazza di oggi ci dice che è davvero poco. La risposta in parte è nella iniziale narrazione che facevamo. Nella miriadi di cartelli che attaccavano le grandi opere inutili, le banche, un modello di sviluppo non più sopportabile. Del resto in questo paese di lotte ambientale ne abbiamo viste decine, già dagli anni '60 e '70. Sempre più spesso di massa. Dalle lotte contro il lavoro nocivo, le grandi opere inutili, il nucleare, discariche ed inceneritori. Lotte che hanno sempre saputo individuare i responsabili e che hanno sedimentato una consapevolezza e una radicalità diffusa che difficilmente è disposta a restare da parte.

Non è un caso che la manifestazione di sabato prossimo, 23 marzo, a Roma, la marcia per il clima e contro le grandi opere, lanciata dal Movimento No Tav, all'interno del corteo era qualcosa di sentito come passaggio conseguenziale a questa giornata.

Ma la voglia e la determinazione si è vista anche nel modo di stare in piazza. Quando la manifestazione è arrivata al termine del percorso autorizzato, chi era alla testa non ha potuto fare altro che registrare la volontà di non terminare la giornata. Si è scelto quindi di proseguire su un percorso non autorizzato, continuando a bloccare la città, arrivando fino ai viali per costeggiare la stazione centrale. Nemmeno il momento spontaneo ed emozionante che ha visto migliaia di persone invadere le scale del Pincio e issare striscioni e cartelli tra cori e battimani ha portato alla chiusura della giornata. Da lì, ancora una volta, si è ripartiti per tornare in piazza Maggiore. All'arrivo davanti al Comune una delegazione ha fatto irruzione all'interno del Consiglio Comunale per interromperlo. A seguito dell'interruzione qualche assessore, a margine dell'iniziativa, ha provato una sciagurata passerella venendo contestato dagli studenti che hanno ricordato loro il ruolo quotidiano nella devastazione e il saccheggio dei territori.

Una giornata emozionante quanto complessa, ma che sembra comunque indicare qualcosa di chiaro: non siamo disposti a fermarci. Dinanzi a questi dati non possiamo fare altro che rilanciare sui nuovi appuntamenti di settimana prossima: #fridayforfuture e marcia per il clima e contro le grandi opere di Roma.

 

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Una lettera notav ai ragazzi di Friday for future

Il 15 marzo ci sarà il primo sciopero globale per il clima. Sappiamo che sarete decine di migliaia a scendere in piazza a Torino e in tutta Italia. Anche dalla Val Susa, abbiamo ammirato il coraggio di Greta nel mettersi in gioco in prima persona e rompere il silenzio. Ai più vecchi di noi ha ricordato le prime ricerche che abbiamo iniziato a fare su un progetto che vogliono realizzare da trent’anni nella nostra valle. Proprio come Greta, non ci siamo accontentati di una politica che diceva “è tutto apposto qui, non c’è nulla da vedere”: ci siamo informati e abbiamo scoperto che dietro le lettere TAV si nascondeva una grande opera che avrebbe avuto un impatto terribile sulle nostre vite, ingiustificabile sul piano economico ed ecologico, emblema di un sistema che vive per far andare più veloci le merci invece di far vivere meglio le persone. Anche noi all’inizio eravamo una manciata, poi siamo diventati centinaia, poi migliaia, poi decine di migliaia, dando vita a quello che è forse il più longevo movimento ambientale del nostro paese.

Da quei primi giorni siamo riusciti a fermare diverse varianti dell’opera, progetti che persino i proponenti hanno poi riconosciuto essere sovradimensionati e troppo impattanti. Questo però lo hanno sempre detto dopo, prima non facevano altro che assicurarci che ogni progetto era il migliore, ognuno era indispensabile per la valle e per il paese. Se non ci fossimo messi in mezzo tutti quanti, bambini, ragazzi, adulti e anziani li avrebbero già realizzati.

Negli anni per far ingoiare alla Val Susa la pillola del TAV le hanno provato tutte. Ci hanno detto che eravamo dei montagnari ignoranti, che il TAV serviva per lo sviluppo, per il progresso, per l’export. Ora subdolamente sostengono che opporsi all’alta velocità vuol dire essere a favore del trasporto su gomma, come se già non esistesse un treno che attraversa la Val Susa e che è decisamente sotto utilizzato. L’ultimo disperato tentativo è far passare quel mega-cantiere che ha iniziato a devastare la Val Clarea, una zona bellissima dove passeggiavamo fino a poco tempo fa e dove si trova una rarissima farfalla alpina, la Zerinizia, come un progetto “ecologico”.

Un’eventuale seconda linea tra Torino e Lione avrà in realtà effetti devastanti non solo sulla nostra valle ma su tutto l’ecosistema. Basta dare un’occhiata all’impronta ecologica del TAV. Secondo la ditta che vorrebbe costruire il tunnel, i lavori dovrebbero durare almeno quindici anni. Per tutto il suo periodo di attività il cantiere emetterà 1 milione di tonnellate di CO2 l’anno (e lasciamo da parte gli effetti sulle falde acquifere e sulla presenza di uranio nel massiccio dell’Ambin). Per “recuperare” un tale aumento delle emissioni il super-treno dovrebbe viaggiare a pieno regime per altri 12 anni. Sappiamo che sono stati mesi di propaganda incessante sul TAV che ha nauseato anche noi e sappiamo quanto siete attenti a verificare sempre in maniera scientifica ciò che viene detto, quindi potete controllare voi stessi questi dati, si trovano in uno dei documenti pubblicati dai promotori del TAV, il Quaderno n. 8Quaderno n. 8dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione. Attenzione! Viaggiare a pieno regime non significherebbe solo spostare su ferro i 2.154 mezzi pesanti che passano oggi dal Frejus (lo 0,1% delle emissioni inquinanti in Italia, un’inezia di fronte agli 80.000 TIR che sfrecciano in tangenziale e di cui nessuno vuole occuparsi) e che potrebbero facilmente essere portati sulle ferrovie grazie agli incentivi fiscali. Significa che per essere ecologicamente conveniente il traffico sulla tratta tra Torino e Lione dovrebbe aumentare di 20 volte rispetto ad oggi. Una cosa non solo impossibile ma anche non auspicabile. Una cosa sbagliata, grave e dannosa. Il tutto mentre c’è un altro tunnel, quello del Frejus, che scorre parallelo a poche decine di chilometri.

Insomma, il TAV, facendo aumentare il traffico di 20 volte, avrà un ipotetico impatto positivo sulle emissioni nel 2047. Pensiamo che sapete meglio di noi ciò che dicono gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC): abbiamo solo 12 anni per impedire che la temperatura del pianeta superi i +1,5 °C, arrivando fino a +2 °C, con effetti disastrosi e irreversibili per la vita sulla Terra. Vedremo prima la fine del mondo che la fine del TAV.

Le emissioni non vanno diminuite tra trent’anni costruendo nuovi tunnel e facendo viaggiare ancora più merci su lunghe distanze, vanno diminuite ora investendo nell’economia circolare, sul riassetto idrogeologico, la cura e la manutenzione del territorio cambiando un modello di sviluppo che ci sta portando dritti all’estinzione.

Il cambiamento climatico sembra un tema vasto e molto lontano, su cui possiamo fare poco fatta eccezione per piccoli comportamenti quotidiani. Ciò che bisogna capire è che il climate change deriva da scelte ben precise che hanno effetti molto concreti sulla vita delle popolazioni, dal delta del Niger all’Amazzonia, dalla Terra dei fuochi alla Val di Susa. Non è vero che i politici non stanno facendo nulla per l’ambiente, ve lo possiamo assicurare: stanno facendo anche troppo.

Come noi, come Greta, come tutti i movimenti dal basso anche voi condividete un dilemma. Come assicurarci che le dichiarazioni dei politici non siano solo belle parole ma si traducono in fatti? Se ci pensate, la risposta è in fondo abbastanza semplice. Qualsiasi politico che dica di combattere il cambiamento climatico dovrebbe immediatamente esprimersi non a favore ma contro quei progetti che aumenteranno le emissioni di CO2 nei prossimi cruciali 12 anni. È il solo modo per capire se fanno sul serio.

La Val di Susa ha già pagato un tributo pesantissimo all’ideologia dello sviluppo a ogni costo, tenacemente portata avanti di chi vede il nostro territorio come un semplice corridoio di transito e non un ecosistema dove vivono persone, animali e piante. Siamo una delle valli più cementificate d’Europa, le nostre montagne sono solcate da due strada statali, un’autostrada, una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario. Per questo siamo stanchi e arrabbiati.

Nessuno più di voi può capire meglio questo slogan. La terra non si abusa, per noi non esiste una valle B.

Un in bocca al lupo per la vostra lotta. È anche la nostra.

P.S.

venite a trovarci in Val di Susa!

da notav.info

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