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Articoli filtrati per data: Tuesday, 12 Marzo 2019

Nei giorni scorsi in Germania è partita per ordine del Ministro dell'Interno Horst Seehofer un'operazione repressiva che ha colpito la casa editrice curda Mezopotamya - portando al sequestro e alla censura di numerosi testi da essa pubblicati.

 

Tra questi Make Rojava Green Again, opera della Comune Internazionalista del Rojava dedita a divulgare i principi alla base della rivoluzione ecologista e democratica in Siria del Nordest e la loro lettura dei processi alla base del cambiamento climatico.

L'ennesima persecuzione di una lunga serie contro le idee di riscatto e giustizia sociale del Rojava e la diaspora curda, dal divieto di esporre bandiere delle YPG (che tra l'altro hanno recentemente annunciato la morte di Christian Emde, famoso jihadista tedesco e responsabile della propaganda dell'ISIS) ed effigi di Ocalan alla soppressione dell'etichetta discografica Mir Music, fino alla proibizione di manifestazioni e raduni di solidarietà all'autonomia democratica e denuncia dell'occupazione turca di Afrin. Grazie alle lucrose commesse militari di una Merkel completamente succube del tiranno Erdogan, che tiene in pugno l'influente e numerosa comunità anatolica in Germania grazie ad una rete di predicatori di diretta nomina di Ankara ed a gang e racket come quello degli Osmanen, pesantemente infiltrate dai servizi segreti turchi del MIT.

Nulla di tutto ciò trova la condanna di quell'intellighenzia liberale che pochi mesi fa ha autorizzato la diffusione e la vendita del Mein Kampf di Hitler nelle librerie tedesche per la prima volta dal dopoguerra. Evidentemente ritenendone le folli parole meritorie di una libertà di espressione negata all'impegno di tanti volontari e compagni - dediti al ripristino degli equilibri naturali ed agricoli di un territorio, quello della Siria del Nordest, devastato da otto anni di guerra civile e da decenni di colture intensive.

Testi, pratiche, esperienze e dibattito di cui si sente un bisogno ancora maggiore con l'avvicinarsi della giornata di sciopero globale per il clima del 15 marzo; affinché gli appelli ad impedire la catastrofe ecologica prodotta dalla bancarotta morale e materiale del sistema capitalista non restino vuota retorica.

Pubblichiamo qui di seguito la presa di parola sugli eventi della Comune Internazionalista del Rojava,diffusa tramite un videocomunicato:

“Il Ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer ha proclamato il 12 febbraio 2019 la messa al bando della casa editrice curda Mezopotamya. La censura sta colpendo direttamente la nostra campagna ecologica "Make Rojava Green Again". Sono state confiscate 200 copie del nostro libro appena pubblicato.

La casa editrice Mezopotamya distribuisce non solo i nostri testi, ma un'ampia varietà di libri che hanno per argomento il Kurdistan in molte e diverse lingue. Le 200 copie di Make Rojava Green Again che sono state sequestrate avrebbero dovuto essere distribuite tramite Mezopotamya. I libri erano arrivati appena qualche giorno prima della messa al bando da parte del Ministro dell'Interno, e la sede della casa editrice è stata perquisita e chiusa. Tutti i libri e gli opuscoli sono stati confiscati.

Negli ultimi mesi il libro era stato pubblicato in inglese, italiano, greco e tedesco. La pubblicazione delle edizioni francese, svedese, turca, curda e spagnola è in programma nelle prossime settimane. Cerchiamo, con il libro, di mostrare prospettive per risolvere problemi ecologici in Siria del Nord e nel mondo. In ciò facciamo riferimento alle teorie dell'Ecologia Sociale di Murray Bookchin e al Confederalismo Democratico di Abdullah Öcalan.

La chiusura della casa editrice e la confisca dei materiali colpisce direttamente il nostro lavoro. Condanniamo questa decisione e reclamiamo la restituzione dei libri oltre che l'annullamento della messa al bando della casa editrice Mezopotamya. La chiusura di Mezopotamya è un attacco alla libertà di pensiero e di parola. La censura è un tentativo di sopprimere il discorso del radicamento dell'autogoverno in Siria del Nordest e le prospettive sulla risoluzione della crisi in Medio Oriente. La diffusione di idee su una società gender-libera, ecologica e democratica non verrà impedita dai divieti e dalla censura, perché già oggi queste idee sono fonte di ispirazione e speranza per milioni di persone in tutto il mondo. Continueremo il nostro lavoro nonostante queste azioni, e con una motivazione ancora maggiore. In queste circostanze facciamo in particolare appello a tutti di leggere il nostro libro appena pubblicato, Make Rojava Green Again, gli altri scritti colpiti dalla censura, e di diffonderli. La critica di un sistema che ogni giorno schiavizza miliardi di persone e preme per la distruzione delle risorse naturali resta legittima, ed oggi è più necessaria che mai."

Per saperne di più:

internationalistcommune.com

makerojavagreenagain.org

Make Rojava green again - una società ecologica in costruzione Make Rojava green again - una società ecologica in costruzione

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Finisce con la vittoria della lotta lo sciopero iniziato lo scorso 10 febbraio nel magazzino Zara di Reggello. Si è arrivati all'accordo dopo ventotto giorni di occupazione dell'impianto e mobilitazione per difendere i 39 posti di lavoro minacciati dalla “ristrutturazione del ciclo logistico” di Zara: un progetto che prevede la chiusura del magazzino di Reggello, teatro già negli scorsi mesi di dure lotte e scioperi del Si Cobas, e del magazzino di Bergamo (anche esso, non a caso, con forte presenza del Si Cobas).

Proprio grazie a queste agitazioni, dal mese di Aprile ad oggi, i lavoratori avevano strappato importanti conquiste e abolito il regime di sfruttamento selvaggio e caporalato che – intanto – continua ad essere norma nel resto degli appalti del marchio. Tutti i lavoratori avranno diritto al trasferimento presso altri cantieri mantenendo le stesse condizioni economiche e contrattuali strappate con la lotta (condizioni, per altro, migliorative anche rispetto al CCNL). L'obiettivo della chiusura era proprio quello di distruggere le conquiste strappate dai lavoratori negli scorsi mesi e liberarsi della forza lavoro organizzata nel Si Cobas, dirottando la merce sul maxi-hub di Piacenza (anch'esso bloccato dai facchini di Reggello in queste settimane) dove il conto della forza lavoro resta bloccato ai livelli minimi.

Dopo aver provato a bloccare l'espansione delle lotte con i licenziamenti politici avvenuti a luglio – subito respinti attraverso la forza esercitata dai picchetti – Zara, infatti, aveva deciso di andare allo scontro frontale con la soggettività operaia maturata in questi mesi di conflitto, decidendo di fatto per una delocalizzazione interna che facesse piazza pulita di chi aveva osato ribellarsi.

Si tratta di giovani e giovanissimi pakistani, uno spaccato di quella forza lavoro migrante oggetto dei più spinti meccanismi di sfruttamento e su cui insistono le politiche del razzismo istituzionale. E' proprio questa condizione di doppia subalternità e di ricatto che era stata spezzata dalle agitazioni che si erano susseguite dalla primavera all'estate dello scorso anno. Non solo importanti conquiste salariali, non solo liberazione del tempo precedentemente scippato da turni di lavoro infernali, ma anche un ribaltamento dei rapporti di potere all'interno del magazzino, ovvero il presupposto per conquistare “rispetto” e “libertà” lì dove paura e umiliazione sono sistema di controllo della forza lavoro.

L'ultima occasione

Lo sciopero inizia nel pomeriggio del 10 febbraio quando l'intenzione di chiusura da parte di Zara è ormai evidente sebbene non ci sia nulla di ufficiale. Quando i responsabili provano a fare la serrata, chi è al cancello entra dentro per impedirla. Viene convocata un assemblea straordinaria per decidere l'occupazione del magazzino. Piano piano arrivano tutti, anche quelli non iscritti al sindacato. Durante l'assemblea di domenica il nucleo di lavoratori protagonisti delle agitazioni dello scorso anno si salda a chi all'epoca era rimasto a lavorare e fedele all'azienda. E' il primo fallimento dell'operazione padronale che avrebbe voluto far schierare i lavoratori “affidabili” contro quelli “colpevoli” della chiusura a causa dei loro maledetti scioperi. Il gioco non funziona. Nonostante la promessa di ricollocazione per chi avrebbe fatto il crumiro circolata con decine di telefonate nelle ore precedenti, scelgono tutti di non perdere l'ultima occasione per mettersi anche loro davanti al cancello e ribellarsi ai loro padroni. Sono tutti ora a lottare. Le tensioni tra lavoratori nei giorni precednti non erano mancate, ma alla fine la certezza della chiusura imminente polarizza nel senso dell'unità nella lotta e non in quello, sperato e previsto dall'azienda, dello scontro tra lavoratori iscritti al Si Cobas e quelli rimasti fino a quel giorno “fedeli”.

L'assemblea viene interrotta dai carabinieri che ci tengono ad informare i lavoratori di cosa stanno rischiando: “verrete denunciati tutti, e perderete il permesso di soggiorno. Siete sicuri? Fatemi sapere”. La risposta arriva subito: “Stiamo tutti qui, fino alla vittoria”. I carabinieri possono solo prendere atto. Il magazzino è degli operai.

Il magazzino in mano agli operai

Solo un anno fa, prima dei picchetti, i caporali della cooperativa si facevano fotografare in magazzino seduti su delle poltrone, mentre altri gli lasciavano cadere addosso manciate di banconote. Probabilmente era i soldi dei facchini che ogni mese dovevano “restituirgli” una parte del proprio già schifoso salario in cash. Le foto venivano poi postate su Facebook, insieme a quelle delle abboffate delle domeniche che padroni, capi e caporali della cooperativa erano soliti fare. Rappresentazioni grezze e spudarate di “chi comanda”. Ad aprile il primo risultato strappato dagli scioperi fu proprio la cacciata dei caporali e dei vecchi responsabili. La chiusura del magazzino vuole essere la chiusura di questo spazio di libertà conquistato. La risposta operaia accetta la sfida e per 28 giorni prende possesso del magazzino. Le assemblee, le serate attorno al fuoco ai cancelli, le parite di cricket nel piazzale, il cinema in sala mensa, le grigliate della domenica, i balli: centinaia di nuovi scatti, fotografie di una storia nuova che non vuole tornare indietro. E ogni foto pubblicata su facebook è uno schiaffo in faccia a chi aspettava di vedere la paura, la disperazione e il pentimento tornare a governare quella forza lavoro.

Una nuova presenza

Il presidio permanente ai cancelli che blocca nel magazzino 39mila capi di abbigliamento diventa dai primi giorni, progressivamente, il punto di incontro tra la lotta e il territorio. Abitanti per lo più operai del Valdarno ed in particolare della vicina Bekeart (o ex-Pirelli), passata alle cronache nazionali negli scorsi mesi per la delocalizzazione che ha lasciato in cassa integrazione 300 lavoratori. Per chi viene a solidarizzare quegli operai, fino al giorno prima, erano solo quei misteriori pakistani che in biciletta sulla statale, ad orari improbabili, andavano chissà dove. I ventotto giorni di sciopero affermano una nuova presenza. Il Valdarno di crisi industriali e di impianti produttivi sparire da un giorno all'altra lasciando senza reddito intere famiglie ne vede quotidianamente. Ma è la combattività di questa nuova classe operaia migrante di cui il territorio fa esperienza per la prima volta. “Guarda questi fanno sul serio, fanno alla vecchia maniera. Davanti ai cancelli a bruciare i bancali, tutto bloccato”. L'anima operaia del territorio non nasconde una certa simpatia ed ammirazione.

Nessun funerale

In effetti, anche questa delocalizzazione, ha qualcosa di diverso. I diritti che si svogliono smantellare non sono i diritti “acquisiti” da mitiche lotta dei decenni passati. Gli operai che vengono scaricati dalla delocalizzazione sono gli stessi che pochi mesi prima quei diritti li avevano conquistati a quegli stessi cancelli. La multinazionale va allo scontro con una soggettività operaia che sa di poter fare male al proprio padrone. Sa come fare. Una soggettività che sa riconoscere nella propria unità collettiva una forza, già dimostratasi capaci di vincere e piegare alle proprie rivendicazioni un colosso multinazionale come Zara. La vertenza contro la chiusura non è un percorso assistito verso il funerale, alla ricerca di qualche ammortizzatore sociale. Fin dal primo giorno il presidio permanente non è lo strumento per dare visibilità alla disgrazia di 39 famiglie, ma il dito puntato contro la rapacità di una multinazionale e il simbolo di una resistenza possibile che si vuole portare avanti con tutti i mezzi a disposizione. La solidarietà che raccoglie è una solidarietà politica e di classe. Non ci sarebbe stata vittoria possibile diversamente. Fare male alla multinazionale, bloccare i flussi di merce e mettere i bastoni tra le ruote alla fabbrica del consumo: è questo il problema che per 28 giorni gli operai si sono posti nelle assemblee ai cancelli. Convinti di poter vincere.

Il conflitto nelle cattedrali del consumo

Se al primo tavolo in Prefettura il rappresentante di Zara si era limitato a ridere letteralmente in faccia alla delegazione degli operai, rivendicando la piena libertà di impresa, la vertenza inizia la sua svolta dopo circa 20 giorni. L'azienda è esaurita dai continui picchetti davanti agli ingressi dei negozi del marchio. Le vendite calano fino al 50%. E non si sa come venirne a capo. I facchini compaiono all'improvviso dentro il centro commerciale e rovinano tutto con la loro presenza. I centri commerciali sono e devono essere luoghi organizzati in tutto e per tutto per il consumo – lo spazio, le luci, le musiche: una gigantesca finzione che crolla di fronte a una piccola dose di realtà del conflitto sociale. Il boicottaggio raggiunge il suo obiettivo. Dopo qualche giorno anche i magazzinieri Zara del Centro Commerciale I Gigli entrano in sciopero. Li seguono quelli dei negozi di Via Calimala e Piazza della Repubblica. L'operazione della multinazionale è un boomerang.

Gli scioperi della scorsa primavera ai magazzini di Reggello inaugurarono la stagione di lotte nei magazzini e nelle fabbriche del territorio fiorentino e pratese che ad oggi non accenna ad arrestarsi. La battaglia combattuta in questi 28 giorni è facile immaginare che darà una nuova spinta ai processi di organizzazione e conflitto operaio sul territorio.

 

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Aggiornamento sulla situazione politica in Algeria, tra mosse istituzionali e reazioni della piazza

Il clan di Bouteflika gioca le sue, prime, maldestre contromosse. Al rientro in patria del presidente, dopo quasi due settimane di ricovero in una clinica a Ginevra, è stato diffuso, nel tardo pomeriggio di ieri un messaggio alla nazione. Il rais ha annunciato, con una clamorosa retromarcia, il ritiro della propria candidatura e l’annullamento delle elezioni che si sarebbero dovute tenere il 19 aprile. Poco dopo sono seguite le dimissioni del, contestatissimo, Primo Ministro Ouhyaya.

Se nei minuti successivi all’annuncio, le vie di Algeri sono state invase da caroselli di auto clacsonanti e la centralissima piazza Audin si è riempita di una folla in festa, l’entusiasmo si è sgonfiato velocemente. La mossa gattopardiana del cambiare tutto per non cambiare nulla non ha convinto un paese che da settimane occupa le piazze, marcia fin sotto i blindatissimi palazzi del potere e sfida l’arroganza di una cricca arroccata nella propria torre d’avorio.

La strategia camaleontica di Bouteflika e del suo clan è presto svelata: non candidarsi per il quinto mandato, ma prolungare quello in corso fino a data da definirsi, con la promessa, altrettanto vaga, di una riforma della Costituzione di cui non si conoscono né i tempi, né i contenuti. Si tenta, insomma, di cancellare con un colpo di pennello le storture di un sistema marcio fino alle fondamenta. Ma la piazza, a quanto pare, sembra essere un passo avanti.

Sui social network il tam tam è incessante e in poche decine di minuti gli appelli a non credere alle false promesse dei soliti noti e a non accettare l’ennesima soluzione calata dall’alto si moltiplicano. La consapevolezza dell’aver vinto la prima battaglia di una, ben più lunga, guerra è univoca: venerdì prossimo tutti in piazza, come venerdì scorso e come quello prima ancora.

Se da un lato, il potere tenta di barricarsi dietro la propria, consueta, ipocrisia, dall’altro ci troviamo di fronte a un fatto inedito nella storia recente dell’Algeria: a decidere, dopo decenni, non sono né i generali, né le burocrazie di partito, né I terroristi islamici, ma sono gli algerini. Boutef e i suoi pensavano di dividere il fronte della mobilitazione e spegnere, così, la scintilla della rivolta che, invece, pare divampare sempre più forte e non volersi più fermare.

La rivendicazione minima sembra essere chiara: “Se ne vadano tutti!”, “Systéme dégage!”.

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