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Articoli filtrati per data: Friday, 08 Febbraio 2019

Migliaia e migliaia di litri di latte ovino dispersi nei campi pur di non versarlo ai caseifici industriali che regolano il prezzo del latte mettendo sul lastrico 16 mila pastori sardi. Un movimento di sciopero e sabotaggio capillare e radicale che spinge più in là le lotte dei pastori puntando il dito sui padroni.

Mellusu a du fuliai che a si du fai furai”
“Meglio buttarlo che farcelo rubare”

È mercoledì mattina. Attorno alle nove e trenta un'autocisterna di un caseificio che raccoglie il latte tra le aziende ovine del Campidano di Cagliari attraversa le campagne tra Villacidro e Serramanna, in località Giana. La cisterna è piena. A un bivio spuntano due uomini. Hanno il volto coperto e dei bastoni. Fermano il mezzo. Fanno scendere il conducente e gli intimano di aprire il raccordo del rubinetto di uscita della cisterna. "Cumenti?" - come? Ha capito bene. L'uomo deve versare i diecimila litri di latte che trasporta nei campi attorno, filmare col suo cellulare e inoltrare il video a tutta la rubrica WhatsApp, in particolar modo al suo "principale", il signor Argiolas dell'omonimo caseificio industriale.

A is proccus

"Un atto mafioso" dicono i carabinieri che indagano sull'accaduto. Eppure il portavoce di un primo coordinamento di allevatori che domenica avevano rallentato la viabilità con un sit-in tra le statali 196 e 293 per chiedere l'aumento del prezzo del latte ovino, non fa neanche in tempo a prendere le distanze dal gesto incriminato. Nel pomeriggio si moltiplicano a decine e poi a centinaia i video di pastori che si filmano nei propri ovili mentre svuotano per terra i refrigeratori pieni di latte appena munto non ancora versato ai caseifici: "a sa bassa o a is proccus ma a bosatrus nono" - nella fogna o ai maiali ma non a voi, non agli industriali. Bastano poche ore. La protesta non è circoscritta al sud Sardegna ma coinvolge subito i pastori di tutta l'Isola. Lo scontro sul prezzo del latte è arrivato a un punto di non ritorno.

Praticamente ci pagano il latte a 50\60 centesimi quest'anno, ancora non si sa. Più di darlo alle macchine abbiamo intenzione di bloccare la catena dei caseifici, almeno un paio di giorni e di buttare il latte, perché con questo prezzo non si può andare avanti. Praticamente ci stiamo rimettendo, per fare un litro di latte ci vogliono 50 centesimi e a noi ce lo pagano 60 o 55 centesimi. Non ci guadagniamo niente”. È un cartello di caseifici che regola il prezzo del latte. Sedicimila aziende che allevano 3.301.837 capi versano il latte a non più di cinque caseifici che lo lavorano. Gli “industriali” sono spesso ex titolari di aziende di allevamento che sono riusciti ad accumulare i capitali per investire nelle macchine per la trasformazione, le cisterne, i trasporti. Una catena di produzione industriale il cui prodotto sul mercato decide del prezzo della materia prima. Ma chi ci guadagna in mezzo se il pecorino al chilo costa molto di più di quanto in proporzione viene pagato il latte? “Il latte viene pagato a 60 centesimi quest'anno, l'anno scorso a 80. Produrre un litro di latte al pastore costa circa 50 centesimi. Fai conto che il latte di pecora è prevalentemente destinato al formaggio. Quindi gli industriali lo comprano a 60 centesimi a litro e lo trasformano in formaggio. A quanto lo vendono poi il pecorino? A moltissimo, stiamo parlando di gente tipo Auricchio, Cao formaggi, Caseificio Pinna, Caseificio Argiolas”.

È quindi assieme la sproporzione di guadagni tra pochi industriali e tantissimi pastori che ha scatenato la rabbia. Vedere il guadagno altrui sul proprio lavoro. Realizzare di esserne spossessati. Ricostruire a ritroso la filiera: dalla merce al segreto laboratorio della sua produzione, al lavoro non pagato neanche il tanto di potersi riprodurre come lavoro. “Il latte viene pagato 60 cent, dall’industriale, che trasforma e rivende direttamente il latte. Per fare il prezzo del latte si tiene come punto di riferimento il pecorino romano (il suo valore al kg). Però il pecorino sardo che ha un valore diverso, quando viene venduto tocca anche i 16-17 al kg . Quindi il guadagno è altissimo, 10 kg di latte fanno due kg di formaggio se venduti da un industriale a 10€ al kg fa 20 euro su una spesa di latte di 6€. L’industriale ci guadagna perché paga la materia prima a basso prezzo, trasforma, aumenta il valore aggiunto del latte trasformato in formaggio, e da lì ci fa l’utile. La scintilla è stata su whatsapp, facevano girare catene e discorsi, ma il più delle volte facevano riunioni in qualche paese”. Il pastore lavora da solo: pascola solo, munge solo. “Prima, con il prezzo più alto, alcuni provavano a farsi fare il prezzo di favore, oppure lo mischiavano con il latte di capra che costa meno. Eravamo in guerra tra di noi. Poi con il crollo dei prezzi quando andavamo a conferire il latte ci siamo ritrovati tutti con lo stesso problema. Quando si versa il latte ci si incontra e ci si parla. Poi ci sono i gruppi whatsapp di allevatori di zona”.

Una nuova generazione di allevatori

È una generazione giovane di pastori che lotta. Hanno raccolto il mestiere dai padri, spesso con i loro debiti. Sì perché i padri restavano a galla indebitandosi per pagare l’affitto delle terre o delle mungitrici, ma ora, per questi giovani privi di garanzie finanziarie, è diventato impossibile accedere anche alle linee di credito. Giovani pastori un po' per amore un po' per condanna. Perché non è una cosa che puoi smettere. Il gregge va seguito ogni giorno dall'alba fino a sera, con quaranta gradi o con la neve e di feste non ce ne sono. Resta ben poco nel pastore della sua immagine bucolica. La natura, il lavoro e il consumo del frutto della propria fatica frammisti in una sola esistenza sono solo frammenti cucitigli addosso da un immaginario che prova disperatamente a restaurare l’esperienza umana nonostante una civiltà che ha stabilito la secessione tra lavoro e consumo, nonostante la mercificazione di tutto. Spesso il pastore non ha di suo neanche il gregge. È il servo-pastore dell’industriale che trasforma il latte munto dalle greggi che gli affitta. Più spesso il pastore è il titolare di un’azienda. Deve e può produrre solo alle condizioni di mercato. Non è più solo tra le bestie e il cielo ma è rimasto solo tra altri concorrenti. Il suo è un agire d’impresa individualizzato, in competizione con quello degli altri allevatori e subordinato ai padroni che detengono le macchine che lavorano il suo prodotto, che regolano il mercato e il prezzo del suo sudore.

Tra questi giovani pastori alcuni hanno fratelli o sorelle e quelli hanno studiato o almeno hanno cercato un diversivo in città o in continente. Ma almeno uno deve restare a tenere l'azienda. Ragazzi della "leva" '95, '96 o '97. Non conoscono bene le rappresentanze dei pastori che hanno unito i loro padri. Le battaglie del Movimento Pastori Sardi hanno fatto la forza dei pastori ma sono state corrose dal tempo della politica regionale. Dalle sue promesse. Felice Floris, lo storico leader di Siliqua, ha continuato ha guidare il Movimento negli anni ma scontando una crescente difficoltà a domarne l'insoddisfazione. Prima intere rappresentanze territoriali dei pastori si sono sfilate dall'MPS, come accadde per gli allevatori della Baronia, poi le tensioni interne dovute a una linea troppo legata alla domanda di una politica di assistenza regionale compensativa di un prezzo del latte troppo basso. Un'estrema dipendenza da una politica impotente contro il mercato che ha progressivamente ridotto l'autonomia conflittuale del movimento. L'MPS ha sempre minacciato ma mai organizzato uno scontro con gli industriali caseari. Ha anzi mediato tra l’interesse di questi e quello dei pastori: “la differenza con MPS è che sempre ha colpito la Regione perchè ci sono anche gli industriali come Pinna e vogliono l'aumento del prezzo del latte a un euro ma che sia coperto con l'implemento dei fondi da parte regionale. Tipo che la regione dia tipo 30 centesimi al trasformatore , all'industriale non al pastore. Ora che stanno buttando il latte, l'MPS si trova nella merda perché sono come sindacalisti e l'industriale si trova senza latte”. Oggi Felice Floris si dice dispiaciuto per il latte versato ma non condanna la rabbia dei pastori. Una nuova generazione ricompone i più esasperati sull'obiettivo di colpire gli industriali.

Sciopero

Alcuni parlano espressamente di "sciopero". Quello del pastore è un mestiere del tutto industrializzato: chi munge il bestiame si combina con le macchine della catena produttiva che realizza il suo lavoro in forma di merce. Ma lavorare alle condizioni del mercato non è più vantaggioso. Il latte non è pagato neanche al suo costo di produzione il che significa che il salario dell'ultimo operaio di questa rete di agire d'impresa organizzata da chi detiene più mezzi e più capitali, i trasformatori, i grandi marchi, non riproduce neanche il suo sostentamento in quanto operaio. Sciopero è astenersi dal lavoro per sabotare la valorizzazione del capitale e aumentare il costo del lavoro. Produrre a queste condizioni arricchisce solo gli industriali, allora tanto vale distruggere il proprio lavoro: "deu no guadangiu, ma ge no guadangiasa mancu tui oi", io sicuramente non guadagno ma oggi non guadagni neanche tu.

Forti critiche hanno investito la protesta dei pastori: “perché sprecare il latte? Donatelo alla caritas”. Una cultura del valore delle cose che non scorge l’arcano della merce e le forze che vi si scontrano nel suo valore. Nessuno è contrario a regalare il latte che viene buttato. L’importante è non darlo agli industriali ora “Non dite che il latte non si butta, che è un peccato, che si regala in beneficenza, sappiate che non ce lo permettono, che serve la tracciabilità che non si può né regalare né dare ad associazione e poi beneficienza? Ancora beneficienza? È tutta la vita che la facciamo, ci stanno rovinando l'esistenza, ci hanno tolto la dignità di lavoratori, di persone, di famiglie, è ora di smetterla”. Il fatto è proprio che nella catena industrializzata della produzione dei formaggi ovini il latte di pecora, troppo grasso per essere consumato senza lavorazione, una volta munto può avere una e una sola destinazione: quella del mercato.

I pastori producono troppo latte per essere trasformato, le aziende [i pastori] si sono sviluppate la maggior parte non per trasformarlo ma per versarlo. Convertire una azienda che versa in un azienda che trasforma è praticamente impossibile, avere 1000 litri di latte al giorno che rendono 200 kg di formaggio più la ricotta, avrebbero un volume grande, senza contare i macchinari, per lo stoccaggio, per cuocerlo, ma sopratutto avere le capacità di venderlo tutto. E nel caso della trasformazione i risultati operativi li vedrai solo quando riesco a vendere, tutto quello che fai prima e finanziato con capitali di anticipazione. Il pastore è schiavo da sempre, il prezzo del latte, perché il prezzo non lo fa chi lo produce, ma gli industriali a tavolino. E il pastore non avendo un potere di forza e non essendo uniti con gli altri pastori sottostà al prezzo del latte. La filiera è composta da pastore-industriale- multinazionali. Relativamente pochi lavorano nei caseifici, Pinna che è il più grosso ha 180 dipendenti tra fissi e stagionali, ma fattura per 50-60 milioni l’anno”. Secondo il rapporto sulle 500 imprese migliori dell'economia sarda redatto quest'anno dalla Nuova Sardegna gli industriali del settore caseario fatturano 250 milioni di euro all'anno.

Molti riescono a lavorare qualche centinaio di litri per sé. C’è una parziale riappropriazione del valore d’uso del prodotto del proprio lavoro, ma si tratta di poca roba, qualche forma di pecorino da rivendere su economie informali o per il consumo diretto. “Tutti d’altra parte per sopravvivere diversifichiamo le nostre fonti di reddito”. Ma il punto è un altro. C’è stato un processo diretto dall’alto, legislativamente, di organizzazione della produzione. Le norme comunitarie impediscono ai pastori di vendere il formaggio al consumatore finale: norme igienico-sanitarie, protocolli, controlli etc. Non solo tutta la produzione è orientata alla sua valorizzazione nella filiera la quale è palesemente sbilanciata sui suoi livelli più alti: “Se tu vendi il formaggio caro al Carrefour e alle multinazionali, il prezzo del latte sale. Ma loro tendono ad abbassare mantenere il prezzo molto basso in modo tale che le aziende aumentino la produzione di latte e loro comunque sull'utile e sulla produzione di formaggio che aumenta ci fanno più soldi. È la distribuzione del prezzo nella filiera che è sbilanciata e sbagliata a tutto favore del trasformatore e del dettagliante o meglio della Grande Distribuzione Organizzata. È l’Europa che ti impone questi metodi

Oggi

Ieri un incontro in Regione a Cagliari tra i rappresentanti dei caseifici Pinna e Argiolas, la Coldiretti, MPS e l’assessore regionale non ha portato a nessuna sostanziale novità. “Abbiamo trovato una quadra sul 99% dei punti ma non sul prezzo de latte”, hanno dichiarato i rappresentanti degli industriali. Fine umorismo. C’è una volontà irriducibile dei pastori in lotta a non contrattare sul prezzo del latte 1 euro al litro iva esclusa. A pochi giorni dalle elezioni regionali la politica diventa solo un ostacolo: “Tutti devono sapere che noi non vogliamo soldi dalla Regione, soprattutto ora, sotto periodo elettorale. Non abbiamo nessuna bandiera. Vogliamo solo che il nostro prodotto e lavoro venga pagato quello che merita. Non vogliamo soldi dalla Regione ma dai trasformatori, che ci hanno strappato anche la dignità. Ora basta

L’incontro in regione è stato riaggiornato a mercoledì prossimo, pare anche con la presenza del ministro: “Chiudete anche voi fino a martedì, o chiudete o vi facciamo chiudere” urla una donna agli industriali. Fuori dalle stanze della regione l’incontro viene suggellato da un “d'acabaus ca est sa Francia", si finisce come in Francia. Nella mattinata di oggi dalle dieci un imponente blocco di pastori ferma il traffico sulla statale 131 all’altezza del bivio di Abbasanta, nel centro dell’isola. Una cisterana di CAO viene fermata e il suo latte versato sull’asfalto. “Buttare il latte un gesto eclatante? Non mi sembra, cosa dovremmo dire dei francesi quando fanno le manifestazioni, la realtà è che siamo un popolo non più abituato alle lotte, subiamo ogni sopruso... oggi siamo un popolo assistito da una classe dirigente nullafacente”. Scene simili a Orune dove gli allevatori hanno versato ognuno duecento litri di latte a testa nella strada provinciale per Bitti e nel centro di Macomer. “L'unica cosa da fare è non dare più latte ai caseifici, bloccare i porti se questi provano a portarlo dal continente o da chi che sia... pensare solo che in Sardegna siamo più di 16mila aziende, e ci mangiano in tanti consorzi, veterinari, caseifici, mangimifici, agronomi autotrasportatori. E poi quello che la prende didietro è sempre chi produce. Non è più lavorare per vivere, è lavorare per hobby!” Per il momento almeno sul latte versato nessun industriale può più rubare il lavoro del pastore.

 


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Tutti i virgolettati sono estratti da commenti o post nei gruppi facebook dei pastori, messaggi nelle chat di gruppo WhattsApp o testimonianze dirette di giovani allevatori delle regioni del Mandrolisai e del Barigadu.

 

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A un primo sguardo sembrerebbe che gli Stati Uniti stiano replicando per l'ennesima volta un copione già visto. Un copione immutabile nel tempo, e di sicuro successo. Minaccia di intervento militare che segue guerra economica di lungo periodo. Azione decisa nello schierare le principali potenze contro il nemico di turno. Narrazione messianica tra bene e male a descrivere il campo del conflitto in maniera manichea, finalizzata a distogliere attenzione dai profondi temi di ordine economico e geopolitico.

Sembrerebbe, appunto. Perché quanto sta avvenendo in Venezuela, al di là delle veline giornalistiche, tradisce la definizione di un mondo sempre più multipolare. In cui le volontà di una singola potenza, per quanto dominante, non portano più direttamente o quantomeno facilmente all'esito da questa desiderato.

Ne è prova la titubanza dell'Unione Europea sul Venezuela. Questa va in ordine sparso, gioca su più tavoli, e non sembra avere alcuna linea comune. Il motivo è da cercare ad est. Non paga di quanto sta avvenendo in Siria e dopo la campagna di Crimea, la Russia sta tornando infatti ad emergere come potenza militare globale. Una potenza capace di influire anche politicamente. Il rifiuto dell'Italia di appoggiare ufficialmente Guaido si spiega anche con le pressioni esercitate sul governo italiano da parte di Mosca, grande alleato di Maduro. Non a caso Salvini, i cui legami con circoli legati al Cremlino sono noti da tempo, insiste su questo tema molto meno di quanto potrebbe fare, e di quanto fa su temi molto minori.

Ma la Russia non è sola, e da sola non riuscirebbe in alcun modo a mantenere questo tipo di approccio. Riesce a agire in questo modo anche perché ha l'appoggio alle spalle della Cina. Pechino, impegnata in un duro scontro commerciale e tecnologico con gli USA, è infatti assolutamente felice di mettere i bastoni tra le ruote agli USA dove possibile. Dalla questione coreana, dove insieme a Kim ha di fatto messo Trump all'angolo costringendolo a trattare con quello definito "Rocket man", a quella venezuelana dove in gioco sono centinaia di milioni di barili di petrolio e una posizione privilegiata sull'oceano Atlantico. E sempre stando da noi, con il piano delle nuove vie della seta guadagna sempre piu relazioni a livello internazionale ( a marzo Xi sarà in Italia).

Siamo quindi di fronte a un cambio di passo nelle relazioni internazionali? È possibile che da qui in avanti tensioni finora risolte in maniera relativamente semplice, guardando a Washington, di volta in volta si politicizzino su scala globale a partire dalla fase dei rapporti tra Cina, USA e Russia? E che l'esito in paesi cruciali come il Venezuela sia appunto la guerra civile tra fazioni sociali e militari sostenute da differenti potenze, come del resto avvenuto in Siria ed Ucraina? È possibile, ma non scontato.

Gli Usa rimangono infatti la prima potenza militare globale. Il recente ritiro dal trattato INF ne segna anche la volontà di riprendere direttamente in mano la corsa agli armamenti, anche per rispondere alla "arroganza" russa. Il golpe in Venezuela, come segnalato anche da Raul Zibechi, potrebbe essere pensato proprio per dare un altro colpo alla Cina, che ha grandi investimenti nell'industria petrolifera del paese e che sta cercando di guadagnare spazio in Sudamerica. Gli USA tramite la Nato controllano in maniera chiara i territori europei, e anche da noi continuano a imporre il loro volere dove sono in ballo interessi economici fondamentali, come ad esempio la TAP. E con il dollaro ancora cardine della finanza internazionale, gli USA possono segnare vita e morte dei paesi che gli fanno sgarbi (chiedere a Turchia e Argentina).

Ma è evidente che sta emergendo, basti pensare alla posizione cinese in Africa, al progetto seppur contestato delle vie della seta, alle posizioni guadagnate dalla Russia in Medio Oriente, un abbozzo di alternativa, di messa in discussione del dominio globale americano. In cui anche l'Europa, tra venti secessioniste e spirali sovraniste, sembra poter tornare allo status di terra di conquista di influenza, come ai tempi della guerra fredda. Del resto Putin non fa mistero di voler distruggere l'Unione Europea balcanizzandola, attraverso i vari Salvini, Le Pen, Orban.

A pagare ora, in questo specifico momento, è soprattutto la popolazione venezuelana, stretta tra le contraddizioni di un modello economico chavista insufficiente e un tentativo di golpe organizzato dall'esterno. Ma forse siamo ad un punto di cambiamento che potrebbe segnare i prossimi anni. E che potrebbe rendere ogni crisi politica singola un punto molto più caldo di quanto sembrerebbe, facendo tuonare con molta più forza i tamburi di guerra..

 

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Questa mattina la Corte d’Appello di Torino ha condannato a 4 mesi il giornalista Davide Falcioni, confermando la sentenza di primo grado emessa lo scorso aprile dallo stesso tribunale (https://www.infoaut.org/no-tavbeni-comuni/notav-dopo-il-delitto-di-laurea-arriva-il-delitto-di-cronaca-giornalista-condannato-per-non-essersi-accontentato-della-versione-della-polizia). L’accusa nei suoi confronti è di “concorso in violazione di domicilio” per aver assistito, e successivamente raccontato, un’azione di contestazione dei No Tav avvenuta nell’estate del 2012.

Il 24 agosto di quell’anno, durante il campeggio di lotta, un gruppo di No Tav decise di fare visita alla sede torinese della Geovalsusa (una delle aziende coinvolte nella realizzazione dell’alta velocità) per denunciarne la complicità nel sistema delle grandi opere, appendendo uno striscione e distribuendo alcuni volantini. Davide Falcioni, all’epoca giornalista per Agoravox, si trovava sul posto e raccontò in un articolo quello che aveva visto in prima persona. Un’eccezione nel desolante quadro della narrazione mainstream sul movimento No Tav, che vede come regola giornalisti abituati a raccontare le iniziative del movimento facendo copia-incolla dei comunicati della Questura e rimanendo comodamente seduti in redazione.

Di lì a pochi mesi per l’iniziativa alla Geovalsusa la Procura torinese fece scattare un’operazione repressiva che portò ad arresti e misure cautelari nei confronti di 19 No Tav. Falcioni, stupito delle accuse nei loro confronti e della ricostruzione dei fatti fornita dalla Questura (che addossava ai No Tav minacce e danneggiamenti mai avvenuti), decise di testimoniare in loro difesa al processo. In Tribunale, però, gli bastò pronunciare poche parole per ritrovarsi da testimone a imputato, accusato a sua volta di “concorso in violazione di domicilio”, affrontando poi l’assurdo processo che ne è seguito e la successiva condanna a 4 mesi per aver semplicemente fatto il proprio lavoro.

Dopo il primo grado si è aperto il processo di appello e – nonostante persino l’accusa avesse chiesto l’assoluzione per Falcioni – questa mattina i giudici hanno confermato la condanna a 4 mesi. L’ennesima vergognosa pagina nelle vicende giudiziarie che vedono coinvolto il movimento No Tav. Per il tribunale di Torino il diritto di cronaca può essere sacrificato (e diventare persino reato) quando si tratta di difendere la narrazione dominante che vede da anni polizia, magistrati, giudici e giornalisti impegnati a criminalizzare e demonizzare il movimento No Tav.

Ora Falcioni ha annunciato di voler ricorrere in Cassazione, determinato ad andare avanti anche se con il timore di “avere a che fare con un muro di gomma”. Come scriveva ieri alla vigilia della sentenza “Sono incriminato per aver fatto il giornalista. Accetterò la sentenza, qualunque essa sia, ma non accetterò la censura e continuerò a fare il mio lavoro”.

da notav.infonotav.info

 

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