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Articoli filtrati per data: Sunday, 03 Febbraio 2019

 

Continuano da un mese e mezzo le proteste di piazza in Sudan contro il regime trentennale di Omar al Bashir.

Mobilitazioni inedite che sono arrivate a coprire l'interezza delle regioni del paese ed un ampio spettro di classi ed interessi sociali, dai marittimi di Port Sudan ai tifosi dell'Hilal, dai ribelli delle periferie del Kordofan e del Darfur agli studenti ed ai professionisti di Khartoum. Mentre la dittatura si trincera con l'appoggio di potenze straniere vicine e lontane, la radicalità delle proteste aumenta e con essa le possibilità di politicizzazione di una serie di istanze a lungo latenti nella società sudanese - che ben promettono per l'apertura di ulteriori orizzonti di liberazione.

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Di Mohamed Elnaiem

In Sudan, un'opposizione civile variegata sta ponendo una seria minaccia alla resilienza del regime dittatoriale di Bashir dopo settimane di proteste.

Se un ospedale non è un rifugio per una persona ferita allora cos'è? E che livello di odio, che tipo di infamia può venire soddisfatta dal tentativo di assicurarsi che un manifestante muoia due volte? Il 9 gennaio la celere, i lealisti in borghese di Bashir e le forze di sicurezza hanno sparato lacrimogeni e proiettili nell'Omdurman Teaching Hospital in Sudan dopo che manifestanti feriti sono stati portati li nel corso della più grande protesta di sempre a pretendere la caduta del regime.

Mentre nugoli di sostanze chimiche soffocavano i feriti, il personale dell'ospedale ha dovuto improvvisare - svuotando taniche di ossigeno nella stanza per disperdere il gas CS. Questo è quanto sta affrontando il popolo sudanese dopo un mese di proteste per deporre il Presidente Omar al-Bashir.

Dal 19 dicembre il Sudan è stato infiammato da oltre 300 proteste popolari aventi luogo attraverso il paese. La sollevazione generale è iniziata nella città nordorientale di Atbara - una città con una lunga eredità di lotte - prima di colpire 22 piccole e grandi città, inclusa la capitale Khartoum.

Dopo una visita del FMI a luglio, il governo sudanese ha adottato un programma di austerità che ha tagliato i sussidi e triplicato il prezzo del pane. L'inflazione galoppa al 70% secondo i dati ufficiali, la disoccupazione è la quinta peggiore al mondo, il pane è caro e la benzina sta scarseggiando in tutto il paese. Allo stesso tempo, il paese sta osservando un'acuta crisi di valuta estera con i bancomat spesso vuoti. Il popolo del Sudan non ne può più.

E' notevole che le proteste siano iniziate nelle periferie prima di colpire la capitale - dato che se la popolazione della capitale patisce la miseria, quella delle periferie potrebbe presto patire una crisi alimentare. Le Reti di Sistema di Avvertimento Preliminare della Carestia (Famine Early Warning Systems Networks) hanno predetto che i prezzi del cibo, già del 150-200% sopra la media, aumentino ulteriormente al 200-250%. Secondo gli specialisti nel 2019 si attende un'insicurezza alimentare critica nella maggior parte delle città periferiche. La colpa va unicamente al malgoverno. Il Sudan è un paese che spende la maggior parte del proprio bilancio annuale per foraggiare i lussuosi stili di vita dell'élite di regime.

Ma come si tratta di un momento tragico per il popolo sudanese, è anche un momento di trionfo. Da quando sono iniziate le proteste, non vi è stato giorno senza una manifestazione in qualche parte del paese. Il sindacato dei medici sudanesi persegue uno sciopero a tempo indeterminato. L'amministrazione delle università sudanesi si è schierata con la rivolta. Gli ultras del calcio, associati alla popolare squadra dell'Hilal hanno bloccato i ponti. E le persone comuni si sono ritrovate ad intraprendere l'impensabile - paralizzare un sistema rimasto al suo posto per quasi trent'anni.



Un regime onnipotente?

Un regime che un tempo sembrava invincibile ha mostrato di essere tutt'altro. A lungo gli analisti politici hanno considerato indistruttibile il regime sudanese. Le infinite guerre civili accompagnate dalle persecuzione di tutto il popolo sudanese ha comportato che la maggior parte del PIL finisse per foraggiare uno stato securitario per combattere guerre e torturare dissidenti. Nel 2013, il Sudan riuscì ad evitare la Primavera Araba, sebbene un'ondata di proteste popolari incentrata in particolar modo sulla capitale riuscì a spaventare l'élite di governo.

Nel 2014, l'88% del bilancio nazionale andò al "settore della sicurezza" ed al "settore sovrano", ovvero nelle tasche dell'élite. I membri dell'establishment dominano gli interessi commerciali locali in virtù dei propri stretti legami con il governo. Persino le agenzie di sicurezza controllano una vasta gamma di settori economici. Ma questo non è l'unico segreto del controllo parassitario del regime sull'economia.

Il governo sudanese ha impiegato varie strategie per mantenere il proprio potere. Il governo ha risposto alle richieste di sviluppo da parte delle neglette popolazioni rurali armando le milizie paramilitari, che a propria volta hanno mantenuto il potere terrorizzando il popolo del Darfur e delle montagne Nuba.

Il governo ha risposto alla fame con l'austerità. Ha diviso il paese per mantenere il potere. Ed ha lasciato quelli delle periferie senz'altra opzione che la lotta armata. In una parola, l'instabilità ha fomentato la stabilità dell'establishment - nella misura in cui questo è stato in grado di consolidare la sovranità attraverso la violenza continua.

Il governo sudanese segue anche la dottrina del patto col diavolo: in cambio di benefici per i singoli, o per paesi ed istituzioni più potenti, cerca protezione e legittimità. Riforme neoliberali per la benevolenza del FMI; lussi e privilegi per la locale classe capitalista; terra a buon mercato per paesi come la Turchia, il Kuwait ed il Qatar; soldati per la coalizione a guida saudita in Yemen e buone novità per la Russia. Fa ciò nella speranza che queste potenze ottemperino alla loro parte di accordo e lo proteggano dai disordini popolari.

E di fatto abbiamo già visto come ciò abbia pagato. Lo Sceicco Tamim bin Hamad Al Thani del Qatar ha prestato il proprio sostegno ed offerto aiuto a Bashir dopo l'inizio delle proteste. Anche Cavdet Yilmaz, vicepresidente dell'AKP al potere in Turchia, ha espresso solidarietà. "Sosteniamo il legittimo governo del Sudan. Molte volte la Turchia ha affrontato simili complotti", ha dichiarato dopo essersi incontrato con l'ambasciatore del Sudan. Il Wagner Group russo è stato invitato da Bashir all'inizio del 2018 ed ha attualmente una presenza in Sudan. Il 12 gennaio, Al-Hadi Adam Musa, capo del sotto-comitato parlamentare su Difesa, Sicurezza ed ordine pubblico ha annunciato che molto presto navi da guerra russe avvicineranno i porti sudanesi.

Ma se il regime ha le armi, l'appoggio della "comunità internazionale" e le milizie, il popolo sudanese è rimasto saldo. A lungo gli analisti sono rimasti perplessi per come il regime sia rimasto talmente resiliente. Sebbene questo possa apparire il caso, il popolo sudanese ha mostrato che ciò non è altro che un'apparenza, che in gran parte esiste nella misura in cui la gente lo creda.

Il 19 dicembre quando gli studenti delle primarie, delle superiori e dei college hanno avviato la prima protesta ad Atbara incenerendo la sede del National Congress Party al governo, quando hanno iniziato a picchiare la polizia e quando il colonnello Mohamed Karshom ha defezionato ed impedito alle Forze di Supporto Rapido - le forze paramilitari fedeli al regime - di entrare nella città, l'incantesimo si è rotto e si è palesato che lo stato si stasse già frantumando.

Nulla era certo: era possibile l'ammutinamento dell'esercito, la polizia non era preparata alle battaglie di strada, lo stato ha perso velocemente il controllo. Da est ad ovest, da nord a sud, le forze di sicurezza sudanesi non erano state in grado di reggere. Il regime non era mai stato onnipotente – ed il giorno che ce ne si è resi conto è stato il giorno in cui il suo destino è stato segnato.


L'NCP: disperato e spietato

Vari elementi dell'establishment al potere hanno abbandonato la nave. Paramilitari lealisti del regime come la Forza di Supporto Rapido - le note milizie Janjaweed che hanno commesso il genocidio in Darfur erano un tempo parte di questa forza - guidate dal Luogotenente generale Mohammed Hamad Doqlou hanno già sollevato critiche contro Omar Al-Bashir, forse avvertendo volgere l'ondata a suo sfavore e temendo che la propria combutta opportunistica con il suo governo possa divenire un impaccio.

Persino alcune branche dell'esercito - la stessa istituzione che ha portato al potere la Giunta di governo - sembrano essersi ammutinate. Ogni singolo giorno sembra che l'establishment al potere divenga sempre più disperato.

Ma se le sollevazioni del 21°secolo ci insegnano qualcosa, è che la disperazione arriva per prima, presto seguita dalla barbarie. Oggi in Sudan le strade pullulano di poliziotti in borghese e milizie - picchiano i manifestanti, li seguono a casa o persino negli ospedali per assicurarsi di concludere il lavoro. Secondo Amnesty International almeno 40 persone sono state uccise. Centinaia sono scomparse. I dissidenti dell'opposizione sono stati arrestati in massa.

Il governo spera che la situazione precipiti in quella dello Yemen o della Siria; in modo da poter essere il “salvatore” — l'Ingaz — da una "minaccia terrorista". Ma affronta un'opposizione ben organizzata e variegata. Al momento nella misura in cui le proteste restano pacifiche e nella misura in cui i rivoluzionari restano pazienti, potremmo ben assistere alla caduta di uno dei regimi più resilienti dell'Africa.


Una lotta variegata

Gli scorsi otto anni dall'inizio della Primavera Araba hanno lasciato molti - inclusa buona parte della sinistra - nell'ambivalenza riguardo al sostenere le lotte rivoluzionarie nel mondo. In Egitto abbiamo visto la protesta più popolare del mondo deformarsi velocemente in una restaurazione che ha portato al potere il generale Sisi. In Libia abbiamo visto un governo di transizione dipendente dalla NATO fallire nella stabilizzazione del paese dopo la caduta di Gheddafi. In Yemen una rivoluzione è precipitata nella peggiore crisi umanitaria del mondo dopo che il paese è divenuto una sfera di lotta per procura tra l'Arabia Saudita e l'Iran. In Siria il paese è stato ridotto in frantumi dopo essere divenuto un campo di battaglia per la Turchia, l'Iran, la Russia, i paesi del Golfo e gli Stati Uniti.

Se tutto ciò abbisogna di essere riconosciuto, non dovrebbe paralizzare la sinistra in una crisi di disperazione. Dal 2011 senza dubbio la sinistra è stata in crisi: ma un tempo ci riunivamo per celebrare la democrazia radicale delle piazze. Se dobbiamo riscattarci, dobbiamo tornare a quella speranza. Perché se una sinistra non è rivoluzionaria non è nulla.

Mai sentito del manuale dei dittatori? Ognuno dei sopracitati paesi vi ha contribuito con i rispettivi capitoli: in Siria si è appreso che le linee rosse non esistano e che sia lecito uccidere civili, in Egitto si è appreso che un regime possa continuare se ne si cambia il leader di facciata, in Libia e Yemen si è appreso che ci si possa alleare con le milizie per rimanere importanti: e in tutti i casi si è appreso che nel mondo della geopolitica non vi sia morale ma solo interessi.

C'è anche il manuale dell'opposizione. E' un libro disseminato di fallimenti. In Siria la lezione della supremazia e dello sciovinismo arabi combinati con un fare affidamento sui regimi dispotici ci hanno insegnato che le rivoluzioni non possono essere forgiate senza riconoscere le questioni razziali (ad esempio la questione curda). E' anche stato in Siria che abbiamo appreso che le rivolte non violente che si armano prematuramente sono un invito alle
potenze imperialiste. In Yemen si è appreso che l'opposizione di ieri può aprire le porte allo spargimento di sangue oggi, e in Egitto è divenuto chiaro che la lotta popolare e la disperazione possono essere cooptate da un esercito che promette la sicurezza piuttosto che la libertà. In tutti questi paesi, tranne che in Egitto, è diventato chiaro che l'intervento esterno conduce alla miseria.

Il che ci porta al Sudan. La lotta popolare di per sé non forgia le rivoluzioni, né lo fa l'ignorare i gap di razza e classe tra la periferia ed il centro. L'intervento esterno non può tracciare una rotta in avanti per il paese, né potrà farlo il ricorso prematuro alle armi. Occorre un governo di transizione, l'opposizione non dovrebbe essere armata. La rivoluzione dovrebbe essere rappresentata da un'organizzazione di base, non dall'esercito, e non si dovrebbe fare alcun affidamento su un intervento esterno. Sotto tutti i profili, il movimento rivoluzionario sudanese sembra essere preparato.


La Resistenza

Iniziamo dall'Associazione dei Professionisti Sudanesi (SPA), il principale gruppo che non rappresenta altro che la lotta di base. L'organizzazione-ombrello ha terrorizzato il sistema. Il suo volto pubblico e segretario, Mohammed Naji Al-Asam, è finito nel mirino ed è stato arrestato il 4 gennaio. Nel suo ultimo comunicato, calmo e ribelle, ha incapsulato la natura variegata della lotta nel suo appello contro razzismo e sessismo ed il suo omaggio ai caduti nelle guerre civili del paese.

“Rivolgiamo i nostri saluti a quanti sono stati uccisi nelle guerre lanciate dal regime negli stati del Sud, del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan settentrionale" - ha dichiarato. "Rivolgiamo i nostri saluti a tutti gli uomini e le donne imprigionate nelle carceri del regime, alle donne sudanesi che lottano spalla a spalla con gli uomini sudanesi (...) saluti a tutto il popolo sudanese che ad est, ovest, nord e sud si è unito per una causa - l'immediata caduta del regime." Tre giorni dopo è finito in carcere.

La SPA è un sindacato-ombrello che taglia le linee occupazionali per accusare il regime. L'organizzazione-ombrello è stata formata nell'agosto del 2018 quando svariati sindacati indipendenti (insegnanti, dottori, lettori universitari, avvocati, giornalisti, ingegneri, ecc) hanno forgiato un'alleanza. I negoziati sono partiti nel gennaio 2018 dopo che il bilancio ufficiale annuale del governo implicava la continuazione dell'austerità nazionale. Da allora, la SPA si è organizzata sotto un fronte unito, per combattere a nome della classe lavoratrice del Sudan.

Cosa significa essere un professionista in Sudan? In Sudan sono spesso i "professionisti" che vivono nelle condizioni più precarie - non accedono né alla sicurezza né ai privilegi associati alla "classe media" nell'immaginario popolare. ROAR ha parlato con un insegnante e membro del sindacato degli insegnanti che ricade sotto l'ombrello della SPA. Si è iscritto allo SPA a causa di un'esistenza precaria. Rappresentando solo il 2% del PIL annuale del Sudan, il settore della formazione parte da un salario minimo per gli insegnanti che ammonta a circa $10.25 dollari al mese.

"L'insegnante è mal equipaggiato e non formato per adempiere ai propri compiti, l'insegnante lavora per un regime dilettante ed immorale, l'insegnante non è rappresentato da nessuno eccetto i sindacati militanti indipendenti che lottano per cambiare la propria condizione" ha spiegato. La SPA si è evoluta oltre la rappresentanza di diversi settori della classe lavoratrice - ed ha immediatamente vestito il mantello dell'organizzazione della rivolta, dato che molti sudanesi hanno difficoltà a fidarsi pienamente dell'opposizione.

C'è anche l'opposizione. Questi sono i partiti politici che si sono organizzati entro le Forze di Consenso Nazionale (National Consensus Forces). Al momento, la loro iniziativa più importante è Sudan Call — un'alleanza con l'opposizione armata nelle regioni periferiche del Kordofan e del Darfur (Fronte Rivoluzionario Sudanese - SRF). Attraverso la Sudan Call, il SRF è stato convinto - ed ha rilasciato dichiarazioni pubbliche in tal senso - di fare in modo che la rivoluzione rimanesse pacifica e senz'armi.

Né le Forze di Consenso Nazionale né il SRF hanno richiesto l'intervento esterno. Nonostante gli arresti, la Sudan Call ha fatto in modo che l'Associazione dei Professionisti Sudanesi potesse mantenere lo slancio di disobbedienza civile non violenta. ROAR ha anche parlato con Mahdi Muhammed Kheir Batran, che ha lasciato il Sudan senza mai farvi ritorno da quando Bashir ha preso il potere. Era un leader del Partito del Congresso Sudanese, formatosi per opporsi al governo di Bashir e ha operato in esilio da allora.

Il Dr.Batran era entusiasta degli sviluppi recenti, del coordinamento tra i partiti di opposizione e la lotta in corso nelle strade. "Non sono stato in Sudan in 29 anni, sembra che ne sarò presto in grado. Questa è una rivoluzione del popolo, lanciata dai giovani", ha sottolineato in estasi. "E' una sollevazione popolare, ed è solo con il consenso delle masse che qualunque programma di opposizione può essere istituito. Nessuno di noi ha iniziato questo movimento."

Questa è a detta di tutti una lotta sofisticata ed organizzata, ma sbarazzarsi del regime di Omar Al-Bashir è solo un primo passo. Occorrerà immaginazione politica - che vada ben oltre gli orizzonti liberali tunisini ad esempio - per disfare i danni arrecati dal NCP. Tracciare la rotta verso un Sudan progressista che rispetti i diritti di tutti ed abbandoni le leggi della Sharia che hanno rotto l'unità del paese è un compito estremamente difficile. Occorre cambiare di segno alla violenza portata dal neoliberalismo e rifiutare di svendere il paese al più alto offerente.

Questa non è una rivolta in stile Primavera Araba, piuttosto è una rivolta africana di base capitanata dal popolo sudanese che pretende la caduta del regime dittatoriale di Omar Al-Bashir. Il carattere variegato dell'opposizione sociale si sta rivelando una grossa sfida per il governo che dopo tre decenni al potere sta affrontando ora una delle minacce più serie alla propria esistenza.

Tratto da Roarmag.org

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Una recensione de "Il fiore del deserto" di Davide Grasso

“Il fiore del deserto” di Davide Grasso, edito da Agenzia X, si apre con una dedica «A Berivan. A Zagros». Come in diversi altri passaggi di questo libro, mi sono trovato a dover contenere i ricordi e le emozioni che affiorano quando mi reimmergo nella rivoluzione della Siria del Nord. Ricordo di aver informato Davide del martirio di Berivan e Zagros un giorno del caldo Maggio siriano 2018. Ho trovato le loro foto, insieme a quelli di altri martiri delle Ypg e delle Ypj, appese al muro di un’accademia; per qualche oscuro collegamento mentale ho subito pensato che fossero gli hevalen di cui lo avevo sentito raccontare. Era così; non sapeva che fossero caduti, ma se lo aspettava. Erano diventati martiri nell’estate 2017 nell’operazione di avvicinamento a Raqqa, l’allora capitale dello Stato Islamico. Zagros era originario proprio di Raqqa e sognava di liberarla dall’incubo ISIS. Questo libro è il tentativo di rimanere fedeli ai martiri, di tributar loro il necessario rispetto; è un gesto di lotta per continuare il cammino di chi ha dato la vita combattendo l’ISIS e difendendo la rivoluzione confederale, l’unica rivoluzione anti-capitalista, femminista, ecologista sbocciata nel nostro secolo.

“Il fiore del deserto” in questo momento ha un valore particolare anche per altri motivi. Infatti la Federazione Democratica della Siria del Nord è sotto la minaccia della Turchia di Erdogan e delle bande islamiste a cui è alleata, dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi. Questo libro è un corposo saggio su questa rivoluzione contemporanea basato su numerose interviste, conversazioni e esperienze dirette raccolte da Davide nei suoi due viaggi in Medio Oriente, nonché sullo studio storico e politico della regione. Se per la rivoluzione è un momento critico in cui la sua stessa esistenza è a rischio, per noi è il momento di informarci, di prendere parte e sostenere questa impresa che da speranza di libertà a tutti i popoli del mondo.

Come se non fosse abbastanza per giustificare il valore della sua opera, l’autore è stato recentemente proposto dalla Procura di Torino per la misura della sorveglianza speciale, perché ritenuto socialmente pericoloso a causa della sua esperienza nelle Ypg con le quali ha partecipato all’operazione militare per liberare la città siriana di Manbij dallo Stato Islamico nel 2016. Agli atti della richiesta della Procura di Torino figura anche la copertina del suo lavoro precedente, “Hevalen. Perchè sono andato a combattere l’ISIS in Siria”, considerato a quanto pare elemento di pericolosità sociale, insieme a stralci delle numerose conferenze in cui Davide ha parlato della Siria e della rivoluzione confederale.

Una volta tornati ci siamo trovati spesso di fronte persone per le quali là in Siria la situazione è troppo incasinata, non si capisce da che parte stare. Nelle pagine iniziali di questo libro si trova la migliore risposta. L’introduzione è una preziosa spiegazione, ricca di fonti, dei principali avvenimenti che hanno sconvolto la Siria dal 2011 ad oggi: come sono nate le rivolte nella cornice delle Primavere arabe, quale è stata l’influenza delle potenze globali e regionali (Stati Uniti, Arabia Saudita, Unione Europea, Russia, Qatar, Turchia, …), quali i passaggi chiave del conflitto e della rivoluzione. Con chiarezza si distinguono e si spiegano i percorsi delle tre parti in conflitto: quella oligarchica del regime dittatoriale di Bashar al-Assad, quella teocratica delle diverse bande islamiste o salafite e quella democratica-rivoluzionaria del Pyd e delle Ypg/Ypj.

Nel libro si parla dell’Iraq e della diga di Mosul (e degli interessi dell’Italia su quest’opera terrificante), delle comuni, delle cooperative agricole, del movimento delle donne, delle battaglie principali, dell’arte rivoluzionaria, dell’autodifesa popolare, dell’ideologia e di tantissime altre cose fino agli avvenimenti più recenti. Per ognuno dei temi trattati al centro non è una descrizione oggettiva e distaccata, ma sono le parole degli uomini e delle donne che stanno facendo la rivoluzione: cosa pensano, quali sono i loro progetti, le difficoltà che incontrano. Dalle parole dei militanti più formati a quelle dei protagonisti popolari, anche quando non perfettamente aderenti all’ideologia confederale, si percepisce la complessità di un reale processo rivoluzionario che è in grado di coinvolgere e mobilitare tutti gli strati della società, nella sua ricchezza e nelle sue contraddizioni. Nella nostra esperienza di vita in Europa è talvolta difficile anche solo immaginare la concretezza e l’attualità di una prospettiva rivoluzionaria, invece queste testimonianze ci parlano di una convinzione in una società libera talmente forte da sfidare le condizioni più dure.

L’ultimo capitolo del libro affronta alcune delle questioni che spesso emergono nei dibattiti che affrontiamo in Italia. Qual è il rapporto tra rivoluzione e Stati Uniti? Quale il rapporto con la questione palestinese? Quale possibile approccio da sinistra all’Islam? Un ruolo importante ha la critica al malinteso antimperialismo dei sostenitori del regime di Assad e al fascino della sinistra per la proposta teocratica delle bande islamiste. La rivoluzione confederale insegna anche a noi che non si può lottare per una società libera se si ignora la sofferenza che il potere produce nel popolo e contemporaneamente non si considerano le forme di insubordinazione sociale come campi di battaglia sui quali i militanti rivoluzionari devono giocare il ruolo di proporre visioni e progetti di liberazione.

Quella di saper criticare la rivoluzione per la quale si è rischiato la vita, nella quale si ripongono speranze, è una capacità che Davide ha sempre mostrato e che ho sempre apprezzato. Questo libro ne è impregnato: «Apprendere da un’esperienza politica di indubbio successo è fondamentale per chi intende sfidare il presente con scopi analoghi; analizzare in modo critico e indipendente il fenomeno rivoluzionario, ovunque e comunque si presenti, è uno dei compiti essenziali per un militante, ma anche tra i più difficili.»

Leggendo “Il fiore del deserto” mi è venuta in mente la prefazione di Lenin a “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed, nella quale il rivoluzionario bolscevico diceva: «Lo raccomando senza riserve agli operai di tutto il mondo. È un libro che mi piacerebbe vedere pubblicato in milioni di copie e tradotto in tutte le lingue.»

Forse il paragone con degli eventi di tale portata storica e politica come la rivoluzione del ‘17 in Russia può rassomigliare l’azzardo, ma è pur vero che la rivoluzione in Siria del Nord è l’unica rivoluzione del nostro secolo, l’unica che la nostra generazione vede nascere, costruire un’alternativa e lottare per un futuro di libertà. Se non vogliamo vedere la storia, la storia dei popoli in rivolta, la nostra storia, scorrere davanti a noi mentre siamo intenti a pensare ad altro, dobbiamo sviluppare con questa rivoluzione un rapporto di amicizia, di conoscenza e sostegno: Il fiore del deserto” è un passo lungo questo cammino. «Non c’è rivoluzione che non sia sotto assedio; ma il carattere di fatalità sembra assumere questa circostanza non esonera le donne e gli uomini che amano la libertà ad agire in sua difesa.»

Jacopo Bindi

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in CULTURE

Giovedì pomeriggio, aula consiliare del primo municipio. All’interno si tiene il convegno organizzato dalla Lega “Famiglia e natalità. Quali politiche per affrontare il drammatico invecchiamento della nostra città”, con il senatore Pillon come ospite d’onore, circondato dai vari esponenti pro-life, quasi tutti uomini. Fuori, donne e giovani della città si sono riunite, grazie al passaparola partito da Non Una di Meno dei giorni precedenti, per contestare l’ospite sgradito, mentre le forze dell’ordine impediscono l’accesso alla sala.

Alla fine una delegazione riesce a entrare impedendo a Pillon, a forza di cori, di continuare a sproloquiare sulla “famiglia tradizionale italiana che deve opporsi all’invasione migrante”. Mentre cercano di prendere parola, un uomo si scaglia contro una delle contestatrici e la spintona strappandole dalle mani uno striscione con su scritto “giù le mani dalle donne”. Altri urlano insulti sessisti e razzisti verso le donne presenti. Nulla di cui sorprenderci da parte di uomini che tentano di riportarci a decenni fa, imponendo un modello di famiglia autoritaria e violenta e facendo fare enormi passi indietro ai diritti delle donne. Oltre a rovinargli la festa ogni volta che se ne presenta l’occasione, c’è ancora però la necessità di fare un ulteriore salto nella battaglia in atto, superando il mero scontro retorico tra fazioni contrapposte che spesso finisce per favorire la controparte.


Altro tipo di piazza quella della mattina seguente, venerdì primo febbraio, dove ci si è mobilitate sempre per il diritto di scelta della donna, ma nel campo della salute. Sotto una pioggerellina invadente, davanti la Regione Lazio si è tenuto il presidio per il rilancio e il finanziamento dei consultori. A Roma (e non solo) la situazione è da anni insostenibile: sempre più depotenziati, i consultori diventano spesso dei gusci vuoti dedicati alla sola attività vaccinale e in casi fortunati a quella ostetrica, quando non vengono del tutto chiusi per riaccorpamenti territoriali. La legge n.34/96 prevede lo standard minimo un consultorio familiare ogni 20mila abitanti (10mila per le zone rurali e semi-urbane) ma a Roma ve ne sono 46 (uno ogni 62mila abitanti) secondo gli ultimi dati risalenti ormai a due anni fa, arrivando ad oggi a un numero probabilmente inferiore ai 30 a fronte delle ultime chiusure. Il problema maggiore riguarda il blocco del turn over e quindi la mancanza cronica di personale che porta a enormi riduzioni degli orari di apertura, l’assenza di servizi di accoglienza e una sola ora mattutina di linea telefonica attiva. L’accessibilità ai servizi viene così continuamente ridotta. Mancano soprattutto psicologi e assistenti sociali a tempo pieno, figure professionali fondamentali per garantire la funzione dei consultori come presidi sociosanitari e assistenziali territoriali, invece che servizi ambulatoriali. Per non parlare poi della formazione del personale, del tutto impreparato ad accogliere le soggettività LGBTQIA+, oltre che la mancanza di mediatori linguistici e culturali in quartieri con un’utenza prevalentemente migrante.

20190201 095036 A queste si sono unite le rivendicazioni delle studentesse e degli studenti di università e licei romani, che da settembre hanno lanciato la campagna e laboratorio permanente “A corpo libero – per una scelta libera, consapevole e sicura”. Tra gli obiettivi e le esigenze emerse, condivise con le assemblee dei consultori, vi è quella di garantire, adeguandosi agli standard europei, l’accesso gratuito alla contraccezione senza restrizioni di età, residenza, situazione reddituale (previsti invece negli ultimi atti di diverse regioni come Toscana e Piemonte) e un’educazione sessuale nelle scuole e nei luoghi di formazione, ormai del tutto assente o insufficiente e del tutto inadeguata, servizio che dovrebbe essere fornito dai consultori. Non solo perché per avere una reale possibilità di scelta bisogna avere gli strumenti, sia economici che di consapevolezza, che permettano a giovani e meno giovani di prendersi cura della propria salute. Ma anche perché prevenire costa meno che curare e con ogni euro speso in prevenzione lo stato ne risparmierebbe almeno 10.
Assurdo poi che alla Sapienza, ateneo più grande d’Europa, con un Policlinico universitario accanto, 100mila iscritti di cui oltre 30mila fuori sede e 8mila stranieri, non vi sia alcun consultorio (né ve ne sono nei quartieri limitrofi, con il consultorio di San Lorenzo ridotto ad ambulatorio per vaccini e servizi medicalizzanti). Ed anche questa è tra le rivendicazioni delle studentesse, che sottolineano come i consultori debbano essere dei luoghi di condivisione e di scambio di saperi per la salute delle donne e di tutte le soggettività, a 360 gradi.

Spinte da queste e tante altre motivazioni, le assemblee delle donne dei consultori si sono in questi mesi coordinate sempre più. Dopo aver inviato una lettera di richieste alla Regione a luglio, e non aver ricevuto alcuna risposta, il Coordinamento dell’Assemblea delle Donne del V Municipio ha lanciato il presidio per il 1 febbraio, che ha visto la partecipazione di Non Una di Meno, dei consultori del Trullo, delle Asl Roma 2, 3 e 6 e delle studentesse di licei ed università di A Corpo Libero.

consultori manif

Appena arrivata la notizia all’orecchio della giunta regionale, a prevalenza PD, i consiglieri e gli assessori hanno invitato le donne dei consultori a un tavolo. Tante le promesse fatte (e ripetute in piazza nei loro interventi venerdì mattina), dallo sblocco dei turnover a concorsi con posti a tempo indeterminato dedicati alla sanità professionale. Parole a cui è difficile credere con un PD già proiettato in campagna elettorale (con l’imminente possibile scioglimento della giunta nel caso Zingaretti diventasse segretario) visti anche i precedenti: un evidente finanziamento sproporzionato della regione alla sanità cattolica, mettendo in pericolo la vita delle donne privandole di una sanità libera e laica, un numero altissimo di medici obiettori di coscienza negli ospedali e il Dca 142 del 2014 emanato da Zingaretti, che ridefiniva e riordinava funzioni e attività dei consultori (con percorsi per i giovani, interventi di contrasto alle violenze di genere, salute sessuale ecc), rimasto ancora solo sulla carta dopo 5 anni.

Forte rimane quindi la determinazione delle donne in piazza, che non si fermeranno sicuramente qui ma monitoreranno attentamente gli sviluppidella situazione e sono pronte a mobilitarsi nuovamente. Perché le briciole non possono bastare, è tanto quello che ci serve, che ci hanno tolto e che ci stiamo riprendendo.

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