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Articoli filtrati per data: Friday, 22 Febbraio 2019

Oggi più di duemila studenti sono scesi in piazza in numerose città italiane per contestare la nuova riforma della Maturità, il Decreto Scuole sicure e le condizioni strutturali delle scuole.

Si arriva così a metà anno scolastico 2019, con una improvvisata maturità in busta, sempre più vuota di senso e quindi anche più difficile. Un regalo di cattivo gusto da parte del ministro leghista Bussetti, contestato in tutta Italia per le sue imbarazzanti uscite pubbliche. Il nuovo esame di stato prevede lo svolgimento di due prove scritte, al posto delle precedenti tre, un maggior peso nella valutazione complessiva dei crediti scolastici e la cancellazione della tesina per la prova orale. Per quest’anno non saranno ancora vincolanti per l’accesso all’esame né la prova invalsi né l’alternanza scuola-lavoro ma la notizia ufficiale è che lo diventeranno. È invece già di qualche mese il decreto Scuole Sicure, che stanzia fondi destinati all’istruzione per far entrare la polizia nelle scuole con perquisizioni, posti di blocco con cani antidroga e telecamere. Da far voltare lo stomaco. Resta invece un problema da anni quello delle decadenza delle strutture scolastiche, che minano alla sicurezza degli studenti: l’ultimo crollo risale a meno di un mese fa a Torino.

Torino È per questi e tanti altri motivi che oggi circa 2500 studenti hanno fatto un chiassoso ed esuberante corteo per la città. In più di dieci scuole, fra cui una occupata, si è deciso di interrompere il normale corso della giornata per farsi sentire. La polizia in antisommossa si è schierata davanti a Citta Metropolitana e alla sede locale del Miur, dove dopo un lancio di uova ha caricato gli studenti. “Bussetti è solo l’inizio, qua l’unico fannullone sei tu noi ci impegniamo anche troppo, fra scuola e alternanza non abbiamo più tempo libero!” Il corteo doveva finire in piazza Castello ma l'entusiasmo era talmente tanto che poi le scuole sono ripartite fino di nuovo a Piazza Arbarello in cui un’assemblea ha chiuso la giornata.

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Cagliari Una giornata particolare quella del capoluogo sardo, che ha visto centinaia di studenti partire selvaggiamente dalle scuole per unire la loro insofferenza alla lotta dei pastori sardi. “Industriali pezzi di merda, pagate il latte! Solidarietà coi pastori!”. Anche in questa città il corteo si è concluso con un’assemblea che ha rilanciato sulla giornata di domenica, per la quale i pastori hanno già dichiarato di voler bloccare i seggi elettorali.

 

A Roma la manifestazione è partita da piazzale Ostiense e si è conclusa di fronte al ministero dell’istruzione. Durante il percorso è stata anche rilanciata la mobilitazione dei lavoratori della logistica in sciopero, il cui presidio si trovava davanti al ministero dello sviluppo economico. La giornata ha visto la partecipazione di tanti istituti delle zone periferiche di Roma.

 

A Napoli migliaia di studenti in piazza partiti da piazza mancini. Proprio nella città partenopea ci sono stati diversi crolli nei plessi scolastici (negli istituti Da Vinci e Casanova), al centro della protesta quindi la questione dell'edilizia e i mancati investimenti per mettere in sicurezza le scuole.

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Palermo. Il corteo è partito da piazza Verdi e si è poi concluso di fronte a Palazzo d’Orleans, sede della regione Sicilia. Tanti gli slogan contro le ultime esternazioni del Ministro dell’istruzione Marco Busetti, che scaricato la responsabilità della scarsa qualità scolastica del sud sugli studenti, colpevoli secondo lui di non impegnarsi abbastanza.

A Catania la manifestazione ha visto la partecipazione dei pastori siciliani. Durante il percorso sono stati lanciati diversi cori e sversato latte in solidarietà con la mobilitazione sarda. Come a Palermo tanti sono stati i cori contro l’attuale ministro dell’istruzione e la decadenza delle strutture scolastiche. Il corteo è partito da piazza Roma e si è concluso in piazza Università. A Napoli la città è stata attraversata da due cortei, uno partito in piazza del Gesù e l’altro invece da piazza Garibaldi. La mobilitazione ha paralizzato il traffico cittadino e si è conclusa in piazza plebiscito.

Anche Milano c’è stata un’ampia partecipazione. Il corteo partito dal Liceo Manzoni è passato vicino alla prefettura ricordando i migliaia di migranti che ogni giorno muoiono nel mar mediterraneo. Gli studenti una volta giunti ai giardini Guastalla hanno poi provato a ritornare al liceo Manzoni ma la polizia ha spintonato e poi identificato diversi ragazzi.

Un venerdì frizzante, come probabilmente tanti non se lo aspettavano, che ci racconta di un’insofferenza che non si placherà coi blitz antidroga, con le telecamere o con una maturità a sorpesa. Negli ultimi mesi gli studenti delle superiori si sono attrezzati per bloccare le scuole, scioperare, occupare e fare i cortei nelle città. E come dicono, sarà solo l’inizio.

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in SAPERI

Seconda parte di un viaggio dentro la lotta dei pastori sardi. Leggi qui la prima puntata.

 

Bivio di Lula

Il bivio di Lula sulla 131 si trova al centro di un poligono virtuale con ai vertici i principali centri della Barbagia: Orani, Bitti, Onanì, Nùoro. La 131 è una trincea che si spinge in un regno nemico. Una trincea da assaltare. È mercoledì. I paesi del centro Sardegna si riversano sulle quattro corsie della statale, occupando i due sensi di marcia all’altezza del distributore. Sono pastori ma non solo. Comunità intere. Ci sono anche gli allevatori della Baronia e quelli che si danno i cambi al presidio del caseificio Mura di Buddusò, uno dei principali in questa regione. In centinaia scalano le rampe del cavalcavia e si assiepano sulle protezioni dove srotolano striscioni e iniziano a sversare fiumi di latte sulla strada sottostante. In poco tempo l’aria è invasa dall’odore pungente del latte di pecora. Ci sono almeno tremila persone. Un mezzo articolato viene messo di traverso sulla corsia di marcia per far rallentare i mezzi in transito. Come se si simulasse una rapina a un portavalori. La circolazione è filtrata dalla protesta. L’industriale non dispone più di tutta la filiera, di tutto il territorio, di tutte le infrastrutture, di tutti i servizi, di tutta la politica, di tutte le ragioni. Ora due ragioni si scontrano. La filiera si è spaccata in due interessi contrapposti. “Più guadagna l'industriale, meno veniamo pagati noi. Per guadagnare più noi, deve guadagnare di meno l'industriale”. I camion devono passare per l’ispezione dei pastori. Sono più di quaranta gli articolati incolonnati. Vengono visionate le “bolle” che certificano le quantità, la provenienza, la destinazione delle merci trasportate. Le etichette sono controllate e valutate secondo un criterio di giudizio di parte nel conflitto in corso: il codice a barre non è più solo l’identificativo della merce ma la sua qualificazione come fattore dannoso o non dannoso, come strumento nella filiera ancora controllata dai padroni, quindi dagli industriali e dal loro mondo, per abbassare il costo del lavoro del pastore e aumentare il costo della riproduzione della sua comunità attraverso la mercificazione del consumo per profitti esterni. “Noi di carne ne abbiamo abbastanza qui, ma non ce la fanno commerciare”.

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Uno dei primi camion viene fermato. L’autista è agitato. Fa storie per mostrare la bolla. Balbetta. I pastori si spazientiscono e un grosso gruppo si avvia a passo spedito verso i portelloni del mezzo. La celere goffamente li insegue e si infila tra gli uomini e il camion. La tensione sale. “Oberre!” urla la folla: apri! Un funzionario di polizia convince l’autista ad aprire il camion. Salgono due pastori. Il camion trasporta carne di manzo. Prendono il primo capo appeso al gancio, controllano l’etichetta. Si rivolgono alla folla assiepata attorno al sipario aperto del rimorchio. Un attimo di silenzio: “sa petza est italiana!”. La carne proviene dall’Italia. Silenzio. “Può passare”, dicono da sotto. La polizia si scansa. Il camion chiude e avanza lentamente per lasciare ispezionare gli altri mezzi in coda. Ogni articolato viene controllato. Infagottati nelle fasce tricolore un gruppo di amministratori locali partecipa alla protesta. Ci entrano in punta di piedi. Si avvicinano ai suoi epicentri con apprensione solo quando la polizia si infila corazzata tra i pastori, invitando alla calma ma senza sapere bene a quale delle due parti rivolgersi. “Fino a due giorni fa ci dicevano di smetterla con i blocchi, che la protesta si era fatta e che ora bisognava finirla”, spiega uno dei pastori impegnati a smistare i camion. C’è diffidenza e giudizio. Come verso chi continua a conferire “clandestinamente” ma che, quando si vincerà questa lotta, godrà dei frutti conquistati con l’abnegazione di chi con ostinazione ha continuato a lottare. La politica è stata presa in contropiede da questa rivolta. Si è rovesciata l'insana consuetudine delle elezioni come tempo di sospensione ulteriore delle proprie esigenze di comunità, sacrificate sull'altare dello scambio tra consenso e l’ aleatorio miraggio delle ricompense a venire. Vota questo e avrai quest'altro. No, questa volta la sospensione è della politica: la campagna elettorale per le regionali del 24 febbraio non si sente più, non interessa più nessuno. Si tiene lontana perché estranea e d'ostacolo alle soluzione immediata avanzata dai pastori: gli industriali ci paghino il latte un euro a litro! Rimane difficile per le vecchie istituzioni intestarsi e mettersi a capo della protesta per governarla. Questa volta non è un lamento disperato. È uno sciopero in cui divampa il rifiuto che fa male a chi comanda. Allo stesso tempo le vecchie istituzioni non possono ignorare quanto accade, pena l'ignota destinazione di cotanta radicalità, e il rischio di venire accusati dall'accusa fatta dal popolo di “stare con gli industriali”. Un capannello si infiamma. Si discute di un diverbio con i carabinieri accaduto poco prima, qualche passo più in là. Un sindaco urla più degli altri: “Non posso permettere venga offesa la divisa che rappresenta lo Stato italiano che io stesso rappresento”. Pensa di imporsi alzando la voce. Per ristabilire una gerarchia. Ma i silenzi da queste parte sono già delle risposte eloquenti.

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Mentre si scavalcano recinzioni, cunette, guard-rail per vivere la 131 i camion scorrono lentamente passando da un controllo all’altro. Su 500 metri di strada in direzione Nùoro, dal distributore Agip al cavalcavia del bivio di Lula, i posti di blocco dei pastori sono due. In mezzo la folla. Il primo camion perquisito procede a passo d’uomo fino a quando incontra il secondo blocco.
-“I vostri colleghi mi hanno già controllato”.
-“Vogliamo rivedere. Scendi e apri”.
La tensione sale nuovamente. L’autista è ancor più reticente di prima. Qualcosa non torna. Si ripete la stessa scena iniziale, 500 metri più in là. Il camion viene circondato. La gente si accalca. La polizia accorre facendosi largo tra una selva di schiene. “Stessa formazione di prima”, urla il capo squadra facendo schierare gli agenti spalle al mezzo e faccia alla gente. Due pastori si fanno aprire il rimorchio. Riprende l’ispezione. Dura più di quella di prima. Si riapre lo sportello, un pastore agita un’etichetta che stringe tra le dita: “Questa è la dimostrazione di come siamo presi in giro: questa non è carne italiana! Non ha l’etichetta che richiede a noi allevatori”. Un’altro si affianca sporgendosi dal fondo del camion verso l’esterno. “Guardate come hanno messo l’etichetta!” Alza le braccia e stacca come una figurina un’etichetta dall’altra: sopra la provenienza italiana, sotto, coperta, quella polacca. “A terra!” urlano da sotto.

La polizia si infittisce attorno al camion. Dopo un po’ gli allevatori decidono di chiamare l’ASL per far sequestrare il carico di carni destinate a una macelleria di Nùoro. Gli ispettori che scandagliano il lavoro dei pastori, quelli che li denunciano, ora sono al servizio dell’interesse di chi produce sul territorio. Il potere di sanzionare per ora è passato di mano. I visi di chi assiste alla scena si illuminano: “Senza il blocco non avremmo scoperto niente. Questa carne va a finire nelle nostre macellerie. Costa meno e la nostra carne, che nemmeno ce la fanno vendere, non la compra nessuno”. È una forma di difesa contro il mercato ma a partire da una critica a chi ne impone il dominio sul territorio. Gli industriali, i distributori. “Il problema è questa globalizzazione così: questa carne la gonfiano, sono allevamenti intensivi, la riempiono di vaccini. Per la produttività. Più produci meno costa la carne. Ma fa male. Poi ci sono le intolleranze, i tumori. Invece noi, se non produciamo secondo gli schemi dell’industria non possiamo commerciare, siamo fuori”. Il latte, i pascoli, il formaggio non sono più solo il DNA di questa terra: sono un mercato che ha inglobato tutto. Il mercato agropastorale in relazione col turismo e con la grande distribuzione plasma il consumo e il lavoro dei sardi e il loro modo di vivere. C’è una lotta per conquistare un’autonomia da questo. Un rebus di difficile soluzione. Questa è anche, nelle sue pieghe, una rivolta contro il mercato e contro le condizioni della vita e del consumo mercificati.
Il blocco sulla 131 al bivio di Lula verrà dismesso all’alba. 21 ore.

Il pastore e l’industriale

Il presidio di Thiesi è forse quello più importante. Tanti altri caseifici sono presidiati 24 ore su 24. Sono sei o sette in tutta la Sardegna in questa settimana di fuoco: Sardaformaggi a Buddusò, Se.Pi a Marrubiu, Central a Sanluri, Podda a Sestu, Serra a Ortacesus, Aresu a Donori, Latteria sociale a Santadi. Praticamente tutti i caseifici dei grossi industriali, cooperative escluse. A Thiesi però ci stanno i Pinna. I veri padroni. Sono loro che impongono il prezzo del latte. Come si dice, “fanno cartello” con gli altri industriali, comprano dalle cooperative, controllano il mercato e gli organismi che dovrebbero vigilare su questo. Nel Consorzio di Tutela del Formaggio Pecorino Romano siedono solo industriali. Il controllato è anche il controllore. Poche ore dopo la fine del blocco al bivio di Lula l’antitrust apre un’istruttoria sul Consorzio e su 32 imprese di trasformazione. È d’altra parte opinione comune tra i pastori che la crisi di sovrapproduzione di pecorino che ha innescato il crollo del prezzo del latte ovino sia stata voluta dagli stessi industriali, non diversificando il cosiddetto portafoglio prodotti. Nonostante il mercato fosse già saturo gli industriali hanno continuato a produrre prevalentemente pecorino romano a scapito di altri prodotti, come il fiore sardo, il pecorino tipico della produzione casearia sarda. La produzione industriale standardizza. Migliaia di tonnellate di romano si sono accumulate nei magazzini. È dagli anni ‘70 in avanti che il mercato caseario dei derivati ovini si è orientato a una monoproduzione di pecorino romano assorbito soprattutto dal mercato americano. A partire dagli anni ‘90 l’apertura dei mercati precipita nella crisi la produzione di romano, insidiata dalla concorrenza di altri prodotti. Da allora il prezzo del latte sale e scende, raramente raggiungendo un euro a litro. Il settore non è mai stato riformato. È l’industriale a guadagnare anche dalla sovrapproduzione: il prezzo del latte resta basso e l’invenduto viene ritirato dal mercato a ogni ciclo di crisi, come successo nel 2017 quando 4,1 milioni di euro di fondi regionali sono stati dirottati nelle tasche degli industriali per svuotare i magazzini, destinare il prodotto agli indigenti e dare respiro al mercato. Controllando i consorzi gli industriali scelgono cosa produrre continuando a far girare la giostra nella spirale della crisi e degli aiuti pubblici. Una spirale sempre più stretta. Tanto stretta da strozzarsi. “Prima erano abituati che andavamo a chiedere alla Regione. Adesso non devono lavorare. Non guadagniamo noi, non devono guadagnare loro”, dice un pastore di Sant’Andrea Frius con lo sguardo rivolto al caseificio Aresu, nell’area industriale di Donori, nella regione del Parteolla; un sali e scendi di colline che dal Campidano di Cagliari prepara la scalata alle più aspre vette dell’interno.

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Thiesi è un centro di antica ricchezza. Si capisce subito, quando si lascia la 131 e si battono le strade strette che portano al paese sulle quali si affacciano magazzini e capannoni industriali dell’inizio del secolo scorso. Le case su via Roma restano sfarzose, anche se abbandonate. È nel 1836 che Thiesi viene strappata definitivamente all’ordinamento feudale. I nuovi signori saranno quelli dell’industria casearia. Tutto il paese lavora per i Pinna, dal 1919. Festeggia un secolo il caseificio. Gli fanno la festa, i pastori. Giorno e notte la strada che porta al grosso stabilimento alla periferia del paese è occupata dagli allevatori che attorno al fuoco si avvicendano per impedire ai mezzi di arrivare al caseificio. “Qui non siamo ben visti. Il paese è con i Pinna. Qualche sera fa un gruppo armato è arrivato fino a qui. Volevano sgomberarci li abbiamo respinti”. Oltre 200 addetti al caseificio. Anche la squadra di calcio locale, sponsorizzata dai fratelli del formaggio, si schiera con l’industriale. È il suo piccolo feudo. I pastori tengono duro, questo presidio è fondamentale. Pinna comanda tutti. Qualcuno in questi giorni si è tolto più di una soddisfazione. Un pastore di Samugheo racconta di un altro: “La sera che è uscito dal caseificio ed è venuto dai pastori non l’hanno neanche fatto parlare, uno gli fa – tu sei un pezzo di merda! - Perché?- fa lui – Perché mi rubi il lavoro”. Ruba il lavoro. Non il clandestino. L’industriale. La pressione attorno al caseificio è alta. Questo non è un presidio come gli altri. Certo da qui ci si incontra e ci si organizza. Come negli altri presidi. Ogni pastore che smonta dal suo pick-up e si avvicina al fuoco per scaldarsi ha un aneddoto da raccontare di una caccia alla cisterna andata in una maniera oppure in un’altra. Ma qui c’è di più. Qui si fa sentire il fiato sul collo all’industriale. “Balla, Pinna no crocara cun popidda sua”, non dorme con sua moglie. “Dorme con le guardie del corpo”, dice ghignando un pastore davanti alla Central di Sanluri e non si capisce se sia ironia, un auspicio o una profezia. Lotta di classe è restituire un po’ della preoccupazione che appesantisce la vita a chi ne è responsabile. La sofferenza non è più l’angosciosa minaccia di non vincere la vita nonostante la fatica, nonostante si lavori. Lottare svela le condizioni della sofferenza e la vulnerabilità di chi la comanda. Par finirla con questa storia. Per stare bene. È un movimento che preoccupa il padrone, come uno spettro che torna a scuotere la sua tranquillità: “Qui si sta quasi parlando di conflitto di classe. Si stanno scomodando antichi termini e odi che ormai si sperava fossero totalmente sepolti... e pare invece che così non sia”, dichiara Paolo Pinna, preda dei suoi incubi, in una lunga intervista a una testata on-line locale.

 

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in NOTES

Le violenze della polizia di quel primo ottobre 2017 sono ancora ricordi vividi per la maggior parte delle persone che hanno attraversato le piazze indipendentiste catalane. Lo stato spagnolo è individuato come responsabile di quelle violenze ed è proprio questa memoria collettiva il principale motore che continua ad agitare la piazza.

 

In tutta la città di Barcellona, seppur con differente intensità, in ogni quartiere permangono attivi i Comitati di Difesa della Repubblica (CDR), così come in tantissime altre città catalane che continuano a rivendicare la legittimità del referendum e la volontà di indipendenza. Nonostante le difficoltà il movimento mantiene la sua conformazione "popolare" e dimostra capacità di rilancio e continuità nonostante gli attacchi durissimi della repressione.

Il movimento è intergenerazionale, variegato nella composizione e mosso da spinte profondamente differenti. È frastagliato ideologicamente e politicamente, ma riconosce nella pratica del blocco la sua principale forza e nella diffusione capillare nei territori la sua capacità di riprodursi. La fase non è semplice: la coincidenza delle elezioni europee, delle comunali di Barcellona e delle elezioni politiche anticipate dovute alla caduta del governo Sánchez (tutte e tre si terranno tra fine aprile e maggio) potrebbe rendere sempre più difficile determinare un tempo della lotta indipendente dalla resistenza agli attacchi repressivi e dall'agenda della controparte.

Non è mancata però in questi mesi la spinta delle lotte. Sin dal 1 Ottobre 2018, primo anniversario del referendum, si è vista la ripresa delle piazze da parte del popolo indipendentista. Quel giorno fin dalla mattina si sono susseguiti blocchi e manifestazioni diffuse in tutta la regione, per terminare con un corteo oceanico che a Barcellona raggiunge il parlamento della Generalitat de Catalunya, seguito da una notte di violenti scontri nelle strade adiacenti.

Da quella data ai giorni del processo a 12 indipendentisti, iniziato lo scorso 12 febbraio, sembra che il movimento popolare prenda tempo prima del rilancio. Gli appuntamenti che si danno sono animati prevalentemente da militanti antifascisti e studenti, fino a quando a Madrid si da il via al processo e inizia la prima di una serie di manifestazioni molto più ampie in termini di segmenti sociali mobilitati.

All'ordine del giorno la sottolineatura della profonda politicità del processo in corso. I 12 attivisti e parlamentari indipendentisti vengono accusati di ribellione, malversazione e disobbedienza allo stato spagnolo, in queste ore il processo continua a ritmi serrati mentre Puigdemont è ancora in Belgio. Le accuse vanno fino a 30 anni di reclusione e l'attenzione politica intorno al processo è altissima, la questione catalana è uno dei principali temi su cui si sviluppa il dibattito politico spagnolo. Mentre in Catalogna continua la movimentazione indipendentista, a Madrid l'opposizione di destra organizza manifestazioni contro il dialogo con gli indipendentisti.

Il 16 febbraio si radunano a Barcellona centinaia di migliaia di persone (400.000 secondo gli organizzatori), per una piazza accolta da uno striscione che recita "l'autodeterminazione non è un crimine", piazza organizzata da svariate decine di sigle indipendentiste. Il 21 febbraio è stato convocato uno sciopero generale da un sindacato della sinistra indipendentista. Nonostante una adesione non elevatissima, fin dalla mattina si registrano blocchi e cortei in tutta la catalogna, con scontri, fermi e feriti.

A Barcellona, dopo i blocchi stradali della prima mattinata, vengono bloccati due binari della stazione grazie alla determinazione di una piazza che sa ricompattarsi di fronte alle cariche della polizia. Anche a Vic, Lleida, Tarragona e Gurb si registrano blocchi nella mattinata, nel pomeriggio invece si contano migliaia di persone in piazza in tutta la catalogna, l'autostrada che porta a Tortosa è bloccata e intervengono i Mossos per sgomberarla. Questa ondata di proteste è ancora in corso, il prossimo appuntamento è previsto Domenica 24, quando il Re Felipe VI sarà a Barcellona in occasione del Mobile World Congress.

 

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Ieri mattina si è tenuta l’udienza per la sorveglianza speciale a Pierluigi Caria accusato di essere socialmente pericoloso per il suo contributo alla disfratta dell’Isis in Siria con le YPG (Unità di Protezione del Popolo).

 

L’udienza al Tribunale di Cagliari è stata rinviata al 19 marzo, fuori un nutrito presidio ha ne aspettato l’esito. Il giudice vuole consultarsi con il questore di Nuoro per comprendere perché Luiseddu sarebbe socialmente pericoloso. Le sanzioni proposte dal pm vengono giustificate chiamando a testimonianza la questura: questo attacco orchestrato ai danni di chi ha lottato contro l’ISIS è promosso dalle forze di polizia e ha un ovvio risvolto politico. Il tentativo è quello di sanzionare e criminalizzare chi ha preso parte alla resistenza contro l’ISIS appoggiando le Forze Siriane Democratiche.
Lo scorso settembre era scattata questa operazione, coinvolgendo tre isolani accusati di terrorismo per aver sostenuto le YPG. Anche a Torino l’udienza per le sorveglianze speciali è stata rinviata a marzo.

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