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Articoli filtrati per data: Saturday, 02 Febbraio 2019

Ancora un sabato di mobilitazioni in Francia questa volta sotto il segno della denuncia delle violenze della polizia.

Il movimento iniziato il 17 novembre per chiedere la caduta di Macron non demorde e rilancia. La giornata del 2 febbraio, dodicesimo atto, è un omaggio ai gilet morti durante il movimento (quattordici vittime, di cui 11 in Francia e 3 in Belgio) e una forte denuncia delle violenze della polizia. Una brutalità che ha fatto in qualche settimana più di duemila feriti. Tra loro un centinaio sono gravi, quattro persone hanno avuto la mano strappata e quattordici  hanno perso un occhio. Al centro delle polemica c’è in particolare l’uso dell’LBD, un lancia granate a frammentazione di cui la polizia francese sta abusando da anni, mirando alla testa e facendo morti e feriti. Della questione si è finalmente parlato anche nei media dopo il ferimento in diretta di Jerome Rodrigues, una delle figure più in vista del movimento, che sabato scorso stava facendo una diretta fb quando è stato colpito da una granata perdendo un occhio.

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A Parigi per l’atto XII presenza quasi raddoppiata con una lunga marcia aperta proprio dai gilet feriti. La manifestazione ha sfilato fino a Place de la République dove già sabato scorso aveva avuto luogo una sorta di Nuit Debout dei gilet, riprendendo la pratica del movimento di occupazione delle piazze del 2016. Una risonanza insopportabile per le forze dell’ordine che hanno sgomberato immediatamente la piazza sia sabato scorso che questo sabato con l’uso di granate e cariche. Da segnalare nella capitale l’azione dei gilet gialli antifascisti che hanno cacciato dal corteo alcuni gruppi neo-fascisti e monarchici che se la sono dovuta dare a gambe levate. Migliaia di gilet in cammino anche a Marsiglia con la manifestazione aperta da uno striscione coperto di vernice rossa come il sangue dei gilet feriti. È qui che ha sudato freddo Renaud Muslier, un politico di centrodestra che aveva lanciato nelle scorse settimana una raccolta fondi in sostegno della polizia e che ha incrociato il corteo marsigliese.  Sputi e insulti sono volati contro l’ex-deputato che è riuscito ad andare via solo diversi minuti dopo. Una delle mobilitazioni più importanti si è svolta a Valence, con diecimila persone in piazza bersagliate dai lacrimogeni della polizia. In migliaia in strada anche a Tours. A Lione bloccata l’autostrada A7, poi ritorno in centro città dove ci sono stati scontri con la polizia. A Strasburgo una manciata di gilet è riuscita a raggiungere il parlamento europeo prima di essere bloccati. Barricate a Rouen e tensioni a Bordeux. Blocco della circolazione a Montpellier oltre che in centinaia di altri piccoli centri.

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La chiarezza nell’individuare le violenze della polizia come perno dell’atto XII segna un ulteriore salto politico del movimento. Dietro la denuncia degli “abusi”, è la legittimità stessa del monopolio della violenza affidata allo Stato che viene rimessa in dubbio. Come a dire, il movimento avanza e arriva al cuore delle prerogative sovrane delle istituzioni repubblicane. D’altronde che il campo del contendere fosse esattamente questo lo ha reso chiaro proprio il governo. Non soltanto autorizzando la brutalità delle forze dell’ordine ma anche facendo dell’uso della forza da parte dei gilet il centro di una campagna di delegittimazione della protesta. È questa forza che ora bisogna spezzare a ogni costo anche con leggi speciali come il cosiddetto progetto di legge “anti-casseurs” in discussione in questi giorni all’Assemblée nationale che prevede un divieto amministrativo di manifestare (il DASPO di piazza che tanto piace ai politici italiani) e l’introduzione della possibilità di arresto per il solo fatto di coprirsi il viso durante un corteo. Misure controverse anche all’interno della stessa maggioranza, con una parte che punta il dito contro una forte limitazione delle libertà civili.

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Nel frattempo è stato annunciato finalmente, per il 5 febbraio, lo sciopero generale da parte del principale sindacato, la CGT. Tutti aspettano quindi martedi quando potrebbe finalmente concretizzarsi la convergenza tra il movimento dei gilet e un mondo sindacale per ora molto timido, frenato da una dirigenza che ha preferito glissare sulle richieste di sciopero che venivano dalla stessa base dei sindacati. L’economia, allora, potrebbe fermarsi davvero.

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Dall’ultimo corteo a oggi le tensioni nelle scuole pisane non si sono fermate. Forte criminalizzazione, scontri con i presidi e i docenti, assemblee, tutti gli istituti superiori della città occupati. Un movimento in piena regola che pur sulla scala ridotta di una sola città suggerisce di un’insofferenza generale a una scuola dissestata e trasformata in fabbrica del controllo e dell’impoverimento per migliaia di ragazzi e ragazze. Abbiamo assistito al propagarsi di un virus che cura una pestilenza peggiore: una scuola che fa soffrire. Abbiamo raccolto qualche testimonianza.

 

Di cortei a dire il vero se ne sono visti pochi. È un movimento studentesco ma i suoi riti sono profanati e le sue forme esteriori e ufficiali superate: i collettivi sono a rimorchio, la politica e le sue istanze di sinistra in secondo piano, i cortei rari e chiamati non dalle organizzazioni studentesche ma per catene di messaggi whatsapp. Viene prima il rifiuto di una condizione che la presa di parola sul mondo politico. Perché la politica giudica, non conosce e aggredisce. Pure Nardella si è messo a ficcare il naso nelle scuole di Pisa: “non si deve punire ma far pagare ai responsabili delle occupazioni”. Da sbirro a padre e da padre a padrone il passo è breve. Il cerchio si chiude. Allora ci si ritrae, si cercano altre armi senza esporsi frontalmente, per non essere dei bersagli facili, per non stare al gioco della politica, ai suoi temi, alle sue preoccupazioni. Lo scontro vero è sul controllo delle scuole, a tutti i livelli, dal controllo dei cancelli al controllo sulla vita dentro le aule.

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Al collettivo della scuola non si sapeva nulla, io però ero in contatto con un gruppo di ragazzi e ragazze di scuola che al mattino sono andati da quelli del collettivo e gli hanno detto – beh che volete fare, noi si occupa oggi – e quelli mica erano uniti, davanti a un bivio si sono spaccati. Avevano tutti paura delle minacce del preside e allora alcuni parlavano come lui, intimorendo chi voleva occupare, dicendo che finivamo come quelli del Matteotti che hanno spaccato tutto e sono passati dalla parte del torto. Perché è così, un po’ in ogni scuola quando sente aria di casino il Preside va a cercare prima quelli del collettivo per controllare meglio la situazione. Fortuna che da noi questi gruppi di ragazzi organizzatisi su whatsapp hanno imposto l’occupazione al collettivo, perché erano la maggioranza e le ragioni c’erano tutte”. È la mattina di giovedì 24 gennaio, lo scientifico Buonarroti è di nuovo occupato dopo pochi giorni dalla prima occupazione. Al pomeriggio rioccupa anche il Santoni, l’istituto tecnico che condivide con il liceo il complesso Marchesi, una delle strutture più disastrate dell’edilizia scolastica pisana. La provincia stima che per metterlo in sicurezza servano 56 milioni di euro. “I miei compagni di classe, quelli che si dicevano di destra, che poi destra, tanti dicono così perché magari gli sta sul cazzo il PD o per la famigli. Ma comunque quelli che non avevano mai partecipato ai cortei sono stati i primi a muoversi. Ora siamo assieme. Non è che sono fasci. E non è che non gliene frega nulla della politica, anzi c’è molto di politico in quello che sta succedendo, ma riguarda noi”.

 

Gli incappucciati

Una campagna a tamburo battente sulla stampa locale dedica per quasi una settimana di fila l’apertura dei giornali alla protesta studentesca. O quasi. A capeggiare nelle prime pagine sono i vandali, i teppisti, gli incappucciati. Delle motivazioni che portano migliaia di studenti pisani a disertare le aule e a bloccare le scuole non si parla: né dell’innesco esplicito della protesta, i problemi dell’edilizia scolastica, né della latenza che ha scoperchiato, l’insofferenza verso una didattica omologante, la restaurazione di rigide gerarchie di controllo e potere, la diminuzione di ogni ambito decisionale per ragazzi e ragazzi la cui maturità è riconosciuta, o meglio calcolata, solo come atto amministrativo conclusivo. La criminalizzazione prende le mosse dall’episodio dell’alberghiero Matteotti in cui al secondo tentativo di occupazione alcuni locali della scuola vengono danneggiati. A essere presi di mira sono i computer, la sala professori, alcuni arredi. Si monta lo scandalo per la sparizione di un defibrillatore donato alla scuola in ricordo di una ragazza scomparsa. Una rabbia distruttiva presa a pretesto per gettare fumo negli occhi e attaccare i ragazzi. Il preside conduce la crociata, minaccia denunce. I giornali lo seguono.

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Un giornalista locale, Luca Lunedì, fa irruzione nella scuola e bracca alcuni ragazzi che si riparano dalla telecamera correndo per i corridoi e lasciando alle loro spalle dei banchi rovesciati per coprirsi la fuga. Sono spaventati ma rabbiosi perché il territorio di libertà che si erano riconquistati è stato di nuovo invaso. Il giornalista ne mette all’angolo uno o due: “Perché vi coprite, abbiate il coraggio delle vostre azioni”. Di coraggio ne hanno avuto da vendere invece, perché sanno di rischiare i ragazzi e per questo, per quello che possono, si proteggono, mentre la strafottenza del giornalista è fastidiosa per loro come la campanella del (Luca) lunedì mattina: la stessa condanna di sempre, sempre uguale. Ma tant’è, un po’ in ogni istituto dietro le barricate di banchi, dai balconi della presidenza dai quali vengono calati gli striscioni che proclamano la conquista della scuola da parte degli occupanti, si scorgono giovani bardati. Per qualche giorno anche sui giornali diventa il movimento degli incappucciati.

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Le occupazioni infatti proseguono. I fatti del Matteotti dividono ma quello che si legge sui giornali non è quello che si vive a scuola. Quindi si va avanti. Quasi nessuno condivide la devastazione dell’alberghiero ma dissociarsi non è facile. I più a dire il vero ai danneggiamenti sono indifferenti. Quindi si va avanti. È un’esperienza che vogliono fare tutti: “finalmente sei padrone di qualcosa di tuo e sacrificarsi per questo, vuol dire dormire due ore a notte, pulire la scuola, organizzare i pranzi”. Martedì 22 rioccupa il Carducci, occupano il Pacinotti e il classico Galilei dove l’esperienza di riconquista della scuola si fa ricca e complessa. “In una grossa assemblea i professori hanno iniziato ad attaccarci criminalizzandoci per esserci coperti all’inizio dell’occupazione – Se non avessimo fatto così ci avreste presi uno a uno, minacciati, messi all’angolo e ora non saremmo qui a discutere assieme di come cambiare la scuola – così abbiamo risposto e su quello non hanno più detto nulla”. La democrazia, a volte, prende forme bizzarre e a volte i modi della sua attuazione funzionano altre volte no. “Sì poi quando anche al Santoni siamo andati davanti ai professori questi non ci riconoscevano e non volevano parlarci e alla fine uno di noi s’è sfavato e si è levato il passamontagna dicendo – o ma lo vede che sono io insomma! Allora quelli si sono girati e quando il preside mi ha detto – ci sei anche te? allora deh me lo sono tolto pure io, non funzionava più”. Per lottare serve proteggersi, anzi si lotta per proteggersi, perché si è tutti uguali contro una macchina distruttiva: “Ci copriamo perché rappresentiamo tutti gli studenti del Buonarroti e per tutelarci da eventuali ricatti”, sono le parole finali di un video rilasciato da dentro le mura del Buonarroti occupato per spiegare le ragioni della protesta.

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Mercoledì 23 viene occupato il Dini e rioccupato l’artistico. Mentre la campagna di diffamazione della protesta investe anche il Buonarroti dove vengono segnalati diecimila euro di danni con una stima spaventosamente gonfiata, al Matteotti vengono identificati alcuni studenti. Uno di questi compare nel video del giornalista. La madre è intervistata e mentre sulla stampa l’esperto sociologo e l’esperto professore danno il proprio parere, la donna racconta che ha già messo in punizione suo figlio ma che lui in effetti aveva sempre avuto buoni voti ma poi per via dell’alternanza scuola lavoro è stato bocciato. Troppe ore, poco studio. Ai ragazzi denunciati il preside vorrebbe far risarcire i danni alla struttura ma nella scuola inizia a circolare una raccolta firme in difesa dei “vandali”. Firmano anche alcuni professori. A ogni attacco c’è una risposta. È un conflitto vivo perché dialettico e produce sempre nuovi aggregati di ragazzi impegnati a difendere un nuovo interesse conquistato autonomamente riprendendosi la scuola. “Qualche giorno fa, finita l’occupazione, mi hanno convocato in sala professori, tutti molto seri, mi hanno detto che c’era stato un collegio dei docenti il giorno prima e che al prossimo ce ne sarebbe stato un altro in cui avrebbero deciso la sospensione mia e di un altro, ma che ce l’avevano in particolare con me e che la scuola doveva tornare alla normalità. Ho spiegato tutto, che non avevo nulla di cui pentirmi e che la scuola era stata occupata contro la normalità. A ricreazione ho fatto un giro tra le classi e ho tirato fuori una trentina di ragazzi e siamo andati in presidenza e loro hanno detto – lui non si sospende, sospendete noi e tutta la scuola allora. Sì hanno parlato loro, cioè lo hanno detto loro, ma prima glielo avevo detto io perché poi è vero che si dovrebbe fare così”.

 

L’impresa

Nella scuola dei numeri, dei ranking e della contabilità i numeri hanno un valore solo sulla scala della valutazione dei ragazzi e della misurazione della capacità finanziare dell’istituto. Ma i numeri contano anche in assoluto. “Eravamo tanti fuori a bloccare i cancelli, trecento. E il preside ci fa dove volete andare siete solo trecento. Quindi qualcuno gli ha detto – se non aveste chiamato a casa saremmo tutti. Anche a me lo hanno fatto, hanno chiamato mia madre e lei mi ha richiamato dicendo – ma che succede dicono che sta venendo la polizia a scuola che ci sono guai, io poi gliel’ho detto, stai tranquilla ma’, tutto a posto e lei mi ha detto va bene mi fido di te, ma altri magari non hanno questa fiducia e sentono la paura”. Se si facesse una stima di quante ore di lezione e di quanti studenti hanno saltato scuola in queste settimane si impallidirebbe. Un vero sabotaggio di massa. “Infatti no, le assenze non le stanno segnando, perché se dovessero segnare come assenza i giorni di occupazione allora a fine anno saremmo tutti a rischio bocciatura e non possono farlo perché poi si ferma tutto davvero, ancora di più. Anche se pure su questa cosa provano a dividerci, ad esempio a quelli della sede staccata segnano le assenze mentre a noi no”.

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La normalità deve essere preservata perché il processo di impresizzazione della scuola richiede continuità. Le leggi sull’autonomia scolastica sono diventate pienamente operative con la riduzione dei finanziamenti statali alle scuole. Ogni istituto è di fatto un’impresa che deve procacciarsi da sé fondi e finanziamenti da altri enti pubblici o da privati. Il preside deve saper investire per valorizzare il proprio brand. Non è un caso che sull’edilizia scolastica si produca una grossa contraddizione: il pubblico non mette le risorse e nessun privato copre la voce di bilancio. Così basta spulciare i siti on-line delle scuole per scoprire come i cosiddetti P.O.F., i piani di offerta formativa, siano costellati di agenzie formative, progetti con questo o quell’altro ente o privato, corsi di accreditamento etc. Questo non solo permette la sopravvivenza – più che l’autonomia – finanziaria della scuola, ma la quota entro un mercato della formazione. “È stato importante che occupassimo anche al classico. Siamo considerati una scuola d’eccellenza sotto molti aspetti, uno dei licei migliori d’Italia. Se anche il classico viene occupato allora si dimostra che è questa eccellenza a non essere veritiera, che i problemi ci sono e stanno altrove”.

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Se si deve realizzare un buon investimento, se si deve acchiappare un finanziamento su qualcosa si deve pur risparmiare. A essere sacrificato è il rapporto formativo. Il suo tempo, la sua durata, la sua cura. La formazione è sempre un investimento a perdere in realtà… difficile inscriverlo nel P.O.F. “In alcuni casi questa preoccupazione non viene neanche simulata. All’ITIS c’erano proprio i banner pubblicitari delle aziende. Nel frattempo la struttura crolla a pezzi, ci sono crepe nei laboratori, nella palestra ci piove addosso, l’altro giorno sono caduti dei calcinacci in testa a una ragazza, nelle aule il riscaldamento non funziona. Abbiamo scritto quattro volte alla provincia ma non abbiamo ricevuto risposta”. La scuola è occupata il 25 gennaio. È la situazione di tutti gli istituti professionali, dove maggiormente questa dinamica risalta: andare incontro alle esigenze delle aziende e della realizzazione finanziaria della scuola significa confondersi con quell’interesse. “Il Matteotti ad esempio ha un’agenzia formativa sua propria con a capo il preside Caruso, e tutta una serie di responsabili d’area: marketing, qualità, responsabile valutazione e apprendimenti etc. Cosa fanno loro? Prendono i soldi dalla regione o dalla provincia per i corsi, quelli per la ristorazione, ad esempio, come l’haccp e hanno delle classi speciali che fanno solo quello praticamente. Ad esempio uno dei ragazzi a cui ora vogliono accollare i danni dell’occupazione, stava in una di queste classi. Però andava bene quando li portavano a fare gli stage a servire nei catering dei convegni, ci faceva bella figura la scuola e il preside, come quando era preside anche del classico che mandava quelli dell’alberghiero ai catering pure lì, nel liceo”.

 

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Ma la formazione dei ragazzi? “Sì c’è, ma si chiama in un’altra maniera. È valutazione. Ci sono dei ragazzi con potenzialità enormi che si perdono perché vengono letteralmente avviliti da uno studio che si risolve nella valutazione. Anche perché il metodo di valutazione non va bene. Privilegia solo la memoria e la logica mentre le capacità inventive, emotive o la capacità di stabilire connessioni tra i fenomeni non sono prese in considerazione. La didattica è la trasmissione di un metodo di apprendimento, non c’è comprensione ma l’importante è centrare il bersaglio. Nei compiti spesso veniamo penalizzati di 0,5 punti per le risposte sbagliate, per non farci tirare a caso. Questo è un po’ come se il banco barasse perché se pensi l’insegnamento come apprendimento di una risposta giusta allora anche chi studia fa economia visto che l’obbiettivo è raggiungere il punteggio giusto anche noi studiamo in base a quell’obbiettivo e non per conoscere”.

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È in ballo qui la questione radicale di cosa sia l’intelligenza e di cosa farne. Una questione non da poco per degli adolescenti, affrontarla implica una grossa responsabilità, si potrebbe dire stiano lottando per questo. Per capire. “È stata come una scoperta. Noi stiamo al classico, no? La scuola rinomata e all’avanguardia. La struttura non ha problemi, tutte le aule hanno la lavagna elettronica, non ci manca nulla in teoria. Però quando abbiamo sentito che al Santoni protestavano per il freddo o che non mi ricordo dove era caduta una finestra in testa a una ragazza allora ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti, anche noi stiamo male. Anche noi viviamo con disagio questa scuola, il fatto di essere trattati come contenitori, non essere mai partecipi di quello che studiamo. Vogliamo porre il problema perché basta guardarci siamo tutti stressati, tutti travolti dall’ansia, ma che sarà quest’ansia a sedici anni”. E i professori sono parte di questo rapporto, lo attuano, lo dispongono. Un anello intermedio che a volte vive con disagio questo sistema di infilare i ragazzi nella gabbia del numero e della burocrazia, sa che fa una violenza, altre volte tace, per paura di vedere compromessa la sua autorità.

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Quando provano a intervenire con gli strumenti a disposizione fanno più danni che altro. Allora fioccano i b.e.s, i bisogni educativi speciali, le richieste di sostegno, gli appuntamenti con gli psicologi, i disturbi dell’attenzione. Non so quanto funzionino queste cose, non possiamo mica essere tutti con dei disturbi, oppure se è così può essere che sia la scuola ad avere un disturbo”. Al Classico in particolare l’occupazione si è trasformata in un nuovo incontro con parte del corpo docente, a partire però dallo scontro contro il funzionamento della scuola, su cosa fa, a cosa serve, in cosa trasforma i ragazzi. “I primi giorni sono stati segnati da un muro contro muro. Le minacce di non fare i progetti, le gite scolastiche, di comprometterci l’anno, i compiti infilati in mezzo alla protesta, poi quando hanno visto che proseguivamo alcuni hanno iniziato a capire”.

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Sabato mattina, il 26 gennaio, prima di lasciare l’occupazione gli studenti del classico convocano un’assemblea con i professori. La vogliono fare avendo ancora la scuola sotto il proprio controllo. I professori vengono quasi scortati in palestra dal servizio d’ordine. L’assemblea inizia tesa con reciproche accuse, alcuni se ne vanno, ma qualcosa passa. Esce fuori un documento in cui viene rivendicato rispetto per la voce studentesca, spazi autogestiti per gli studenti, il ritorno a una comunicazione diretta e non mediata dal registro elettronico, strumenti di valutazione reciproca e non unilaterale: “Ci accorgiamo che talvolta i professori formulano opinioni sugli studenti basate esclusivamente sul voto; ci teniamo a ribadire che prima di tutto siamo persone, con un valore che va al di là del mero rendimento scolastico. Inoltre frequentemente le valutazioni, sia positive che negative, non vengono sufficientemente motivate, impedendo così che ci possa realmente essere una crescita dello studente”.

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È una partita sulla normalità. La normalità dell’ordine precedente non è più accettata. Se a difesa di questo la diga dei professori cede c’è quella del preside, se quella del preside cede c’è quella delle guardie. Con l’occupazione del Biologico il 25 gennaio e del Fascetti il 30 a Pisa si tocca quota 11 istituti occupati su 11. Al Pesenti di Cascina, a pochi chilometri dal capoluogo non vogliono essere da meno. Le motivazioni sono le stesse. Martedì 29 inizia un’assemblea permanente. Dopo poche ore arrivano le volanti della polizia municipale e dei carabinieri. Questi irrompono nell’edificio e appendono letteralmente al muro il primo ragazzo che gli capita a tiro. Scoppia il parapiglia, anche un docente si frappone per liberare il ragazzo. Le volanti se ne vanno. Inizia l’occupazione della scuola. I prof si uniscono alla protestaI prof si uniscono alla protesta: “anche noi docenti ci siamo riuniti in una nostra assemblea per prendere posizione rispetto al documento fornitoci dagli alunni contenente le loro motivazioni. Ci preme stigmatizzare il comportamento delle forze dell’ordine che, con tono intimidatorio e non consono ad una comunità scolastica, hanno prelevato fisicamente uno studente, già precedentemente identificato, che non stava commettendo alcun atto provocatorio”.

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Con l’avanzare dei giorni sarà difficile tenere alta l’intensità della mobilitazione, anche perché la posta è alta e sta sulle regole di controllo delle scuole, sulla vita al loro interno, sul loro funzionamento. Eppure non sarà facile tornare indietro, ristabilire a pieno le precedenti gerarchie. Un virus si è propagato. Perché più o meno come recitava un volantino o una poesia scritta al Santoni sul banco durante una lezione al primo giorno dopo l’occupazione: “siamo stanchi ma determinati, infine desiderosi di essere quello che siamo...”

 

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Le operaie dell’Italpizza hanno vinto e il colosso dell’alimentare modenese si è piegato alle prime istanze operaie. Nonostante il duro livello di repressione (denunce, cariche continue della celere con cazzotti, gas lacrimogeni, manganellate, fermi di polizia, querele ad alcuni giornalisti) e tentativi di isolamento (tramite interventi dei confederali, kermesse crumire, e prese di posizione dei partiti) la lotta ha portato a casa il risultato del rientro alle proprie postazioni di lavoro delle lavoratrici del Sicobas da cui erano state espulse. Ora il resto della vertenza continuerà dentro lo stabilimento e non più nel reparto confino dove erano state relegate in punizione dai padroni.

Come noto a guidare la lotta sono state un gruppo di operaie vessate e sfruttate al di fuori dei pur minimi standard normativi e legali dalle coop in appalto alla grande azienda della pizza surgelata italiana. Operaie, donne e migranti oggetto quindi della triplice condizione di sfruttamento e subalternità con cui il sistema spreme profitto mettendo a valore genere e razializzazione della forza lavoro, approfittando della catena della riproduzione garantita dal lavoro gratuito femminile come ricatto e dello status migrante che vede oggi in Italia un radicale peggioramento, dal piano legislativo a quello culturale, di una situazione precedente non certo rosea.

Ha pagato l’intransigenza, la rigidità e la rivolta delle operaie che nel segno del rifiuto hanno spinto contro le umiliazioni in busta paga e sul posto di lavoro, hanno tenuto testa alla repressione più violenta e hanno scioperato a modo loro dall’impiego quotidiano nei servizi domestici e di cura per presidiare 24h su 24 il proprio contesto di lotta. Da una condizione di triplice sfruttamento e subalternità alla conquista di una triplice posizione di potenza collettiva che nella “grande metropoli logistica padana” ha fatto brillare una possibilità di riscatto di classe e per la classe, per le donne e le migranti.

L’evento è infatti potenzialmente esemplare e bisognerebbe chiedersi per aggiungere valore all’importante scatto in avanti della lotta quali sono le forme politiche di comunicazione più efficaci per raggiungere gli altri hub della catena di sfruttamento ma anche per uscirne fuori e disseminare il contenuto conflittuale e antagonista della lotta nel territorio. L’8 marzo è alle porte e seguendo l’indicazione della rete Non Una Di Meno sarà una giornata di sciopero, indicazione tra l’altro raccolta sia dal SI Cobas che da ADL Cobas, sarà una giornata di sciopero dal lavoro della produzione e della riproduzione in cui l’immaginazione femminista si misurerà con le pratiche e le possibilità, e crediamo che questa piccola ma importante lotta possa funzionare da manifestazione concreta di un passo in avanti: per cui sì, scioperare dal lavoro produttivo e riproduttivo è possibile, e riappropriarsi del potere di decidere del proprio corpo, della propria dignità dando battaglia contro i padroni e rompendo le catene del lavoro domestico è giusto e vincente.

La lotta si è sviluppata intorno alla pratica del blocco stradale che è la vera e propria ossessione dell’intelligenza reazionaria oggi al governo. Non è un caso: nei movimenti sociali e operaie degli ultimi anni in Italia, ma non solo, il blocco stradale è stato uno dei principale strumenti offensivi della manifestazioni, degli scioperi, e anche delle più o meno estemporanee scintille di rivolta. E’ stato anche il luogo di costruzione di rete e reciprocità tra i soggetti coinvolti nella battaglia, uno dei centri nevralgici del conflitto dove conoscersi e organizzarsi.

Gli operai e le operaie della logistica, ma anche i movimento per il diritto all’abitare e in generale le istanze sociali e politiche che hanno voluto scavalcare l’attestazione simbolica in questi anni sono stati sulla strada e hanno bloccato: trafffico automobilistico, tir, merci, treni, piazze. All’Italpizza i dirigenti della polizia e dei carabinieri hanno subito tentato di intimorire la lotta minacciando l’impiego del nuovo quadro legislativo in materia di ordine pubblico che per firma di Salvini ha aumentato le pene legate al reato di blocco stradale.

L’indifferenza operaia alla minaccia non è poca cosa e politicamente dovrebbe far ben riflettere a quanti si sono messi in movimento per contrastare le nuove leggi reazionarie firmate dal ministro della Lega e allo stesso tempo va colta come possibilità al di là della retorica per chi si dichiara già disposto a smantellare e resistere concretamente all’offensiva del governo in materia di repressione del dissenso, controllo e coercizione del movimento della forza lavoro migrante.

Se il reato di blocco stradale è uno dei “terminali” efficienti del progetto reazionario di Salvini, l’altro è nella nuova messa a regime dei centri di detenzione per migranti: i nuovi cpr. L’indifferenza operaia alla minaccia di sgombero e applicazione del reato di blocco stradale è immediatamente ostilità ai nuovi lager della lega? E’ una domanda che lasciamo aperta alle soggettività coinvolte nelle lotte, ma la cui risposta futura riteniamo sia dirimente nella costruzione di un antirazzismo di classe capace di dotarsi di obiettivi concreti oltre gli attestati etici.

D’altronde i bracci femminili dei lager etnici sono riallestiti e riorganizzati per internare forza lavoro femminile e migrante che giù nel fondo della piramide sociale è segnata dalla violenza e della sfruttamento patriarcale e capitalista, e nel sogno osceno dei governanti e dei padroni è un luogo di controllo e di maggiore coercizione di tutte le potenziali operaie d’ItalPizza che vivono e lavorano nella nostra società.

 

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