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Articoli filtrati per data: Sunday, 17 Febbraio 2019

Violenti scontri a Tirana ieri durante la partecipata manifestazione lanciata e incentivata principalmente dal partito di opposizione della destra parlamentare, il PD. Il primo ministro Edi Rama, del Partito Socialista, è accusato di corruzione e di inadeguatezza dalle forze di opposizione.




I manifestanti hanno violato il percorso del corteo concordato con le autorità sfondando i cordoni delle forze dell'ordine e assaltando successivamente il palazzo del governo difeso con idranti e lacrimogeni dalle guardie repubblicane. Si contano feriti sia tra i manifestanti che tra le forze dell'ordine. Edi Rama, durante la giornata di protesta, era a Valona a tenere un comizio: una numerosa folla composta e seduta che è stata sfruttata mediaticamente dal governo per essere contrapposta ai manifestanti, evidenziando la natura “incivile” e “violenta” di questi ultimi. Le opposizioni parlamentari intanto rilanciano un'altra mobilitazione per giovedì sostenendo che non si fermeranno fino a che non verrà concordato un esecutivo transitorio che porti a nuove elezioni.

In piazza si sono visti alcuni ragazzi ma perlopiù uomini adulti provenienti dalle zone povere e rurali del paese, in cui le condizioni di vita sono estremamente dure. Il PD, che nelle precedenti legislature si è dimostrato corrotto e antipopolare (tanto quanto il Partito Socialista, attualmente al governo) sta sfruttando a suo vantaggio, con promesse elettorali, il forte risentimento dei gruppi sociali in lotta. Dal canto suo, il primo ministro Edi Rama, al suo secondo mandato consecutivo, ha ottenuto la fiducia della popolazione con un programma basato sull'entrata dell'Albania nell'Unione Europea e sul contrasto sia della criminalità che della corruzione dilagante che endemicamente inficia la sanità, l'istruzione e il lavoro rendendo i servizi basilari di fatto classisti, di scarsa qualità e inaccessibili a molti. Le politiche attuate però si sono rivelate inefficaci, specialmente per le classi subalterne.
Il governo inoltre ha anche favorito l'investimento di capitali finanziari internazionali e di multinazionali estere, tra le quali molte aziende italiane, nel territorio, destabilizzando la popolazione locale, complice l'inesistenza della tutela dei lavoratori, causando quindi o disoccupazione o stipendi da miseria. Le fratture e le iniquità tra le èlites abbienti e le categorie sfruttate sono sempre più evidenti: aumentano i poveri da un lato nelle grandi città metropolitane come Tirana e dall’altro nelle zone rurali, arretrate sia economicamente che nelle infrastrutture . Per tale ragione la scelta drammatica che molti si trovano costretti a fare è o quella di emigrare o di rimanere subendo condizioni di vita e lavorative umilianti e disumane e una totale assenza di prospettive. È dunque probabile che le proteste perdurino, si evolvano e che continuino ad attraversare il paese finché non si otterrà una risposta adeguata da parte della politica e delle istituzioni.

Solo poche settimane fa l'Albania è stata scossa da una mobilitazione studentesca permanente: si è trattato di un movimento organizzato dal basso, orizzontale e apartitico, che ha saputo incanalare il malcontento e la necessità di giustizia sociale e di libertà in un'ottica diametralmente opposta alle dinamiche delle èlites parlamentari, dissociandosi sia dai partiti di governo che da quelli di opposizione; una conseguenza di ciò è stata la sostituzione di vari ministri all’interno dell’esecutivo. Anche le proteste di questi giorni, pur se indirizzate e incentivate strumentalmente dall'opposizione per meri fini elettorali e per la conquista del potere, si inseriscono in questo contesto. Il conflitto è aperto, e sarà interessante vedere se ci sarà la possibilità e la maturità da parte dei manifestanti di aprire nuovi orizzonti esprimendosi autonomamente rispetto forze politiche istituzionali e discostandosi dai partiti di opposizione. Inoltre c’è da vedere se un maggior numero di giovani si inserirà in queste lotte, in modo da portare qualche beneficio e ancora più rappresentanza di categorie assoggettate al dominio costituito, e vedere come si esprimeranno i movimenti studenteschi.

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Casa. Dopo ben tre mesi di domiciliari e gogna mediatica, con tanto di assurda quanto pesante accusa di “associazione a delinquere”, i nove compagni e compagni del Comitato Abitanti Lorenteggio-Giambellino sono liberi.

In queste ore è caduta, per loro, la misura restrittiva dei domiciliari, sostituita dall’obbligo di firma.

Contro di loro – sei compagni e tre compagne – erano finiti nel mirino di magistratura, media e politica il 13 dicembre 2018, con un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Manuela Cannavale con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’occupazione abusiva di appartamenti Aler e alla resistenza a pubblico ufficiale.

“Accuse” a cui il Comitato Abitanti, attraverso la campagna “Siamo tutti Robin Hood”“Siamo tutti Robin Hood”, aveva risposto con fermezza: “La procura – avevano scritto nelle ore successive al blitz – ci accosta a un racket per l’occupazione di case popolari sfitte facendoci passare per mafiosi, ben consapevoli che, al contrario di Aler, noi il racket lo abbiamo combattuto davvero. Dicono che siamo stati addirittura così sfrontati da voler affrontare l’emergenza abitativa, il degrado e l’incuria che circondano questo quartiere come tanti altri. Che ci siamo opposti a degli sgomberi che avrebbero lasciato delle case vuote e delle famiglie per strada. Che abbiamo organizzato manifestazioni, presidi, picchetti antisfratto e aiutato persone in difficoltà”

“Hanno ragione. Abbiamo fatto tutte queste cose. Abbiamo, tramite la solidarietà reciproca, aiutato tante persone con i più disparati problemi. In questa città in cui una stanza in periferia ti costa 600 euro abbiamo incontrato famiglie sotto sfratto, gente che ha deciso di occupare una casa vuota – alcune anche da 10 anni – per non restare più al freddo della strada e che ha ricevuto la nostra solidarietà nel momento in cui Aler e polizia si sono presentati alla porta per ributtarceli. Abbiamo lottato tutti uniti, italiani e stranieri, vecchi e giovani, assegnatari e occupanti con un semplice intento: lottare contro l’abbandono in cui le istituzioni ci hanno lasciato”.

“Ci sono più di 10mile case popolari vuote a Milano, perché non vengono assegnate a chi ne ha bisogno?  Ogni sgombero costa 10mila euro. Assegnare una casa non costa nulla. Rispediamo quindi l’accusa al mittente ribadendo che i veri mafiosi siedono nei consigli regionali, al comune, nel Cda di Aler. Abbiamo insomma deciso di unirci per non abbassare la testa. Non sarà una ridicola accusa a fermarci”.

Il processo inizierà il 2 aprile.

Con noi Clara, del Comitato Abitanti Giambellino – Lorenteggio di Milano. Ascolta o scaricaAscolta o scarica

da radiondadurto.org radiondadurto.org

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in varie

Ancora nessun accordo: perché c'è ancora tanto da imparare da quanto succede in Sardegna.


Prima l'incontro al Viminale: “è una questione di ordine pubblico, si avrà una soluzione entro 48 ore per raggiungere un euro a litro”. Missione fallita. Era giovedì. Il giorno prima a Cagliari, in regione un altro tavolo senza esito. Ieri sera il nuovo tentativo a Cagliari, in Prefettura, il ministro Centinaio lavora per fare incontrare in rappresentanza dei pastori in lotta Coldiretti, Movimento Pastori Sardi – lo storico movimento degli allevatori ma non rappresentativo dell'intera protesta – e gli industriali caseari. La Sardegna è in ebollizione. Da dieci giorni gli allevatori non conferiscono più il loro latte ai caseifici i quali sono presidiati 24 ore su 24 e ogni strada dell'isola è controllata dai pastori che fermano mezzi sospetti di trasportare latte o merci che danneggiano il proprio interesse. Il governo ha bisogno di sbloccare la situazione, tra una settimana si vota, ma questo è un conflitto sociale vero.

I fatti: l'incontro in prefettura a Cagliari termina in tarda serata. Sviluppa le bozze per un accordo tra le parti già presentate in Regione e al Viminale. Bozze. La stampa non vede l'ora di tirare un sospiro di sollievo e parla di accordo raggiunto. Sono bozze. Anche perché delle due parti che dovrebbero trovare un accordo una manca al tavolo. Non può starci, non può essere rappresentata ad un tavolo dove siedono “dieci cravatte ma un solo vellutino”. Il Movimento Pastori Sardi è alla rincorsa di questo conflitto ed è soggetto al ricatto dei suoi protagonisti indisponibili a mediare su una richiesta unificante: 1 euro a litro di latte ovino, lo paghino gli industriali, sono loro a dover mettere i soldi, pensano i pastori, non l'assistenzialismo dello Stato. Il portavoce di MPS lo sa ed esprime cautela sull'incontro: “è una bozza”. Che bozza?

Gli industriali sono disponibili a rivalutare da subito il prezzo del latte dagli attuali 0,60 centesimi a 0,72 al litro aprendo alla possibilità di rivalutare ulteriormente il prezzo da maggio in avanti in funzione del variare sul mercato del prezzo del pecorino romano. Dicono, prevede il governo, il prezzo del romano dovrebbe salire facendo aumentare il prezzo del latte in virtù dei 50 milioni di euro di soldi pubblici impiegati per ritirare dal mercato, dai magazzini dei caseifici, le migliaia di tonnellate di pecorino invenduto. Ma qui c'è già una truffa: il prezzo del romano verrebbe calcolato su una media relativa a una forbice compresa in partenza tra giugno 2018 e maggio 2019. Una media falsata perché considera un periodo di forte ribasso del prezzo del latte. Primo dato: di pagare il latte un euro a litro, il minimo per coprire i costi di produzione a carico degli allevatori, gli industriali non ci pensano nemmeno. Secondo dato: con questa bozza elemosine ai produttori, ancora milioni ai padroni. Terzo dato: il costo del lavoro del pastore resta agganciato alle variazioni del mercato. Solita storia di sempre. Un buco nel latte.

Il rappresentante di MPS cerca di prendere tempo: “parlerò con i pastori ai presidi”. Ma teme il loro umore. Eppure il ministro avverte: “non c'è un piano B, da lunedì i presidi vanno sgomberati non ci sarà più tolleranza”. Il tavolo è l'occasione per dare un giro di vite sul governo di un fenomeno che sta sfuggendo di mano. È la logica stessa della trattativa: ora devono provare a far paura, intimidire per piegare chi lotta. Tutta politica. Con la politica al servizio degli industriali. Tutta forza. È il momento in cui si misura la tenuta della rigidità posta. 1 euro al litro e bo. Ma è tutto qui? Si tratta solo di una contrattazione tra l'interesse corporativo di un settore in rivolta e quello padronale? No. Allora perché bisogna osservare con attenzione quanto accade in Sardegna? Perché questa curiosità per un fenomeno che solo con la sua violenza si è imposto per qualche minuto di telegiornale e che ancora, nonostante tutto, resta così distante da chi non condivide la condizione di chi lotta, almeno fuori dall'isola?

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Innanzitutto abbiamo qui a che fare con il primo conflitto sociale di ampia portata sotto questa legislatura. A Roma annusano il fatto. Salvini ha fatto cilecca. Il governo è in reale difficoltà perché questo scontro si sviluppa dentro e contro il rapporto produttivo: un pezzo della filiera, quello più basso, si è negato nella sua funzione per i padroni, e risulta ingovernabile. Il latte dei pastori non entra più nei caseifici. Ma non è uno scontro riducibile alla mediazione sindacale perché sabotare la filiera significa compromettere l'organizzazione sociale governata dal suo rapporto: strade, paesi, comunità bloccate. Salvini non ha l'ultima parola, i suoi interventi affrettati, tradisce le sue promesse, le sue proposte effettive sono considerate vili. Al momento non si scorge un recupero del fenomeno neanche alle condizioni del populismo: il governo attraverso il conflitto è in questa vicenda trasformato in un governo del conflitto, ai suoi tempi, nelle sfere basse della riproduzione sociale e non a quelli dello Stato. Tutte le cosiddette risorse populiste funzionali all'accumulo verso l'alto del potere e del consenso per il dominio diventano ora risorse per organizzarsi in questa lotta dal basso: l'individuazione dei nemici è scelta guardando in alto, al nemico di classe; il riconoscersi come corpo collettivo rigetta la difesa di interessi comuni in seno al popolo, allo Stato, alla Nazione; la comunicazione sui social network si orienta alla condivisione di un sapere per la lotta. Lo sviluppo di questa spacca il popolo, che diventa il popolo in conflitto che tende ad espellere dalla sua comunità gli industriali e la politica che li difende.

Grandi coordinate, sì, ma comunque delle novità sia per i recenti schemi della politica sia per i protagonisti di questa rivolta. Se una costante collerica ha attraversato ogni lotta dei pastori oggi inequivocabilmente la mediazione al ribasso è una lingua sconosciuta. Politicamente, all'altezza di questo tempo, non - solo - per giusta testardaggine. Per i pastori in lotta c'è la sicurezza diffusa del conseguimento della vittoria, in altre parole la consapevolezza che fermarsi a mezza strada significa lasciarsi stroncare da una violenta ritorsione padronale. È per questa ragione che non attecchiscono i tentativi di ricondurre le espressioni di questa lotta a rappresentanze comandate da interessi superiori. Ogni tavolo, ogni incontro, ogni portavoce lascia sempre scontenti. Si punta in alto. A far male all'industriale, non a far incontrare le parti. Non si tratta di una dialettica che contrappone la sana spontaneità alla corruttibilità dell'organizzazione, ma si intravede piuttosto al fondo di tutto l'indisponibilità ad assumere l'interesse generale del settore produttivo, il suo rilancio, la collaborazione per riprendere una normalità che arricchisce solo il padrone. La filiera è rotta, l'interesse dall'industriale non è quello del pastore e attorno a questo si organizza una domanda collettiva, dei comportamenti in comune. Non a caso questa è la guerra del latte.

La contrattazione individuale dei singoli allevatori sul prezzo del latte imposta dagli industriali è stata rotta da un conflitto collettivo che per la prima volta ha fissato una rigidità: il prezzo lo fanno gli allevatori per garantire la propria riproduzione, la dignità della propria vita. Il costo della forza lavoro non deve più essere deciso dalle fluttuazioni del mercato e imposto dalla forza e dal ricatto dell'industriale. Questa è una lotta per fissare il salario di fatto percepito da chi produce come una variabile indipendente dalla produttività del capitale. Utopia al tempo della globalizzazione capitalistica? Può darsi. Eppure qui sta l'autonomia, quella effettiva di questo movimento che stravolge in meglio da dieci giorni le vite di migliaia di pastori e delle loro comunità. L'autonomia che manca, quella del progetto che non c'è o che forse solo non si vede.

Il realismo capitalista dice che per competere sul mercato globale i trasformatori hanno sempre bisogno di abbassare i costi di produzione. L'indisponibilità degli industriali ad anche solo approssimarsi alla richiesta dei pastori non è solo un frutto dell'abitudine alla prepotenza di chi comanda. Si tratta anche della condizione oggettiva che, a questo stadio di sviluppo delle connessioni intracapitalistiche, impedisce una effettiva redistribuzione degli utili verso il basso senza perdere posizioni sul mercato globale, senza sacrificare i margini complessivi di profitto. I loro margini di profitto. Quelli di chi li fa ora. A queste regole a sacrificarsi devono essere i pastori. Loro sì. Nell'impossibilità di mediare questa contraddizione lo Stato si mostra solo come strumento a difesa della rendita del padrone e garante dell'ordine. Tutto ciò rende solo più odiosi i nemici e significativo il conflitto in corso. Ma qui sta il punto: davanti all'impossibilità della risoluzione della vertenza quali sviluppi della contraddizione sollevata si possono dare? I presidi ai caseifici restano, si programmano nuovi blocchi, la promessa di non fare arrivare le cisterne del latte viene rinnovata... da stanotte la sfida è la minaccia dell'estensione della protesta su altre geografie.

Mantene su passu, ca su ballu sighit

 

 

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