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Articoli filtrati per data: Tuesday, 12 Febbraio 2019

La mattina presto dopo aver munto, nutrito ed abbeverato il bestiame, migliaia di pastori si aggirano per le campagne e per le strade alla caccia dei pochi camion cisterna che ancora provvedono alla raccolta del latte ovino. Altri si riversano sulla 131, l’arteria stradale che attraversa tutta l’Isola o sulle principali statali dell’interno per bloccare i mezzi o gettare a terra il latte munto in segno di protesta, altri ancora uniscono ai presidi davanti ai caseifici industriali: il nemico in questa guerra.

Negli ultimi giorni diverse aziende o cooperative casearie hanno deciso di fermare la produzione e chiudere le sedi. Tutti i giorni continuano a riprodursi blocchi stradali, veri posti blocco gestiti dai pastori. In vari punti da Sud a Nord i blocchi stradali dei pastori e dei molti solidali hanno rallentato il traffico, perquisito le celle frigorifere e i furgoni in transito, versando a più riprese il latte munto la mattina e la sera sulle strade di tutta la Sardegna. Non si contano gli episodi anche perché gli eventi si accavallano e i manifestanti si dividono da un punto all’altro dell’ isola. Solo nella giornata di Ieri si registrano blocchi ad Abbasanta, Trudda, Simaxis, Carbonia, Olzai, Guamaggiore, Mogorella.

La protesta si sta estendendo alle intere comunità che riempiono i centri cittadini invitando i pastori a non arrendersi. Uno dei motti è "mantenimos su passu ca su ballu sichit!", "teniamo il passo perché la danza continua!". Gli allevatori nelle piazze e nei blocchi lavorano il latte ovino per preparare il formaggio e la ricotta, regalandolo a solidali e compaesani, la parte restante viene, invece, versata a terra. Contemporaneamente si moltiplicano i presidi permanenti di fronte alle principali industrie casearie, dei veri e propri picchetti che verificano che non entri il latte dei pochi pastori che silenziosamente continuano ad alimentare la catena di questa industria. Il presidio principale si trova davanti al caseificio industriale dei Fratelli Pinna a Thiesi, dove da giorni centinaia di persone si danno il cambio 24 ore su 24. In diversi paesi sono state riconsegnate in Comune e bruciate in piazza centinaia di schede elettorali.

latte pastori

La giornata elettorale del 24 febbraio continua a rappresentare un obiettivo sensibile che inizia a preoccupare anche il ministro dell’Interno. Le promesse di ieri in Prefettura a Cagliari del premier Conte il quale ha rinviato le “soluzioni” a un tavolo previsto per il 21 febbraio, non soddisfano Salvini il quale ha oggi annunciato che “ci saranno risposte in 48 ore”. L’ordine pubblico pubblico è fuori controllo e la polizia non può intervenire per il rischio di incendiare una prateria già rovente. I pastori in protesta controllano strade e collegamenti, bloccando gli interessi degli industriali. Ma qui stà il rebus per Salvini. Far rientrare la situazione significa attaccare gli industriali a vantaggio della rivendicazione dei pastori la quale è, al momento, inamovibile: il latte versato deve essere pagato non meno di un euro a litro contro il 58 centesimi attuali.

Lo sciopero, ovvero il non versare il latte agli industriali per questo prezzo, viene fatto rispettare sulla strada. Ogni via è battuta, ogni macchina controllata, ogni mezzo articolato perquisito. La protesta trascina intere comunità. Una rivendicazione che solleva un mondo con la richiesta di contare di più contro debiti, padroni, costrizioni. Ieri mattina a Nuoro c’è stata una serrata delle attività commerciali con un corteo per le vie del centro. A Ovodda da giorni i pastori si incontrano nella piazza principale del paese. Presente anche un 96enne in prima linea al fianco dei pastori che racconta degli anni in cui ha fatto il servo pastore e parla di quanto questa sia una protesta giusta e sensata: “Perché 60 centesimi equivale a regalarlo, e per regalarlo meglio decidano loro a chi. Forza pastores sardos mantenide su fronte, non bos arrendedas ‘ommo”, forza pastori mantenete la posizioni, non arrendetevi ora.

In decine e decine di paesi dell’isola, i bambini non vengono portati a scuola. In alcuni paesi come Bortigali anche gli uffici comunali restano chiusi. La protesta inoltre si estende anche al resto d’Italia: a Grosseto Oltre 600 pastori e allevatori, provenienti dal centro Italia, si sono ritrovati in piazza Barsanti per solidarizzare con i colleghi sardi. “Armati” di bidoni di latte, hanno gettato il contenuto a terra protestando contro il prezzo del latte allo slogan 'Mai più sotto un euro', infatti anche nel resto d’Italia il comparto agro-pastorale soffre lo stesso tipo di sfruttamento dalla grosse industrie di trasformazione di distribuzione di latte e carni. Tra due giorni, il 14 febbraio, è in programma un'altra manifestazione, sempre a Grosseto, questa volta nel centro storico, in cui si invitano a partecipare allevatori, agricoltori e coloro che lavorano in queste “industrie” come dipendenti.

 

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È stata pubblicata sul sito del Ministero dei trasporti l’analisi costi-benefici sulla nuova TAV-Torino Lione. Si profila una perdita netta per le casse dello Stato di circa 7 miliardi, milione più milione meno. È finita una farsa durata trent’anni, quella sulle magnifiche sorti e progressive del TAV. Si scateneranno ora le elucubrazioni sul metodo, stiracchiando le cifre, spostando le virgole. Esercizi che lasciamo ad altri. Perché quello che il movimento notav negli anni ha costruito non si può pesare su una bilancia di costi e di benefici, non entra nelle strette righe di una tabella e non si rappresenta nelle torri colorate di qualche grafico. È un sapere di parte, un sapere che ha guardato non all’interesse generale di un generico interesse, quello di continuare ad espropriare i territori per il profitto, ma che ha saputo disegnare, a partire da una comunità in lotta, una nuova collettività, i cui contorni si definiscono per contrasto: basso contro alto, molti contro pochi, valle contro stato. Una comunità che si è fatta senso comune riportando nell’arena politica questioni poste con semplice radicalità a partire da una pratica di resistenza: cosa vuol dire sviluppo? Come bisogna usare le risorse comuni? Cosa significa vivere insieme?

Questa è la forza che i media hanno dovuto ignorare, riducendo il no al tav a un’opinione, una scenografia da talk-show tra le altre nel solito teatrino pro o contro il governo. Non è un caso che il movimento notav è stato il grande assente nei dibattiti di questi mesi, è stato il non detto, il demone da non evocare neanche strumentalmente per condannarne “la violenza” perché, nella sua irriducibilità, non poteva entrare in nessun format televisivo. Perché nel suo essere movimento reale avrebbe acceso i riflettori su ciò che succede dietro le quinte degli spettacoli televisivi, dove c’è il trucco e parrucco di politici impegnati in uno spettacolo sempre uguale. È la forza che ha dovuto ignorare lo stesso Movimento 5 Stelle, incapace di fare leva, a casa propria, sulla parzialità sempre insita in un conflitto, mentre tentava goffamente di recuperare le lotte a casa d’altri.

Costi e benefici, dunque. I nostri però. Il prezzo da pagare è stato, continua e continuerà ad essere alto. Migliaia di procedimenti penali, centinaia di persone sotto processo, feriti, accuse di terrorismo, attivisti che dovranno passare i prossimi anni reclusi, altri che hanno perso il lavoro. E poi le notti insonni, le botte, le umiliazioni pubbliche, la meschinità della polizia, le manipolazioni giornalistiche. Ma anche la gioia, la rivincita, le relazioni cementate nella fiducia che solo la lotta sa dare. Perché i benefici, quelli, sono imponderabili. E non si misurano semplicemente nello stop a un’opera che deve pur arrivare, perché per chi vive quei territori il TAV non è un simbolo ma una realtà drammatica che metterebbe in pericolo casa e salute. Si misurano in ciò che il movimento notav ha lasciato e continua a lasciare in Val di Susa e in questo paese. Si misura nei goffi esorcismi fatti con gli occhi impauriti dalle autorità locali e nazionali al solo nominare la parola notav.

Si apre ora una fase difficile, la questione del tav riscende dal mondo dei numeri ridiventa ciò che è sempre stata: una questione politica. La partita non è finita fino a quando il sistema TAV non sarà smantellato e l’ultimo poliziotto partito dalla Val Clarea. A sarà (ancora) dura!

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Ormai un mese fa, Madalina Gavrilescu, cittadina rumena abitante a Roma da dieci anni, ha ricevuto un decreto di allontanamento dall'Italia entro 30 giorni, e della durata di cinque anni, per motivi 'non imperativi di pubblica sicurezza' che dimostrerebbero la sua mancanza di integrazione sociale. La sua colpa? Essere una donna, migrante e rom, e attivista del Movimento per il Diritto all'Abitare, impegnata in prima linea nella lotta contro sfratti e sgomberi, nei picchetti a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici, nelle lotte antirazziste, nonché nella costruzione di spazi autogestiti per la collettività, come la ludoteca e il teatro Caos dell'occupazione abitativa di Casal Boccone.

In queste settimane, sono state molteplici le attestazioni di solidarietà ricevute da Madalina, che nel frattempo ha continuato a portare la propria voce e la propria storia dentro le piazze e le assemblee, da ultima quella degli Indivisibili a Macerata.

In particolare, la petizione #stand4Madalina ha raccolto in pochi giorni oltre 700 firme provenienti non solo dall'Italia, ma dalla Romania e varie parti d'Europa e del mondo. L’appello, lanciato da esponenti del mondo accademico e del diritto, ha contestato l'idea di integrazione che emerge da un tale provvedimento. Integrazione come sudditanza, sfruttamento, rinuncia a lottare per i propri diritti e la propria dignità. Anziché essere riconosciuti con segni incontrovertibili di 'integrazione' e cittadinanza attiva (come peraltro la giurisprudenza e le convenzioni internazionali indicherebbero), l'impegno politico e la passione civile di Madalina diventano indicatori di mancata integrazione e pericolosità sociale. Un'impostazione violenta e discriminatoria, veicolata peraltro attraverso strumenti amministrativi, ancora una volta utilizzati con grande discrezionalità per sanzionare e silenziare la libertà di movimento e il dissenso nel loro senso più ampio.

Nonostante il dibattito pubblico che ha innescato, il 15 febbraio scadranno i trenta giorni prescritti dal provvedimento per l'allontanamento 'volontario' di Madalina dal suolo italiano. In attesa di sapere quali esiti produrrà il ricorso legale, venerdì 15 febbraio alle h.11 ci ritroveremo a piazza SS. Apostoli, di fronte alla Prefettura di Roma, per una assemblea pubblica e conferenza stampa con i firmatari della petizione. Ancora una volta, chiederemo al Prefetto Basilone di ritornare sulla propria decisione e di ritirare immediatamente il provvedimento contro Madalina.

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Era solo un'elezione regionale certo, ma alcune tendenze arrivano a compimento con il voto in Abruzzo. La Lega, come evidenziato in questi mesi da tutti i sondaggi e dal sentire generale, è primo partito. Con Forza Italia e Fratelli d'Italia al traino, ma sempre più deboli rispetto a Salvini. Il CinqueStelle è invece in forte calo, logorato da uno stare al governo sempre più contraddittorio e spesso auto-umiliante. Il Partito Democratico può esultare solo perchè non scompare, ma definirlo altro che comatoso è difficile. Non pervenuti altri soggetti, a destra come a sinistra.

 

Il voto ci suggerisce poi altre considerazioni, più in profondità. La Lega vince dove non ci sono porti da aprire o da chiudere. Dove non c'è alcuna presenza soverchiante di migranti sul territorio. Dove non ci sono forti interessi industriali da proteggere. Perchè? Perchè in questi mesi il vero capolavoro di Salvini, a cavallo tra politica e comunicazione, è stato stravolgere ogni dibattito su un tema specifico in una discussione basata su termini puramente ideologici. Ovvero, senza alcuna verifica pratica sul territorio, senza alcun elemento concreto.

In questo quadro, ogni tema è occasione di campagna elettorale. Da Mahmood "protetto delle elites" alle performance del Milan, dal commissario Montalbano ai fatti di Torino per lo sgombero dell'Asilo. Ogni voto diventa di conseguenza un voto su come vedere la società nel suo complesso, più che uno sui temi specifici. Non c'è stato un voto sull'Abruzzo, ma uno sulla figura del Capitano e sulla sua battaglia contro "le elites", la "sostituzione etnica" e le "tradizioni sotto attacco".

Probabimente, stessa dinamica accadrà alle Europee. Assodata la mancanza di fiducia in ogni forma di rappresentanza, o ci si affida in una figura forte e fintamente "contro", oppure semplicemente domina l'apatia. Purtroppo anche sociale, oltre che elettorale. Chi rimane ancora attaccato a un dato reale, a una idea del territorio e dei suoi problemi, a una prospettiva di cambiamento infatti, semplicemente non vota più.

Non sarebbe corretto infatti non segnalare in questa analisi che il 50% degli elettori è stato a casa. Un dato che risulta ulteriormente alto tra i giovanissimi, tra le donne, tra i disoccupati. Come è corretto ribadire che a questo dato non si accoppia alcun tipo di mobilitazione, aldilà di poche e valorose esperienze, purtroppo ancora deboli rispetto alla sfida. Di fronte abbiamo una disillusione di portata sia generale, sia specifica rispetto alla traiettoria compiuta dal Movimento CinqueStelle. I grillini hanno dimezzato i consensi rispetto a un anno fa, e non può essere solo il tipo diverso di elezione la risposta.

L'aver di fatto portato a casa solo sconfitte in merito ad ogni punto del programma del 4 marzo, sul tema della giustizia fino a quello sulle grandi opere, sembra aver influito. L'oscillazione tra lotta e governo, tra un viaggio ad incontrare i gilet gialli e un profilo istituzionale, non sembra pagare. Nondimeno, la schizofrenia pentastellata sembra aver fatto scendere la fiducia anche nei confronti della prospettiva del reddito di cittadinanza. Soprattutto perchè riguardava una regione del centro-sud, il voto rivela la disillusione da parte di chi aveva visto nei grillini un potenziale grimaldello per provare a cambiare qualcosa della propria esistenza. Ma su questo sarà necessario riaggiornarsi il prossimo 25-26 maggio, dopo che i primi soldi saranno entrati nelle tasche degli aventi diritto.

Detto questo, assumendo la tendenza di un CinqueStelle in calo di consenso, la domanda su che succederà nella base sociale grillina dopo le Europee è quella da iniziare a porsi in questo contesto. Ci troveremo di fronte ad una spirale di aspettative tradite che necessiteranno di andare oltre le pratiche e le retoriche di un partito ormai accartocciato tra i palazzi e le tattiche politiche? Oppure la delusione per quanto avvenuto all'opzione di "riforma dall'interno" rinforzerà ancora di più la tendenza alla disillusione? Si rinforzerà la posizione di chi non vede alcuna alternativa possibile al finto scontro tra burocrati liberali europeisti (PD Zingaretti-Calenda) e sovranismo (Salvini e Meloni)?

Alcune indicazioni su come si evolverà il prossimo futuro, almeno da parte padronale, ci sembrano arrivare dalla orrenda piazza romana convocata dai confederali lo scorso sabato. Partecipata anche da alcune delegazioni di Confindustria, si è espressa in termini semplici. Non servono reddito od investimenti in welfare, ma lavoro, investimenti, crescita. Tradotto dalla neolingua, si legge sfruttamento, uso delle risorse a fine dell'arricchimento di pochi, devastazione dei territori. Il tutto pur di allontanare l'incubo di alcuna prospettiva di lungo periodo che faccia i conti con automazione, impoverimento generalizzato, salvaguardia dei territori. E quindi con la perdita di potere da parte degli industriali o delle burocrazie sindacali.

Non sappiamo cosa succederà a maggio. Se Salvini farà cadere il governo andando a nuove elezioni, se proseguirà con la strategia di logoramento a fuoco lento dei CinqueStelle, se il Pd zingarettiano offrirà a DiMaio la prospettiva di un nuovo governo (insieme dem e grillini hanno la maggioranza potenziale alle camere). Di sicuro, c'è chi si sta preparando a lanciare ulteriori attacchi ad ogni prospettiva di avanzamento sociale, in qualunque scenario si verificherà.

 

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