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Articoli filtrati per data: Monday, 11 Febbraio 2019

 

Qualche mese fa il rapper nigeriano-italiano Tommy Kuti ha rilasciato, senza troppa eco mediatica, un’intervista per Noisey in cui veniva affrontato il tema del razzismo nel rap italiano. Il centro del discorso ruotava attorno al tema dell’appropriazione culturale subita dalla cultura hip hop in Italia, senza una sufficiente elaborazione delle sue matrici razziali e sociali. Un’appropriazione che non sarebbe stata fatta in maniera rispettosa, secondo Tommy Kuti, e che sta lasciando emergere una certa superficialità nel dibattito interno alla “scena”, soprattutto tra quegli esponenti più giovani che « si auto-proclamano ne*ri, ma che se poi alle conferenze stampa vengono sollecitati a parlare della situazione politica italiana attuale, preferiscono non commentare, perché fanno i rapper, mica i politici ».

L’intervista non ha suscitato che qualche tiepida reazione, per lo più tramite social (tra gli esponenti “di spicco” uno dei pochi a esporsi è stato Guè Pequeno), facendo cadere apparentemente nel vuoto le parole del rapper afroitaliano (come lo stesso Tommy Kuti si è definito in un pezzo del 2017). Nel frattempo il mercato discografico ha proseguito senza indugi nella piena fagocitazione della musica (t)rap, senza lasciare molto spazio a una – anche minima – possibilità di alfabetizzazione dei codici culturali dell’hip hop per il grande pubblico, preferendo cavalcare l’onda lunga del successo del genere.

Il risultato, insospettabile fino a pochi anni fa, è quello di una vera e propria egemonia della urban music nelle radio e nelle classifiche, con un apprezzabile svecchiamento, non solo anagrafico ma anche lirico e melodico, e un (forse) definitivo accantonamento del tripode sole-cuore-amore su cui si è sorretta, per decenni, l’intera impalcatura dell’intrattenimento musicale made in Italy. Ciononostante, delle riflessioni di Tommy Kuti sembrava non essersene accorto quasi nessuno, se non a sprazzi (fa eccezione il “razzisti che ascoltano hip hop? Qualcosa non torna” di Salmo) o comunque in ambienti ben lontani dalle vette delle chart di Spotify.

Poi, qualche giorno fa, il rapper veronese (ma di madre iraniana) Jamil, dopo una breve parentesi di botta e risposta via Instagram, ha attaccato frontalmente il duo romano Gallagher e Traffic con un dissing dal titolo inequivocabile: “No racism”. Tenendo fede alla sua nomea di Most hated (dal titolo del suo ultimo disco), Jamil ha contestato duramente i due giovani “trapper” ridicolizzandone le pose più gangsta e mettendo in scena un videoclip in cui l’appartenenza razziale viene rivendicata apertamente da tutti i membri della sua crew (Baida Army) e, soprattutto, dove si allude all’utilizzo della “parola con la N”.

Jamil è un paraculo, d'accordo. Il ricordo della sua faida con Noyz Narcos divide ancora i fan di mezza Italia, e alcune voci sul suo conto non sono tra le più onorevoli, ma poco importa. Al momento Jamil è il primo rapper italiano bianco (anche se nemmeno lui si definisce tale in virtù delle sue origini “persiane”) a contestare l'utilizzo della N-word nei testi delle canzoni. Implicitamente accoglie l'invito di Tommy Kuti, quando durante l’intervista per Noisey lui, nero, dichiarava che l'Italia è un paese dove “è la normalità spiegare alle persone perché mi dà fastidio se tu dici ne*ro”.

È sempre più necessario, infatti, contestualizzare l'appropriazione della black culture in un paese che non sa fare i conti con un razzismo strutturale che si ripercuote, senza apparenti mediazioni, anche in ambito culturale e musicale. Esiste, in questo senso, un’assunzione indebita di termini, atteggiamenti e - per usare una terminologia hip hop - "attitudini" dell'identità degli african-american e degli africano-italiani senza riuscire a contestualizzarle in termini di razzializzazione.

Esiste, insomma, una sorta di colonialismo culturale del quale, fino a qualche anno fa, non si poteva forse nemmeno accusare la "scena", che aveva sviluppato e rivendicato dei codici di riconoscibilità piuttosto distanti dalla tradizione hip hop americana o francese (dove la consapevolezza razziale ha sempre giocato un ruolo predominante). Oggi che questo confine sembra essersi attenuato e che, al contrario, tanti stilemi e ritualità del rap game hanno fatto breccia nell'immaginario delle nuove generazioni, auto-appropriarsi della N-word e rivendicarne l'utilizzo senza un riflessione (auto)critica non può essere accettato.

Anche la Dark Polo Gang, agli inizi della sua parabola ascendente, si scontrò con questo problema quando Tony diede del "ne*ro di merda" a Bello Figo e il gruppo fu costretto a giocarsi la carta del black-washing, obbligando l'unico membro non-bianco della gang (Pyrex) a dichiarare in diretta social che no, i suoi amici non erano razzisti.

Ben venga quindi l'attacco di Jamil a Gallagher e Traffik (che sulla ripetizione della N-word nei testi avevano costruito, di fatto, la riconoscibilità del loro stile pur essendo bianchi), anche se fatto per motivi strumentali e autocelebrativi e non solamente “antirazzisti” (anche questo, però, fa parte del gioco).

Meno di una settimana dopo il rilascio di “No racism”, un cantante italiano con origini egiziane (da parte di padre) ha vinto la più importante kermesse musicale d’Italia, scatenando il fuoco incrociato bipartisan dei media e della politica.

Mahmood ha vinto il festival di Sanremo con una canzone composta dal più importante produttore della scena trap (Charlie Charles), il cui testo racconta di periferia e di legami familiari deteriorati, ma anche, e soprattutto, di Soldi. Ha vinto con (e grazie alle) sonorità urban di moda negli ultimi anni, grazie allo sdoganamento dell’hip hop nel mainstream e riproducendo una tipologia di canzone che solo in Italia può ancora sembrare una “novità” frutto del “miscuglio di culture”.

La verità è che Mahmood ha portato un pezzo che può essere definito “coraggioso” per gli standard di Sanremo, ma di certo non lo è per lo stato dell’arte della musica italiana. Il fatto che la sua vittoria abbia immediatamente riportato in auge una narrazione tossica che contrappone la legittimità del (tele)voto popolare alla scelta delle élite (le giurie del festival) si rivela controproducente per una serie di motivi.

Ad un primo livello è chiara la strumentalità con cui la politica ha rivendicato la mancata consacrazione della volontà popolare, con lo staff di Matteo Salvini che, a poco minuti dalla proclamazione del vincitore, indicava in Ultimo – il più votato dagli spettatori – la scelta del “capitano”. Da questa presa di posizione ne deriva immediatamente un’altra, più funzionale ad alimentare la retorica razzista-sovranista, secondo cui uno con un nome del genere (Mahmood) non può certo rappresentare “la migliore canzone italiana”. Da più parti è stato fatto notare come un discorso simile non sia stato fatto in occasione della vittoria di Ermal Meta lo scorso anno; il cantante, albanese emigrato in Italia, si presentava infatti con la più rassicurante presenza di Fabrizio Moro al suo fianco, pur non avendo mai nascosto o ridimensionato le proprie origini. Il problema, semmai, è che, per quanto la rappresentazione di un cantante sia mediata e costruita socialmente in funzione della sua presenza scenica (e quindi della sua “commerciabilità”) è innegabile che Mahmood con un orecchino dorato che parla di SOLDI in arabo crei una frattura nell’immaginario benpensante decisamente più profonda di un bianco (seppur albanese) che canta della paura provocata dal terrorismo (Non mi avete fatto niente).

In secondo piano c’è poi la vulgata antirazzista e benpensante rivendicata a reti unificate dal “partito di Repubblica” e dai media progressisti, che hanno ben pensato di focalizzare la propria attenzione sull’aspetto meno interessante dell’artista-Mahmood (il suo cognome). Lui, immediatamente dopo la vittoria, ha rivendicato – in maniera forse un po’ goffa – la propria “italianità” dichiarando di non volere essere, giustamente, coinvolto in diatribe strumentali sul tema del razzismo. Ma perché è giusto che Mahmood non pensi immediatamente al proprio fenotipo e perché, semmai, è incredibile che come prima cosa abbia dovuto estrarre, metaforicamente, la propria carta d’identità invece di parlare, per esempio, della sua musica e delle sue capacità canore?

Perché, come ha detto in un lungo post su facebook la cantante Djarah Kan, essere definiti solo in base alla rivendicazione di una condizione subalterna, o in base alla gradualità di “meticciato” che si esprime con la propria musica non è nient’altro che un altro modo di riprodurre la segregazione razziale. Si tratta di un antirazzismo sociale non supportato da una riflessione che rivendichi la crescita di una soggettività politica dei “razzalizati” (e quindi non bianchi) senza definire, per forza, questi ultimi sulla base della loro capacità di descriversi come soggetti deboli, sottomessi o segregati. Si tratta di una narrazione nociva e controproducente dell’antirazzismo, che crea a sua volta una disparità razziale costruita in primo luogo grazie al dominio culturale delle élite bianche progressiste, le quali riversano sul/sulla ner* di turno le proprie convinzioni stereotipate senza lasciare loro spazio all’autonomia e all’autodeterminazione. Riprendendo le parole di Djarah Kan: «esistiamo e non parleremo solo di razzismo e di "integrazione". Parleremo di soldi, di amore, di rabbia, di cieli e schiaffi in faccia dati per non andare in galera».

Infine, la scelta di Mahmood ha provocato uno strascico piuttosto consistente nel dibattito pubblico per quanto riguarda la già citata contrapposizione tra scelta del popolo/decisione delle élite. Da un lato, questa alzata di scudi contro i “benpensanti” di sinistra che governano la Rai può avere un fondo di verosimiglianza: il partito di Repubblica allunga i suoi tentacoli anche in televisione, nulla vieta di pensare a una decisione “orientata” per fare vincere un volto meno noto che, guarda caso, risponda anche alle esigenze di un “antirazzismo di facciata”, come quello descritto sopra. Niente a che vedere, però, con un tentativo di “rivincita” dell’establishment nei confronti delle passate elezioni, come sostenuto da alcune agili penne nell’internet.

Si può senz’altro rivendicare una maggiore trasparenza nelle votazioni di quello che, volente o nolente, rappresenta uno dei più importanti fenomeni culturali e di costume del paese, e si può anche criticare una certa malizia nell’aver scelto il candidato più alternativo per la vittoria del Festival, ma a costo di fare i conti con altre questioni aperte. La prima delle quali è legata al fatto che il vero “campione del popolo” è stato per diversi giorni (e lo sarà per le settimane a venire, a vedere i numeri) uno solo: Achille Lauro. Irrappresentabile, incondivisibile e, in buona sintesi, incompatibile con lo spirito del tempio della musica leggera, è stato lui a subire l’ostracismo più netto perché accusato prima di plagio e poi di incitamento all’uso di stupefacenti.

Archiviata – o forse meglio censurata – la parentesi Achille Lauro, che comunque prevedeva un indice di rottura con lo status quo non esagerato (parliamo comunque di Sanremo), la scelta del pubblico si è incanalata verso il più mite Ultimo, già vincitore dei giovani 2018 e quest’anno in gara con una scialba ballata d’amore. Piaccia o meno, è lui il più apprezzato musicalmente, e il ribaltone di Mahmood contro una vittoria già data per scontata da tutti è senz’altro un buon coup de théâtre grazie al quale il Festival sta riuscendo a far parlare di sé ben oltre le fisiologiche necessità.

Ma se la polemica sul televoto lascia il tempo che trova per la forma grottesca e incomprensibile che ha assunto, purtroppo non la si può più slegare dalla polemica sulla nazionalità di Mahmood. Di tutti i dispositivi messi in atto dai giornali e dalla politica per screditare il vincitore del Festival quello della razzializzazione si è rivelato senz’altro il più efficace, e servono al più presto degli strumenti per disinnescarlo. Lo stesso Ultimo che si riferisce a Mahmood chiamandolo “ragazzo” per sminuirne la vittoria riporta alla mente modalità sottili e codificate di legittimare il discorso razziale, che certo non possono essere rimosse facendo la morale a un ventiduenne deluso per la perdita di un concorso.

La scena hip hop, seppur in minima parte, si sta esprimendo su un tema sempre più presente nelle nostre vite, questo è un dato non trascurabile. E, soprattutto dopo che un rapper nero ha esternato la necessità di situare un punto di vista sulla questione razziale, non si può più fare finta di niente. L’esempio è virtuoso perché sperimenta una modalità di confronto dialettico per certi versi inedito nella cultura italiana, che passa attraverso lo scontro diretto (il dissing) e non tramite gli esercizi di retorica demagoga da social network a cui siamo assuefatti. Può essere un esperimento fruttuoso o può rivelarsi uno strumento fine a se stesso nelle mani di una sottocultura espropriata della propria “politicità”. Di certo la battaglia è appena iniziata.

 

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in CULTURE

Di seguito l'introduzione e l'indice del volume I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi di Raffaele Sciortino (Asterios, 2019) che raccoglie, tra gli altri, alcuni dei contributi che abbiamo pubblicato negli anni su Infoaut.  

A un libro obiettivamente denso si addice un’introduzione la più possibile asciutta. Il lettore non troverà qui, dunque, un riassunto del contenuto ma qualche indicazione del quadro nel quale questo lavoro si inserisce, della sua articolazione, delle questioni di fondo che punta a sollevare.

Il quadro. I dieci anni che hanno scosso, se non ancora sconvolto, il mondo sono gli anni della prima crisi effettivamente globale del sistema capitalistico: scoppiata tra il 2007 e il 2008, essa ha investito a cascata i meccanismi della globalizzazione finanziaria, gli assetti geopolitici mondiali, le dinamiche soggettive delle classi sociali fin dentro un Occidente che sembrava bloccato per sempre sul mantra neoliberista. Dieci anni possono essere poca cosa a scala storica ma sono un periodo già discretamente lungo a scala generazionale, tanto più se forieri di trasformazioni significative. Poco per fare un bilancio storico ma non per tentare un primo bilancio del presente inteso come un passaggio della storia. Questo libro, allora, non è un lavoro storiografico canonico - pur basandosi su fonti rigorosamente vagliate - ma è un lavoro politico come figlio di questo decennio. Non solo perché per una sua parte rielabora, sistematizza e fornisce una cornice teorica ad articoli da me scritti in tempo reale man mano che la crisi globale e i suoi risvolti venivano a delinearsi. Ma soprattutto nel senso che è il tentativo di mettere in prospettiva questi dieci anni a partire dalla convinzione che sono in corso mutazioni importanti, per certi versi veri e propri punti di non ritorno.

La dinamica degli ultimi decenni - già esito della peculiare controrivoluzione succeduta al lungo Sessantotto e segnata dal sempre eguale dello Spettacolo mercantile lubrificato dal circuito del debito - si è rimessa in moto. E lo ha fatto, finalmente, a partire da sconquassi che originano non dalla periferia ma dal centro dell’impero del capitale, scuotendo il consenso neoliberista diffuso e il suo pilastro, il soft power statunitense, rimettendo in campo l’interventismo statale a salvataggio dei mercati, riaccendendo il conflitto inter-capitalistico, suscitando anche in Occidente reazioni sociali e politiche esterne e contrarie ai dettati dell’ortodossia liberale. Certo, questi sviluppi e queste reazioni possono sembrare a molti ancora poca cosa o andare senz’altro nella direzione sbagliata. Questa ricerca - in questo senso, critica militante nel suo corpo a corpo con il presente - parte invece dall’assunto che proprio per poter discutere delle direzioni possibili del cambiamento, si tratta innanzitutto di captare l’innesco di una nuova qualità della dinamica storica. È questa nuova qualità che a determinate condizioni potrà produrre anche la quantità del cambiamento, e non viceversa, con diversi esiti possibili ad oggi non ancora predeterminati, da giocare in campo aperto senza rinunce a priori all’opzione per una trasformazione radicale, per quanto remota oggi questa possa apparire.

L’articolazione di questo lavoro, ora. Essa è insieme cronologica e tematica: una struttura a spirale - ogni singola parte tocca una dimensione diversa ma a partire dagli sviluppi di quella precedente - che punta a render conto dello sviluppo a ondate della crisi globale, in una successione serrata che ha investito ambiti e geografie via via più ampi. La crisi economico-finanziaria con epicentro nel cuore del sistema, gli Stati Uniti, si è dapprima riversata in Europa mettendo a serio rischio l’euro e minando per la prima volta in profondità la relazione transatlantica. Si è quindi fatta esplicitamente geopolitica sconvolgendo gli assetti mediorientali e poi andando da un lato ad acuire le già precarie relazioni tra Washington e Mosca e, dall’altro, a scuotere quelle con Pechino, che fin qui avevano retto l’equilibrio sbilanciato della globalizzazione. Infine, è intervenuta la mutazione socio-politica, annunciata dalla Primavera Araba e sfociata nel cosiddetto momento populista interno ai paesi occidentali.

Questi slittamenti hanno intaccato la stabilità sia del triangolo geoeconomico tra Stati Uniti, Unione Europea e Cina - oggetto della prima parte di questo lavoro - sia del triangolo strategico Washington-Mosca-Pechino - oggetto della seconda parte - vale a dire i due pilastri del sistema internazionale attuale. Intaccando altresì il compromesso sociale dell’ultimo quarantennio e dando luogo in Occidente al fenomeno emergente - analizzato nella terza parte - del neopopulismo.

Il tentativo che il lettore ha sotto gli occhi è quello di dare una visione d’insieme di questi smottamenti e delle loro interrelazioni, indicandone i passaggi più significativi. Ma l’intento di fondo non è descrittivo, così come la sequenza presentata non vuole essere meramente cronologica. Questa rimanda, crediamo, alla logica intrinseca al meccanismo di fondo del capitalismo nella sua fase più recente. Dietro la genesi degli assetti globali - se ne veda l’abbozzo di ricostruzione nel paragrafo Assemblaggi della globalizzazione - e la loro attuale crisi fanno capolino il capitale fittizio - figura estrema della presa del capitale sull’intero spettro della vita sociale: si veda l’excursus nella prima parte - e la sua concrezione storica nella finanziarizzazione incentrata sul dominio mondiale del dollaro. La tenuta di questo dominio è niente meno che la posta in palio della crisi attuale e della sua evoluzione futura. Esso, del resto, non si identifica semplicemente con l’egemonia statunitense, perché rappresenta la sintesi che a tutt’oggi tiene insieme l’intero sistema globale. È alla luce di ciò che il libro cerca di tracciare la dinamica degli smottamenti in corso e i nessi tra crisi economico-finanziaria e geopolitica - quanto una volta era chiamato imperialismo - e quelli tra geopolitica e lotta di classe. Fin dentro i risvolti soggettivi e i sommovimenti politici che ne sono espressione - se è vero che il capitale non è un sistema ma un rapporto sociale di produzione e riproduzione della vita umana e naturale.

Non si spaventi il lettore. Senza negare la complessità della materia, va detto che il quadro interpretativo qui presentato è di medio raggio, la teoria rimane sullo sfondo senza che la fenomenologia, però, la faccia da padrona. A riprova, il lettore curioso potrebbe leggere subito il capitolo relativamente a sé stante sul neopopulismo, mentre quello più riflessivo, che è poi solo la metamorfosi del primo, punterà sul quadro d’insieme. Altrettanto importante, però, è confrontarsi con alcuni nodi di fondo che questo lavoro prova a tematizzare.

Le questioni di fondo, allora. Una prima questione verte sul perché la crisi globale, dopo dieci anni, non può affatto dirsi conclusa. Che essa continuerà a lungo a far sentire i suoi effetti è cosa generalmente accettata. Ma il punto discriminante è che il combinato di stagnazione economica, formazione di nuove bolle speculative, scontro geopolitico e decisa incrinatura dei sistemi politici occidentali, combinato che è fin qui il prodotto precario delle misure anti-crisi, è al di qua di una effettiva ristrutturazione del rapporto capitalistico che, solo, potrebbe rappresentare una vera fuoriuscita dalla crisi. È questo il nodo, teorico e pratico, della necessità della svalorizzazione del capitale fittizio e insieme delle enormi difficoltà a procedere in questo senso da parte delle classi dominanti - si veda Smottamenti 1. Come conseguenza di questa aporia, una seconda fase della crisi è dunque assai probabile, e con essa l’acuirsi di tutte le contraddizioni inter-capitalistiche e sociali, con forme e ricadute tutte da vedere.

Una seconda questione riguarda il rimescolamento in atto degli assetti globali. A questo proposito il libro si confronta criticamente sia con la tesi del declino degli Stati Uniti sia con la prospettiva di un nuovo ordine multipolare che da quel declino sarebbe in procinto di emergere - si veda Smottamenti 2. L’argomentazione sviluppata offre abbondanti e fondati spunti, crediamo, che invitano alla cautela rispetto a questo tipo di letture. Non perché gli Stati Uniti non siano scossi violentemente dalla crisi in corso. All’interno, come non succedeva dagli anni Sessanta, basti guardare alla misera parabola obamiana e alla sorpresa Trump, tutt’altro che contingente nei suoi aspetti di fondo. E all’esterno, stante la necessità sempre più evidente per Washington di destrutturare oramai anche stati non marginali e bloccare la possibile ascesa di rivali globali. Il problema è che tale destrutturazione non può non investire al contempo gli assi portanti della globalizzazione finanziaria, tende cioè a disarticolare l’insieme senza che un ordine economico e geopolitico sostitutivo abbia la forza di imporsi. Non crediamo sia solo una questione di tempi, anche se su questo il dibattito ovviamente è aperto e gli sviluppi imprevedibili. Comunque sia, qualunque deciso mutamento negli assetti globali non avverrà a freddo, sarà anche il prodotto di una ripresa del conflitto sociale - piccolo particolare che le analisi riduttivamente economiche e geopolitiche della crisi trascurano.

Questo ci porta direttamente ad una terza, rilevante questione: quale significato dare al fenomeno emergente in Occidente dei neopopulismi, oltre la riduttiva contrapposizione fra denigrazione politico-mediatica e facili attese. Il libro interroga i neopopulismi collocandoli sul filo del tempo, passando attraverso l’intreccio dialettico tra il Sessantotto e gli assemblaggi della globalizzazione. È qui in gioco la trasformazione non contingente della lotta di classe dalle forme novecentesche del movimento operaio classico a quelle attuali degli iper-proletari senza riserve in relazione ad una riproduzione sociale oramai completamente risucchiata all’interno dei meccanismi del capitale ma al tempo stesso da essi sempre più cannibalizzata. Si tratta di forme di attivizzazione spurie, confuse e ambivalenti, ancora in fieri e prevalentemente elettorali e di opinione, dagli esiti aperti, che nella reazione a un globalismo al capolinea ma ancora in grado di produrre disastri sociali non vanno al momento oltre la rivendicazione di un cittadinismo e/o sovranismo sempre a rischio di ricadute nazionaliste. Esse segnalano la crisi dell’individuo neoliberale - e la morte della sinistra - seppur in parte sulla medesima base della meritocrazia dell’intelligenza rivendicata, però, non insieme ma contro i poteri globali. In questo senso, sono espressione di una prima rottura anche soggettiva dell’ordine esistente. Dunque, soprattutto per le domande cruciali che a modo loro sollevano, termine di confronto difficilmente eludibile per chiunque rifiuti l’appiattimento sull’immaginario totalitario del capitalismo e sia ancora animato dalla domanda, per quanto flebile oggi possa risuonare, su una comunità possibile sottratta al dominio del profitto.

Infine, la questione delle questioni, quella delle tendenze. La quarta parte del lavoro - che si sofferma sui più recenti sviluppi cercandovi una conferma, o meno, delle ipotesi avanzate - si confronta con le linee di fuga possibili della globalizzazione imperialista. Torna, oltreché sulle tensioni russo-americane, sullo scontro tra Stati Uniti e Cina, stretta quest’ultima tra crescenti criticità e la necessità di prefigurare, anche sulla spinta della lotta di classe interna, l’avvio di un percorso alternativo al modello economico fin qui seguito. Discute un’eventuale frattura dell’Unione Europea e/o la fine dell’euro come eventi possibili nel quadro del rapporto sempre più conflittuale con Washington - è una delle tesi peculiari di questo libro contro le letture che ruotano sulle presunte esclusive responsabilità tedesche dell’eurocrisi finendo nel cul de sac del dibattito euro/no euro. Il quadro che emerge allo stato è, in estrema sintesi, quello di un’impasse. La globalizzazione per come l’abbiamo fin qui conosciuta è seriamente incrinata, stante la politica degli Stati Uniti di scarico della crisi su alleati e nemici grazie alla rendita di posizione sistemica di cui godono all’interno dell’economia globale. Ma tale corso ha ricadute sempre più negative per l’insieme e per gli altri soggetti, le cui reazioni contribuiscono a minare l’ordine globale senza che possa farsi avanti un sostituto credibile dell’egemone mondiale. Senza gli Stati Uniti e il dollaro come perni centrali, quell’ordine è destinato a scomporsi confusamente, con gli Stati Uniti a incasinarsi e a diventare sempre più predatorio nei rapporti tra aree, stati e classi sociali.

È, questo, il quadro di una disarticolazione in corso, che rimanda alla crisi della riproduzione sociale complessiva basata su un’accumulazione capitalistica che gira sempre più nel vuoto virtuale, e però quanto reale, del capitale fittizio. Né l’allargamento del mercato mondiale alla Cina né le ultime frontiere dell’innovazione tecnologica - entrambi macroprocessi in realtà sostitutivi di un’accumulazione allargata e di una proletarizzazione buona - hanno potuto rilanciare decisamente in avanti, ampliandole, la riproduzione della società e della natura. In astratto, se la Cina fosse sganciata dalla pressione predatoria dell’imperialismo occidentale potrebbe ravvivare e rilanciare il capitalismo mondiale rinviando la resa dei conti con i suoi limiti costitutivi; in realtà quello sganciamento è irrealizzabile e anche solo il tentativo di avviare un corso più autonomo del capitalismo cinese e asiatico sortirà, già sortisce uno scontro durissimo con l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare.

Resta da vedere se, tra gli sconquassi dell’ordine internazionale, si apriranno spazi per risposte antagonistiche al sistema esistente. È la cruciale questione dell’emergere del marxiano individuo sociale sul terreno, però, della disarticolazione della riproduzione sociale. Problema inedito, se è vero che finora, bene o male, si era sempre pensato a percorsi di emancipazione, collettivi e individuali, sulla base del progresso della base esistente, della sua ricostruzione, e non di un regresso non momentaneo della società. Lo scarto che si impone è dunque molto più ampio del previsto. Sul piano delle prospettive il discorso è in gran parte da reimpostare, tanto meno può essere affrontato a tavolino da un singolo. È già abbastanza se questo libro avrà contribuito un pochino ad approssimare la questione, discutendo i termini essenziali nei quali inquadrarla alla luce dell’attuale passaggio storico. Il lettore - già ma quale? si può contare oggi su una figura in qualche modo predeterminata? Non è, questa figura, essa stessa parte del problema? - si accontenterà di questo servizio per un movimento reale che ancora non c’è, nella consapevolezza però che i nodi cruciali di una comunità umana senza classi iniziano a porsi. Al momento, nulla più di questo…

Torino, 29 dicembre 2018

 

 

Introduzione

 

Parte prima

Assetti e strategie capitalistiche nella crisi globale

Scoppia la crisi: Usa epicentro, fine di Chimerica

1.1.1 Global crisis

1.1.2 Assemblaggi della globalizzazione

excursus_Crisi globale e capitale fittizio    

1.1.3 Fine del change

1.1.4 Chain gang in bilico

L’Eurocrisi fra scontro e transitorio compromesso

     1.2.1 Un passo indietro: sull’euro

     1.2.2 La crisi dei debiti sovrani europei: chicken game trattenuto

     1.2.3. La droga di Draghi: il QE e la tregua dopo la tempesta

 

Smottamenti 1_Primo sguardo d’insieme

Il punto

Svalorizzare e non

Il lato sino-americano

La relazione transatlantica

Geopolitica della crisi

Parte seconda

Il triangolo geopolitico nella crisi

Obama al Medio Oriente

     2.1.1 Il détournament obamiano della Primavera araba

     2.1.2 Regime change in Siria

     2.1.3 Turchia linea di faglia

2.2 Accerchiamento della Russia

     2.2.1 Ucraina

     2.2.2 Guerra del petrolio

     2.2.3 Fallimento del regime change in Siria

2.3 Cina a un bivio?  

     Pivot asiatico

     Lotte di classe in Cina

     Passaggio di testimone

     Proiezione all’esterno

     Crash tutto cinese?

2.4 Mister Obama e Frau Merkel

     Merkel all’apice

     Il Datagate

     Berlino batte un colpo?

     Colpisci e metti in riga…

 

Smottamenti 2_Fascinazioni multipolariste

     Insofferenze…

     … e timori sistemici

     Rotture a freddo?

 

Parte terza

Dove si nasconde la lotta di classe: geopolitica dei neopopulismi

Prologo: dal 15M a OWS, al momento populista

3.1 Grexit trattenuto e inizio della fine della sinistra

3.2 Prologo: Brexit e dintorni

3.3 Trump, trumpismo

3.4 Germania: scoppia la bolla

3.5 Italia: laboratorio politico di frontiera

No Tav

Il grillismo e le sue (proficue) ambivalenze

Intanto: #9D

Verso lo smottamento definitivo

 

Smottamenti 3_Neopopulismo: was ist das?

Populismi e movimento operaio

Sessantotto

Crisi del proletariato

Nuovi movimenti sociali e cittadinismo

Neopopulismo, oggi

Intanto in alto e in mezzo…

Nuovi fascismi o secondo tempo del neopopulismo?

Nodi politici

Parte quarta

Tendenze, soggetti, nodi

4.1 Dove va la crisi?

4.2 Le linee rosse di Washington

Trumpismo in azione

Verifiche di medio termine

Obiettivo Cina

4.3 Criticità cinesi

L’opzione nucleare della Fed

4.4 Intanto: Russia, Iran…

4.5 Dove va l’Europa?

Germania…

Che fare della UE?

Europeismo e dinamiche di classe

Francia… in giallo

Italia giallo-verde

 

Dove andiamo: tracce di ricerca

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